I vaccini: il problema etico ed il fascismo scientista.

C’è una cosa della discussione sui vaccini che mi sconvolge: la pretesa che sia una discussione che parte e finisce nell’ambito della scienza. Ora, chi sostiene questo, o non è arguto o è in malafede. Il problema dei vaccini è un problema in primo luogo politico, che discende da un problema etico che si basa su dati scientifici. La scienza, come ogni scienziato onesto può confermare, è un metodo che fornisce delle teorie temporaneamente verificate. Chiunque dica che la scienza ci dice cosa dobbiamo fare a livello politico è un mentitore ed un bugiardo, in poche parole uno scientista.

Questa prima premessa è fondamentale per sgomberare il campo da tutte quelle persone che parlano come se fossero divinità e che sanno loro assolutamente che cosa di deve fare. Tutte queste persone sono bugiarde, arroganti e vanno semplicemente ignorate.

Detto questo posso specificare di cosa parlerò: vaglierò il problema etico. Esso è il vero nocciolo della questione dei vaccini. Nel farlo eviterò accuratamente di parlare di dati, non perché non siano facilmente reperibili, ma perché irrilevanti al fine della discussione. Una volta risolto il problema etico sarà facile reperire i dati e decidere come procedere (esatto “decidere” perché nessuna persona onesta ci dirà mai che c’è una sola cosa che si deve fare, le scelte legittime sono molte e la scelta fra esse è un problema politico).

Nel problema etico rientrano tre variabili:

  1. la probabilità di contrarre la malattia per cui abbiamo il vaccino e di avere danni permanenti dopo averla superata;
  2. la probabilità di avere danni dal farmaco (i vaccini come tutti i farmaci hanno effetti collaterali).
  3. la probabilità di passare la malattia ad altri soggetti.
  1. La probabilità di contrarre la malattia per cui esiste il vaccino e di avere danni permanenti dopo averla superata. (Definita in seguito P.malattia). Questa probabilità non è fissa, ma variabile e dipende da moltissimi fattori. Prendiamo il caso di una malattia che si trasmette fra uomo e uomo, se una persona vive completamente isolata la probabilità di contrarre una malattia di origine umana è pari a zero. Statisticamente possiamo dire che c’è una determinata probabilità, ma nei singoli casi questa probabilità può passare da valori molto alti a valori molto bassi e dipendere fortemente dalle scelte individuali. Anche la probabilità di avere danni permanenti cambia in base a moltissimi fattori, uno degli esempi più comuni è la malnutrizione, ma per ogni malattia ci sono vari fattori di rischio.
  2. La probabilità di avere danni dal farmaco. (Definita in seguito P.vaccino). Questa probabilità è fissa per quanto riguarda l’esposizione al farmaco: tutte le persone che fanno il vaccino si iniettano il farmaco. Quindi, nel caso in cui un vaccino sia obbligatorio il 100% delle persone è esposto al farmaco e quindi il 100% delle persone è a rischio effetti collaterali, non esiste alcuna pratica che può permettere di ridurre il rischio di fronte ad un atto obbligatorio. Detto questo la probabilità statistica ci dà un certo valore di casi correlati e, anche se correlazione non significa necessariamente rapporto di causa effetto, è proprio la correlazione su cui si basa la scienza per cercare di capire le probabilità di rischio dei vaccini, queste probabilità sono necessariamente imperfette perché da una parte la scienza non conosce alla perfezioni le interazioni del corpo umano (se fosse non sarebbero necessari nemmeno i trial clinici che invece sono alla base della medicina farmacologica moderna) e dall’altra è difficile studiare a fondo le correlazioni sia in un determinato momento (esiste un numero di fattori virtualmente infinito che influenza la correlazione e una capacità limitata di monitorarli, osservarli e valutarli) che nel medio e lungo periodo (correlazioni non immediate tendono ad essere difficilmente identificabili).
  3. La probabilità di passare la malattia ad altri soggetti. (Definita in seguito P.contagio). Questa è strettamente legata alla probabilità di contrarre una malattia, ma diventa particolarmente rilevante nel discorso quando esistono determinati soggetti le cui probabilità 1 e 2 già descritte sono diverse da quelle generali ciò significando che alcuni soggetti sono particolarmente vulnerabili o particolarmente resistenti alla malattia in questione o al farmaco che veicola il vaccino.

Il problema etico dello Stato

Per lo Stato quindi il problema si formula in questi termini: è giusto imporre a tutti un rischio (P.vaccino) a fronte di un rischio incerto (P.malattia)? Dico incerto poiché non tutti i soggetti contraggono la malattia, ma tutti i soggetti obbligati assumono il vaccino.

A questo quesito la risposta non è in primo luogo numerica, ma etica. “È giusto?” non è una domanda che possa essere quantificata dalla scienza, certo ci possono essere dei dati scientifici a supporto di una visione o dell’altra, ma non ci può essere una risposta scientifica.

Dal punto di vista individuale in ogni caso non si vede per quali ragioni lo Stato dovrebbe sostituirsi al singolo nella scelta. Tuttavia è comunemente accettato che a fronte di gravi rischi e di controindicazioni pressoché nulle lo Stato possa reprimere la volontà del singolo e sostituirsi ad esso. (Ad esempio l’uso obbligatorio delle cinture di sicurezza che però viene derogato in tutta una serie di casi in cui potrebbe produrre controindicazioni anche minime, ad esempio le donne in gravidanza su certificazione del ginecologo). Se questo sia lecito o meno si tratta ancora una volta di una scelta etica e politica che dipende dal valore che si dà ai vari fattori in gioco.

Nel discorso dei vaccini abbiamo quindi due elementi particolarmente rilevanti:

  1. imporre un rischio in maniera certa di fronte ad un rischio incerto.
  2. per la loro natura di farmaco non essere certi di conoscere a fondo tutte le controindicazioni reali dei vaccini (quindi non essere certi di saper quantificare correttamente P.vaccino). Su questo ultimo punto ci tengo a fare un esempio veramente significativo: una persona che conosco diversi anni fa ricevette una trasfusione (probabilmente non strettamente necessaria). All’epoca l’opinione diffusa nella comunità scientifica sulle trasfusioni era pari a quella sui vaccini oggi. Chiunque avesse rilevato la possibilità di rischi sconosciuti o poco conosciuti sarebbe stato trattato esattamente come oggi chiunque rimane dubbioso sulla questione vaccini. La conseguenza di quella trasfusione fu una grave epatite. Sono serviti decenni (e molti interventi) per salvare quella persona e soprattutto perché lo Stato ammettesse in tribunale i propri errori. Questi non sono complotti, ma inevitabili conseguenze della ricerca medica che si basa in primo luogo sull’osservazione empirica delle conseguenze. E badate bene, le conseguenze non sono necessariamente immediate, ad esempio è stata recentemente dimostrata una correlazione significativa fra il fumo della nonna materna in gravidanza e le maggiori probabilità di manifestare l’autismo per i nipoti. Un danno che salta un’intera generazione! Un motivo in più per andare con i piedi di piombo nell’obbligare un’intera popolazione a fare qualcosa. (Immaginate, per assurdo, se fosse stato obbligatorio per tutte le donne fumare in gravidanza, adesso avremmo un numero di casi d’autismo spaventosamente maggiore e considerate che il fumo è iniziato ad essere considerato dannoso appena negli anni ’50 del Novecento). Se si ha a cuore la popolazione è necessaria molta cautela.

Visto quanto detto sembrerebbe per ora che sia assolutamente immorale per lo stato imporre una linea obbligatoria e comune, è veramente così? No, perché esiste un elemento di svolta che finora non abbiamo considerato. E cioè la probabilità di passare la malattia ad altri soggetti (P.contagio). Ora questa probabilità si divide sostanzialmente in due probabilità:

  1. la probabilità di passare la malattia ad un individuo nella norma (P.contagio_norma);
  2. la probabilità di passare la malattia ad un individuo con particolari problemi di salute (P.contagio_soggettiarischio).

Queste due probabilità vengono di fatto trattate diversamente in tutto quello che facciamo nella vita di tutti i giorni. Vi faccio un esempio: se mi arriva un ospite in casa e gli offro dell’aranciata io verificherò che l’aranciata non sia scaduta, che non sia stata contaminata, che non sia in alcun modo nociva. Farò insomma tutta una serie di verifiche volte a valutare la sicurezza del prodotto in relazione ad individui nella norma. Tuttavia non verificherò se il mio ospite è allergico all’acqua, al succo di arancia, allo zucchero, all’anidride carbonica, all’acido citrico, agli aromi naturali comuni, alla gomma d’acacia, all’acido ascorbico… non lo verificherò perché è un caso molto particolare quello di essere allergico ad una di queste sostanze e dunque mi aspetto, secondo buon senso, che un adulto che ha uno di questi problemi mi avverta di sua iniziativa. Come vedete tutti naturalmente facciamo questa distinzione di probabilità e tutti i soggetti con caratteristiche anomale sono i primi a vigilare su sé stessi perché consci di questa distinzione.

Cosa significa questo in relazione ai vaccini e alle malattie? Significa che se il contagio può essere gravemente pericoloso per tutte le persone allora legittimamente la forza politica può imporre il vaccino a tutti (ovviamente anche in questo caso ci saranno valutazioni etiche su quale sia il livello di pericolosità necessario per violare la libertà di cura del singolo e questa è una scelta puramente etica e politica). Va considerato però che questo ragionamento viene applicato con molta cautela in tutti i settori, tranne quelli con interessi economici molto forti. Facciamo un esempio: gli incidenti stradali sono la PRINCIPALE causa di morte fra gli adolescenti, spesso si tratta di pedoni. Se fossimo veramente convinti di questo principio vieteremmo di fatto a tutti di circolare con mezzi a motore, sarebbe una decisione senza effetti collaterali sulla salute (anzi l’inquinamento atmosferico e le polveri sottili sono classificate fra i carcinogeni umani) ed eliminerebbe di colpo la maggior parte degli invalidi civili e dei morti ammazzati. Tuttavia in un caso così lampante di emergenza si impongono solo piccoli aggiustamenti qua e là senza avere il coraggio di imporre alcun divieto assoluto di circolazione, e allora perché per molti vaccini relativi a malattie a minimo rischio non ci si fa problemi ad obbligare tutti quando sono presenti perfino possibili effetti collaterali sulla salute (cosa che nello stop del traffico non avverrebbe)? Forse che le centinaia di milioni di Euro che lo stato spenderà di più ogni anno c’entrano qualcosa?

In ogni caso dall’altro lato, se il contagio presenta un’elevata pericolosità solo in situazioni particolari allora la valutazione etica dovrà essere ben diversa e dovrà avere gradi di pericolosità ed effettività ben diversi per essere legittimata. Badate bene, si tratta del normale andamento della società umana: il glutine causa il cancro ai celiaci, dove si cucina con il glutine è veramente molto difficile garantire l’assenza di contaminazioni, quindi se guardassimo il caso particolare sarebbe molto urgente eliminare per legge la possibilità per tutti di utilizzare glutine. Invece la società dà in capo ai soggetti celiaci la gestione della propria dieta, riconoscendo nello sforzo individuale la responsabilità di tutelare la propria salute. In particolare questi discorsi riguardano la cosiddetta immunità di gregge: se la malattia è statisticamente pericolosa solo per persone in situazioni molto particolari, sul serio è l’insieme delle persone che deve tenerle al sicuro piuttosto che la loro propria condotta? Crederò che i politici abbiano sposato questa versione quando saranno eliminati tutti gli allergeni principali, saranno distrutte tutte le barriere architettoniche e tutto il mondo sarà sicuro per ciechi che girino senza cane né bastone o sordi che si muovano in strada senza osservare attentamente la situazione. Quando sarà così, in quel momento, saprò che l’immunità di gregge non è un pretesto, ma è presa seriamente.

Che dire dunque? Sicuramente un discorso sui vaccini è molto delicato, ma passa necessariamente dal rispondere a tutte le domande poste in questo articolo, passa dal definire pericolosità soglia che non vanno superate divise per situazioni e categorie di persone, sicuramente NON passa da personaggetti che si riempiono la bocca di proclami “scientifici” che dicono cosa si “deve” fare secondo la scienza (ricordo che la scienza è formata di dati e interpretazioni, queste sono decisioni politiche) e, soprattutto, non passa da casi limite presi e schifosamente buttati in prima pagina e in televisione per marciare sul male accaduto ad alcune persone. Questo in particolare è un modo meschino di fare politica, un parlare alla pancia, che se ne frega dei dati scientifici e mira solo ad ottenere un risultato. Fateci caso, tutti questi istrioni quasi mai parlano di dati, riempiono i loro discorsi con proclami, parole vuote e, soprattutto, bambini abusati nella sofferenza. La cosa più grottesca però è che accusano gli altri di essere coloro che negano la scienza.

Il prossimo va rispettato nei suoi diritti ad essere tutelato, ma anche nei suoi doveri di auto-tutelarsi secondo la propria volontà, e la libertà della persona va derogata solo per motivi gravissimi che mai e poi mai possono essere economici.

Esiste un termine preciso per quelle persone la cui libertà può essere derogata senza motivi gravi: li chiamano schiavi.

Una religione da perdenti

Danza macabra

Noto una certa schizofrenia in alcuni. Da una parte, forse mai come ora, si ripete continuamente che il Cristianesimo è la religione degli ultimi, del povero, dell’oppresso, ma dall’altra vengono presentati come esempi di Cristianesimo solo casi di straordinario successo, solo persone realizzate, che ce l’hanno fatta, invidiabili e invidiate. Insomma si vorrebbe fare del Cristianesimo una religione da vincitori, come una fede calcistica qualunque o, peggio, una materialistica religione da Wall Street. Gli articoli sul web, i gruppi vocazionali, le omelie ci dicono “Guarda quello: guidava le Ferrari e ora fa il frate! Non vuoi essere come lui?” oppure “Guarda che tempra questo era un tossico e ora è un prete, non ti piacerebbe dimostrarti forte uguale?”. Se non si tratta di una qualità personale si fa comunque leva sull’appartenere ad un gruppo ristretto ad esempio “l’attore tal dei tali testimonia la sua fede; la talaltra star vive per Dio; l’ex terrorista ora dirige un gruppo di preghiera!” E allora?

Ci sono almeno due ordini di problemi in questo atteggiamento:

Il primo è che si guarda a dove uno è partito e non a dove è arrivato. Sembra quasi che non sia la religione cattolica a rendere speciale una determinata persona, ma il suo successo nella vita. Come se nelle Chiese, invece dei santi, avessimo ritratte le persone che all’epoca erano le più ricche, o le più famose, certo anche cattoliche, ma non troppo, collateralmente diciamo.

Il secondo è che il Cattolicesimo non è una religione che porta al successo: i Santi più grandi sono morti quasi tutti nella povertà e nelle sofferenze, il Dio è stato addirittura crocifisso! Che scandalo schifoso! Intollerabile! Il Cattolicesimo, come non garantisce la felicità in questa vita (vedi articolo), non garantisce nemmeno il successo. Anzi si può dire che la forza del Cristianesimo sono sempre stati i poveri, gli ultimi, ma non quelli speciali, i più insignificanti. Già i letterati romani identificavano il Cristianesimo come la religione degli schiavi. Ci sono Cattolici di successo secondo il mondo? Certo! Tuttavia, nella migliore delle ipotesi, è una coincidenza! Quindi non venite a dirmi che un milionario è cattolico, perché non è milionario in quanto cattolico! Non venite a dirmi che il tal attore di Hollywood è cattolico, perché non è famoso in quanto cattolico! Sono coincidenze (o connivenze, nei casi peggiori). Sia ben inteso che mi riferisco agli articoli che vedo, alla propaganda che sento, non escludo in via assoluta il fatto di per sé che in qualche raro caso il Cattolicesimo possa portare al successo mondano, non voglio certo mettere limiti a Dio, ma sono sicuro che gli esempi riportati da questi articoli non sono il caso. Come sono certo che un convertito non sia più speciale perché prima era ricco o famoso o particolarmente conosciuto. Il Cattolicesimo è la religione di tutti gli umili. Non importa se non ce l’hanno fatta, o se non ce la faranno o se ce la faranno per un pelo perché il Cattolicesimo è un’altra cosa: è l’incontro con una persona che ci ha fatto una promessa, ci ha promesso che sconfiggeremo la morte e che saremo come Dio, in eterno.

Perché ho voluto dire questo? Perché qui si capisce gran parte della crisi moderna dell’istituzione ecclesiastica, manca il coraggio di parlare del Cattolicesimo per quello che è. Si vorrebbe fare a gara con il mondo, come se il Cattolicesimo fosse un prodotto per diventare più ricchi o più belli, come se fosse una trasmissione televisiva, un talent show, uno shampoo perfino. Invece il Cristianesimo è un’accettazione silenziosa, una speranza grande, una fiducia incrollabile in una promessa fatta da Dio stesso. Io non so se diventando cattolici avrete qualche vantaggio qui ed ora, temo piuttosto che avrete svantaggi, ma so che allora avrete un premio straordinario, quale qui nulla potrà mai eguagliare.

C’è un’ultima cosa da dire: il Cattolicesimo è naturalmente una religione da perdenti. Badate bene, non sto dicendo che una persona di successo non possa essere cattolica, sto dicendo che per natura il Cattolicesimo attecchisce proprio là dove c’è la sofferenza. È piuttosto facile da spiegare: la maggior parte delle persone quando hanno tutto chiudono il proprio cuore, nell’illusione di non aver bisogno di nessun altro, tantomeno di un Dio, per vivere. Invece chi soffre, chi deve tendere la mano, ha un punto di vista migliore sulla natura dell’uomo che non è che un piccolo, per quanto speciale, essere in balia del tempo e del luogo.

Quindi non importa se siete le persone più ordinarie di questo mondo, o le più speciali, Dio non vi preferirà o detesterà per questo, ciò che importa è dove arriverete e cosa presenterete. Non perdete mai la speranza.

Buona Vita

Un gesto vigliacco e una lettera piagnucolosa non saranno il manifesto della mia generazione

La recente lettera del suicida udinese mi tocca particolarmente perché a quanto pare siamo della stessa generazione. Non ho nessuna intenzione di giudicare il ragazzo o nessun altro, il giudizio spetta a Dio. Quello però su cui ho tutta l’intenzione di esprimermi è il contenuto di quella lettera poiché è lecito, e a volte perfino doveroso, giudicare i pensieri e i fatti che accadono intorno a noi.

Vorrei portare l’attenzione in particolare su l’inizio di una frase:

“Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato”

Questo è il risultato di anni di falsità che ci vengono propinate, di anni di “carte dei diritti”, carte odiose perché parlano di ipotetici diritti senza specificare chi deve garantire questi diritti, chi è responsabile se questi diritti non ci sono. Nella pratica le carte dei diritti sono servite solo per eliminare alcuni avversari scomodi in maniera barbara fregandosene delle leggi internazionali e della giustizia. Ma a noi cosa hanno dato? Se fossimo un decimo intelligenti non chiederemmo carte dei diritti, ma carte dei doveri. Un diritto infatti non indica nulla su chi deve fare cosa, ma un dovere invece è stringente: non hai rispettato un dovere? Eccotene il conto. Certo le carte dei doveri ci metterebbero all’angolo e forse è proprio per questo che non le desideriamo. Amiamo sentirci dire “hai il diritto di essere amato”, ma è troppo duro per noi sentirci dire “hai il dovere di amare gli altri”. Ma se uno ha il diritto di essere amato significa che tutti gli altri hanno il dovere di amare. Solo che nel primo caso ci nascondiamo dietro al dito, dietro all’accusa “non mi amano”, mentre nel secondo saremmo costretti a dire a noi stessi “sono cattivo perché non amo”.

Dici “non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato”, colpa degli altri insomma, ma dimmi è il mondo con un figlio morto ammazzato che invece doveva essere consegnato a coloro che ti hanno cresciuto? E non è forse la stessa colpa originale che ha creato questo mondo, questo mondo di persone che pensano prima a sé, prima ai loro “diritti” che ai loro doveri? Tu volevi una soluzione magica, una soluzione che venisse interamente dagli altri, che salvasse il tuo destino. Ma noi miserabili (come ci definisci, ma con un termine più volgare alla fine della tua lettera) dovremmo sapere che non c’è alcun mondo dovuto, che siamo tutti nel fango a lottare e a combattere e sai perché? Perché è un nostro dovere, perché siamo stufi di questi danni schifosi che i “diritti” hanno fatto, perché non sarò io a consegnare ai miei figli un mondo ancora peggiore. Poiché se è vero che a loro non è dovuto nulla da questo mondo indifferente, è anche vero che io ho il dovere di cercare di farli stare un po’ meglio, non perché qualcuno mi obblighi, ma perché è ciò che desidero.

Pensi di essere l’unico nel pantano? Pensi che gli altri non sappiano cosa si prova ad alzarsi ogni mattina e a chiedersi cosa si potrà dare oggi alla propria famiglia? Se ci sarà il pane per tutti e per sé stessi? Pensi di essere l’unico a non potersi permettere le ferie, o il riscaldamento o i vestiti? Pensi davvero di essere così speciale? Così diverso dagli altri? Io non ti giudico, non so nulla di te oltre a quello che scrivi, ma se la tua lettera vuole essere un manifesto o anche solo un grido io la rigetto. Non sei speciale, non più di tutti noi che abbiamo avuto la fortuna di avere una preparazione superiore alle nostre possibilità anche se ora dobbiamo abituarci ad una vita al di sotto del più basso dei limiti. Siamo noi trentenni che abbiamo potuto toccare vette culturali come solo pochi eletti in precedenza, ma che ora dobbiamo faticare per pochi spiccioli, per garantire a noi stessi quel poco che serve per vivere.

“Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.”

O povero, quest’epoca si permette di accantonarti! Come può mai? Una persona così speciale! Lo dico con un’amara ironia perché non posso sapere quanto eri speciale, ma posso sapere che per quanto uno sia speciale, fosse anche il più alto dei genî, non gli spetta nulla. La vita va conquistata, lo spazio non ci è dovuto, è una lotta di carne e sangue. Tu credi davvero che le persone che hanno uno spazio siano le migliori? Sono semplicemente le più tenaci, le più attaccate alla vita, quelle con il morso più saldo. Ho visto decine di persone mediocri arrivare al successo perché non hanno mai mollato e ho visto persone geniali castrare se stesse e piangersi addosso. La vita non ci deve nulla se non lo spazio che ci ritagliamo, e a volte, purtroppo, nemmeno quello.

Sei stufo dici, e probabilmente questa è l’unica verità profonda che leggo nella tua lettera. Sei stufo e ti sei arreso, non è disonorevole, lo capisco. Però la colpa non è del mondo, non è di nessuno, perché la vita è così: colpisce sempre più forte. La nostra generazione, non tutta ma in gran parte, ha sempre amato Rocky nonostante gli intellettuali lo schifassero, ora si possono vedere tanti significati in questo, ma probabilmente la realtà è che queste persone che vivevano senza sforzo non riuscivano a capire il dramma della nostra generazione. Noi però sentivamo che quella sofferenza, quella voglia di affermarsi erano reali.

Una cosa non perdono alla tua lettera: la sua impostazione, l’evidente voglia di essere un manifesto. No, suicida, non è il mio manifesto e non lo sarà mai come non lo sarà per tanti altri come me, tuoi coetanei, che vivono in un pantano esistenziale, ma che lottano e combattono per esserci ancora, perché il mondo non gli deve niente, ma loro devono tanto al futuro di coloro che amano.

Addio suicida, che questo tuo ultimo estremo gesto possa non aver ucciso la tua anima. Se ci fossi stato forse, prima o poi, avremmo potuto combattere assieme.

 

La via del cristiano

Una stella cometa che procede verso il futuro.

È inutile nascondersi dietro un dito. Oggi, salvo poche rarissime e fortunatissime eccezioni, il cristiano è solo. Parlo di una solitudine sociale non spirituale; come specificai in un articolo, la vera Chiesa dei Santi non ci abbandona mai.

Ammettiamolo: oggi quasi nessuno crede più. I sacerdoti spesso ignorano il catechismo, gli ecclesiastici rinnegano la fede, i fedeli sono sordi ai vangeli. Chi prova faticosamente ad essere servo di Cristo trova ostacoli straordinari, il più delle volte da parte di coloro che si professano credenti. È una situazione che probabilmente i Santi del passato non hanno mai visto, non almeno in questa maniera. Al giorno d’oggi il nemico dell’anima è più spesso il prete di quanto non lo sia l’ateo. Nessuno crede più a quei duemila anni straordinari che hanno forgiato la Chiesa, tutto viene distrutto e nulla più ricostruito. Fortunatamente ci sono ancora delle eccezioni sia fra i laici che fra i sacerdoti, ma proprio coloro che fanno parte di queste eccezioni capiranno al meglio il mio articolo e sono sicuro che non si rammaricheranno delle mie parole.

Per anni ho sofferto di questa situazione.

Chi prova a seguire il Vangelo deve prima di tutto bere alle fonti dell’acqua pura. Oggi cercare un libro causa sgomento: difficilmente troverete gli scritti dei Santi, o dei Papi, men che meno dei Dottori della Chiesa, troverete per lo più libruncoli che ci parlano di questo o quel santo, di questa o quella dottrina, ma sempre evitando accuratamente di darvi da bere la fonte originale. Troverete pseudo-teologi che vi insegneranno come vivere in Cristo al posto di coloro che la Chiesa ha riconosciuto come Santi. Raramente troverete qualche opera originale per cifre straordinarie, in rarissimi casi accessibili. L’Italia, il paese del Papato, non ha sacerdoti che traducano il tesoro inestimabile della Cristianità e, nei pochi casi in cui ciò succeda, pesanti diritti d’autore impediscono la diffusione di testi che dovrebbero essere discussi ogni giorno e dovrebbero essere guida ai nostri passi. Il Nemico vuole assetarci, ci offre il fango per farci morire nell’arsura.

Tuttavia in realtà non serve molto: oltre ai Vangeli e al Catechismo, i Dialoghi di San Gregorio Magno, Papa e Dottore della Chiesa, potrebbero già essere sufficienti (eccoli qui in un’edizione in due volumi: uno e due, consiglio ovviamente di concentrarsi sullo scritto di San Gregorio Magno e tralasciare prefazioni e note). Certo sarebbe bello accedere a molto altro, ma come detto spesso la conoscenza ci è preclusa. In ogni caso questo è solo l’inizio del problema poiché quando ci rivolgiamo ai Santi ci rendiamo conto che benché il loro insegnamento sia solidissimo e intramontabile, la realtà è che tutti loro hanno vissuto in un mondo profondamente diverso dal nostro. Difficile definire esattamente il punto della questione, tuttavia il nostro è un mondo che elogia in maniera assoluta l’egoismo individuale al punto tale da tentare di fare di ogni individuo il centro di un culto luciferino in cui il bene è solo ed esclusivamente il bene dell’io a discapito del bene di tutto e di tutti gli altri. Non si può negare che il Pagano sentisse a pelle la grandezza del Cristiano e che, seppur magari odiandolo, ne percepisse la bellezza ed il carisma. In seguito non si può negare che la Chiesa, anche nella sua manifestazione terrena, percepisse fortemente l’importanza della Rivelazione e che solo con timore reverenziale riuscisse ad avvicinarsi al Sacro. Per questo anche se ci furono errori ed incomprensioni alla fine, riconosciuta la Verità, chiunque si ritraeva e ossequiosamente La riveriva. Per questo l’eterno Nemico ha pianificato la rovina dell’Adunanza di Cristo agendo su due fronti.

Da una parte ha vaccinato gli uomini alla grandezza, li ha resi immuni al carisma, li ha svuotati di ogni ambizione al bello, di ogni stupore davanti al mondo, di ogni fede in qualcosa che ci supera (fosse fede materiale o spirituale poco importa). Quante volte oggi non solo aborriamo il bello, non solo dubitiamo del buono, ma proprio ci troviamo indifferenti di fronte alle scene che pure dovrebbero toccare il nostro cuore nel profondo? Eccoci così ad esclamare: La maternità? Un scocciatura. L’onore? Una becerata. L’amore? Un sentimento. Si può pensare che per il Nemico l’individualismo sia un fine, lo è, ma è anche molto di più. L’individualismo è ciò che ci rende incapaci di relazioni e di grandezza. Svuota l’uomo da una parte della sua capacità di ambire a qualcosa che lo superi, a qualcosa che sia più della semplice pagnotta, e dall’altra svuota l’uomo della capacità di amare e quindi non solo di essere propriamente umano, ma pure di amare Dio e di elevarsi.

Sull’altro fronte l’Antico Avversario ha neutralizzato la Chiesa terrena in maniera tale che non potesse in alcun modo risvegliare l’uomo assopito nel sogno individuale. E come lo ha fatto? Distruggendo la Fede, certamente! Ma questa è una risposta troppo facile; la distruzione di una Fede così solida da oltre duemila anni è passata attraverso la sua neutralizzazione, il suo distacco dal sacro. I preti hanno piano piano iniziato a pensare, o se non altro a sentire, che non ci fosse un reale presenza di Dio. Che certo il Vangelo è un bel libro, scritto bene per carità, ispirato da Dio, non sia mai, però un po’ limitato, correggibile ecco. E per mostrare che non farnetico vi invito ad aprire una qualunque bibbia della prima metà del Novecento: troverete quattro volte il titolo “Il Santo Evangelio di Gesù Cristo, secondo San …” che sostituisce il nostro moderno “Vangelo secondo…”, una piccolezza che distingue però un libro ritenuto Santo scritto da un autore Santo, da un libro scritto. Gli esempi potrebbero essere molteplici, ma proseguiamo con il nostro discorso. Il prete perso il senso del Sacro, persa la presenza del Signore, ha iniziato a dubitare non solo di tutto quello che fa, ma soprattutto della sua missione. Salvare le anime pareva un discorso così insensato, così… vuoto. Meglio occuparsi dei problemi sociali, problemi concreti che toccano i popoli. Fu così che la fede si svuotò e scomparve. È per questo che oggi quasi nessun prete riesce più a capire gli insegnamenti di Cristo: convivere? E che sarà mai!?! Abortire? Scelta individuale! Trombare? Come si può pretendere il contrario? anzi proprio meglio non parlarne. Tuttavia il prete che smarrisce il sacro e che si ritrova a concepire il mondo come un posto dove chiaramente egli stesso è assolutamente inutile sviluppa una nuova rigidità tutta propria nei confronti di chi, quel Sacro, lo possiede ancora. Come osano costoro parlare ancora di Inferno e Paradiso? Come osano costoro parlare di Carità e Giustizia? Come osano costoro dimostrarmi, sbattendomelo in faccia, che si può essere migliori di come io sono? Che si può credere ancora in quel Cristo rivelato? Anatema! Così la Chiesa è diventata, parafrasando Dante, “non donna di province, ma bordello!”. Da una parte, questa nuova chiesa “sociale”, ha iniziato a spalancare le proprie porte a coloro che la volevano distrutta e che con essa volevano distrutto il Salvatore (come se questo proposito potesse mai avere un senso o una speranza di vittoria), dall’altra ha iniziato ad emarginare coloro che si affidavano a Gesù Cristo così come ci è stato rivelato.

Che fare dunque?

Etiamsi omnes, ego non. (Anche se tutti, io no)
Per prima cosa coerenza. Anche se tutti abbandonano la via, anche se perfino il sacerdote ci vuole spingere a compiere il male, noi non lo faremo. Chi conosce i Vangeli e l’insegnamento immortale della Chiesa ci si deve attenere. Nessuna autorità è superiore a quella di Dio e nessuno può mutarla.

Pauci, sed boni. (Pochi, ma buoni)
Per seconda cosa fortificare la nostra famiglia. Noi non siamo responsabili per tutti, ma siamo responsabili per le nostre famiglie. Quindi assieme ai nostri famigliari costruiamo una roccaforte cristiana. Divorzi, peccati contro natura, aborti sono una costante di questa società, ma noi non siamo responsabili per essa se non in maniera molto limitata. Per questo dobbiamo vigilare sulle nostre famiglie, perché il Male non trovi chi divorare. Quanta tristezza quando finti-cattolici fanno proclami pubblici vivendo privatamente in peccato mortale: tutti pecchiamo, ma chi crede in Dio non persevera e non ostenta la causa della propria rovina.

Age quod agis. (Fa ciò che fai)
Per terza cosa non smettere mai di migliorare. In un mondo che non ci dà quasi alcuna indicazione su come vivere la fede dobbiamo continuare a interrogare noi stessi e a studiare al fine di fare bene ciò che facciamo. Poi dobbiamo continuare a migliorare il nostro agire, a smussare ogni piccolo difetto. L’aiuto che non ci viene dall’esterno dobbiamo sopperirlo con l’impegno fiduciosi che, se nel nostro impegno ci sarà errore, Dio sopperirà con la propria Misericordia.

Motu proprio. (Di propria iniziativa)
In un mondo incerto, dove è difficile trovare consiglio e giudizio secondo la volontà del Signore, i primi giudici del nostro comportamento siamo noi stessi. Troppe volte sacerdoti o laici giustificano il male e troppe volte sacerdoti o laici condannano il bene. Basandoci su quanto abbiamo studiato noi siamo i nostri primi giudici e siamo noi i responsabili delle nostre mancanze. Anche se nessuno lo sa io non verrò meno alla mia parola, non trascurerò i miei doveri e non mancherò di fedeltà al Signore. Spesso cerchiamo negli altri una giustificazione per la nostra affezione al male, invece dobbiamo essere giudici intransigenti delle nostre azioni.

Desidero concludere ricordando che solo nella Chiesa Cattolica ci sono i Sacramenti con efficacia reale per la Salvezza. Tutto ciò che è stato detto va inteso senza mai dimenticarlo. Extra ecclesiam nulla salus. (Fuori dalla chiesa nessuna salute). Soprattutto per noi che abbiamo ricevuto la Rivelazione allontanarsi dalla Chiesa è pericolosissimo e gravissimo. Stolto chi spera di salvarsi in maniera straordinaria quando rifiuta esplicitamente la salvezza ordinaria che nostro Signore a messo sulla nostra strada. Anche se alcuni sacerdoti sbagliano non si può revocare la fedeltà, semplicemente rigettiamo l’errore prima di tutto nelle nostre vite private e poi, solo se opportuno e non controproducente, valutiamo attentamente come agire nella vita pubblica. I Santi sono prima di tutto testimoni nella vita e San Benedetto preferì andarsene dal monastero dove lo volevano uccidere piuttosto che dare a quei reprobi un’occasione in più per peccare.

Questo discorso è stato qui appena abbozzato. Il libro che ho scritto anni fa, e qui disponibile gratuitamente, è molto teorico. Personalmente lo reputo importante per gettare le basi della Fede, ma quello che vorrei fare da ora in poi è svilupparlo in senso pratico. Perché è vero che anni fa mi sono convertito, ma da allora la sfida è stata provare costantemente a vivere il tutto nella mia vita. Se vorrete stare ancora con me, cercherò di aggiornarvi sui progressi, provvisori e precari, che ho conquistato.

Buon Santo Natale,

BiancoFulmine

L’omosessualità non esiste

Gay

Questo titolo, volutamente provocatorio, vuole aprire una riflessione sull’amore e sul matrimonio. Quando durante la cerimonia dissi alla mia sposa in divenire queste parole: “con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita” la mia vita cambiò. Quello che mi sconvolse è che promettevo di amare un’altra persona tutti i giorni della mia vita. Promettevo di amare. Ora, se l’amore è qualcosa che si può promettere ciò significa solo una cosa: l’amore è scollegato da qualunque emozione, è un atto di volontà (potete forse promettere di emozionarvi quando vedrete una determinata cosa? O potete forse promettere di non essere più tristi? O di non avere mai più un brivido incontrollato?). Come dicevamo l’amore è qualcosa che si promette, è un puro atto di volontà. Amare una persona significa prendersi cura di lei, rispettarla, onorarla. L’amore non ha nulla a che fare con l’innamoramento e nemmeno con la piacevolezza o la simpatia (benché spesso da questi sorga quello). L’amore è una scelta.

Per questo io posso promettere che amerò sempre mia moglie. Significa forse che non proverò mai più attrazione per nessun’altra? Assolutamente no. Significa piuttosto che quell’attrazione andrà in secondo piano in ogni mia azione e che sempre onorerò la mia sposa. Anche se gli eventi dovessero allontanarci, anche se il destino dovesse essere crudele con noi.

È nella natura dell’uomo provare emozioni mutevoli. Se l’amore fosse collegato ad esse, non avrebbe fondamento, non avrebbe certezza. Ed, infatti, in una società come la nostra che avvalla disgustosamente l’equazione amore=emozione non esiste più stabilità né grandezza. Posso essere sicuro io che in futuro non proverò attrazione per altre donne o, perfino, per quanto ora questo mi sembri impossibile, per altri uomini? No. Gli esseri umani cambiano, la loro emotività è spesso in balia delle più oscure correnti. Posso essere sicuro io che in futuro amerò sempre mia moglie nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia per tutti i giorni della mia vita? Sì. Perché ciò dipende solo dalla mia volontà, dalla fedeltà ad una promessa.

Al giorno d’oggi si fa molta confusione sul significato del matrimonio proprio perché da una parte ci sono coloro che vedono nel matrimonio un patto “con cui l’uomo e la donna stabiliscono tra loro la comunità di tutta la vita, per sua natura ordinata al bene dei coniugi e alla procreazione e educazione della prole” (cfr. CCC 1601), mentre dall’altra ci sono coloro che vedono nel matrimonio esclusivamente la pubblicizzazione di un’emozione.

Ora, se il matrimonio è solamente il fatto giuridico che rende pubblica l’esistenza di un’emozione fra due persone allora per forza di cose il matrimonio può finire (nessuna emozione è immutabile), per forza di cose il matrimonio può essere fra chiunque provi per qualcun altro un’emozione (esiste forse un’emozione che vale più di un’altra? E se anche esiste come soppesarla?), per forza di cose il matrimonio può essere persino fra gruppi di soggetti o fra esseri umani e soggetti differenti. Poiché in tutti questi casi esiste una vera emozione, che veramente tocca il cuore degli uomini e che incide sulle loro vite. Tuttavia questo matrimonio non ha alcun senso, se non l’ostentazione pubblica di un’emozione privata. È un matrimonio privo di valore sostanziale e ripieno di valore formale.

Io amo molte persone nella mia vita e mi prendo cura di loro. Spesso questo amore è partito da, o ancora vive in, un’emozione. Tuttavia non ho bisogno di sposarle per dimostrare qualcosa. Io so che le amo. So cosa dono loro. Una di queste persone è mia moglie, con lei abbiamo affrontato un progetto di vita diverso: abbiamo deciso di aprirci alla vita, alla possibilità un giorno di avere figli. Questo non significa che lei sia l’unica persona che amo, non significa che non ami altre persone, maschi e femmine. In questo senso mi piace riportarvi il video del discorso di Terence Hill al funerale di Bud Spencer, come potete sentire dal video Terence Hill dice (al presente) “ci rispettiamo e ci amiamo”.

Forse che l’amore che i due provavano l’uno per l’altro deve valere meno di altri amori? Certamente no. Eppure loro non hanno sentito il bisogno di mettere in scena un “matrimonio” per pubblicizzare il loro amore.

Per questo dico provocatoriamente nel titolo che l’omosessualità non esiste, esistono tendenze omosessuali più o meno esclusive, più o meno radicate, più o meno forti, ma alla base esistono semplicemente esseri umani che decidono come vivere le proprie vite. C’è chi capisce che l’amore può essere donato a tanti e che l’esclusività del matrimonio non consiste in un’emozione, ma in un progetto di vita che guarda ai figli, e chi invece equipara l’amore ad un’emozione e, facendo questo, svuota il matrimonio di tutto il proprio senso.

Perché il Cattolicesimo ha perso la guerra, ovvero perché i Cattolici sperperano le proprie energie

Casa di PavlovIn questo periodo sembra che i Cattolici stiano prendendo un po’ più forza, che finalmente il grande popolo della Chiesa abbia alzato la testa. Non è così. Anzi si può dire che le ultime mobilitazioni, anche se esemplificative di un popolo che esiste ancora e che probabilmente è ancora maggioranza, siano il simbolo della fine della guerra. Con una sconfitta. Tante energie potrebbero forse essere parte di un nuovo inizio, ma ciò sarà impossibile senza capire fino in fondo l’essenza di questo conflitto.

1. La metafisica è tutto

Esiste un inganno fondamentale alla base di tutto. Si tratta anche di uno dei temi più complessi e quindi più difficili da comprendere, ma è necessario che chi vuole combattere coscientemente in prima linea capisca a fondo la questione. Il punto è il seguente: non si può ragionare con tutti. Per un semplice motivo: la ragione è un mezzo eccellente che parte da un punto A e ci porta ad un punto B in maniera coerente, rigorosa e giustissima. Tuttavia proprio perché è un mezzo per procedere coerentemente e per valutare la coerenza interna di un ragionamento, essa si fonda sempre su una metafisica. Per questo motivo se l’interlocutore non accetta le basi metafisiche del discorso con lui non è possibile ragionare. E, badate bene, quando parlo di metafisica non intendo necessariamente cose complesse, ma soprattutto cose semplicissime come il principio di non contraddizione che è da molti negato a parole (essendo impossibile negarlo nella pratica). Quindi non è possibile ragionare con tutti.

2. Focalizzare l’obbiettivo

Immaginate una torre d’acciaio in fase di costruzione ed immaginate al contempo che un gruppo di persone vogliano abbatterla. Immaginate ora che queste persone possano togliere alla torre 5 travi ogni giorno e che il costruttore possa porne 6 ogni notte. Infine immaginate che ogni piano di questa torre immensa poggi esattamente su 6 travi. Ora queste persone sarebbero sommamente stolte ad eliminare ogni giorno le travi dell’ultimo piano in fase di costruzione perché ogni 6 giorni il costruttore avrebbe ottenuto un nuovo piano (6 giorni equivalgono a 36 travi messe e a 30 travi tolte). Cosa dovrebbero fare allora? Semplicemente dovrebbero togliere 5 travi dalla base della torre, in maniera tale da far collassare la torre sotto il suo stesso peso. Così in un giorno cadrebbe la torre costruita in anni. Ora questa è un’analogia che non si discosta dal vero. Prendete i tempi contemporanei: i Cattolici lottano per evitare adozioni agli omosessuali e sono indifferenti ai bambini che muoiono nei grembi delle madri a causa dell’aborto. Così nel tempo i bambini muoiono e gli omosessuali trave per trave spostano la lotta. Così mentre non volete le adozioni ottenete le unioni civili, in futuro mentre non vorrete la pedofilia otterrete le adozioni. E si continuerà così per molto tempo. Non si può essere Cattolici ad interessi alterni! La dissoluzione del matrimonio è più grave dei “matrimoni” omosessuali e la morte degli innocenti è più grave della dissoluzione dei matrimoni. Quindi come mai la priorità dei Cattolici non è invertita? Prima l’aborto, poi il divorzio e infine le unioni degli omosessuali. Tuttavia nessuno oggi manifesta contro l’omicidio dei bambini, così come nessuno osa nemmeno lontanamente manifestare contro la dissoluzione della famiglia, tutti però a manifestare contro le unioni degli omosessuali. Così si attacca l’ultimo piano della torre e fra sei anni si dovrà attaccare il piano dopo senza mai fermare la costruzione. I Cattolici come buoi, dietro a discutibili capi popolo, si scagliano contro i mignoli e lasciano intatto il cuore.

Potrei anche azzardare una previsione: l’adozione dei bambini adesso non passerà, verrà bloccata e questo sarà presentato come una grande vittoria, però passeranno le unioni fra omosessuali come inevitabili; “tanto i bambini sono in salvo” ci diranno e intanto una nuova trave sarà posta. Basterà ancora aspettare qualche anno ed in futuro le adozioni passeranno in cambio di un male peggiore momentaneamente sventato. È così che si ammazzano i tori nelle corride.

3. Non tradire sé stessi

Ora immaginate che, continuando con l’esempio precedente, delle 5 travi che i Cattolici possono rimuovere ogni giorno dalla satanica torre una sia effettivamente rimossa, una venga lasciata perché una parte degli operai crede che il “progresso” sia positivo, un’altra venga lasciata perché i costruttori della torre sbagliano certamente, ma forniscono anche ad alcuni operai un lauto stipendio, un’altra venga messa di traverso in modo che sostenga l’attuale torre ma non sia d’appoggio al piano successivo, perché è tanto importante dialogare, l’ultima infine sia messa in maniera tale da non nuocere né favorire l’avanzamento della torre perché ciò che abbiamo conquistato fino ad adesso è un progresso, non si può sperperarlo! Così sarebbe impossibile danneggiare in qualche modo la torre, anzi la torre procederebbe alla velocità di più di un piano al giorno. Questa è la realtà dei Cattolici: interessi terreni e buonismo hanno disperso il gregge ed ora la Chiesa è dilaniata al suo interno ed in balia dei costruttori. Basta pensare:

  • Ai sacerdoti, anche di grado altissimo, che abbandonano il proprio gregge, chi per interesse, chi per paura di apparire avulso al mondo. Così abbiamo sacerdoti che esaltano eretici, pagani, infedeli ed apostati e attaccano e picchiano buoni credenti. Abbiamo coloro che esaltano cose malvagie e sminuiscono cose preziose, infangandole e cancellandole. Abbiamo coloro che aprono le porte alla falsità e rinnegano la verità. Guai a tutti costoro, perché, innalzati sopra gli altri, sentiranno più violentemente la caduta.
  • A coloro che pur dicendosi credenti non accettano la fede così come ci è stata tramandata. Costoro si reputano più intelligenti e migliori di tutte le menti che ci hanno preceduto negli ultimi duemila anni. In realtà propagano solo vecchie eresie e fanno marcire il corpo della Chiesa.
  • A coloro che pur dicendosi credenti non accettano obbedienti la sottomissione ai propri superiori e producono scismi. La Storia ci ha insegnato che un Papa, così come un vescovo od un sacerdote, non sono necessariamente Santi. Tuttavia solo da loro riceviamo la Santa Comunione e la Confessione per il perdono dei nostri peccati. Così abbiamo il dovere di difendere la sana dottrina, ma non abbiamo alcun diritto di creare scismi o di affrancarci dall’autorità della Chiesa.
  • A coloro che lasciano entrare nel sangue della Chiesa i suoi nemici. Costoro preferiscono Budda a Gesù, Osho a Sant’Agostino, il Talmud alla Summa, il Dalai Lama a San Gregorio. La verità è una sola.

Quando i Cristiani smetteranno di tradire se stessi? Quando smetteranno di distruggere la fede cattolica? Quando smetteranno di tradire l’alleanza che Dio ha voluto?

4. Non essere orgogliosi

Esiste una condizione drammatica nel Cattolico d’oggi ed è l’addestramento all’orgoglio che ci viene fatto da questa società. Il cristiano orgoglioso non accetta l’insegnamento dei sapienti, non accetta la parola dei vicari, rinnega le Scritture ed è immune al carisma. E, se non si accetta più il carisma dei Santi, non si accetta la testimonianza, e senza testimonianza non v’è fede. Fino a che uno pensa di essere il migliore non è aperto alla verità e per lui la verità è un’estranea.

5. Ricordare la natura della propria armata

Infine uno dei punti fondamentali che ha spinto l’esercito in rotta è questo. Ben pochi Cristiani paiono ricordare la natura della propria armata. Le nostre armi sono la preghiera ed il digiuno. I nostri soldati sono gli angeli e i testimoni. La nostra forza è Gesù Cristo. Se non torniamo all’essenza della nostra forza perderemo sempre: non se mai visto un esercito vincere senza armi.

Possa Dio salvare l’umanità.

Don Gino Flaim e il gravissimo problema dell’analfabetismo funzionale

Io sto con Don Gino Flaim. Vediamo perché.

[Trascrizione integrale e precisa]
I:
[TAGLIO] Secondo lei il problema dell’omosessualità nella Chiesa è un problema reale? C’è?
Don Gino Flaim:…mah… non lo so… io… la pedofilia posso capirla, l’omosessualità non lo so.
I: In che senso posso capirlo? (incomprensibile) che esiste?
Don Gino Flaim: Per… ehm… perché io sa ho fatto tanta scuola, no? I bambini li conosco. E purtroppo ci sono bambini che… asp.. ah… cercano affetto. Èh, perché non ce l’hanno in casa e magari se trovano qualche prete… mg… può anche cedere, insomma. Perché lo capisco questo.
I: Cioè-che-quindi-praticamente sono un po’ i bambini che…
Don Gino Flaim:… mg…. buona parte sì.
[TAGLIO]
I: quindi le accuse sono ingiustificate verso la pedofilia…
[TAGLIO]
Don Gino Flaim: …accusa, un peccato! E come-e-come e come tutti i peccati vanno accettati anche.
I: E per quanto riguarda l’omosessualità invece mi diceva?
Don Gino Flaim: Non ho conoscenze dirette. Non saprei dire, no. [TAGLIO] Che ci siano non mi faccio meraviglia, no. Perché la Chiesa è una comunità di peccatori.
I: (flebile) Ah, sì.
Don Gino Flaim: Per niente Gesù Cristo è morto per i peccati. [TAGLIO] Anche qui non so perché, perché le malattie son… eh… vengono. Vengono le malattie.
I: Cioè l’omo-l’omosessualità è una malattia?
Don Gino Flaim: Ah, credo proprio di… (pausa) penso di sì. [TAGLIO] No, chi vive in questa situazione…qé-mmm-om… pedofilia o omosessualità o che, penso che… eh… dentro dentro…sh…eg… provi una stina certa sofferenza perché sì, penso! Perché si vede un po’ diverso dagli altri. Cerca…cerca in tutti i modi di di di di venirne fuori perché è umano questo. [TAGLIO]

Se la maggioranza delle persone fosse intelligente, cioè capace di comprendere la realtà questo articolo non sarebbe mai stato scritto. Purtroppo è un’evidenza che le persone, in gran parte, non sono capaci di comprendere un testo, nemmeno semplice, né di capire un dialogo. Generalmente questo tipo di persone ragionano per parole chiave. Appena in un testo leggono una parola chiave credono di aver capito il significato del testo indipendentemente da quello che realmente c’è scritto. Un po’ come se, vedendo una pozza d’acqua con il cartello “Non potabile”, non riuscissero a capire il messaggio nell’insieme e bevessero avendo letto la parola “potabile”. Ora, questo sarebbe in parte comprensibile in persone a digiuno di testi e studi, ma quasi sempre questo problema colpisce chi invece si reputa istruito, perché è un problema da una parte legato alla superbia e dall’altra legato dall’egoismo che ci spinge a non voler davvero capire cosa ci viene detto, a non voler mettere in dubbio le nostre categorie preconcette. Se in più aggiungiamo che a volte è la malafede a far volutamente cambiare il senso del discorso ci pare evidente perché in Italia il 99% dei giornalisti che se ne sono occupati hanno completamente travisato Don Gino Flaim, vuoi per superbia, per egoismo, per malafede o per tutte queste cose. Fa schifo una società che attacca senza capire, da una parte solo per infangare la Chiesa e sostenere certe idee e dall’altra solo perché troppo poco intelligente e umile per capire davvero uno scritto. E non ingannatevi, in questo contesto, la mancanza di intelligenza è una colpa perché non deriva da una condizione di nascita ma da superbia ed egoismo, mali che chiunque può debellare e che non la nascita, ma la durezza ha portato nelle nostre vite.

A questo va aggiunta la pusillanimità di molti che sono corsi ai ripari attaccando il Don per far vedere che loro sì sono dei bravi cattolici, di quelli che piacciono al mondo. Il mondo, interessante ricordare fra sé e sé cosa dice, del mondo, il Vangelo.

Anche solo il titolo del servizio avrebbe dovuto smontare qualunque scandalo, mostrando la malafede perniciosa di coloro che hanno fatto questo video. “Il prete che giustifica i pedofili”, ma dove? Don Gino, a cui va tutta la mia solidarietà, non una sola volta dice di giustificare i pedofili. In una domanda relativa al “PROBLEMA dell’omosessualità nella Chiesa” (e quindi si sta parlando di problemi) risponde dicendo che non riesce a spiegarsi questo problema mentre riesce a spiegarsi il problema della pedofilia. Infatti in questo contesto il “capire” la pedofilia non può essere letto che come capire come può accadere nella chiesa il fenomeno problematico della pedofilia. Badate bene è Don Gino che in una discussione sui problemi associa all’omosessualità la pedofilia, è Don Gino che per primo in questa discussione dà per scontato il fatto che la pedofilia sia un problema. E già qui la giornalista, che appare in cattivissima fede (faccio notare agli analfabeti funzionali che ho usato il termine “appare” perché non posso certo conoscere il suo cuore, dunque posso solo dire che il suo comportamento sembra presupporre una cattiva fede), fa un primo sgambetto verbale: Don Gino dice “la pedofilia posso capirlA” e lei ribatte “in che senso posso capirlO?” Capirlo cosa? Il fatto? Ma capire il fatto della pedofilia suona piuttosto differente da capire la pedofilia; anche se non è necessariamente così, capire il fatto è più vicino a livello di senso a giustificare il fatto. Inoltre la giornalista aggroviglia una frase non comprensibile, che però è dominata dalla parola “esiste”, un bel presente. E se Don Gino capisce qualcosa, non che può succedere o che è successo, ma che esiste ora, in questo momento, allora significa che Don Gino non capisce semplicemente perché questa cosa può avvenire, ma la giustifica (è una cosa nel presente  che “esiste” come esiste il sacerdozio od esiste il sole). Vi faccio un esempio per farvi capire. Se dico “capisco che in determinati momenti alcune persone possano ucciderne altre” oppure “capisco che in questo momento quelle persone stiano uccidendo quelle altre”, la sentite la differenza? Nel primo caso capisco le motivazioni, anche se forse non le condivido, mentre nel secondo il mio non intervento ad una cosa che sta accadendo significa che io avvallo quegli omicidi. Inoltre curioso che una giornalista che in altri momenti dell’intervista si è saputa esprimere in modo chiaro, una persona che si esprime di lavoro (sicuramente più di un vecchio prete) proprio in questa domanda non sia riuscita a formulare una frase chiara, ma anzi l’abbia sbrodolata ed accorciata il più possibile.

Don Gino tuttavia continua in perfetta buonafede con il suo discorso, ha detto che capisce le motivazioni che possono produrre il problema della pedofilia nella Chiesa. E imperterrito cerca di spiegare questa sua affermazione. Nel farlo non parte da paroloni o da scenari ipotetici inesistenti nella realtà, parte molto umilmente dalla propria esperienza. Nella sua esperienza ci sono bambini fragili, che hanno problemi in famiglia e questi bambini fragili si attaccano molto ad alcune figure, come ad esempio il prete. Don Gino ha delineato una condizione di fragilità che ha radici nella sua esperienza diretta ed ora spiega perché secondo lui da questa condizione può nascere il problema della pedofilia. Se questi bambini si aggrappano ad un prete sbandato (Don Gino non specifica l’aggettivo ma è chiaro che parla di un prete dalle connotazioni negative, perché dice “magari se trovano qualche prete…” dunque un prete appartenente ad una categoria particolare, quella dei preti che possono cedere, se invece avesse parlato dei preti in generale non avrebbe messo “qualche” ma “un” e probabilmente avrebbe eliminato pure il “magari”) può capitare che il prete ceda. Cioè nell’esperienza di Don Gino è capitato che bambini sviluppassero particolari legami di dipendenza e affetto rispetto a figure particolari estranee alla loro famiglia, Don Gino capisce che se questo legame è nei confronti di uno sbandato allora può produrre dei gravi abusi. È così anormale capire che se un bambino sviluppa una condizione di dipendenza nei confronti di un adulto e questo adulto non è retto ciò possa provocare la pedofilia, persino nella Chiesa?

È così che la giornalista un’altra volta vomita le parole molto velocemente rendendole quasi incomprensibili (strano, no?) chiedendo se “sono un po’ i bambini che…”. Notare: un po’, non totalmente, se non ci fosse stato questo “un po’” la giornalista avrebbe incassato un no secco alla domanda “sono i bambini che…”, perché chiaramente l’intenzione di Don Gino non è dare la responsabilità ai bambini, ma delineare una situazione di dipendenza che si forma di frequente. Nella risposta di Don Gino visto quanto detto sopra riecheggia la propria esperienza, lui ha visto situazioni di difficoltà e quindi può dire che buona parte delle volte è il legame di dipendenza nei confronti dell’adulto sviluppato dal bambino a dare mano libera all’adulto negli atti di pedofilia. Perché si vede che Don Gino parla riferendosi umilmente alla propria esperienza? Perché dice “buona parte sì”, ora se il suo parlare fosse frutto di un ragionamento o di un’ideologia egli non direbbe “buona parte”, direbbe “sì” oppure spiegherebbe cosa causa la pedofilia nelle altre parti. Ma visto che il ragionamento deriva dalla sua esperienza egli non può assicurare che non ci siano altri modi, ma può assicurare che, secondo la sua esperienza, molte volte si creano queste situazioni di fragilità in cui il bambino è alla mercé di un adulto, che, se malvagio, può compiere il male.

Ora qui succede una cosa interessantissima: Don Gino ha detto 3 parole e c’è un taglio. Come un taglio? L’argomento è così interessante e il discorso del prete viene troncato? Perché qui e ora? Ma succederà altre volte.

La giornalista chiede “quindi le accuse sono ingiustificate verso la pedofilia…”. Subito usa un “quindi” cioè quello che dice dopo viene presentato come una conseguenza logica. Peccato che ciò che è stato detto subito prima è stato tagliato. Ma ora succede una cosa ancora più incredibile: la domanda è interessantissima, potrebbe scatenare un putiferio e… subito viene effettuato un taglio. Noi non sentiamo la risposta del prete, ma come?!? non doveva mostrarci quanto brutta è la Chiesa? A Don Gino viene ridata la parola a metà di una frase, non si sa cosa abbia detto fino ad allora (nulla di interessante per lo scandalo che voleva creare chi ha diretto il servizio evidentemente), ma ora sta dicendo una cosa da prete. La pedofilia è un peccato. Cioè una offesa a Dio. “E come tutti i peccati vanno accettati anche.” cosa intende Don Gino con questa frase non esplicata? Essendo un prete probabilmente indica più cose (difficile dare una risposta definitiva sia perché manca tutto il contesto che è stato tagliato da La7 sia perché bisognerebbe chiedere direttamente a Don Gino), ma una frase così può avere principalmente questi significati:

  1. Va accettato il fatto che i peccati esistono;
  2. Va accettato il fatto che i peccati esistono nella Chiesa terrena (poiché formata da peccatori, punto su cui Don Gino tornerà poi);
  3. Va accettato il fatto che esistono peccatori che possono essere redenti e che, nel pentimento, possono trovare la Salvezza (sì, può salvarsi anche un pedofilo, e magari puoi andare all’inferno tu che lo giudichi dannato per forza);
  4. Chi compie questi peccati deve piangere il proprio errore, ma deve anche trovare la forza di non cadere nella disperazione e di pentirsi ed emendarsi per essere salvato.

Don Gino poteva voler dire tutte queste cose o alcune o nessuna, ma questa frase con vistosi tagli non può certo essere un giustificativo per la sua condanna o per desumere che egli, in qualche modo, anche lontano, giustifica la pedofilia.

A questo punto il giornalista, apparentemente a caccia di un ulteriore scoop dopo il grande scoop inesistente che sa di avere fra le mani introduce il tema dell’omosessualità. Don Gino candidamente ripete quello che ha detto fin dall’inizio: egli non ha idea di come l’omosessualità sia nella Chiesa, proprio non riesce a capirla, non ha avuto esperienze che lo abbiano aiutato a capire questo punto. E zac! un altro taglio, altre parole perse e ancora Don Gino che, forse rispondendo ad altre parole dette dalla giornalista o che in ogni caso sta portando a termine un discorso che non conosciamo perché chi ha creato il video lo ha ritenuto di scarso interesse ai fini dell’obbiettivo del video, ribadisce che la Chiesa è formata da peccatori.

Qui c’è una cosa interessante, anche se difficile da interpretare: la giornalista annuisce, un debole “sì” si fa strada per i microfoni. Perché annuisce? Non ha davanti un mostro che ha appena “giustificato” la pedofilia? Non ha davanti uno che ha appena detto che gli atti omosessuali sono peccato? Eppure annuisce. Forse voleva incoraggiare Don Gino a continuare, forse il suo sì si riferisce a parole che non abbiamo sentito, magari ad un dialogo pregresso fra di loro. In ogni caso è molto strano, incoerente con la struttura del servizio, una trappola? Un cedimento? Un’esca? Chi può dirlo?

Don Gino con coerenza rilancia il nucleo del messaggio cristiano: siamo tutti peccatori e Gesù Cristo è morto per i nostri peccati. E taglio. Altra frase scollegata dal contesto, Don Gino sta ora parlando del fatto che le malattie capitano. Prima parlava del peccato? Come si collegano le due cose? Possibile che sia stato troncato tutto il discorso? Da Trentino, conoscendo l’uso del termine “malattia” che facciamo noi posso supporre che Don Gino stia cercando di spiegare il sorgere di peccati gravi come la pedofilia e gli atti omosessuali nella Chiesa, ma sono solo ipotesi, possibile che dei giornalisti taglino in questo modo un discorso rendendolo incomprensibile? Solo per ottenere un fine? Quello che possiamo fare è ascoltare questo frammento di frase senza contesto “Anche qui non so perché, perché le malattie son… eh… vengono. Vengono le malattie.” e dire che scollegandolo dal contesto (il taglio ci impedisce di risalire al suo significato vero) non possiamo che concordare con questa frase: nella vita ci accadono delle cose brutte, senza che sappiamo bene il perché, ci capitano e basta e bisogna accettarle. Un giorno mi posso svegliare con la polmonite o con la voglia di uccidere una persona. Come posso spiegare il perché queste due cose di punto in bianco siano capitate a me? Posso provarci, ma mi devo arrendere all’evidenza che non sono padrone del mio destino e che l’unica cosa che posso fare è scegliere il bene. A noi uomini capitano cose spiacevoli senza motivazioni apparenti, le malattie vengono.

L’intervistatrice non si fa sfuggire il passaggio di palla e domanda: “Cioè (anche in questo caso suggerisce una conseguenza usando “cioè”) l’omosessualità è una malattia?”. Ora Don Gino risponde di sì, ma bisogna ben capire cosa intende. Certamente una persona di una certa età in Trentino non usa “malattia” in senso medico, ma lo usa in accordo con il terzo significato che dà della parola il vocabolario Treccani “condizione che altera il benessere psichico di una persona apportandovi turbamento, angoscia, sofferenza: m. dello spirito; la gelosia e l’invidia sono due brutte malattie. Nell’uso fam., fare, farne, farsi una m. per qualcosa, risentirne dolorosamente, provarne un’acuta sofferenza: lui l’ha lasciata, e lei ci ha fatto una malattia; spesso in frasi iron.: puoi anche non venire: non crederai che ci faccia una malattia!; ti prego, non farne una malattia.” Questo è confermato dalla continuazione dell’intervista (dopo ovviamente l’immancabile taglio ché non succeda che Don Gino possa esprimere un pensiero dall’inizio alla fine) dove Don Gino sottolinea il fatto che omosessualità e pedofilia provocano una certa “sofferenza” nel soggetto. Quindi Don Gino esplica il suo pensiero, egli crede (ribadisce più volte “credo” “penso” “penso”) che la condizione di un omosessuale gli produca sofferenza e, solo in questo senso, è una malattia. Questa ultima affermazione è discutibile, è un’opinione del prete (come egli stesso ribadisce), ma non è certo un’affermazione scandalosa. Don Gino specifica anche perché questa condizione provoca sofferenza e la sua spiegazione è che sia perché la persona si vede diversa dagli altri. Una spiegazione forse troppo moderata per un collaboratore pastorale, soprattutto una spiegazione che non tira in ballo Dio o la fede in nessun modo, ma il fatto che nell’identificare l’origine della sofferenza egli sia troppo moderato non è certo uno dei motivi che ha prodotto questo finto-scandalo gonfiato. Don Gino conclude dicendo che l’uomo cerca in tutti i modi di far cessare questa sofferenza, perché è umano provare a farlo.

In conclusione, per quanto si può ricavare da questo video, Don Gino Flaim non è certo un sostenitore della pedofilia, né sostiene che l’omosessualità sia una malattia dal punto di vista medico. Da prete capisce che ci possano essere situazioni di peccato, anche gravissime, sa che non va chiusa la porta ai peccatori, sa che la sofferenza è fuggita dall’uomo e sa che per guarire i nostri peccati è venuto Gesù Cristo. Nulla di scandaloso. Molto di Cristiano. Che gli analfabeti funzionali si mettano l’anima in pace.

P.S.: non conosco personalmente Don Gino Flaim, tutto quanto scritto è basato sul video trasmesso da La7, video che è parso sufficiente a moltissime persone per denigrare immotivatamente un semplice prete.

È lecito per un Cattolico dare la priorità ai migranti cristiani?

Lasciatemi usare un po’ di ironia… quando leggo l’articolo “Accogliere solo cristiani? Non in nome nostro” del direttore di Avvenire Marco Tarquinio, mi scatta la satira. Perché me lo immagino che improvvisamente si sveglia in stato confusionale, ha appena sognato di essere il Papa, e allora ex cathedra fa una cosa che pochissimi papi hanno osato fare e lo hanno sempre fatto con grandissima umiltà e prudenza. Egli però è un Papa diverso e con tono imperioso, un po’ spocchioso, parla a nome di tutta la comunità cristiana. Perfino i gabbiani che volano sopra San Pietro ammutoliscono. Un uomo parla a nome di tutti i singoli Cristiani, conosce il cuore e la verità per tutti. E come Papa illustra anche il Vangelo, o meglio, dice che tutti quelli che non la pensano come lui non lo conoscono. È una prerogativa del Santo Padre in fondo! Ma non basta, improvvisamente anche i poteri di un Papa vanno stretti, egli è solo un uomo, non conosce tutto, non conosce i cuori, ed ecco la fantasia librarlo in aria: ora è Dio. Conosce le anime, conosce quello che il cardinal Biffi e il vescovo Maggiolini intendevano, perfettamente, conosce tutte le loro opere, le loro carità, i loro pensieri e solo può darne la giusta interpretazione. Conosce anche tutti i Cristiani del mondo e sente che tutti, senza eccezioni, permangono nella “volontà di restare nelle proprie patrie” nonostante “difficoltà, discriminazioni e violenze”. Ah, quanto migliori di quei Santi, come San Vicinio, che per fuggire dalle persecuzioni rinnovarono la fede. Ah, quanto migliori i Cristiani di oggi, tutti un blocco, lì, davanti agli occhi di un dio! Come osano invece gli stolti opporsi? Come osano non essere al passo con i tempi? Come fanno a non ammettere che gli uomini (ad esclusione degli Europei scrive nell’articolo) sono tutti uguali (e io, peccatore, che pensavo che tutti gli uomini fossero unici e non ce ne fosse uno uguale all’altro. Che cadano le mura di Gerico su di me!)? Come fanno a non riconoscere che “questa forza civile e spirituale” (non si capisce per struttura del testo se stia parlando dell’annuncio del Vangelo, del coraggio dell’incontro, di entrambi o di qualcos’altro – forse, con un po’ di fantasia si potrebbe dire che sta parlando del sentirsi tutti uguali – ) “non è ingenua” e “non fa selezioni preventive”? Come fanno a non capire che solo essa (questa sconosciuta forza, ma civile e spirituale) può consentirci di governare (a noi uomini) la “convivenza nella diversità” e la “stagione sconvolgente eppure promettente” (ma veramente la storia non insegna questo… ok mi auto-bacchetto) “delle forzate migrazioni” (sono tutte forzate, vergognatevi voi che pensavate che su milioni qualcuno magari non fosse forzato! Fate parte di quegli europei meno uguali degli altri di cui sopra) e “dell’intelligente accoglienza” (è chiaro che qui non si intende che esiste un’accoglienza intelligente ed una stupida, dal testo si desume che esistono delle persone intelligenti che vogliono l’accoglienza senza se e senza ma e degli stupidi – vi ho beccati, sì, parlo proprio con alcuni di voi – che invece vorrebbero ragionarci un po’ su)? Poi per un attimo il direttore d’Avvenire ritorna un piccolo e semplice uomo, ed una debolezza, insignificante per carità, il ricordo al lettore che anche Avvenire compie opere di carità, o insignificante vanagloria davanti alla grandezza dell’aiuto! O felix culpa!

Ma ora lasciamo da parte la stanca retorica supponente propria di un certo modo di approcciarsi alla verità e al mondo e interroghiamoci su un problema concreto: “È lecito per un Cattolico dare la priorità ai migranti cristiani?

Premetto che parlerò da un punto di vista Cattolico senza rivolgermi effettivamente agli Stati o a politiche che gli Stati (ormai tutti scristianizzati) devono o meno intrattenere. Come sempre vi ricordo che sono un semplice fedele, cerco di conoscere tutto quello che posso della Sacra Scrittura e della Sacra Tradizione come interpretate dal Magistero della Chiesa, a loro in tutto mi rimetto e se qualcosa dovesse contrastare realmente con il deposito della Fede è chiaro che ciò dovrebbe ritenersi come nullo ed errato. Fatta questa doverosa premessa iniziamo.

L’amore va dato a tutti. Ciò però non significa che dobbiamo comportarci con tutti nello stesso identico modo. Questo è vero principalmente per merito di due motivi: il primo è che se gli altri non vogliono accettare l’amore non possono essere forzati, il secondo è che verso alcuni abbiamo più responsabilità che verso altri, ed è una mancanza della carità non adempiere alle nostre responsabilità.

Un padre deve al figlio più di quanto deve allo straniero. Così compirebbe peccato il padre che facesse morire il figlio per dare tutto ad altre persone. Il Santo Curato D’Ars soleva dire a proposito “I vostri beni altro non sono che un deposito che il buon Dio ha messo nelle vostre mani: dopo il vostro necessario e quello della vostra famiglia, il resto è dovuto ai poveri”. Da questa responsabilità può conseguire perfino la legittimazione dell’uso della violenza, infatti il Catechismo al numero 2265 dice che la legittima difesa “può essere anche un grave dovere” poiché “la difesa del bene comune esige che si ponga l’ingiusto aggressore in stato di non nuocere”.

La domanda diviene quindi: verso un Cristiano abbiamo qualche obbligo di responsabilità maggiore rispetto a quello che abbiamo verso qualunque altro essere umano? La risposta non può che essere affermativa perché, in virtù dell’adozione per grazia, con gli altri Cristiani condividiamo lo stesso Padre e quindi siamo realmente e attualmente fratelli. Mentre con gli altri uomini condividiamo solamente il medesimo Creatore e quindi possiamo dirci fratelli esclusivamente in senso figurato. Ora è ovvio che abbiamo più responsabilità verso un fratello reale che verso un fratello figurato. Dunque quando moriremo da una parte ci verrà chiesto conto della nostra fratellanza, mentre dall’altra ci verrà chiesto conto del nostro status di creature umane. Ora non importa che si finisca all’inferno per aver mancato verso un fratello o per aver mancato verso una creatura, fatto che rende evidente che il differente status non ci legittima in nessun caso a mancare nella carità. Tuttavia è egualmente evidente che, con risorse limitate, risponderemo anche in virtù della nostra fratellanza perché fra di noi non c’è più né Giudeo, né Greco, ma siamo tutti uno in Gesù Cristo.

La domanda che potrebbe sorgere ora da un lettore è: ma davvero, se la carità è dovuta a tutti, possono esserci disparità di trattamento? A questa domanda possiamo trovare chiaramente risposta guardando al comportamento di Gesù. Gesù, che ama tutti in maniera perfetta, non solo alla fine dei tempi manderà alcuni alla beatitudine eterna e gli altri al supplizio eterno (cfr. Mt 25,31-46, quale altro esempio ci servirebbe se non fossimo induriti nel cuore?), ma anche nel Vangelo aveva un trattamento per i discepoli (“a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato” Mt 13,.11), uno per chi lo ascoltava semplicemente (“parlo loro in parabole: perché pur vedendo non vedono, e pur udendo non odono e non comprendono.” Mt 13,.13) e uno per la generazione perversa che non lo ascolta (“nessun segno le sarà dato, se non il segno di Giona profeta” Mt 12,.39). Perfino la morte in croce del Cristo può essere efficace solo verso chi accetta l’amore di Dio (“nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando.” Gv 15,13-14).

Essere di una fede o l’altra è una scelta personale ma, nel singolo caso della fede cristiana, essa è realmente efficace poiché crea un’unità in Gesù Cristo ed un legame di reale fratellanza. E non ingannatevi: nessuno che nega l’efficacia ha la fede e nessuno che ha la fede nega l’efficacia.

Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo. Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: “Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano”. Ma egli rispose loro: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre”. (Mc 3,31-35)

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I 5 motivi per cui un Cristiano dovrebbe dire no a questa immigrazione

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Prologo

Questo articolo non piacerà a coloro che si rifiutano di usare la ragione e sono schiavi della pancia, fra questi vi sono anche molti Cristiani.

Premessa

A lungo ho pensato che non avrei trattato il tema delle migrazioni per un semplice motivo: parlarne giova molto poco alla nostra vita cristiana e rischia di nuocerle molto. Sì perché commuoversi per qualcuno lontano, che non possiamo veramente aiutare (è lo Stato che decide chi far entrare o meno, le parole dei singoli cittadini sono pressoché inutili) è solo un modo per inorgoglirsi, per sentirsi più bravi degli altri, per criticare e giudicare senza fare nulla di concreto. Per salvarci dobbiamo compiere opere di carità e la carità si dà al prossimo, cioè a chi è vicino a noi, alle persone che possiamo veramente aiutare. Non raramente chi passa le proprie giornate a parlare dell’importanza dell’accoglienza tratta a malo modo chi incontra per strada (non si tratta di accoglienza?) o fa allontanare quelli che non reputa al proprio livello (magari dagli uomini della scorta…). Parlare dell’accoglienza ai migranti è diventato, non raramente, un modo per sfogare la propria emotività senza fare nulla di concreto, anzi alimentando la propria superbia morale a nostro danno. Perché ne parlo allora? Perché per molti sacerdoti ormai questo è diventato il tema principale delle prediche, prediche che mai (o quasi) parlano di anima, ma che spesso parlano di geopolitica in un modo così lontano ed inutile che serve solo a far sentire buoni alcuni e cattivi altri, senza che da ciò possano conseguire atti concreti di carità. I preti che non parlano dell’anima sono la dannazione dei popoli e io, da semplice Cattolico, posso dirlo libero da paure materiali. Quindi scriverne assolve a due funzioni, la prima, fare da ammonimento a coloro che pensano al lontano che non possono aiutare e ignorano il vicino che possono aiutare (fatto assai nocivo per l’anima) e, la seconda, riportare un po’ di razionalità nella questione per vedere cosa davvero è amore del prossimo e cosa non lo è.

Avendo già svolto il primo punto passiamo direttamente al secondo.

Considerazioni iniziali

I due comandamenti di carità:

1. Amerai il Signore tuo Dio,
con tutto il tuo cuore,
con tutta la tua anima
e con tutta la tua mente.

2. Amerai il prossimo tuo
come te stesso.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica:

2241. Le nazioni più ricche sono tenute ad accogliere, nella misura del possibile, lo straniero alla ricerca della sicurezza e delle risorse necessarie alla vita, che non gli è possibile trovare nel proprio paese di origine. I pubblici poteri avranno cura che venga rispettato il diritto naturale, che pone l’ospite sotto la protezione di coloro che lo accolgono.
Le autorità politiche, in vista del bene comune, di cui sono responsabili, possono subordinare l’esercizio del diritto di immigrazione a diverse condizioni giuridiche, in particolare al rispetto dei doveri dei migranti nei confronti del paese che li accoglie. L’immigrato è tenuto a rispettare con riconoscenza il patrimonio materiale e spirituale del paese che lo ospita, ad obbedire alle sue leggi, a contribuire ai suoi oneri.

Analizziamo il  Catechismo

Le nazioni sono tenute ad accogliere se:

  1. Sono più ricche;
  2. Nella misura del possibile;
  3. Lo straniero ricerca sicurezza e risorse necessarie alla vita;
  4. Sicurezza e risorse che non gli è possibile trovare nel suo paese d’origine;

Il diritto all’accoglienza è subordinato a diverse condizioni giuridiche, in particolare (ma evidentemente non solo) al rispetto del migrante di questi doveri:

  1. il migrante deve rispettare con riconoscenza il patrimonio materiale e spirituale del paese che lo ospita;
  2. il migrante deve obbedire alle leggi;
  3. il migrante deve contribuire agli oneri.

Questo è quanto ci suggerisce la dottrina cristiana.

Considerazioni generali

1. Si parla molto di guerre e di migranti che fuggono da guerre e che sono costretti proprio ora, contro la loro volontà, a venire in Europa. Questa posizione sarebbe sostenibile se le guerre in Africa avessero subito un’improvvisa impennata e ci fosse stato un improvviso imbarbarimento dei conflitti. Ciò non è vero: (fonte università di Uppsala, Svezia, che “è considerata la più antica e prestigiosa università della Scandinavia” cfr. Wikipedia)

Morti in Africa in conflitti politici e Stati in guerraLe guerre in Africa non hanno subito un particolare incremento o, meglio, sono state caratterizzate nel corso degli anni da picchi ben peggiori che però non si sono trasformati in ondate migratorie verso l’Europa pari alla migrazione contemporanea. Ricordiamo che l’Africa nel 2013 (prendo questo anno sia perché è l’ultimo di cui si hanno dati definitivi sia perché è stato l’anno di intensificazione del processo migratorio ai livelli di guardia odierni, ricordo che l’operazione Mare Nostrum è iniziata nell’ottobre 2013) aveva circa 1,1 miliardi di abitanti (fonte: Population Reference Bureau), il che significa che in Africa nel 2013 è morta per conflitti 1 persona ogni 101382 per intenderci è come se in Italia fossero morte poco meno di 600 persone in un anno. Tuttavia ad esempio nel 2000 era morta in Africa 1 persona ogni 11496 quasi 10 volte di più! Come se in Italia morissero in 1 anno 5.282 persone (contro le 600 dell’ipotesi precedente). E se rifacciamo i conteggi relativamente al 1994 (popolazione africana di 708 milioni di persone in accordo con l’Enciclopedia Britannica) scopriamo che in quell’anno è morta una persona ogni 3562, quasi 30 volte di più che nel 2013. Come se in Italia, in un solo anno, morissero per guerre 17.000 persone. In questi anni inoltre la popolazione ha subito un forte aumento (con una crescita media di circa il 2,35% l’anno) ma non va dimenticato che l’Africa è uno dei continenti con la minore densità di abitanti per chilometro quadrato pari a 36,40 ab/km² cioè è 6 volte meno popolata dell’Italia e 3 volte meno popolata dell’insieme dell’Unione Europea. Questi dati erano doverosi per fare un semplice ragionamento: le migrazioni africane non sono dovute ad un semplice e naturale movimento di popoli spiegato dal mutare della condizione dei conflitti in Africa, sono piuttosto il risultato di convenienze politiche. Indagare di chi sono queste convenienze non è certo compito di questo blog che mira a fare un discorso morale. Quindi c’è la prima considerazione globale, quando parliamo di queste migrazioni dobbiamo chiederci: chi sostiene e provoca questi fenomeni mira al bene comune? (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica – d’ora in poi CCC – 1910 per il dovere della politica di guardare ad esso). Cioè mira a rispettare i diritti della persona umana (cfr. CCC 2237)? Evita di ridurre le persone con la violenza ad un valore d’uso o ad una fonte di guadagno? (cfr. CCC 2414) Evita di ritenere il profitto come regola esclusiva e fine ultimo dell’attività economica ed evita ogni pratica che riduce le persone a non essere altro che puri strumenti in funzione del profitto diffondendo così idolatria del denaro ed ateismo? (cfr. CCC 2424). Ha a cuore il benessere sociale e lo sviluppo sia di chi migra che di chi già vive nei territori? (Cfr. CCC 1908) Vuole attuare la giustizia nel rispetto del diritto di ciascuno? (Cfr. CCC 2237). Ha a cuore la stabilità e la sicurezza? La sicurezza della società e quella dei suoi membri? (cfr. CCC 1909). Il diritto alla proprietà privata? (cfr. CCC 2401) Infine tutti gli attori che sono dietro a queste migrazioni hanno a cuore la libertà religiosa? (cfr. CCC 2107 – 2109) A chi scrive pare che a nessuna di queste domande si possa dare una risposta affermativa. Lo spostamento pianificato di milioni di persone da culture intrinsecamente differenti risponde a fini oscuri, ma non pare favorire in nessun modo la dignità della persona umana, né nello sradicamento forzato di milioni di persone da un luogo con il miraggio di una vita migliore affatto impossibile né nel minacciare la pace ed i diritti sociali conquistati da altre. Questa migrazione pare anzi favorire lo scontro, soprattutto fra le popolazioni più povere ed ignoranti, senza garantire nessun vantaggio per il bene comune di entrambe le parti. A questo proposito mi piace riportare le parole del Vescovo africano Nicolas Djomo Lola, presidente della Conferenza episcopale della Repubblica Democratica del Congo, così come riportate dall’Osservatore Romano (purtroppo non sono riuscito a reperire il testo originale) “Non fatevi ingannare dall’illusione di lasciare i vostri Paesi alla ricerca di impieghi inesistenti in Europa e in America. […] Guardatevi dagli inganni delle nuove forme di distruzione della cultura della vita, dei valori morali e spirituali. Utilizzate i vostri talenti e le altre risorse a vostra disposizione per rinnovare e trasformare il nostro continente e per la promozione della giustizia, della pace e della riconciliazione durature. Voi siete il tesoro dell’Africa. La Chiesa conta su di voi, il vostro continente ha bisogno di voi”.

Considerazioni particolari

Tuttavia aver determinato la negatività morale dei fini ultimi di coloro che favoriscono questa migrazione di massa non è sufficiente, infatti sarebbe sufficiente che dal loro operato si dipanassero reali benefici per le persone umana per non escludere del tutto la bontà di questo fenomeno.

Coloro che operano ad alto livello a questo progetto di ricollocamento di milioni di vite umane tramite finanziamenti, propaganda, mancati interventi, ecc… si servono di attori che si occupano, per così dire, dell’ultimo miglio, cioè del materiale dislocamento di esseri umani da una costa all’altra del Mediterraneo. Gli attori principali sono due: la criminalità organizzata che gestisce i viaggi e le società che ospitano i migranti a spese dello Stato di arrivo. Qualcuno potrebbe pensare che i veri motori di questi traffici siano questi 2 attori, ma la cosa è piuttosto improbabile. Per prima cosa esistono molti modi per ottenere denaro pubblico e, che la classe politica abbia scelto questo metodo specifico per distribuire grandi quantità di denaro, significa che lo ha preferito a molti altri modi, indice di una volontà a priori di utilizzare risorse per favorire questa migrazione (non si deve per forza pensare alla classe politica locale, potrebbe trattarsi anche di un problema transnazionale). Dunque io escluderei in via prudenziale che il motore ultimo di queste migrazioni siano le grosse quantità di denaro che incamerano le varie società che si occupano di accoglienza (e sono certamente quantità notevoli, nemmeno un albergo ben avviato può essere sicuro di avere le proprie camere utilizzate e pagate per mesi interi senza interruzione e con standard richiesti non competitivi). In secondo luogo lo stesso discorso vale anche, mutata mutandis, per la criminalità organizzata: un affare milionario come quello della gestione dei viaggi sui barconi è tale solo perché chi ha il potere di vigilare non lo applica. In questo modo i barconi possono partire con una sufficiente garanzia di impunità per gli organizzatori, ben diverso sarebbe il caso in cui, ad esempio, forze di polizia pattugliassero le coste ed il mare. Anche qui emerge una volontà da parte di alcuni soggetti di lasciare mano libera ai trafficanti di uomini. In questo modo mafie che potrebbero ottenere illegalmente il denaro in altri settori si spostano su un business meno pericoloso e più redditizio: le migrazioni.

Cerchiamo di analizzare moralmente questi due attori, come abbiamo già fatto per gli strateghi.

2. Partiamo dalla criminalità organizzata. Non si può dire che il loro lavoro sia in qualche modo a vantaggio della dignità umana. I criminali organizzano viaggi senza alcun standard di sicurezza o igiene, abbandonano persone in balia del mare e causano direttamente e indirettamente la morte di centinaia di uomini. Inoltre come dimostrato da varie inchieste spesso privano gli uomini della libertà e sempre chiedono cospicue fonti di denaro, ma su questo ultimo punto torneremo in seguito.

3. Le società che prendono i contributi statali per ospitare i migranti sicuramente forniscono un servizio di alto profilo umano, quindi il giudizio sul loro operato non può essere negativo. Tuttavia il giudizio sulla loro esistenza e sul sostegno dato loro dallo Stato va vagliato criticamente perché:

  • impiegano grandi quantità di denaro pubblico che non può essere utilizzato per alcun altro fine (denaro che, nel caso specifico dell’Italia, deriva da una sproporzionata pressione fiscale nei confronti dei guadagni delle famiglie e delle imprese, fatto che comunque ora non terremo in considerazione);
  • forniscono ogni forma di sostentamento a persone in forze, creando una disparità di trattamento non solo con le altre persone sane, ma soprattutto con le persone povere e indigenti; offendendo gravemente l’uguaglianza fra gli uomini. (cfr CCC 1938)

Il giudizio sul primo punto dipende dalla convenienza morale della presenza o meno del migrante e quindi verrà discusso nei prossimi punti. Tuttavia il secondo punto costituisce una grave offesa all’uguaglianza fra gli uomini e quindi non è moralmente accettabile. Esso deve forzatamente essere rivisto sia per includere tutti gli uomini nelle medesime condizioni di povertà, indigenza o invalidità presenti sul territorio, sia per fare in modo che al migrante venga fornito ciò che è veramente necessario e in linea con gli aiuti che qualunque altro uomo nelle medesime condizioni potrebbe legittimamente ottenere, e otterrebbe, nel medesimo momento.

Dunque il giudizio sull’operato della criminalità organizzata e dello Stato tramite le società di accoglienza non può essere che negativo offendendo in entrambi i casi, anche se in modi differenti e non paragonabili, la dignità della persona umana.

Considerazioni personali

Quanto fin qua detto, pur portando ad un grave giudizio morale contrario ai modi ed ai motivi politici delle migrazioni, non affronta la questione delle singole persone che da una parte emigrano e che dall’altra accolgono. Pertanto se anche questi modi non si emendassero ma trovassimo un vero vantaggio per le singole persone, nel rispetto della giustizia, dovremmo accettare la migrazione come fenomeno positivo e condannare piuttosto i modi che gli eventi migratori odierni. Per questo motivo ora affronteremo la questione parlando dei migranti e degli accoglienti.

Per quanto riguarda i migranti la prima domanda è se essi abbiano il diritto ad essere accolti. Procediamo seguendo il catechismo:

Le nazioni sono tenute ad accogliere se:

1. Sono più ricche;

Sicuramente l’Italia è più ricca delle nazioni africane rispetto al denaro, anche se è mediamente molto più povera di risorse. Quindi la ricchezza finanziaria è maggiore nonostante la ricchezza reale sia minore.

2. Nella misura del possibile;

Questo è un discorso di lana caprina, è molto difficile definire quale sia il possibile. Per questo motivo tralasceremo questo punto.

3. Lo straniero ricerca sicurezza e risorse necessarie alla vita;

Il discorso preliminare sul tasso di morti dovute a cause politiche pari allo 0,001% nel 2013 (vedi paragrafi precedenti), dimostra che i conflitti non sono una grande emergenza in Africa e soprattutto dimostra che la maggior parte delle persone che vengono qui non lo fa perché in fuga da conflitti. Per questo solo una minima parte dei migranti africani rientra a causa della guerra nella casistica dello straniero che ricerca una sicurezza necessaria alla vita. E per quanto riguarda le risorse? Per pagare un viaggio bisogna dare alle mafie una cospicua somma, uno scafista parla di 1500 $ a persona sul sito del Giornale ( http://j.mp/1KorDXf ), mentre la guarda di finanza parla di un costo che va dai 600 $ ai 6500 $ (fonte: http://j.mp/1KiU0qP ). Il PIL pro capite medio dell’Africa è di 3185 $ l’anno, tuttavia in Congo (ex Zaire) il reddito pro capite è di 400 $ l’anno e in ben 9 stati è inferiore o al limite dei 1000 $ l’anno, in altri 18 stati è inferiore o al limite dei 2000 $ e quindi parliamo di 27 stati sui 54 considerati: la metà esatta. Nei 27 stati più poveri dell’Africa il reddito pro capite è di 1205 $ l’anno (i dati di questa sezione sono stati estrapolati da IndexMundi che si basa sul CIA World Factbook). Ricordiamoci che questa misura non indica quanto mediamente incassano le famiglie, ma quanto è la ricchezza prodotta dallo Stato in un anno divisa per gli abitanti, ciò significa che le poche persone che controllano il traffico delle risorse sono detentrici di quasi tutto il PIL e che gli stipendi medi sono molto più bassi del PIL pro capite. Quindi salta subito all’occhio una considerazione: coloro che possono pagare 1500 $ per la traversata non fanno parte della classe indigente, ma della classe media e con quella cifra potrebbero senza problemi aprire un’attività o garantirsi uno standard di vita soddisfacente per un tempo non trascurabile. Per intenderci spendere 1500 $ per un cittadino del Congo equivalerebbe grosso modo a spendere circa 130.000 $ per un cittadino Italiano (considerando il PIL pro capite), senza considerare che in Africa la distribuzione della ricchezza è di gran lunga più a favore dei ricchi e quindi questa cifra è molto più difficile da racimolare per un povero rispetto ai 130.000 $ per un Italiano (in Italia il 20% della popolazione detiene il 61,6% della ricchezza, ma in Africa il 7% della popolazione possiede il 90% della ricchezza, fonti: http://j.mp/1iji5pW (Italia) e http://j.mp/1Me7UgM (Africa)). Per un abitante di uno dei 27 paesi più poveri invece spendere 1500 $ equivarrebbe a spendere 42.000 $ per un cittadino italiano sempre non considerando la distribuzione della ricchezza che rende molto più difficile l’impresa per un Africano. Quindi questi migranti sono persone che mancano delle risorse necessarie alla vita? La risposta non può che essere negativa, è triste dirlo ma i poveri restano a morire in Africa, quella che viene qui è la classe medio-alta che dovrebbe costituire il motore dello sviluppo economico africano. Coloro che mancano veramente delle risorse necessarie alla vita non possono permettersi un costoso barcone e nei rari momenti in cui, per casi fortuiti, riescono ad essere imbarcate solo loro potrebbero, se soddisfano tutte le altre condizioni, avere diritto ad essere ospitate.

4. Sicurezza e risorse che non gli è possibile trovare nel suo paese d’origine;

Difficile svolgere questo punto direttamente non trovandosi in Africa. Sicuramente si possono fare alcune considerazioni indirette. A livello di risorse l’Africa non è seconda a nessuno, non solo per le risorse che tanto interessano agli occidentali, ma anche per le risorse che possono fruttare immediatamente alle popolazioni locali: l’Africa detiene il 17% delle terre arabili mondiali e attualmente si stima che si potrebbero trovare ancora 500.000.000 di ettari di terre adatte all’agricoltura ma non coltivate. Ecco cosa dice Michel Debrand, Direttore di Limagrain Africa, in un’intervista: “I: Cosa vi ha colpito maggiormente arrivando in Africa? MD: Il dinamismo della popolazione, l’entusiasmo, le competenze, l’ottimismo e la giovane età media, tutto il contrario di quanto a volte erroneamente pensato in Europa. C’è un fremito che corre per tutto il paese e il desiderio di vedere decollare l’economia. Molta della popolazione rurale è purtroppo ancora analfabeta e questa è la ragione per cui, ad esempio, Seed Co comunica con i cittadini attraverso la pubblicità alla radio, o con delle pubblicità sui camion che passano per i villaggi.” (Fonte dei dati e della citazione: http://j.mp/1KjoAk3 ). Torniamo al discorso del PIL: i migranti non scappano da Stati che non possono garantire loro le risorse, tutt’altro. Essi si muovono coscientemente verso l’Europa cercando la possibilità di vivere all’occidentale non per necessità ma per bramosia di uno stile di vita che attualmente non è dell’Africa, ignorando volutamente, in quanto classi medio-alte (ricordate i 1500$?), le possibilità che potrebbe dargli la loro terra.

Il diritto all’accoglienza è subordinato a diverse condizioni giuridiche, in particolare (ma evidentemente non solo) al rispetto del migrante di questi doveri:

1. il migrante deve rispettare con riconoscenza il patrimonio materiale e spirituale del paese che lo ospita;

Il che significa che, qualora anche vi fossero tutte le condizioni precedenti, il diritto all’accoglienza viene meno se manca nel migrante il rispetto riconoscente del patrimonio materiale e spirituale del paese ospitante. Ciò significa che ad esempio se il migrante fosse convinto di dovere, per motivi di fede, imporre le proprie usanze e sottomettere l’infedele, o disprezzare le sue usanze religiose, egli in automatico perderebbe il diritto ad essere accolto.

2. il migrante deve obbedire alle leggi;

Qualora quindi il migrante si rifiutasse di rispettare una qualunque legge, compiendo così un atto criminale, dovrebbe, secondo il Catechismo, perdere automaticamente il diritto ad essere ospitato.

3. il migrante deve contribuire agli oneri.

Il migrante per preservare il suo diritto deve rimboccarsi le maniche e contribuire al funzionamento dello Stato.

Analizzati tutti questi 7 punti possiamo concludere che la stragrande maggioranza degli immigrati non ha, secondo morale, diritto ad essere accolta. Ora quello che dobbiamo chiederci è se almeno l’accoglienza, pur non discendendo da un diritto, è conveniente.

4. Cosa significa favorire l’accoglienza dal punto di vista dei migranti? Significa prendere persone di ceto medio-alto e spingerle ad affrontare un viaggio pericolosissimo che con una probabilità piuttosto elevata gli costerà la vita (ricordo ancora come Sabato, un mendicante che conoscevo, mi mostrò sul suo cellulare un video di quando aveva attraversato il deserto con altri aspiranti migranti, il deserto era pieno di cadaveri – a decine in pochi metri – e lui mi raccontava come le loro guide si comportassero da aguzzini in modi che non vorrei ripetere, ovviamente chi perdeva i sensi veniva lasciato a morire lì). Una volta arrivate dopo traversate tremende queste persone si troveranno subito sbalzate da una condizione di relativo benessere ad una condizione in cui sono povere, emarginate e senza istruzione, impossibilitate a trovare un lavoro dignitoso, costrette all’accattonaggio o al crimine. Con la speranza dopo anni di sacrifici di aver finalmente racimolato qualcosa (non fu il caso di Sabato i cui genitori, in Africa, avevano una bella tenuta dove allevavano anche animali feroci e che dopo anni di vita da mendicante in Italia decise di trasferirsi in Germania in cerca di fortuna). Tuttavia ai miei occhi la cosa che rimane più grave è la seguente: non utilizzando il pugno duro, sempre più disperati tentano la traversata e sempre più uomini, giovani sani e forti, muoiono nei deserti dell’Africa o lungo le traversate, uomini che potevano sperare in un futuro e che a causa del buonismo vigliacco degli occidentali si mettono ad inseguire un miraggio falso e letale. Non è certo un servizio alla carità invitarli ed invogliarli a lasciare posizioni di relativo benessere per rischiare la vita e venire qua da mendicanti o da schiavi nella raccolta dei pomodori (qui invece avrei da raccontare di un mio amico ucraino, persona intelligentissima ed istruita, che per aiutarsi negli studi svolgeva lavori stagionali, una volta andò a fare la stagione al sud e alla fine della raccolta i suoi padroni gli dissero “o accetti un euro all’ora o non ti diamo niente”, egli, da me conosciuto come grande lavoratore, non poté che accettare di subire questo peccato che grida vendetta agli occhi di Dio (cfr. CCC 1867)).

5. E dal punto di vista di coloro che accolgono cosa significa favorire questa immigrazione? In primo luogo significa destinare una grande parte della spesa pubblica a tutte le attività correlate alle migrazione. In Italia la pressione fiscale è a livelli ingiusti e buona parte di questa, che grava sulle famiglie (spesso indipendentemente dal loro reddito, vedi tassa sulla casa e sui terreni), viene destinata per creare una condizione di diseguaglianza di fatto in cui pochi migranti in piena salute vengono mantenuti a scapito delle risorse che potrebbero servire ad invalidi o disabili (migranti o no), il tutto erodendo i risparmi faticosamente ottenuti dalle famiglie. In secondo luogo una così grande massa di persone che non possono mantenere se stesse in maniera adeguata (se infatti in Africa appartenevano al ceto medio-alto qui, in terra straniera, sono alle soglie dell’analfabetismo) causa inevitabilmente il nascere di forme di delinquenza fra una parte degli immigrati. Questo non è un luogo comune, ma un’inevitabile conseguenza di condizioni di povertà ed emarginazione provata dai numeri. Infatti nel 2011 gli stranieri rappresentavano il 6,5% della popolazione residente in Italia ma ben il 36,1% della popolazione carceraria (fonte ISTAT link http://j.mp/1UYKaVp e http://j.mp/1UXrsbm ). Un rapido conto ci indica che in prigione ci sono 1 Italiano ogni 1391 ma 1 straniero ogni 160,  dunque mediamente la popolazione straniera delinque circa 9 volte di più di quella italiana. Va inoltre considerato che spesso i migranti vengono da culture altre in cui i livelli di violenza accettati sono ben diversi dai nostri e quindi parte dei delinquenti stranieri compiono crimini molto più sconvolgenti ed efferati dei delinquenti italiani, fatto non trascurabile. Dunque guardando a coloro che accolgono l’accettare migranti che non hanno davvero bisogno di venire in Italia per vivere si risolve non in un atto di carità, ma piuttosto nel suo contrario minando i diritti alla sicurezza e alla proprietà privata dei residenti, impiegando ingiustamente le risorse per creare diseguaglianze e opprimendo le famiglie con una sempre maggiore pressione fiscale.

Cosa fare dunque?

A livello politico la situazione di maggior carità possibile è quella che ci vede impegnati nel favorire l’arricchimento delle terre africane, anche tramite una condivisione delle conoscenze e un’azione mirata al favorire la stabilità politica, e nel contrastare con tutti gli sforzi possibili le partenze di non-profughi; infatti solo una linea intransigente può dissuadere migliaia di giovani benestanti dal partire e dal trovarsi ad affrontare i pericoli del viaggio prima e l’emarginazione sociale poi. Un caso a parte sono i veri profughi che fuggono dalla guerra: in questo caso le nazioni più ricche sono obbligate ad accoglierli nella misura del possibile purché i profughi rispettino il patrimonio materiale e spirituale della nazione, obbediscano alle leggi e contribuiscano agli oneri. Papa Francesco parla spesso di questi profughi e, sul dovere all’accoglienza, stanti i limiti definiti nel Catechismo, non si può che essere d’accordo con lui.

Vero amore

Spiegato da San Gregorio Magno.

Per noi è quasi impossibile capire il vero amore. In quest’epoca non si vede mai. Ciò che ha malauguratamente preso il suo posto è il sentimentalismo. Il sentimentalismo che spinge a ferire e ad odiare il prossimo in base alle emozioni del momento, spinge a cornificare, a uccidere, a derubare dei beni più preziosi. I santi hanno da insegnarci tanto anche in questo. San Gregorio era un tipo abituato a darsi alla compunzione fino alle lacrime, non aveva un cuore di pietra, anzi, si può tranquillamente dire che avesse una sensibilità fuori dal comune. Tuttavia questa sensibilità era sempre volta al bene, al vero bene delle persone che aveva davanti. Egli le amava pienamente e questo episodio ne è la prova.

Capitò che Giusto, monaco esperto di medicina che assisteva sovente Gregorio, si ammalasse gravemente riducendosi in fin di vita. Resosi conto della propria condizione egli confessò al proprio fratello naturale di aver nascosto tre monete d’oro. Per un monaco si trattava di una grave violazione della Regola che prescrive di tenere tutto in comune. Cosa fece Gregorio? Probabilmente se fosse vissuto oggi avrebbe fatto finta di niente, minimizzando la cosa e procurando la mancata conversione dell’anima del morituro e la sua morte fra le pene infernali. Invece Gregorio spinto da vero amore si pose subito due problemi (che sono gli unici problemi che discendono veramente dall’amore): il primo, come salvare l’anima del moribondo, il secondo, come salvare le anime dei fratelli che sarebbero potuti essere stati incoraggiati ad un così pernicioso vizio. Dunque ordinò che nessuno dei monaci andasse a trovare Giusto e che il fratello naturale, che lo assisteva, quando gli fosse stato chiesto dal monaco moribondo dei fratelli, rispondesse che tutti lo aborrivano per il peccato commesso. Quale atto d’amore! In questo modo Gregorio volle che il monaco provasse tutta l’amarezza per la sua misera condizione e pentendosi fosse perdonato. Inoltre Gregorio non si dimenticò dei suoi fratelli e per evitare che anche l’anima di uno solo di essi si smarrisse per un così velenoso peccato ordinò che, una volta morto, il cadavere fosse seppellito non già nel cimitero del monastero, ma in un letamaio, assieme alle tre monete al grido di “il tuo denaro vada con te in perdizione“.

Tutto accadde secondo il dettame di Gregorio e Giusto morì piangendo a calde lacrime il proprio peccato, mentre i monaci aborrirono con sempre più vigore il peccato di avarizia. Passarono trenta giorni e Gregorio, che aveva ben nel cuore il fratello Giusto e che non dubitava minimamente, vista la gravità del peccato, del fatto che il monaco nonostante il proprio pentimento fosse nel supplizio, convocò gli altri monaci, li esortò a pregare affinché giusto fosse liberato e dispose che per 30 giorni fosse offerta quotidianamente l’Eucarestia per la sua salvezza. Trascorso il tempo indicato da Gregorio, il monaco apparve in una visione notturna al fratello (che era all’oscuro di quanto stessero facendo i monaci) e gli disse che prima era nel supplizio, ma che ora aveva ricevuto la comunione ed era stato liberato. Nacque così la pia pratica delle messe gregoriane.

Cosa si può aggiungere? Gregorio non risparmiò la contrizione terrena per guadagnare al fratello la salvezza celeste. E così la sofferenza di un momento si tramutò nella beatitudine eterna. Un uomo stolto avrebbe barattato il proprio benessere (cioè il proprio sentirsi buono nei confronti del moribondo) con la sofferenza eterna di quello, ignorando che cosa fosse il vero amore. Sia lode a Dio perché Giusto incontrò Gregorio, che Dio ci conceda di non mettere mai il nostro egoismo davanti alla salvezza dei fratelli e che susciti per noi un Gregorio che ci faccia piangere, contriti, le amare lacrime della Salvezza.

Cristiani, non temete, potete essere tristi

Recentemente in alcuni ambienti della Chiesa si è diffusa una retorica stanca che sostiene che un Cristiano non può essere triste perché ha sempre Gesù vicino a sé.

È questo l’insegnamento di Gesù? Considerando anche solo il Vangelo di Matteo troviamo:

Allora Gesù […] cominciò a provare tristezza e angoscia. E disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me”. (Mt 26,36.37-38)

Siamo forse noi più del Maestro? Forse lui stava peccando o non era “Cristiano”? Quali bestemmie! Forse che Gesù non era triste sulla croce? O forse che i martiri non erano tristi durante il loro martirio? O forse che i Santi non hanno mai provato tristezza durante le loro prove? Forse che Gesù non ha detto

In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia. (Gv 16,20)

Vi ho detto questo perché abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo! (Gv 16,33)?

Perché scrivo questo? Perché tante persone che sono stanche e oppresse possono sentirsi escluse da una Chiesa che non vuole i tristi né la tristezza. Tuttavia furono Tristi Gesù, gli Apostoli, i Martiri, i Santi. La tristezza non è un ostacolo, semmai echeggia il Siracide:

perché l’oro si prova con il fuoco
e gli uomini ben accetti nel crogiuolo del dolore. (Sir 2,5)

Si può dire anzi che la Chiesa ha una predilezione per coloro che sono “stanchi e oppressi” (cfr. Mt 11,28-30). Quello che ci promette Cristo è una vita eterna, un’eterna beatitudine (non a caso nel discorso della montagna: “beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati” Mt 5,4), non una felicità costante in questa vita. La gioia di aver appagato il più profondo dei nostri desideri non sempre può cancellare la tristezza, il turbamento delle nostre vite. Perfino Cristo davanti alla Crocifissione è stato turbato, e provato, dalla più profonda delle tristezze e ancora oggi i mistici ci raccontano della tristezza per le anime perdute. No, amici miei, non si può escludere una persona dal Cristianesimo perché è triste. Fino a che saremo nel mondo sempre avremo persecuzioni e tribolazioni e angosce. Ma come premio per le nostre sofferenze, come premio per le nostre angosce, troveremo la gioia; adesso come una fiammella scossa dalla bufera, ed in futuro come un fuoco che divampa. Il Paradiso è qui, alla nostra portata, e la tristezza non ci sbarrerà la porta.

Questa è una riga

Questa è una riga:


Indica una separazione fra quello che è stato questo blog fino ad ora e quello che sarà da ora in poi. BiancoFulmine.com ha superato varie fasi, è stato un blog personale, un blog collaborativo, una raccolta di preghiere, un luogo di discussione… Ora vorrei ripartire, dopo questi mesi di stop, ritornando un po’ alle origini, rendendolo un blog più personale, forse anche più critico, perché tante cose sono cambiate, tante persone, tanti pensieri; una cosa però non è cambiata, grazie a Dio, il mio sentirmi Cattolico ed il mio faticoso tentativo di praticare e vivere la fede. Se vi va di dialogare con un peccatore, sono qui. E, come fra vecchi conoscenti che non si sentono da un po’, desidero aggiornarvi: mi sono sposato. Ora ho una stupenda moglie (ventiduenne il fatidico giorno) di quattro anni più giovane di me e, soprattutto, ho una famiglia, perché Dio è sceso fra noi.

Buona vita,
BiancoFulmine

…Per un discernimento più sottile

Nelle anime incamminate nella via di Dio, la dimensione sensibile è soddisfatta dalla consolazione dello Spirito Santo che suscita sempre maggiore avversione ai diletti disordinati dei sensi, mentre la dimensione razionale è impegnata dal pensiero abituale di Dio e del compimento del suo volere. Lo Spirito di Dio penetra nell’anima con soavità ineffabile, all’opposto del cattivo spirito che tenta di penetrare con strepito, ingrandendo gli ostacoli nella via della croce, fatiche sofferenze e rinunce, e al tempo stesso rimpicciolendo la ricompensa eterna e falsando la figura di Dio: “… è vero che Dio ha detto…?” (Gn 3,1). Nelle anime che si sono date a Dio e stimano come un grande dono il poterLo servire, non riuscendo il Nemico ad allettarle con la sensualità disordinata, prospetta pensieri buoni, santi, ma con l’intento di sganciarla dalla dipendenza filiale col Padre, proponendo in modo subdolo una vita autogestita, dove Dio che è il fine diventa mezzo per raggiungere i propri obiettivi, anche buoni. In altri termini, l’anima anziché muoversi verso Dio, verso la via che Egli ha tracciato per lei da sempre -che certamente sarà faticosa, ma fonte di gioia e amore-, cerca di muovere Dio verso di lei, verso fini intermedi, magari buoni, leciti, che però vengono assolutizzati come unica ragione di vita. Ad esempio, il matrimonio, oppure una carriera lavorativa, o anche un apostolato fruttuoso  divengono il fine della vita e, Dio, il mezzo per raggiungere tali fini.  Si tratta certo di obiettivi ottimi, leciti, desiderabili, ma occorre interrogarsi sinceramente per capire se in tutto ciò si cerca la gloria di Dio e la salvezza dell’anima propria e degli altri, oppure la propria gratificazione, autoaffermazione ecc. Un inganno molto sottile che il tentatore pone in essere è quello di screditare la via dell’amore, del sacrificio, del triduo pasquale che deve compiersi in ogni cristiano, spingendo a diffidare di Dio, considerando il sacrificio di sé come inutile, sciupato, fallito… Insomma, efficientismo in tutto, messianismo facile come quello prospettato a Gesù dopo i quaranta giorni. Anche nel bene che si fa nella Chiesa, nella missione, nello zelo apostolico, talvolta è facile ravvisare l’amore di sé: la persona è attenta al successo, all’appagamento, al protagonismo, all’essere benvoluta da tutti, non contrastata, perseguitata… dimenticando le parole del Maestro: “…sarete odiati da tutti a causa del mio nome.” (Lc 21,17). Talvolta, accade di perdere di vista l’umiltà, e il Nemico ci suggerisce pensieri di ostilità verso chi ci contraria e non vive la fede in modo coerente, spingendo ad ergerci come paladini della giustizia in un’atteggiamento di chiusura ed ostilità che non lascia permeare l’amore e il perdono, che sanano e attirano verso Dio. Certo non è facile conciliare fermezza, coraggio e dolcezza al tempo stesso; mentre è più facile cedere al compromesso etico per evitare lo scontro, o viceversa chiudersi orgogliosamente nello sdegno e ira. Occorre pregare Gesù che ci presti i suoi occhi per vedere tutti come li vede Lui, chiedendo la grazia di desiderare di essere trattati come Lui, che forse, chissà, lo meritiamo per i nostri peccati… (cf Lc 23,40-41). Del resto, cristiano non significa alter Christus?!

Per scongiurare il rischio di attaccamento a sé stessi, ostinazione di giudizio, volontà appassionata e quindi di inganno nelle scelte vocazionali o comunque rilevanti per la vita, è opportuno mettere alla prova le ispirazioni (e aspirazioni anche legittime) inclinando il desiderio verso altre opzioni, mantenendo quella disposizione di apertura a 360°, che sola può garantire vera libertà e totale apertura al progetto di Dio su di noi. Quanto asserito non vuol dire scegliere il contrario di ciò che riteniamo più confacente e ragionevole per noi stessi, ma indica totale disponibilità e atteggiamento disinteressato, al punto che se il divino beneplacito sarebbe diverso, magari opposto al nostro sentire e volere, lo si abbraccerebbe per amore di Cristo e convinti che se vogliamo il bene per noi stessi, Dio vuole il meglio, anche se talvolta questo “meglio” ripugna alla natura corrotta e ai sensi ribelli, ma è dolce al palato dello spirito, che viene inondato da pace e gaudio duraturi, se veramente determinato a compiere la volontà di Dio, la sola che assicura la salute eterna (cf. Mt 7,21). Per sventare gli inganni, è necessario tener in debito conto che la natura umana indebolita dal peccato, va soggetta a molte passioni, alla corrente del mondo che propone la porta larga e ai Nemici spirituali che sono più furbi di noi e ci conoscono meglio di noi stessi, spiando i punti deboli dell’anima… L’antidoto è indubbiamente la vita sacramentale, nella Chiesa nostra Madre e Nutrice; ma soprattutto è necessaria l’orazione mentale sempre unita al confronto col Cristo della Pasqua, quello Crocifisso e Risorto, non solo quello Glorioso, e non ultima in ordine di importanza, la direzione spirituale nella Chiesa, chiedendo a Dio con forza un santo padre spirituale, assieme alla grazia di obbedirgli sempre, anche quanto ci contraria, per provarci nell’umiltà e farci crescere nella vita di fede. Non è il caso di elencare tutti i Santi che hanno sempre insistito molto sulla virtù dell’obbedienza, a cominciare da S. Caterina da Siena a S. Pio da Pietrelcina, ma è d’uopo riportare qualche pensiero di S. Massimiliano M. Kolbe Sacerdote e Martire: “L’obbedienza, ed essa sola, è quella che ci manifesta con certezza la divina volontà. E’ vero che il superiore può errare, ma chi obbedisce non sbaglia. L’unica eccezione si verifica quando il superiore comanda qualcosa che chiaramente, anche in cose minime, va contro la legge divina. In questo caso egli non è più interprete della volontà di Dio. (…) Dio ci manifesta la sua volontà e ci attrae a Sé attraverso i suoi rappresentanti sulla terra, volendo servirsi di noi per attrarre a Sé altre anime e unirle nella perfetta carità. (…) Attraverso la via dell’obbedienza noi superiamo i limiti della nostra piccolezza, e ci conformiamo alla volontà divina che ci guida ad agire rettamente con la sua infinita sapienza e prudenza. Aderendo a questa divina volontà a cui nessuna creatura può resistere, diventiamo più forti di tutti. Questo è il sentiero della sapienza e della prudenza, l’unica via nella quale possiamo rendere a Dio la massima gloria. Se esistesse una via diversa e più adatta, il Cristo l’avrebbe certamente manifestata con la parola e con l’esempio. Il lungo periodo della vita nascosta di Nazareth è compendiato dalla Scrittura con queste parole: “e stava loro sottomesso” (Lc 2,51). Tutto il resto della sua vita è posto sotto il segno dell’obbedienza, mostrando frequentemente che il Figlio di Dio è disceso sulla terra per compiere la volontà del Padre”

Signore, sei lì?

C’è una cosa che ho capito in quest’epoca polifonica: il Signore è ovunque. Ho trovato Dio negli autori più blasfemi, nelle situazioni più paradossali.

Da una parte perché la fede non è qualcosa di rigido ed autoreferenziale, anzi la fede deve sempre mettere in gioco sé stessa. Se uno la critica o la provoca probabilmente quelle critiche e quelle provocazioni toccano qualcosa nella nostra fede che non è fede. Ad esempio chi dice che la fede è un rimedio alla paura, critica la nostra attitudine ad usare la fede come un amuleto tranquillizzante. La fede non è una risposta alla paura, se lo diventa stabilmente stiamo sbagliando qualcosa.

Dall’altra perché tutta la grandezza dell’uomo è uno sbiadito riflesso di una grandezza totale; e quando vediamo qualcuno che incarna la pace o la giustizia o la forza vediamo Dio e quando sentiamo raccontare agli uomini della giustizia, della verità e dell’amore allora, lì, sentiamo parlare di Dio. Ci sono molti autori che credono di attaccare la Chiesa o Dio, che non hanno davvero compresi, ma che lo fanno mantenendo in sé l’idea della grandezza e dello splendore della verità e dell’uomo. Io alcuni di questi autori li ringrazio, perché mi hanno aiutato a ritrovare la fede.

Diventare più forti

Come i miei lettori di vecchia data sanno, quando scompaio per un po’ significa che sto attraversando una fase delicata e che preferisco chiudermi nel mio silenzio. Ora, fortunatamente, ho dei collaboratori fantastici che rendono questo blog vivo anche in mia assenza. Cosa porto via da questi quattro mesi di assenza?

Porto via un proposito che è anche una considerazione. La via del Cristiano è diventare più forti. La strada per non far soffrire gli altri, per non peccare è questa. Il peccato infatti è debolezza. Ogni volta che feriamo qualcuno che abbiamo vicino lo facciamo perché siamo deboli. Spesso quello che ci impedisce di liberarci dal peccato è proprio la mancanza del proposito di divenire forti.

Certo senza Dio non siamo nulla, ma Dio ci ha dato i mezzi, ci ama e ci conosce nel più intimo delle nostre situazioni. Dobbiamo essere noi, con questi mezzi a prendere in mano la nostra vita. Dio non farà il lavoro al posto nostro, non sostituirà la nostra mollezza, non soccorrerà il flaccido. Siamo prima di tutto noi a dover desiderare Dio, a dover volere cambiare.

D’ora in poi davanti alle occasioni di peccato ricordatevi solo di questo: voi volete essere forti. Forti per amare, forti per aiutare.

Il discernimento spirituale

Discernere, nella sua accezione basilare indica “separare”; il discernimento spirituale si colloca in una dimensione di totale immaterialità, coinvolgendo in primis intelletto e volontà, ma anche la tendenzialità sensibile (passioni) ne risulta fortemente implicata. Il discernimento ha sempre occupato un posto di rilievo nella spiritualità cristiana, sin dai primi secoli, con gli anacoreti dei deserti, fino al monachesimo e a s. Ignazio di Loyola che sulla base della sua esperienza personale ne ha dedotto delle regole fondamentali. Il discernimento degli spiriti, mira a scoprire la volontà di Dio nella propria vita e come attuarla; quindi offre -se ben fatto e  libero da affezioni disordinate- la possibilità di trovare una via di felicità, che  non vuol dire che non sia costellata da difficoltà e non richieda qualche rinuncia. La direzione spirituale è il luogo privilegiato per discernere, assieme ad un direttore che sia sperimentato; tuttavia oggi la direzione è in forte crisi, sia per mancanza di sacerdoti, sia per mancanza di tempo da parte di molti di essi; si aggiunga anche che dirigere le coscienze è una vocazione, e inoltre, specie all’uomo moderno ripugna l’obbedire, essendo più incline all’autoreferenza. Tralasciando il discernimento infuso da Dio, proprio di alcuni grandi Santi come Pio da Pietrelcina, che avevano la risposta per l’anima a prima vista, è possibile collocarlo nell’ambito di Esercizi spirituali, ma anche quotidianamente, nell’ordinarietà delle scelte, alla luce della Parola di Dio, prima fonte per discernere, per vedere se l’anima è mossa dallo Spirito di Dio, dallo spirito cattivo, insinuato dal tentatore, oppure dallo spirito proprio, umano. Ma cosa s’intende per “spirito”? Si tratta di un’interna propensione dell’anima; se è per una cosa buona sarà mossa da uno spirito buono in quel genere, viceversa, sarà cattivo. Il discernimento, per l’appunto, consiste nel verificare la diversa origine dei moti della volontà, indicando la causa che li ha provocati. S. Bernardo di Chiaravalle indica sei spiriti diversi che possono muovere l’uomo nelle sue operazioni: Divino, angelico, diabolico, carnale, mondano, umano. Si possono però facilmente ridurre a tre, che li inglobano tutti. Dio spinge sempre l’anima verso il bene donando luce, chiarezza, consapevolezza, rettitudine d’intenzione, orrore del peccato, flessibilità nelle scelte, semplicità. Il nemico trasmette dubbi, oscurità, falsità, trappole, falsa luce, esalta molto l’immaginazione, spingendo alla disperazione, duplicità, durezza e chiusura di cuore, presunzione, disordine nella coscienza, ostinazione di giudizio, esagerazione degli ostacoli. A livello affettivo, Dio comunica pace interiore, gioia, libertà di spirito, mentre il demonio offre turbamento affettivo, irrequietezza, esaltazione degli affetti terreni, eccessivo attaccamento alle creature che vengono anteposte al Creatore. Gal 5,16-26 offre una buona base per verificare in quale direzione va la nostra vita. Dio spinge sempre l’anima verso il bene, è però possibile che prima o dopo l’illuminazione divina si introducano inconsciamente movimenti puramente umani e carnali; non sempre è facile distinguere dove termina l’azione di Dio e dove comincia l’influenza dello spirito delle tenebre e degli impulsi naturali, tuttavia è possibile, nella misura in cui si cresce nella familiarità con Dio. Per i Padri, il discernimento è sempre stato preghiera, vera e propria arte della vita nello Spirito Santo; ne risulta che il discernimento fa parte di una relazione vissuta tra Dio e l’uomo, anzi è proprio uno spazio in cui l’uomo sperimenta il rapporto con Dio come esperienza di libertà. Dio è comunità di Persone che si comunicano nell’amore reciproco, per cui anche nella relazione libera che stabilisce con noi si comunica in modo personale. Egli si rende presente alla persona umana che crede e si apre al suo amore, si lascia conoscere e pervade, riempie del suo amore, e tutto ciò si attua in una dimensione dialogica che non ha nulla a che vedere con l’autosufficienza, principale causa di frattura tra il credere e l’amare. Il discernimento -come afferma il P. Marco I. Rupnik S.I.- è l’arte di parlare con Dio, non il parlare con le tentazioni, neppure con quelle su Dio. Solo ricorrendo al Padre come un bambino riesco ad evitare gli inganni, le illusioni, leggendo il valore essenziale delle realtà create e non lasciarmi abbagliare dai miraggi che esse possono presentare. Come accennato, non solo i pensieri vanno discreti, ma anche i sentimenti, che spesso rivelano l’origine del pensiero. Un pensiero, una ispirazione, può essere buona, ma deve esserlo per me, per la mia vita, difatti Dio ci chiama a fare del bene, ma non tutto il bene. Non è tanto importante concentrarsi su come ci si sente, su che cosa si sente, piuttosto occorre vagliare e capire da dove proviene tale sentire e in quale direzione mi porta, i pensieri che ne derivano dove mi spingono? Come suggeriva S. Ignazio, occorre verificare il principio, il corso e il termine del pensiero. Occorre stare attenti, perché lo Spirito Santo quando la persona è orientata a sé stessa cerca di separare ragione e sentimento, provocando inquietudine, malessere, affinché si fermi, rifletta e si orienti diversamente. Quindi l’inquietudine non è detto che provenga dallo spirito cattivo; dipende infatti dalle condizioni dell’anima, dalla strada battuta dalla persona, se via larga e comoda o stretta che conduce alla vita (cf. Mt 7,13). Nel caso di soggetto orientato a sé stesso, lo Spirito buono non può agire sul sentimento, perché occupato dai piaceri sensuali, allora agirà sulla ragione, spingendo a riflettere sulla vanità dell’effimero, dell’immediato e producendo un salutare rimorso, per salvare l’anima ingolfata nei piaceri illeciti. E’ fuori dubbio che il discernimento può essere fatto validamente solo se l’anima vive in grazia di Dio e si sforza col Suo aiuto di conservarla, in quanto il peccato grave offusca la pupilla della fede, come diceva S. Caterina da Siena. Del resto il discernere non riguarda solo il bene da fare e il male da evitare, ma anche il meglio da fare rispetto al bene.

Sarà utile, analizzare brevemente quali sono gli effetti dello Spirito di Dio e quali quelli dello spirito diabolico sull’intelletto e la volontà, per concludere con l’esame dello spirito umano. Spirito di Dio riguardo all’intelletto: -verità: Dio non può mai ispirare l’errore, né dottrinale, né morale; -gravità: Dio non ispira mai cose frivole, inutili e infruttuose; -luce (cf. Gv 8,12); -docilità: obbedienza, flessibilità, sottomissione, specie in anime colte e istruite, per il maggior pericolo di attaccarsi al proprio parere; -discrezione: giudizio, prudenza, calma; -pensieri umili. Spirito di Dio riguardo alla volontà: -pace; -umiltà profonda e non affettata: basso concetto di sé, con facilità ad accettare rimproveri ingiusti e ingiurie; -fiducia in Dio e sfiducia in sé stessi; -volontà docile alle ispirazioni e chiamate di Dio; -rettitudine d’intenzione nell’operare: non c’è alcun interesse umano se non la gloria di Dio; -pazienza nei dolori di anima e di corpo; -abnegazione: il demonio e la natura ispireranno sempre comodità e piaceri, mai la via dolorosa della croce; -sincerità; -libertà di spirito: non ci si attacca neppure ai doni stessi di Dio; -grande desiderio di imitare Cristo.

Spirito diabolico riguardo all’intelletto: -falsità: suggerisce la menzogna avvolta da altre verità; -suggerisce cose curiose, inutili, per far perdere tempo e allontanare da Dio; -tenebre: angustie, inquietudine, eccessiva sollecitudine e ansia; -ostinazione di giudizio; -continue in discrezioni: gioia il Venerdì Santo e tristezza a Natale; -spirito di superbia: vanità, preferirsi agli altri, facilità al risentimento. Spirito diabolico riguardo alla volontà: -confusione dell’anima; -falsa umiltà; -sfiducia, scoraggiamento, presunzione, falsa sicurezza; -disobbedienza; -secondi fini: vanità, proprio compiacimento, desiderio di essere apprezzato e tenuto in gran considerazione; -impazienza; -disordine e ribellione delle passioni; -ipocrisia: doppiezza, simulazione di virtù che nasconde il vizio; -attaccamento alla terra: vanità, ricerca di piaceri, di ricchezze, ricerca di se stesso anche nella preghiera; -falsa carità: zelo amaro, indiscreto, farisaico e che semina discordie. In ultima istanza, è possibile individuare lo spirito umano con l’istintivo orrore per la sofferenza, l’amore alla comodità e al piacere, ai propri gusti e capricci, che non vuol sentir parlare di umiliazioni, disprezzo di sé, rinuncia, penitenze, ricerca di successo mondano, godimenti, onori, applausi, ammirazione; in una parola non ha alcun interesse per ciò che non soddisfa il proprio ego. Vi è poi lo spirito del mondo che propina tutto ciò come ricercabile, ambito, facendo credere che poi si è felici… Certo i nemici con cui lottare non sono pochi e il peggiore è la nostra umanità carnale, lo spirito umano appunto; a Dio va chiesto continuamente grazia, coll’orazione incessante per vincere noi stessi e gli assalti del tentatore, arrivando pian piano a fare l’opposto di quanto ci suggerisce. Non facile riuscirci, la porta è stretta, ma vale la pena lottare per essere veramente felici; del resto come amava dire S. Teresa di Gesù tutto è poco quel che si fa, perché in gioco è la stessa salvezza dell’anima. Laus Deo

 

L’arma del cristiano: il Santo Rosario

La devozione alla Beata Vergine Maria non è fondata sul mero sentimento, ma affonda le radici nel terreno della Fede trinitaria. Nel disegno del Padre, c’è un’umanità unificata nel Figlio attraverso il Dono dello Spirito Santo; per realizzare questo disegno, è stata necessaria la collaborazione libera di una creatura, che accettò di donare la carne al Verbo Eterno. Non essendovi stato in questo Mistero concorso di padre biologico, la Carne di Cristo è carne proveniente da Maria, che genera il “Primogenito tra molti fratelli” (Rm 8,29); ma come si concilia quanto appena asserito con l’integrità verginale della Madre, conservata anche dopo il parto? E’ evidente che i fratelli dell’Unigenito incarnato vengono generati spiritualmente; difatti, Colei che ha partorito il Capo, partorisce anche le Membra, anche se il parto del Figlio fu nel gaudio ineffabile del presepe, mentre quello dei figli si ebbe in un mare di dolore, ai piedi della Croce (cf. Gv 19,26-27). Ora, Maria -come afferma  S. Agostino- è più grande come perfetta Discepola del Signore, che come Madre del Signore; infatti la maternità divina l’ebbe per puro dono, mentre nella sequela discreta e fattiva del Figlio, rifulse la sua eroica fede, uniformandosi perfettamente al volere del Padre. Dunque la devozione a Maria ha il fine di configurarci a Cristo, nell’adempimento della Volontà di Dio, crescendo quotidianamente, fino all’età della fede matura. Ma vi è devozione più gradita a Nostra Signora della preghiera del S. Rosario? Certamente no. Purtroppo, questa efficacissima preghiera è stata molto deprezzata, ritenuta da  molti una “devozione per vecchiette” e, noiosa, per la sua ripetitività. Certamente,  ripetuta in modo mnemonico e distratto non dà alcun frutto; ma se si meditano i Misteri con attenzione, penetrandone il senso spirituale della Parola, non vi è preghiera più cristologica e cristocentrica e trinitaria, altamente contemplativa, capace di condurre l’anima a profonda intimità con Dio.Chi disprezza questa preghiera -afferma S. Luigi Grignon de Montfort- disprezza il Signore Stesso, che non ci ha insegnato altra preghiera che il Padre Nostro, che se ben pregato, rimette anche i peccati veniali. Del resto, i più grandi Santi non furono tutti molto devoti del S. Rosario? Vediamone alcune considerazioni: “nessuna preghiera è più meritoria per l’anima e più gloriosa per Gesù e Maria quanto il Rosario ben recitato” (S. L. Grignon de Montfort); “il Santo Rosario è un’arma potente. Impiegala con fiducia e ti meraviglierai del risultato” (S. Josemaria Escrivà); “il Rosario è un modo eminentemente vantaggioso di pregare, quando è recitato correttamente” (S. Francesco di Sales); “col Rosario si può ottenere tutto. La dolce Regina del Cielo non può dimenticare i suoi figli che senza interruzione ripetono le sue lodi. Non c’è preghiera che sia più gradita a Dio del Rosario” (S. Teresa d’Avila); “il Rosario è una continuazione di Ave Maria, con le quali si possono battere, vincere, distruggere tutti i demòni dell’Inferno” (S. Giovanni Bosco); “amate e fate amare la Madonna, recitate e fate recitare il Rosario ogni giorno. La Corona è un’arma potentissima per mettere in fuga il demonio, per superare le tentazioni, per vincere il Cuore di Dio e ottenere grazie dalla Madonna” (S. Pio da Pietrelcina); “una sola Ave Maria ben fatta, fa tremare l’Inferno” (S. Curato d’Ars). Interessante è la promessa fatta dalla Madonna a Fatima, legata ai 5 primi sabati: “Io prometto di assistere nell’ora della morte, con le grazie necessarie alla salvezza eterna, tutti coloro che nel 1° sabato di cinque mesi consecutivi si confesseranno, si comunicheranno, reciteranno una Corona del Rosario, mi terranno compagnia per un quarto d’ora, meditando i misteri del Rosario, col fine di offrirmi riparazione”. Ma vi sono anche numerose altre promesse della Vergine Santissima ai devoti del Santo Rosario, dettate al B. Alain de La Roche :

  • A tutti coloro che reciteranno il mio Rosario, prometto la mia specialissima protezione.
  • Chi persevererà nella recita del mio Rosario, riceverà grazie potentissime.
  • Il Rosario sarà un’arma potentissima contro l’Inferno, distruggerà i vizi, dissiperà il peccato e le eresie.
  • Il Rosario farà rifiorire le virtù, le buone opere, e otterrà alle anime le più abbondanti misericordie di Dio.
  • Chi confiderà in me, col Rosario, non sarà oppresso dalle avversità.
  •  Chiunque reciterà devotamente il S. Rosario, con la meditazione dei Misteri, si convertirà se peccatore, crescerà in grazia se giusto, e sarà fatto degno della vita eterna.
  • I devoti del mio Rosario, nell’ora della morte, non moriranno senza Sacramenti.
  • Coloro che recitano il mio Rosario troveranno, durante la loro vita, e nell’ora della morte, la luce di Dio e la pienezza delle sue grazie e parteciperanno ai meriti dei beati in Paradiso.
  • Io libero ogni giorno dal Purgatorio le anime devote del mio Rosario.
  • I veri figli del mio Rosario godranno di una grande gioia in Cielo.
  • Ciò che chiederai col Rosario, l’otterrai.
  • Coloro che propagano il mio Rosario saranno da me soccorsi in ogni loro necessità.
  • Io ho ottenuto da mio Figlio che i devoti del Rosario abbiano per fratelli in vita e nell’ora della morte i Santi.
  • Coloro che reciteranno il mio Rosario fedelmente, sono tutti figli miei amatissimi, fratelli e sorelle di Gesù.
  • La devozione del S. Rosario è un grande segno di predestinazione.

Come constatato, vi sono innumerevoli motivi per pregare questa più che benedetta devozione, specie se si considera che ad essa può essere legata la salute eterna dell’anima. Con ciò non si vuol dire che chi non prega col Rosario è dannato, oppure che chi lo recita è autorizzato a peccare tranquillamente perchè ha la salvezza assicurata,  anzi, a proposito il Montfort di costoro che così pensano asserisce che peccando di presunzione rischiano la perdizione; inoltre al dire di un gran Santo, quale  Alfonso M. de Liguori (Vescovo, Dottore della Chiesa e Patrono dei Teologi moralisti) “chi prega la Madonna si salva, chi non la prega non si salva”. In ultima istanza, a conferma di tutto, è d’uopo riportare un esperienza di S. Domenico di Guzman sulla potenza del Rosario, riportata da S. Luigi de Montfort ne “Il segreto meraviglioso del Santo Rosario”. Si narra: “Mentre S. Domenico predicava il S. Rosario nei pressi di Carcassonne, gli fu condotto un eretico albigese posseduto dal demonio. Il Santo fece l’esorcismo davanti ad una gran folla. (…) I demoni dissero che erano quindicimila nel corpo di quel miserabile, perchè egli si era messo contro i quindici misteri del Rosario. (…) San Domenico, dopo aver messo la Corona del Rosario al collo dell’indemoniato, domandò ai demòni chi, tra tutti i Santi del Cielo, fosse il più temuto da loro, e dovesse essere più amato e onorato dagli uomini. A questa domanda, essi lanciarono grida così terribili che gran parte degli uditori si buttò a terra, presa da spavento. Poi questi spiriti maligni, invece di rispondere, incominciarono a piangere e lamentarsi. (…) La S. Vergine, circondata da una gran moltitudine di angeli, con una bacchetta d’oro che teneva in mano, colpiva l’indemoniato dicendo: “Rispondi alla domanda del mio servo Domenico”. Il popolo non udiva nulla e non vedeva la S. Vergine; c’era solo S. Domenico. Allora i demòni cominciarono ad urlare: “O nostra nemica, nostra rovina e nostra umiliazione, perchè sei scesa apposta dal Cielo per tormentarci così forte? O Avvocata dei peccatori, che li salvi dall’Inferno, bisogna proprio che controvoglia siamo costretti a dire tutta la verità?(…) Ascoltate dunque o cristiani. Questa Madre di Gesù Cristo è potentissima nell’impedire che i suoi devoti cadano nell’Inferno; è Lei che come il sole dissipa le tenebre dei nostri intrighi e astuzie; è Lei che sventa le nostre trame, che fa saltare i nostri tranelli e rende inutili e vane tutte le nostre tentazioni. Noi siamo costretti ad ammettere che nessuno di coloro che sono perseveranti al suo servizio, si trova dannato con noi, e non possiamo nulla contro i suoi fedeli servitori. (…) Dobbiamo inoltre proclamare che nessuno di coloro che perseverano nella recita del Rosario viene dannato, perchè Lei ottiene ai suoi devoti servitori una vera contrizione dei loro peccati, per mezzo della quale essi ottengono il perdono e l’indulgenza”  (…) Allora S. Domenico fece recitare il Rosario a tutto il popolo, molto lentamente e con devozione,e a ciascuna Ave Maria usciva dal corpo di quell’infelice una grande moltitudine di demòni, sotto forma di carboni ardenti. (…) Questo miracolo fece sì che molti eretici si convertissero e si iscrivessero alla confraternita  del S. Rosario”. Buon Rosario a tutti!

 

Pasqua del Capo, Pasqua delle membra

La Croce, assieme alla risurrezione, è elemento cardine della nostra fede, e come per Gesù Cristo passione e gloria sono inscindibili, così lo sono per il cristiano. Nello stato di viatore, la gloria è pregustata proprio nel paradosso di vivere crocifissi al mondo, alla sua mentalità dominante e ai nostri egoismi, vivi in Cristo e partecipi della pienezza della sua gioia pasquale, nella costante tensione escatologica. Morte e vittoria, dolore e gioia sono inseparabili e, più ci si lascia crocifiggere dall’Amore, più si è capaci di amare; per attuarsi questo mistero è necessario lasciarsi amare ogni giorno da Lui (che ci ama sempre per primo) nel santuario della nostra anima, rientrando in noi stessi con la preghiera intima, a porte chiuse. Occorre inoltre entrare nel modo di vedere la realtà con gli occhi di Dio, che chiama beati gli sventurati secondo il mondo e minaccia guai per i fortunati e gli invidiati dal mondo (cf. Lc 6,20-26), ricordando appunto che “ciò che è esaltato fra gli uomini è cosa detestabile davanti a Dio” (Lc 16,15). L’Apostolo Paolo parla di una misteriosa sapientia crucis che suonava strana a giudei e greci che cercavano la gloria mondana, come del resto, continua ad apparire strana, fuori luogo, e forse retrograda ad una società che attribuisce molta importanza alla fiera di vanità, non considerando che la vita presente è come goccia nell’oceano in rapporto all’eternità, e che “le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi” (Rm 8,18). In quest’ottica, ciò che può essere guadagno (carrierismo, dio danaro, ricchezze e piaceri) appare in tutta la sua vanità come spazzatura, come pesante palla al piede, dalla quale liberarsi a motivo della conoscenza di Cristo, della potenza della sua risurrezione, che ci trasfigura nella misura in cui partecipiamo alle sue sofferenze (cf. Fil 3,7-11). Che la gioia possa e debba sgorgare da un cuore crocifisso è scritto anche in 1Pt 4,13 dove appare chiaro che la gloria che avremo in Cielo sarà commisurata alla partecipazione alle sofferenze di Cristo. Così S. Gregorio Magno nelle Omelie sui Vangeli contribuisce a gettar luce su questi misteri: “Nessuna contrarietà ci distolga dalla gioia della festa interiore… nessuna prosperità ci seduca con le sue lusinghe, perchè sciocco è quel viaggiatore che durante il suo percorso si ferma a guardare i bei prati e dimentica di andare là dove aveva intenzione di arrivare.” Viene da domandarsi lecitamente: “Credo ad una ricompensa incorruttibile accordata alla mia sequela di Gesù, ma che beneficio ne trae il mondo, l’umanità da questo mio camminare contro corrente?” Risponde il Ven. Paolo VI: “I Cristiani sulle loro croci e per mezzo della loro croce, sono per Cristo gli esseri più insostituibili. Il mondo ha bisogno di crocifissi: la sua salvezza è nelle loro mani”. Occorre convincersi che la croce non è fine a se stessa e, come afferma Edith Stein nella Scientia crucis, essa si staglia in alto e fa da richiamo verso l’alto. Infatti, il passaggio da morte a vita del Signore, si configura anche in noi sue membra, che partecipiamo sì alle sue battiture, ma anche al fulgore della sua Ss. Umanità risorta, e anzi, risuscitati in Lui sediamo nei cieli (cf. Ef 2,6), anche se tra il già e il non ancora. Inoltre, come il Capo non è stato abbandonato nel sepolcro e non ha visto la corruzione (cf. Sal 15), così anche coloro che sono a Lui incorporati e gli credono, non rimangono nel sepolcro del peccato e delle tenebre che dal peccato procedono (cf. Gv 12,46); le membra che si sforzano lottando per rimanere incorporate a Lui non vedranno la corruzione del peccato, propria delle membra staccate che imputridiscono. La risurrezione gloriosa diventa allora passaggio dalla morte del peccato alla novità di vita nella luce del Risorto; non è garanzia di impeccabilità, infatti non è possibile passare per questa vita immuni da colpe veniali,  anche se occorre guardarsi il più possibile da queste (cf. 1Gv 5,17-18), perchè se il Nemico non ci può legare con le catene si accontenta del filo per poi passare allo spago e alla fune, come diceva S. Francesco. Sappiamo però che la grazia scaturita dalla vivificante Croce e risurrezione di Cristo ci ottengono la vittoria contro i nemici spirituali, preservandoci con l’Eucaristia dal peccato, unico vero male che ruba la gioia. Allora rallegriamoci ed esultiamo, perchè questo è il giorno fatto dal Signore (Sal 117), e questo giorno al dire di S. Massimo di Torino è lo stesso Figlio, su cui il Padre, che è giorno senza principio, fa splendere il sole della sua divinità. Per fare dunque un buon passaggio da morte a vita -Pasqua in ebraico è Pesach: Passaggio- occorre che ci chiediamo con sincerità: Cosa ha fatto Gesù per me? Cosa ho fatto io per Gesù? Cosa debbo fare per Gesù? Buon santo Passaggio a tutti!

Quotidianità

La fede non vive solo di atti eroici straordinari. Certo ci sono anche quelli e sono importantissimi. Però esiste un’altra sfida; più silenziosa e più comune, ma egualmente da combattere. È la sfida della quotidianità. Un sorriso non richiesto, un piacere fatto per servizio, un perdono silenzioso; e, senza rendercene conto, diamo il benvenuto alla santità.

State in guardia contro la vostra rovina poiché non potete pretendere di affrontare un drago se non sapete nemmeno domare un cavallo. Cristiani si diventa, tutti i giorni.

Polemici? No, Santi.

A volte si viene trascinati; si discute di quanto secondo certi atei sia stata cattiva la Chiesa o quel determinato Cattolico, ma ci si dimentica la cosa più importante: il rapporto con Cristo è una chiamata personale. Davanti al tremendo giudice non ci verrà chiesto se gli altri hanno amato; Cristo, in uno slancio d’amore, ci chiederà: tu, fratello, hai amato?

Non fatevi ingannare, non fatevi distrarre da chi ci insegna quanto sono cattivi gli altri, non cedete. Alla fine noi risponderemo di noi stessi. Non conta quanto male c’è nel mondo, conta quel poco di bene che noi coltiviamo nelle nostre vite. Siate felici.

Cattolicesimo ed Internet IV – Le benedizioni: lo spirito critico

Fino a qualche anno fa capitava nelle discussioni sulla verità o meno di un’affermazione di sentire questa frase: “È vero! L’hanno detto in televisione.”. Oggi per il popolo del web questa affermazione sembra alquanto strana. Troppe volte ci siamo imbattuti in sciocchezze o deliberate bugie dette da personaggi televisivi e prontamente smentite da un minimo di ricerca internet. Troppe volte, anche sul web, ci siamo accorti di quanto gli organi “importanti” siano pressapochisti ed a volte pure mentitori. Se alcuni anni fa tutto ciò che non era provato falso veniva considerato vero, sul web, oggi, è iniziato un dubbio sistematico.

Certo ci sono sempre coloro che (generalmente in ossequio ad un’idea dogmatica sul mondo) ripetono senza verifica tutto quello che sentono ed è a loro favore. Tuttavia sul web ci sono molte più persone che hanno imparato, o stanno imparando, a dubitare di quello che odono. Così una bufala sulla Chiesa, come quella che recentemente attribuiva una frase contraria alla donna a Papa Francesco, è stata smentita nel giro non più di vari giorni, ma di pochi minuti. Imparando a dubitare di tutto acquisiamo un senso critico che non era comune in passato e che ci proietta verso un futuro in cui sarà più difficile manipolare la massa, ormai abituata ai tentativi di plagio e soprattutto alle menzogne dei potenti e degli ideologi. E se è vero che per dire una menzogna ci vuole un secondo, mentre per negarla ci vogliono lunghe ed approfondite ricerche, è anche vero che a forza di mentire si rendono gli ascoltatori immuni e, quando si discute, inizia a prendere luogo la salutare abitudine di chiedere l’onere della prova a chi afferma, e non a chi smentisce.

Internet non solo ci insegna ad essere critici, ma ce ne fornisce, cosa che è ancora più stupefacente, i mezzi. Gran parte della conoscenza umana è ormai riversata sul web, bastano delle ricerche mirate, basta incrociare i dati che si ottengono, basta verificare direttamente alle fonti quanto si afferma ed il gioco è fatto. Quello che prima richiedeva mesi per essere abbozzato ora è abbozzato in pochi minuti e, per chi vuole davvero andare a fondo delle questioni, quello che richiedeva anni ora richiede alcuni mesi.

Ma, al di la del servizio anti-bufala, che significato ha questo surplus di senso critico per la Chiesa?

Lo spirito critico ha un ruolo incredibilmente importante per noi Cattolici, perché è implicato nella ricerca della verità. Ciò si può notare a più livelli. Ad un livello base lo notiamo nei siti internet e nei blog; il Cristiano di oggi si trova, come il Cristiano dei primi secoli, davanti ad un mondo pluralista in cui deve scegliere, ritenere ciò che è buono e scartare ciò che è falso. Nel web non ha più senso cercare di limitare le espressioni a solo quelle vere con visti e censure, non ha più senso perché il web cresce in fretta e le limitazioni per forza di cose limitano solo coloro che sono in buona fede, lasciando gli altri soli ad attaccare e a disseminare l’errore. Tuttavia il Cristiano è perfettamente consapevole del funzionamento del web, e per questo è più critico e più ricettivo nel cogliere quanto c’è di buono e nello scartare il resto. (D’altronde al giorno d’oggi in cui di fatto, almeno in molti luoghi, la stragrande maggioranza degli appartenenti al clero non vuole applicare le norme sull’imprimatur, sarebbe paradossale che venisse introdotto l‘imprimatur al mezzo internet che per sua natura non ha nulla a che fare con l’autorevolezza ed i modi della carta stampata). In questa grande ricchezza pluralista si trovano cose grandiose ed errori esecrabili, ma essendo di ciò consapevole l’internauta, queste cose non diventano altro che il normale percorso del Cristiano verso la Verità, anzi diventano un aiuto nel percorso dell’uomo. Dio chiama come vuole; a volte è più utile uno scrittore irreligioso di uno religioso purché venga letto e capito con un sincero amore per la verità. Lo facevano i primi Cristiani leggendo Platone o, ancor meglio, Plotino che visse quando già esisteva il Cristianesimo pur senza mai divenire Cristiano, anzi piuttosto criticando il Cristianesimo in sé stesso, in quest’epoca possiamo farlo fruttuosamente anche noi.

Ovviamente non significa che la Chiesa debba eclissarsi, mi pare ottima l’idea di creare un dominio di primo livello “.catholic” come richiesto recentemente dal Vaticano (anche se forse sarebbe più sensato un dominio più breve come “.xp”) purché non diventi un dominio ultra-chiuso solo per siti istituzionali senza varietà. Se ci fosse il coraggio per creare un grande comitato molto efficiente per vagliare i contenuti e si aprisse il dominio a soggetti affidabili, ma variegati e dinamici, la presenza cattolica sul web otterrebbe una splendida conquista. Tuttavia ribadisco ancora una volta che ciò dovrebbe essere gestito in maniera tale da creare contenuti veramente interessanti e non piuttosto rassegne stampa di piccola frequentazione e scarso interesse. Ovviamente questa è solo la mia opinione, ma l’idea di avere un circuito di siti cattolici costantemente controllati ma intriganti mi elettrizza.

Non si può in nessun caso trascurare il fatto che il web si configura proprio come un cambiamento di paradigma, qui l’informazione e le idee non circolano partendo dall’alto, ma dal basso e questo non può essere ignorato.

Questa vendemmia di spirito critico però non termina i suoi effetti benefici in quanto appena esposto, ma piuttosto li porta anche nel nostro approcciarci alle conoscenze in generale e alle filosofie. Lo spirito critico è anti-relativista per eccellenza, perché se si iniziano ad approfondire davvero le varie filosofie ci si rende subito conto che esse non sono tutte uguali. Solo chi non critica nulla può accettare a sentimento tutto, ma chi è critico ed attento si rende ben presto conto che esistono posizioni irragionevoli ed altre di ragionevole splendore. Lo spirito critico diviene così un faro per il nostro pensiero e per la nostra ricerca della Verità. Quando sentiamo ad esempio che i Vangeli sono stati manipolati dalla Chiesa secoli dopo Cristo è il metodo storico-critico a mostrarci quanto ciò sia falso. Quando ci viene detto che tutte le visioni del mondo sono uguali è il metodo critico ad invalidare questa affermazione, quando ci viene detto che la tal posizione è valida perché l’ha detta il tal filosofo è il metodo critico che ci permette di andare contro l’autorità verso la verità. Lo stesso S. Tommaso diceva di non guardare a chi lo dice, ma a cosa dice; ottima spiegazione di come agisce chi possiede spirito critico.

Lo spirito critico vagliando le idee si riversa così nell’ambito più importante. La nostra vita. Chi si mette a riflettere sulla coerenza del mondo finisce per riflettere sulla coerenza della propria vita; e solo criticando i nostri modi di agire possiamo arrivare ad innalzarci ed a purificarci: solo chi critica se stesso diviene Santo. Non è poco.

Il testo della prima omelia di Papa Francesco

Riporto la trascrizione della prima omelia di Papa Francesco. Il testo è volutamente fedele all’originale senza alcuna correzione o abbellimento. Prima del testo tradotto, al fine di capire al meglio l’omelia, inserisco le letture (i riferimenti li ho reperiti sul web) della messa che si è svolta nella Cappella Sistina.

Prima lettura:

Alla fine dei giorni,
il monte del tempio del Signore
sarà saldo sulla cima dei monti
e s’innalzerà sopra i colli,
e ad esso affluiranno tutte le genti.
Verranno molti popoli e diranno:
“Venite, saliamo sul monte del Signore,
al tempio del Dio di Giacobbe,
perché ci insegni le sue vie
e possiamo camminare per i suoi sentieri”.
Poiché da Sion uscirà la legge
e da Gerusalemme la parola del Signore.
Egli sarà giudice fra le genti
e arbitro fra molti popoli.
Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri,
delle loro lance faranno falci;
una nazione non alzerà più la spada
contro un’altra nazione,
non impareranno più l’arte della guerra.
Casa di Giacobbe, venite,
camminiamo nella luce del Signore. (Is 2,2-5)

Seconda lettura:

Avvicinandovi a lui, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo. Si legge infatti nella Scrittura:

Ecco, io pongo in Sion
una pietra d’angolo, scelta, preziosa,
e chi crede in essa non resterà deluso.

Onore dunque a voi che credete; ma per quelli che non credono

la pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata pietra d’angolo
e sasso d’inciampo, pietra di scandalo.

Essi v’inciampano perché non obbediscono alla Parola. A questo erano destinati. Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistatoperché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa. (1Pt 2,4-9)

Vangelo:

Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: “La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”. Risposero: “Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”. Disse loro: “Ma voi, chi dite che io sia?”. Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. E Gesù gli disse: “Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. (Mt 16,13-19)

Omelia di Papa Francesco

In queste tre letture vedo che c’è qualcosa di comune: è il movimento. Nella prima lettura il movimento nel cammino, nella seconda lettura il movimento nell’edificazione della Chiesa, nella terza, nel Vangelo, il movimento nella confessione. Camminare, edificare, confessare.
Camminare. “Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore.” e questo è il primo che Dio ha detto “Abramo, cammina nella mia presenza e sei irreprensibile” “sei irreprensibile”. Camminare. La nostra vita è un cammino e quando ci fermiamo la cosa non va. Camminare sempre; in presenza del Signore, alla luce del Signore. Cercando [di] vivere con quella irreprensibilità che Dio le chiedeva Abramo nella sua promessa.
Edificare. Edificare la Chiesa. Si parla di pietre, con pietre. Si vede: pietre hanno consistenza. Ma pietre vive, pietre unte per lo Spirito Santo. Edificare la Chiesa, la sposa di Cristo, su quella pietra angolare ch’è lo stesso Signore e, con un altro movimento della nostra vi[t]a, edificare.
E terzo: confessare. Noi possiamo camminare tutto che vogliamo, noi possiamo edificare tante cose, ma, se non confessiamo Gesù Cristo, cosa non va. Diventeremmo una ONG pietosa, ma non la Chiesa sposa del Signore. Quando non si cammina, si ferma. Quando non si edifica sulle pietre, cosa succede? Succede quello che succede ai bambini sulla spiaggia quando fanno dei palazzi di sabbia… poi tutto viene giù… senza consistenza. Quando non si confessa Gesù Cristo mi viene [il Papa indica la propria mente] quello di Léon Bloy[?]: “chi non prega il Signore, prega al Diavolo”. Quando non si confessa Gesù Cristo, si confessa la mondanità del Diavolo, la mondanità del Demonio.
Camminare, edificare costruire, confessare. Ma… la cosa non è così facile perché nel camminare, nel costruire, nel confessare alle volte ci sono scosse, ci sono movimenti che non sono proprio i movimenti del cammino; sono movimenti che ci tirano indietro. Questo Vangelo prosegue con una situazione speciale: lo stesso Pietro che ha confessato Gesù Cristo gli dice: sì, tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivo, io ti seguo; ma non parliamo di croce, questo non c’entra, ti seguo con altre possibilità, senza la croce. E quando camminiamo senza la croce, quando edifichiamo senza la croce e quando confessiamo un Cristo senza croce non siamo discepoli del Signore, siamo mondani. Siamo vescovi, preti, tutti, i cardinali,  i papi, tutti, tutti, ma non discepoli del Signore. Io vorrei che tutti noi dopo questi giorni di grazia abbiamo il coraggio, proprio il coraggio, di camminare in presenza del Signore con la Croce del Signore, di edificare la Chiesa sul Sangue del Signore che è versato sulla Croce e di confessare l’unica gloria: Cristo Crocifisso. E così la Chiesa andrà avanti. Io ci auguro, a tutti noi, che lo Spirito Santo, che la preghiera della Madonna, Nostra Madre, ci conceda questa grazia: camminare, edificare, confessare Gesù Cristo Crocifisso. Così sia.

Vocazione

Noi Cristiani ci troviamo spesso davanti al termine vocazione. Penso che esista un’idea sbagliata di vocazione ed una corretta.

Vocazione non significa che la nostra strada è perfettamente predeterminata, che esiste un unico modo per essere Cristiani. Vocazione non significa che dobbiamo essere a priori sacerdoti o laici.

Vocazione significa che siamo liberi e nella nostra libertà dobbiamo chiederci: quale strada mi permette di amare di più Dio? Nella libertà che abbiamo ricevuta sappiamo che nulla è più importante per la creatura che amare il Creatore. La domanda della vocazione è questa: come posso amare massimamente il mio Creatore?

Per ognuno, in base ai carismi e alle propensioni personali, c’è una risposta. Tuttavia se anche sbagliamo non significa che non potremo mai andare in cielo, non significa che siamo perduti né che non potremo essere grandi Santi.

Dio sa tutto, sa cosa sceglieremo e cosa faremo, ma non predetermina nulla contro la nostra libertà. Questo è il senso della vocazione, non una strada che noi dobbiamo controvoglia percorrere, ma un badile che ci permetta, nell’umiltà, di scavare la strada, la nostra strada.

Possiamo così capire perché nel passato recente per vocazione si intendesse quasi esclusivamente la vita sacerdotale, o ancor meglio, religiosa. Quanto è difficile amare Dio nel mondo? Però è anche vero che non questa è la strada per tutti e per tutte le esigenze. A volte l’amore può spingerci al fronte, altre al comando, altre ancora alla logistica; non c’è più dignità nell’uno o nell’altro ruolo, la maggior dignità è solo nel maggior amore. Vocazione non significa che Dio ha deciso di farci frati (o qualunque altra cosa), significa che Dio ci chiama e ci chiede di amarlo, per il nostro bene, al di là del nostro bene; e, vocazione, significa anche che noi abbiamo deciso che, a lui, va risposto.

Il silenzio di Dio

La fede non è cieca, il Signore entra nelle nostre vite con segni grandiosi. Chi non distoglie lo sguardo vede e capisce. Crede alle opere. Però arriva il momento in cui il Signore “sembra dormire”. Ciò è vero per la Chiesa universale, ma è vero anche per la nostra vocazione. Dove sei Dio? Cosa vuoi?

Alla fine, nella nostra storia personale, siamo noi a dover tracciare la strada, perché conosciamo la verità e la verità ci ha resi liberi. Schiavitù di libertà.

Uniamoci tutti in un pensiero d’affetto a Papa Benedetto il Grande. Che il Signore vegli su di lui e lo santifichi sempre.

croce di San Benedetto

Profezie antiche.

Un po’ di passi dell’Antico Testamento che nessuno può negare essere stati scritti parecchi secoli prima di Cristo e della sua Chiesa:

Il Signore disse ad Abram:
“Vattene dalla tua terra,
dalla tua parentela
e dalla casa di tuo padre,
verso la terra che io ti indicherò.
Farò di te una grande nazione
e ti benedirò,
renderò grande il tuo nome
e possa tu essere una benedizione.
Benedirò coloro che ti benediranno
e coloro che ti malediranno maledirò,
e in te si diranno benedette
tutte le famiglie della terra“. (Gen 12,1-3)

Perché così dice il Signore Dio: Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e le passerò in rassegna. Come un pastore passa in rassegna il suo gregge quando si trova in mezzo alle sue pecore che erano state disperse, così io passerò in rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei giorni nuvolosi e di caligine. Le farò uscire dai popoli e le radunerò da tutte le regioni. Le ricondurrò nella loro terra e le farò pascolare sui monti d’Israele, nelle valli e in tutti i luoghi abitati della regione. Le condurrò in ottime pasture e il loro pascolo sarà sui monti alti d’Israele; là si adageranno su fertili pascoli e pasceranno in abbondanza sui monti d’Israele. Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Oracolo del Signore Dio. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia. (Ez 34,11-16)

E tu, Betlemme di Èfrata,
così piccola per essere fra i villaggi di Giuda,
da te uscirà per me
colui che deve essere il dominatore in Israele;
le sue origini sono dall’antichità,
dai giorni più remoti.
Perciò Dio li metterà in potere altrui
fino a quando partorirà colei che deve partorire;
e il resto dei tuoi fratelli ritornerà ai figli d’Israele.
Egli si leverà e pascerà con la forza del Signore,
con la maestà del nome del Signore, suo Dio.
Abiteranno sicuri, perché egli allora sarà grande
fino agli estremi confini della terra. (Mic 5,1-3)

Insorgono i re della terra
e i prìncipi congiurano insieme
contro il Signore e il suo consacrato:
[…]
Ride colui che sta nei cieli,
il Signore si fa beffe di loro.
[…]
Voglio annunciare il decreto del Signore.
Egli mi ha detto: “Tu sei mio figlio,
io oggi ti ho generato.
Chiedimi e ti darò in eredità le genti
e in tuo dominio le terre più lontane.
Le spezzerai con scettro di ferro,
come vaso di argilla le frantumerai”.
E ora siate saggi, o sovrani;
lasciatevi correggere, o giudici della terra;
[…]
Imparate la disciplina,
perché non si adiri e voi perdiate la via:
in un attimo divampa la sua ira.
Beato chi in lui si rifugia.
(Sal 2,2.4.7-10.12)

Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Lontane dalla mia salvezza le parole del mio grido!
[…]
Ma io sono un verme e non un uomo,
rifiuto degli uomini, disprezzato dalla gente.
Si fanno beffe di me quelli che mi vedono,
storcono le labbra, scuotono il capo:
“Si rivolga al Signore; lui lo liberi,
lo porti in salvo, se davvero lo ama!”.
Sei proprio tu che mi hai tratto dal grembo,
mi hai affidato al seno di mia madre.
Al mio nascere, a te fui consegnato;
dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio.
Non stare lontano da me,
perché l’angoscia è vicina e non c’è chi mi aiuti.
Mi circondano tori numerosi,
mi accerchiano grossi tori di Basan.
Spalancano contro di me le loro fauci:
un leone che sbrana e ruggisce.
Io sono come acqua versata,
sono slogate tutte le mie ossa.
Il mio cuore è come cera,
si scioglie in mezzo alle mie viscere.
Arido come un coccio è il mio vigore,
la mia lingua si è incollata al palato,
mi deponi su polvere di morte.
Un branco di cani mi circonda,
mi accerchia una banda di malfattori;
hanno scavato le mie mani e i miei piedi.
Posso contare tutte le mie ossa.
Essi stanno a guardare e mi osservano:
si dividono le mie vesti,
sulla mia tunica gettano la sorte.
[…]
A lui solo si prostreranno
quanti dormono sotto terra,
davanti a lui si curveranno
quanti discendono nella polvere;
ma io vivrò per lui,
lo servirà la mia discendenza.
Si parlerà del Signore alla generazione che viene;
annunceranno la sua giustizia;
al popolo che nascerà diranno:
“Ecco l’opera del Signore!”.
(Sal 22,2.7-19.30-32)

Se mi avesse insultato un nemico,
l’avrei sopportato;
se fosse insorto contro di me un avversario,
da lui mi sarei nascosto.
Ma tu, mio compagno,
mio intimo amico,
legato a me da dolce confidenza!
Camminavamo concordi verso la casa di Dio. (Sal 55,13-15)

Disprezzato e reietto dagli uomini,
uomo dei dolori che ben conosce il patire,
come uno davanti al quale ci si copre la faccia;
era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.
Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze,
si è addossato i nostri dolori;
e noi lo giudicavamo castigato,
percosso da Dio e umiliato.
Egli è stato trafitto per le nostre colpe,
schiacciato per le nostre iniquità.
Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui;
per le sue piaghe noi siamo stati guariti.
Noi tutti eravamo sperduti come un gregge,
ognuno di noi seguiva la sua strada;
il Signore fece ricadere su di lui
l’iniquità di noi tutti.
Maltrattato, si lasciò umiliare
e non aprì la sua bocca;
era come agnello condotto al macello,
come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,
e non aprì la sua bocca.
Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo;
chi si affligge per la sua posterità?
Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi,
per la colpa del mio popolo fu percosso a morte.
Gli si diede sepoltura con gli empi,
con il ricco fu il suo tumulo,
sebbene non avesse commesso violenza
né vi fosse inganno nella sua bocca.
Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori.
Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione,
vedrà una discendenza, vivrà a lungo,
si compirà per mezzo suo la volontà del Signore.
Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce
e si sazierà della sua conoscenza;
il giusto mio servo giustificherà molti,
egli si addosserà le loro iniquità.
Perciò io gli darò in premio le moltitudini,
dei potenti egli farà bottino,
perché ha spogliato se stesso fino alla morte
ed è stato annoverato fra gli empi,
mentre egli portava il peccato di molti
e intercedeva per i colpevoli. (Is 53,3-12)

Serve aggiungere altro? Ognuno intenda.

Ateismo e Satanismo, la naturale alleanza fra Margherita Hack ed il fondatore dei Bambini di Satana Marco Dimitri

Vi stupireste se vi dicessi che ateismo militante e satanismo hanno molto in comune? Io mi stupirei a questa affermazione, o almeno una volta mi stupivo. Invece queste due posizioni condividono l’essenza: l’individuo come unico giudice e metro. In fin dei conti è per questo che non può esistere una vera morale atea: se sopra l’individuo non c’è nessuno perché si dovrebbe accettare una morale che limita l’individuo? Nessuno può rispondere a questa domanda perché non esiste una risposta.

Non ho mai trovato un ateo (anche non militante) che sapesse darmi una giustificazione fondata della propria morale. Certo la maggior parte degli atei seguono una qualche sorta di morale, ma la seguono perché è stata loro insegnata, per inerzia, di modo che essa va perdendosi nelle generazioni. Infatti se non esiste una giustizia che è prima dell’uomo, da dove viene la dignità dell’altro uomo? Un sola è la domanda da porsi onestamente per capire l’intrinseca e letterale inciviltà di determinate posizioni: perché devo limitare me stesso per non danneggiare un altro uomo?

Svolte queste necessarie premesse veniamo al fatto. Ecco cosa dice Wikipedia alla voce Marco Dimitri: “Nel 2007, Marco Dimitri è diventato membro del UAAR dove ha conosciuto Margherita Hack e con lei si è candidato alle elezioni politiche 2013 nella sezione Lazio2 del partito Democrazia Atea.” Alcune considerazioni.

Detta così potrebbe sembrare un candidato fra i tanti in una sezione sperduta, se non fosse che Lazio2 è l’unica sezione in cui si presenta Democrazia Atea. Dunque non è un dato irrilevante.

Secondariamente si potrebbe pensare che quello di Marco Dimitri, fondatore dei Bambini di Satana, sia un Satanismo goliardico e strafottente, ma non è così. Da degli atei, cioè dei senza-dio, ci aspetteremmo un materialismo spinto, con visioni sataniche allegoriche sullo stile di molti culti luciferini, ma senza un insieme di credenze irrazionali. Invece «“Per quanto possa sembrare strano”, aggiungono i Bambini di Satana, “un giuramento magico sancito con il proprio sangue non può essere infranto. Nemmeno se è arso o strappato il foglio sul quale lo si è scritto. Un tale giuramento è come una via senza uscita: non si può tornare indietro”.» (M. Introvigne, I satanisti – storia, riti e miti del satanismo, Sugarco Edizioni, Milano 2010, p. 399). Dunque un giuramento magico e pure indissolubile, niente male per dei razionalisti. Veniamo ora alla cara morale atea, perché Dimitri ed i suoi collaboratori nel Vangelo Infernale (il loro testo sacro) danno una fantastica definizione di una morale senza-dio «Satana è denaro, arte e orgasmo, musica, lesbismo e tradimento. Il vero dannato se ne infischia anche dei viziosi suoi complici: li usa e li fotte.» (citato in Ibidem, p.400). Come dicevamo all’inizio se l’unico dio è l’uomo (come ribadiscono nel Vangelo Infernale) gli altri sono solo persone da usare e da fottere. Ovviamente al testo “sacro” non può mancare un elenco dei demoni esistenti (cfr. Ibidem). Per questo culto Satana è in qualche modo la materia dell’universo (cfr. Ibidem). L’individuo ha una potenza assoluta (tipico di chi non riconosce Dio). Nell’universo vige la legge del più forte, la più forte libertà sessuale (senza alcun limite morale) ed il rifiuto dei codici morali. (cfr. Ibidem p. 401).

Se continuiamo a rifiutare la giustizia, che prima aleggia sopra gli uomini, non lamentiamoci del mondo che stiamo creando. Preghiamo per il mondo; e a chi non crede ricordiamo, come ebbi già modo di dire, che quando vige la legge del più forte, il più forte è sempre, e necessariamente, qualcun altro. Buona vita.

Cattolicesimo ed Internet III – Le benedizioni: domanda, risposta

Botta e risposta. È così che siamo abituati; fin da bambini ci affidiamo a qualcuno che conosce più di noi, che ci guida, che ci risponde. Siamo uomini, cioè socievoli. Purtroppo quando si tratta della ricerca della Verità ci scontriamo di fronte ad una realtà dura. Le conoscenze si sono perse, dissipate in un secolo di dissipazioni, il XX. I preti sono vecchi e stanchi. Difficile trovare guide, difficile trovare risposte, difficile trovare Cristiani. Montagne, deserti e campagne, vecchi baluardi della fede, soffrono più degli altri. Ed è qui che entra in gioco la Rete.

Internet dà la possibilità di contattare esperti e di ottenere risposte. Bisogna come sempre fare attenzione alle persone con cui si ha a che fare, ma per il resto l’opportunità è unica. Il Papa nel Libro Luce del Mondo sottolineava come in Germania il numero di vocazioni sul numero dei fedeli praticanti sia aumentato. Certo sono calati i fedeli, ma cosa importa per ciò di cui parliamo? Internet elimina le distanze.

Nella speranza che presto saranno tanti (ma nulla nuoce nel tentar di contattare i singoli), vi lascio l’indirizzo di Amici Domenicani. Dove c’è un Padre, buono e disponibile, al servizio di Dio.

Cattolicesimo ed Internet II – Le benedizioni: insegnante migliore, allievi migliori

Internet ha una potenzialità immensa. Ognuno è in perenne contatto con tutti gli altri internauti. Cosa significa principalmente questo?

Immaginate ora che 20 fra i migliori teologi aprano, aiutati da persone che conoscono a fondo il mezzo di comunicazione (poiché fa parte dell’umiltà anche riconoscere i propri ambiti di conoscenza e non può esserci vera teologia senza umiltà), un canale YouTube. In un attimo, i migliori insegnanti del mondo, sono a contatto con tutti gli studenti del mondo. Non si tratta più di avere insegnanti mediocri, che per forza di cose creano studenti mediocri, ma si tratta di avere i migliori insegnanti ovunque ed in ogni momento. Si tratta di donare la Verità a tutti, g-r-a-t-u-i-t-a-m-e-n-t-e, così come l’abbiamo ricevuta. Si tratta inoltre, rispettando le caratteristiche di YouTube, di poter arrivare a persone che normalmente non avremmo potuto raggiungere. Anche a persone che non hanno la fede.

Immaginate adesso che un gruppo di studiosi si metta a tradurre i testi dei Santi, dei Dottori della Chiesa, dei Concili e del Magistero. Immaginate anche che questi studiosi rinuncino ad ottenere profitti economici fin tanto che questi testi sono utilizzati non per ottenere profitti economici, ma per istruire ed ammaestrare. Immaginate anche che questi testi vengano resi disponibili su Internet. In un secondo gli scrigni del sapere sarebbero a disposizione di chiunque. Chiunque potrebbe recitare su YouTube Sant’Agostino o pubblicare su un Blog le disquisizioni di San Tommaso. Sapere per tutti. Quanto gratuitamente abbiamo ricevuto gratuitamente diamo.

Immaginate infine che la Chiesa rilasci tutti i suoi documenti ufficiali con licenza “Creative Commons – Attribuzione – Non commerciale“. Immaginate cioè che ogni fedele possa, senza violare la legge, rendere disponibile a chiunque il Catechismo della Chiesa Cattolica o l’enciclica Humani generis. Immaginate che chiunque sia capace di creare un sito migliore e più efficiente possa contribuire massimamente alla diffusione e alla difesa della fede. Sotto che condizioni? Sotto le due condizioni della licenza: la prima – “Devi attribuire la paternità dell’opera nei modi indicati dall’autore o da chi ti ha dato l’opera in licenza e in modo tale da non suggerire che essi avallino te o il modo in cui tu usi l’opera.“, in maniera tale che non vi sia confusione fra chi ha creato l’opera e chi la sta utilizzando (ognuno con la rispettiva autorevolezza agli occhi del pubblico) e la seconda – “Non puoi usare quest’opera per fini commerciali“, affinché chiunque stampi o venda paghi il giusto tributo alla Chiesa (chi può negare che chiunque, pur avendo conosciuto l’opera online, se la vuol studiare a fondo finirà per comprarla?). Immaginatevi siti veramente efficienti per leggere la Bibbia o il Catechismo, immaginatevi recitazione commoventi del Vangelo su YouTube, immaginatevi tutto questo e chiedetevi se ne abbiamo bisogno.

La nostra Fede è bella e vera, che non sia il denaro a limitarla ed a reprimerla in piccoli spazi, possa volare libera. Dio ci sustenta, e col denaro e con la sapienza.

Cattolicesimo ed Internet I – Le benedizioni: l’anticlericalismo

“Se la fede ch’essi posseggono è tale da essere abbattuta da qualsiasi ragionamento, allora è meglio che sia abbattuta e ch’essi abbandonino la verità… Come può essere buon cambiavalute, chi è incapace di sceverare le monete vere da quelle false?” (Clemente d’Alessandria)

Il 6 agosto 1991 il mondo è cambiato. Nasceva il Web. Questo mutamento non può essere ignorato dai testimoni della Fede. Per vivere il Web però serve un cambio di paradigma, non bastano proclamazioni ideali di chi non conosce. Questa realtà, per sfruttarla, bisogna padroneggiarla. Nell’ultimo decennio perfino le grandi aziende di marketing si sono trovate in difficoltà davanti ad un mercato che rifiutava sistematicamente le offerte pubblicitarie tradizionali, e si sono trovate a dover riscrivere i propri metodi. Cercherò di dare un mio piccolo contributo. In questo post inizierò ad analizzare una delle grandi benedizioni del web: l’ateismo anticlericale.

Ovviamente non sono diventato pazzo, so con certezza che esiste Dio e che ha istituito la Chiesa come madre e maestra. Tuttavia la violenza anticlericale è salutare, non solo perché in passato la Fede è nata sulle persecuzioni e perché è scritto che la via del Cristiano è la croce, ma anche perché:

a) Chi crede oggi ha per forza di cose una Fede più salda ed una maggior capacità di discernere il vero dal falso. San Francesco profetizzò un’età oscura, ma profetizzò anche che coloro che avessero mantenuto la Fede in quell’epoca avrebbero avuto molti più meriti di quanti non ne avessero allora.

b) La saldezza della Fede aiuta la testimonianza. Ora che essere Cristiano è una scelta contro il sentire comune, i Cristiani sono maggiormente testimoni. Rispondere con l’amore e con la fermezza della Verità è una grande testimonianza.

c) Nei pochi casi in cui le contestazioni sono vere e puntuali ciò è un grande vantaggio sia perché la Chiesa può migliorare e correggere se stessa sia perché la presenza del male e dell’imperfezione ci aiuta meglio a capire il piano di Dio per il mondo. Così ad un dio-fantoccio presente solo nella nostra testa sostituiamo il Dio vero, colui che fa piovere sul giusto e sull’ingiusto e colui che ha reso libero l’uomo perché decidesse della propria fortuna. La Chiesa istituzione è formata da uomini, peccatori, che faticosamente camminano verso la salvezza, alcuni prendendola altri perdendola.

I giovani che credono nonostante tutto sono potenti, nella loro fede c’è purezza, credono contro se stessi ed amano e praticano secondo Dio. Essi sono sovente più rigidi degli adulti, perché sanno che preziosa è la loro salvezza.

Declino

Il declino del nostro mondo, della nostra cultura, di noi stessi, è nell’aria. Non mi riferisco alla crisi economica, che del declino non è altro che una piccola marginale conseguenza. Essa era prevedibile e prevista da più parti (io stesso, nel mio piccolo, in un post del 21 Gennaio 2008, nel mio defunto blog, parlavo dell’imminente crisi). Questa crisi non è altro che la caduca manifestazione della crisi ben più grave che ha colpito il Mondo Occidentale. Si tratta di una crisi profonda, da cui non pare esserci via d’uscita, ciò che resta è solo la fiducia e la speranza nel Dio che salva e che più volte ha mostrato accondiscendenza per gli uomini.

L’origine di tutti i mali è una sola: nei secoli l’individualismo è diventato sempre più forte, ha spazzato via la carità fino al punto da essere esaltato come l’unico bene e qualcosa di cui vantarsi. Tutti i mali nascono da questo unico peccato originale: l’uomo che vuole farsi Dio e dunque da importanza solo al proprio io. L’individuo così diviene auto-distruttivo, tuttavia non solo soffre ma distrugge.

Prima di tutto la società, poiché nessuna legge può imporsi se non è accettata autonomamente dalla maggioranza dei singoli. Per intenderci non è possibile eliminare la corruzione fino a che nella mentalità dei singoli la corruzione viene tollerata od auspicata. I sistemi repressivi sono infatti insufficienti: un sistema legislativo non potrà mai controllare chiunque. Il singolo rispetta la legge solo se la assurge a propria norma. Dunque in un mondo in cui ogni uomo è ridotto ad individuo, non può esserci legge se non la legge del più forte. Ogni individuo infatti massimizza il proprio utile a discapito degli altri, che non sono altro che altri individui e dunque avversari.

L’individualismo distrugge poi ogni capacità dell’uomo di sapere e di conoscere. Infatti poiché ogni individuo è metro, modello e giudice di sé stesso, ciò significa che non esiste più la percezione della realtà, ma solo idee relative ad ogni individuo, dottrina che prende il nome di relativismo.

Questa visione oltre a rendere ciechi, distrugge ogni freno alle azioni individualiste, se la realtà è solo la mia realtà allora la giustizia è solo la mia giustizia e la felicità è solo la mia felicità. Non ci sono più freni. Per prima cosa l’altro ha valore solo in quanto può darmi qualcosa (anche Dio ha valore solo in quanto slot-machine della vita). Ogni rapporto, ogni scelta, ogni desiderio è assoggettato alla caducità di una felicità individuale. In secondo luogo l’uomo diviene schiavo delle proprie sozzure. Non riuscendo più a vedere la stella polare della realtà è costretto a navigare a spanne, schiavo della propria ignoranza, incapace di raggiungere alcuna rotta veramente desiderata. Infelice. Così l’uomo cerca un ben-essere che l’individuo non gli può dare, poiché senza realtà non c’è direzione.

Questa spirale auto-distruttiva si è impossessata di tutto il nostro mondo, nessuno fa più niente bene poiché non esiste un Bene. Tutti pensano per sé ed in questo modo tutti condannano se stessi. Non si tratta di un discorso religioso nel senso moderno del termine, al contrario, si tratta di una fattualità della vita. Da una parte l’uomo che ha bisogno della socialità per stare bene è costretto a soffrire poiché non è più visto come persona ma come individuo che dunque vale in quanto può dare (che in genere visto il concetto di “potere d’acquisto” si riduce a: vale in quanto ha denaro); dall’altra parte la nostra struttura sociale che è destinata al collasso poiché se ognuno agisce solo per sé nulla può stare assieme. Come il tumore erode il corpo e la metastasi lo uccide, così è l’individualismo che prima colpisce la società nei suoi gangli vitali e poi si espande senza freno condannandola alla morte. Se ognuno di noi agisce come una scheggia impazzita il tessuto si disgrega e l’ordine viene meno, anarchia.

Se il lavoro è lo stipendio, il bambino viene trascurato dall’insegnante, il malato dal medico, il figlio dalla madre. Mi rendo conto di stare cantando il canto funebre della nostra società. Esistono uomini che sono ormai bestie e bestie che vengono considerate uomini, ma noi nel nostro piccolo possiamo essere quella luce ormai perduta, affinché al sopraggiungere del vento ci sia ancora qualche speranza di ravvivare il fuoco.

Figliolanza

Nella nostra società individualista il concetto di figlio ha subito una notevole variazione. Ovviamente non si parla più di figlio come dono di Dio, anzi nella mentalità comune il figlio è solo il prodotto dell’incontro del materiale genetico della coppia. In poche parole il figlio è una proprietà. Egli non deve essere tutelato ed amato per quello che è, ma sempre in funzione dell’utile che conferisce ai donatori del materiale genetico.

Ciò può apparire un po’ esagerato, ma se si guarda bene si vedrà che ciò si rispecchia in tante piccole cose. I figli, in primo luogo, vanno pianificati, il contrario è una follia si dice. Cosa significa pianificare un figlio? Significa che in quel momento il figlio è più comodo al genitore, perché il genitore ha già avuto la sua carriera, ha già accumulato abbastanza capitale, oppure è ormai annoiato dal lavoro ed ha bisogno di un piacevole diversivo. Pianificare un figlio significa in fin dei conti cercare il momento migliore per il genitore. Non di rado, ormai, capita che alcune donne abbiano per scelta il primo figlio a cinquant’anni, incuranti del fatto che quando loro figlio avrà vent’anni esse ne avranno settanta. Non ragionano sul fatto che quello è il momento di maggior bisogno per un giovane, un momento in cui bisognerebbe avere affianco un genitore od un fratello nel pieno delle energie, il loro ragionamento è piuttosto “così avrò qualcuno che nella vecchiaia si prenderà cura di me” oppure “adesso sono appagata dei miei beni, voglio diventare madre”.

In secondo luogo capita sempre più frequentemente che i figli vengano assecondati in tutto. Ciò potrebbe apparire come altruismo, ma a me pare di vedere piuttosto il contrario. Infatti per il bene del giovane è bene che egli sia educato secondo un giusto mezzo, assecondare i capricci invece serve a far star bene il genitore che così può sentirsi più buono e, magari, può acquietarsi la coscienza per il fatto di dedicare un po’ troppo tempo al lavoro ed un po’ poco tempo alla prole.

In terzo luogo il figlio è la palestra delle voglie represse. Genitori che non hanno potuto vivere la loro giovinezza in un certo modo, non si chiedono come vorrebbero viverla i figli, ma piuttosto spingono i figli a seguire gli ammuffiti sogni dei genitori. Certo alla lontana essi credono di fare il bene dei figli, ma se si sforzano solo un poco i genitori si accorgeranno di assecondare solo se stessi e di realizzare nel figlio l’ombra di se stessi.

In quarto luogo il figlio oggi è il figlio dell’ambizione. Non importano le naturali tendenze personali, ciò che conta sono i risultati. Il figlio è buono, non in quanto cresce come persona, ma in quanto fa. Fa cose che permettono ai genitori di crogiolarsi nel successo. I genitori giocano così a poker con la vita degli altri, forti del fatto che i figli, in fin dei conti, non sono altri che mendicanti d’affetto.

Tutte queste cose derivano dalla visione dell’altro come individuo che ci può far sentire qualcosa o che ci può donare qualcosa, un individuo che per giunta è di nostra proprietà: nato quando noi l’abbiamo deciso e sussistente in quanto noi l’abbiamo sostenuto. Che il figlio non sia più considerato come persona, ma piuttosto come individuo si sente spesso anche nel lessico. Oggi parlando dei genitori ai figli si dice generalmente “non ti hanno fatto mancare niente”, una volta invece si poteva dire “ti hanno dato tutto”.

Oggi al centro c’è l’io, la famiglia è in secondo piano: “perché non dovrei divorziare, se io posso stare meglio?” si dicono i genitori d’oggi. È no cari miei, i figli li abbiamo messi al mondo noi, è il nostro egoismo ad essere la nostra condanna.

15 ore

15 ore è una stima. Mi pare che la prima volta ci misi due pomeriggi. E lo feci con grande attenzione, ma con uno sguardo alla continuità, al flusso del testo. In due pomeriggi lessi i quattro Vangeli senza note. Un esperimento che consiglio a chiunque, l’unico modo forse per capire bene il contesto e per poter partire poi a riflettere. Tuttavia se dico questo, ottimo consiglio per chiunque, c’è un motivo che va oltre questa benefica pratica.

In quindici ore una persona ha letto tutti i Vangeli, e allora perché così tante persone che parlano e parlano dei Vangeli e di Gesù per criticarli o per presentare una loro idea della fede non l’hanno mai fatto? Quindici ore sono il tempo sufficiente per parlare con un minimo di cognizione di causa, certo deve essere una lettura attenta, continua e non prevenuta. Eppure oggi si muovono delle critiche o si fanno delle ipotesi come grandi esperti senza aver mai letto il Vangelo. Si confondono episodi, si malintendono passi, si dicono fesserie.

Quindici ore, tanto basta per essere un po’ meno ignoranti, per parlare un po’ meno a casaccio. Eppure non si trovano. In questa epoca tutti parlano di tutto, senza approfondire niente, sicuri di poter ignorare e giudicare assieme. Così ci dominano, così periamo.

L’assurdità della Fede

Come è noto, nel mio libro e nei miei interventi, mi dilungo molto nello spiegare l’intelligenza della fede. Inoltre evidenzio il ruolo della ragione e il significato di razionalità di una visione metafisica: la fede è coerente. Quando nel titolo parlo di assurdità non mi riferisco ad un’incoerenza, ma ad una contrarietà al buon senso. Esiste infatti qualcosa che rende la fede absurda (cioè stonata) alla nostra natura umana, non per imperfezione della fede, ma per i nostri limiti. Questo punto, che è spesso il punto radicale a livello intellettuale per aderire alla fede, è uno dei suoi presupposti e cioè: l’esistenza di Gesù. Gesù in quanto vero Dio e vero uomo è il più grande scandalo per il limitato buonsenso. Come può infatti il Tutto, la Pienezza dell’Essere, il Sommo, quasi ripiegarsi ed entrare nel mondo, in un singolo uomo, nella sua interezza? Come può il tutto diventare apparentemente una piccola parte? Certo è Dio che assume in sé la natura umana, non viceversa, ma comunque Gesù è un uomo che si muove ed agisce nel mondo. Il Tutto è qui. Per un pensatore tutto si riduce a questo: accetto io per fede il presupposto che Dio si è fatto uomo? Ribadisco, tutto il problema del Cristianesimo è qui, palpabile e concreto. Un unico presupposto a cui dobbiamo tutto.

Questo è la vera porta da cui solo gli umili possono passare, tutto il resto, tutte le altre presunte incoerenze sono sciocchezze; ad effetto magari, ma sciocchezze. Non ci sono incoerenze, c’è solo la domanda su un presupposto, un unico e semplice presupposto che sfida la nostra natura umana, sfida la nostra umiltà, sfida la nostra comprensione. Come abbiamo abbondantemente mostrato nel libro, qualunque credo si basa sulla fede nei suoi presupposti, così la matematica funziona grazie ad assiomi e postulati, la geometria pure; ogni stabilità intellettuale si basa sulla fede. E quella in Cristo è proprio una fede, la fede che l’evento più straordinario che si possa concepire, così straordinario da parere assurdo nella mente, non per una sua assurdità intrinseca, ma proprio per la propria natura, sia accaduto alcuni millenni fa e continui e viva solamente per salvare gli uomini.

La maledizione del discepolo.

Quando si parla di filosofia, cioè di ricerca della verità (poiché è così che va intesa; nulla a che vedere con certe conoscenze particolari e soggettiviste che oggi vengono spesso spacciate per tali), si trovano esempi di grandi discepoli. Pressoché irripetibile è la triade Socrate, Platone, Aristotele. Tuttavia il nucleo di questa grandezza non dipende tanto dalle pur eccelse capacità dei singoli, ma dal loro atteggiamento. Non si può dire infatti che Platone sia socratico o che Aristotele sia platonico. Il punto è proprio questo. Nella ricerca della verità ognuno deve percorrere la propria strada. Aristotele e Platone avevano capito a fondo cosa intendevano i loro maestri, avevano capito il loro sguardo sul reale, e dunque sul reale posero il loro. Con i propri concetti descrivettero quello che anche i maestri descrissero, si distanziarono se necessario, ma fecero delle vere riflessioni. Il concetto che sottintendevano le idee platoniche è sicuramente presente anche in Aristotele, con altri nomi ed altre descrizioni. Questi sono rari casi di discepoli buoni. Un buon discepolo è colui che fa propria la teoria nei suoi aspetti concettuali e la vive, la plasma e la elabora per descrivere la realtà, che unica brilla davanti a discepolo e maestro.

Tuttavia quasi sempre coloro che si professano discepoli tradiscono il maestro. Lo tradiscono perché, mediocri, si soffermano sugli aspetti formali della teoria. Invece di viverla si concentrano sui termini e solo con essi elucubrano e speculano. In questo modo non maturano una vera visione del reale, ma si appiattiscono su questioni sterili, lontane dalla ricerca della verità. D’altronde è inevitabile un errore: i termini, per quanto precisi, hanno senso nell’insieme dei concetti, ma se presi singolarmente non sono che astrazioni per descrivere qualcosa di reale. Se si perde di vista il contesto della loro astrazione e si maneggiano i termini come se avessero un significato assoluto allora per forza di cose si creano teorie astratte e false, poiché si perde il necessario contatto con la realtà. Così, ad esempio, spiegando il movimento necessariamente lo divido in momenti statici, non perché il movimento li abbia in sé, ma perché mi sono necessari per spiegarlo. Tuttavia chi perde di vista il continuum del movimento e prende i momenti statici come fossero reali, può creare molte teorie, ma tutte false, perché concentrato sulla forma ha malauguratamente trascurato la sostanza.

Lo yoga della vicina.

L’uomo contemporaneo pensa di sapere cos’è la fede. E pensa di saperlo bene. Oggi tutti vengono a contatto con lo yoga della vicina, il positivismo del collega, il buddismo del manager. Oggi tutti leggono Confucio e Osho, alcuni pure Nietzsche e Marx. E magari qualche bel libro scandaloso su Gesù, dove si spiega che non si trattava altro che di un riformatore sociale (“Uno della folla gli disse: «Maestro, dì a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».”), sostanzialmente animista e vegetariano (“Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.”) e via dicendo. Ora come è possibile che più fedi si sovrappongano? Si può prendere il “meglio” (ovviamente a nostra personale discrezione, in modo da non fare troppa fatica) ed essere egualmente Buddisti ed affaristi? E se noi possiamo perché invece nell’antichità vi sono stati i martiri? Se tutto è eguale perché essi sono morti per non rinnegare e perché sono stati condannati affinché rinnegassero?

No, non sappiamo cos’è la fede. Quando leggiamo Platone e vediamo come egli colleghi la filosofia con l’essere buoni non lo capiamo. Uno dei peccati della nostra epoca è l’ipocrisia. La fede è vita vissuta. A forza di affidarci alla parola umana ce lo siamo dimenticati. Chi ha fede, vive la fede e pensa fedelmente. Noi ci siamo convinti che si possa dire “sono così” mentre si è cosà e che valga di più la parola detta che la vita vissuta. Quando qualcuno si professa Buddista e insegue il denaro volontariamente o Cristiano e volontariamente è individualista, egli offende queste fedi e si fa portatore di fedi diverse. In questi casi non ci troviamo di fronte né ad un Buddista né ad un Cristiano, ci troviamo di fronte ad un avaro e ad un egoista. Questo dicevano gli antichi: ci deve essere unità di pensiero e azione e ciò che prevale non è la vuota parola, ma il rumoroso segno. Nessuno può essere allo stesso tempo Buddista, Cristiano od Induista, il sincretista non si affida a nulla: la sua unica fede è nel proprio io, un pezzo di terra.

S’ode un esercito marciare.

Sono mesi che non scrivo, ma non ho abbandonato il sito, tutt’altro; questo progetto è sempre nel mio cuore. Questi mesi di silenzio hanno accompagnato una metamorfosi, poiché è necessario che in questo sito scorra linfa e non foglie secche. BiancoFulmine.com non è un sito di prediche, questo è compito dei presbiteri, non è sito di proclami, questo è compito dei potenti, è un sito di viaggio, del mio viaggio verso la verità. Del mio e del vostro, in quanto vorrete dialogare, in quanto vorrete anche voi gustare l’Origine. È una strada, la nostra strada, quella che ci è dato percorrere nel breve spazio delle nostre vite, poiché noi tutti morireremo, ma al momento non saremo tutti nel medesimo luogo. Voi potete pensare che sia una sfida solitaria, ma non è vero. I santi si riconoscono fra la folla, sono un esercito, sono l’esercito. Dove non arrivo io arriva mio fratello, egli distrugge le montagne che mi sovrastano e le sue per mano mia divengono cenere. Un esercito: cammino solo, eppure s’ode un esercito marciare.

L’insostanzialità della definizione

La nostra epoca è ossessionata dalla parola scritta. Qualunque cosa corre su carta. Ad esempio la giustizia è ridotta alle definizioni, non importa ciò che è giusto, importa ciò che il legislatore è riuscito ad esprimere nelle sue definizioni del giusto. Tuttavia le definizioni non sono e non saranno mai la cosa. Infatti quello che avete visto aprendo questa pagina non è un cubo, è il disegno di un cubo. Ed il disegno, proprio come la definizione, si serve di due dimensioni per descrivere un oggetto a tre dimensioni. A ben vedere sul foglio ci sono solo linee, il cubo è nella nostra mente. Vedere il cubo oltre le linee è ciò che si definisce intelletto: riflettere un concetto che l’immagine non può contenere.

Guadagnare la vetta.

Dopo tanto tempo in cui per vari motivi non ho scritto nulla, verrebbe da fare un articolo sui massimi sistemi, qualcosa che compensi l’attesa. Allora nasce spontanea una domanda: di cosa è importante parlare? Gli articoli sulla metafisica sono più importanti degli articoli su piccoli fatti quotidiani? Certo che sì e certo che no. Certo che sì perché, in fin dei conti, anche gli articoli sui fatti quotidiani, acquistano significato, nonché il diritto ad essere pubblicati sul mio blog, proprio perché rimandano a qualcosa di grande, di altro, qualcosa che va oltre la vuota fattualità a cui tanti mediocri romanzi moderni ci hanno abituato. Qualcosa che assorbe il nostro sguardo, qualcosa che riempie lo specchio delle nostre menti permettendoci di riflettere, qualcosa che ci appaga come uomini.

Certo che no perché in fin dei conti non conta quello che io posso dire, ma quello che voi potete vivere. Posso scrivere pagine o poche righe, ma il punto non è questo, il punto è cosa potete estrarre voi da un testo. San Tommaso diceva di non guardare a chi lo dice, ma a cosa dice. E questa è una grande verità. Ciò che conta è solo il piccolo aiuto che io posso dare al vostro intelletto (e, dialogando, voi al mio); come una piccola pietra in una parete di roccia: aiuta, ma la fatica è di chi scala. Nessun altro può guadagnargli la vetta.

Focalizzare la meta.

Ultimamente sono stato dolorante e spesso costretto a letto. Non si può dire che abbia avuto più tempo di pensare del solito: ormai i modi per distrarsi arrivano ovunque. Tuttavia mi sento di ribadire una cosa già detta: l’energia spesa per una causa è consumata per sempre, ogni cosa si dona una volta sola.

In primo luogo ciò riguarda ciò che scegliamo. Se ci occupiamo di cose che contano poco, ognuna di queste toglierà spazio a ciò che desideriamo.

In secondo luogo ogni distrazione ci piace perché ci dona qualcosa: un’emozione, una sfida intellettuale, del benessere; ma sicuramente queste cose possono essere trovate anche in ciò che vale davvero, aiutandoci a portare più frutto.

Unendo tutto ciò che desideriamo smetteremmo finalmente di distrarre (etimologicamente: tirare o spingere in parti diverse) noi stessi, pronti finalmente a dare un senso alle nostre energie, affinché non ci sfuggano le nostre vite.

Il Papa non mangia tartufi

Tutti criticano la Chiesa dicendo che dovrebbe vendere i propri beni, che potrebbe sfamare “mezza Africa con l’anello del Papa” (anello che contiene l’oro di tre fedi, allora se tu lettore vendessi la tua macchina si conscio che sfameresti più persone). Poco conta che il Papa quando ha ricevuto in regalo un tartufo da 50.000€ lo abbia inviato subito alle mense della Caritas (17 novembre 2010), o che destini gran parte dei propri ricavi personali di teologo alla sua fondazione che si occupa di iniziative umanitarie e di approfondimento teologico. O ancora che abbia uno stile di vita sobrio e con meno comfort di quello mediamente presente nelle nostre case opulente.

Poco conta, perché gli attacchi sono critiche distruttive, mosse dall’invidia e mai supportate dai fatti. Basterebbe che i critici mettessero mano ai loro beni personali quanto fa il Papa per aiutare le persone. Eppure non lo fanno, non lo fanno perché è più facile criticare, dare la colpa all’altro, accusarlo; mentre il nostro povero cuore rimane, inesorabilmente,    vuoto.

A chi giova? Capitolo 2.0

Desidero completare il discorso sull’immoralità di molti prodotti mediatici portando l’attenzione su un fatto molto importante. Ciò che rende un prodotto immorale non è ciò che accade in senso stretto, ma la valenza che ha ciò che accade. Infatti molte persone ritengono immorali alcuni prodotti perché contengono scene visualmente violente e/o trasgressive. Ora, certamente chi è troppo giovane deve essere tutelato dalla visione di queste scene, poiché la sensibilità di un bambino non riesce a porre i giusti filtri fra medium e realtà, dunque è molto importante che ci sia questo controllo, tuttavia in senso stretto non è assolutamente questo che rende un programma immorale (fatta salva la tutela della dignità personale degli attori). Se dipingo un pestaggio dipingo un evento realistico, violento ma esistente, dunque la rappresentazione di un pestaggio non è di per sé immorale, il punto è come questo pestaggio viene presentato. Se è ingiusto, ma viene presentato come giusto allora il prodotto è immorale. Egualmente se i cattivi vengono presentati come modelli e come persone da imitare, allora ci troviamo di fronte ad un prodotto immorale. Nessuno infatti può negare che i fatti cattivi esistano: nel mondo esistono pestaggi, stupri, abusi. Il raccontare queste cose non significa esaltarle di per sé.

Tuttavia oggi si preferisce censurare ciò che ha un contenuto forte, piuttosto che ciò che veramente è portatore di un’idea malevola di società. Prendiamo i Pokemon, sono proposti tranquillamente di pomeriggio, perché si tratta di un cartone animato per ragazzini dai colori vivaci e senza sangue o provocazioni, però si tratta di un cartone in cui dei ragazzini addestrano animaletti tenerini per fare lotte all’ultimo sangue fra di loro in determinate arene. L’idea di base è dunque molto violenta e immorale, però questo cartone è accettato senza problemi. L’altro giorno invece mi sono imbattuto in un commento infuocato per un fumetto (per adulti) in cui dei terroristi ammazzano dei bambini, l’autore non si chiedeva minimamente il valore di questo gesto nella storia, criticava a priori il fumetto dicendo che certamente non poteva essere un capolavoro. Tutto ciò è assurdo, ma tipico della nostra epoca in cui la forma ha maledettamente surclassato la sostanza.

Oggi guardiamo a cosa un programma mostra visivamente, incuranti delle idee, poco conta che il programma generi mostri. Eravamo cattolici, rischiamo di risvegliarci sessuofobici, come alcuni protestanti, spaventati dal modo stesso in cui siamo stati generati.

A chi giova?

Negli ultimi anni lo sfascio morale propagato dai media si è assestato su un nuovo livello. Se nelle serie tv di qualche anno fa esistevano di fondo sentimenti buoni, annegati nella libidine, ma pur sempre ritenuti come motori della vita umana, oggi si è fatto lo scatto per cui ad essere presentato come valore giusto è l’individualismo senza alcun legame con la bontà o la giustizia. Certo esistono serie di alto profilo, che si propongono quesiti etici e li risolvono a favore dell’uomo, come ad esempio la serie poliziesca Flashpoint (ovviamente, visti i tempi, non si può cercare la perfezione morale, ma per un Cristiano è normale e morale avere a che fare con non credenti dalle opinioni e dai comportamenti diversi), tuttavia sono nati tutta una serie di programmi che una volta non sarebbero mai arrivati sulle nostre televisioni. La molla per scrivere questo articolo me l’ha data una puntata di Misfits, serie di cui ho visto due puntate intere per la prima volta ieri sera. In una di queste puntate una ragazza uccisa dai protagonisti tornava dall’Aldilà, assieme ad altri, senza saperne il motivo, una volta soddisfatta la sconosciuta motivazione poteva procedere “oltre” nella via delle anime (New Age da quattro soldi à gogo). All’arrivo questa ragazza dice: “la buona notizia è che Dio non esiste” (evidentemente lei è lì, senza sapere perché, in ossequio a forze cosmiche o inconsce) , la cattiva notizia invece è che lei si è sempre comportata bene, facendo una vita umana, e dunque non ha potuto provare cose bellissime come la droga… Inizia dunque a scopare con uno sconosciuto, ad ubriacarsi, a drogarsi e a fare tutte queste bellissime cose che non aveva fatto a causa di quel cattivone di Dio. Arriva a star male ed a vomitare. Però non è liberata verso il regno delle anime, dunque questa non era la motivazione (ricordiamo voluta da forze oscure o inconsce, però Dio non esiste). Improvvisamente ha un lampo di genio, il vero motivo per cui è tornata è la vendetta, così prende un taglierino, sgozza a caso una ragazza del gruppo e finalmente scompare. Prima di farlo si rende conto di farsi schifo e dà ai ragazzi l’ulteriore colpa di averle fatto fare quelle esperienze schifose. Cosa dire? Al di là dell’ateismo mistico, che forse non si sarebbe trovato in passato e che rimane sul piano della menzogna, in questa puntata c’è qualcosa che ogni essere umano dovrebbe ritenere molto grave: non si dà alcun valore all’uomo, ridotto ad un gingillo da sfruttare per godere. La ragazza inizia a drogarsi, a scopare ed a bere, solo perché lo ritiene desiderabile, non si pone domande sul prossimo. Vuoi essere felice? La soluzione è il sesso, la droga, e l’alcool. Non fare queste cose ti farà morire fra i rimpianti, perché queste sono le cose che bisogna assolutamente provare per morire felici. Ovviamente gli altri non si pongono nemmeno il problema di dialogare con lei, semplicemente due maschi fanno a gara a chi la scoperà (ovviamente per proprio piacere, non pensando minimamente a lei). Il punto è che l’unica cosa che si cerca è la propria felicità, gli altri sono al massimo un mezzo, se sono un ostacolo si possono ammazzare come maiali senza problemi. Inoltre per essere felici non bisogna porsi delle domande, bisogna riversare odio sul prossimo, infatti è la ragazza morta a decidere autonomamente di fare tutte le peggio porcate, ma non appena si sente male riversa la colpa su quelli che l’hanno condotta dove aveva chiesto. Ho guardato questa puntata (piuttosto mediocre) fino alla fine perché volevo capire se ci fosse qualche messaggio più complesso e se non avessi corso troppo nel trarre le conclusioni. E invece l’idea di fondo non si è smentita, anzi si è perfino accentuata, poiché quando la ragazza s’accorge di farsi schifo, s’accorge che quello che aveva fatto non andava bene, non lo fa in funzione di un’idea di giustizia, anche misera, lo fa solo ed esclusivamente in funzione del piacere personale che ne ha tratto. Scopare in giro non va bene solo perché la fa sentire una sgualdrina, per nessun altro motivo; infatti, a dimostrare l’individualismo profondo, subito dopo essersi sentita male per queste cose, ella sgozza un’altra ragazza: quello evidentemente va bene poiché a livello individuale produce piacere, non importa che sia una ragazza del gruppo presa a caso, conta il godimento. Lo sgozzare una donna come un maiale la libera finalmente permettendole di andare oltre. Inutile sottolineare come più volte nel corso della puntata si dica che poiché Dio non esiste bisogna fare tutto quello che si vuole, tutto, tutto. Se Dio non esiste anche un serial killer è legittimato, questo è il messaggio della puntata, assieme ovviamente al “fai tutto quello che ti pare quando ti pare purché ti faccia star bene con te stessa”. Quando uno dei protagonisti sente la notizia dell’inesistenza di Dio gioisce (cito a memoria): “per fortuna, aveva fatto due tre cose che a Dio non sarebbero piaciute”, dunque il problema non è che si è fatto il male, il problema è solo evitare che, se casomai Dio esistesse, Egli infligga la giusta punizione. Del male fatto? Chi se ne importa. Ora, vista anche l’inutilità di queste prese di posizione individualistiche ai fini della creazione di una storia e considerata la leggerezza generale di una serie come questa che non vuole certamente approfondire questioni elevate, una domanda sorge spontanea: tutto questo a chi giova? Che Dio abbia misericordia di questo scandalo, e salvi coloro che ne sono vittime.

Un mondo peggiore non è la soluzione, di niente.

Il fremito della giustizia

Come spiegare cos’è un eroe? Come trasmettere il fremito della verità e della giustizia? A chi parlo io? Può un uomo aprirsi ad una realtà più grande se non è il cuore a spingerlo? Ed il cuore deve essere speciale o tutti noi abbiamo un cuore che pulsa, che ammira la giustizia? Chi vuole essere un eroe? Chi vuole amare la giustizia? Soffrire per essa, vivere di essa e risorgere con essa? Incontro anime grandi e le riconosco, mi basta poco per godere della loro luce. Io le cerco per scaldarmi al loro fuoco, per permettere alle nostre luci di entrare in risonanza, di fortificare le nostre vite. Incontrare una persona il cui nòcciolo è d’oro fino, anche se non è espresso, anche se è solo all’inizio, è una benedizione; si vede un leone fiero che chiede solo di nascere. L’embrione di un eroe. E mentre ci occupiamo di manifestare quel po’ d’oro che forma le nostre anime; lo plasmiamo, lo accresciamo e lo puliamo dalle lordure del mondo; mentre facciamo questo i bagliori delle nostre spade, delle spade di noi fratelli sconosciuti, illuminano l’etere, è l’inizio della nostra era, protetti dagli eroi di ieri, protettori degli eroi di domani.

Battaglia

Per quanto scappiamo rimarremo sempre in un campo di battaglia; qualunque Signore serviamo egli ci chiederà la spada e il sangue. Per questo dobbiamo scegliere bene, non c’è vita che non abbia un prezzo, e questo prezzo è sempre molto alto. Per gli inconsapevoli, troppo alto. Possa Dio non enumerarci fra questi.

Sfiducia nella Fede

Il diavolo è entrato in mezzo a noi, ed è qui per disperdere le pecore. Lo fa disperdendo la nostra fede, così ci sono credenti che temono il confronto con qualunque altra visione del mondo, perché ritengono il proprio credo debole e senza fondamento. I Padri e i Dottori non ebbero paura di prendere quanto di buono c’era fra i pagani, di riconoscere la divina bellezza ovunque vibrava. Alcuni fra coloro che si definiscono uomini di fede hanno cercato, coi loro consigli, di bloccare la mia ricerca; tentando di trasmettermi una fede debole come quella negli dèi falsi e bugiardi, ma ben più sicuro legno dice “Oggi, via via che il Vangelo entra in contatto con aree culturali rimaste finora al di fuori dell’ambito di irradiazione del cristianesimo, nuovi compiti si aprono all’inculturazione. Problemi analoghi a quelli che la Chiesa dovette affrontare nei primi secoli si pongono alla nostra generazione. Il mio pensiero va spontaneamente alle terre d’Oriente, così ricche di tradizioni religiose e filosofiche molto antiche. Tra esse, l’India occupa un posto particolare. Un grande slancio spirituale porta il pensiero indiano alla ricerca di un’esperienza che, liberando lo spirito dai condizionamenti del tempo e dello spazio, abbia valore di assoluto. Nel dinamismo di questa ricerca di liberazione si situano grandi sistemi metafisici.Spetta ai cristiani di oggi, innanzitutto a quelli dell’India, il compito di estrarre da questo ricco patrimonio gli elementi compatibili con la loro fede così che ne derivi un arricchimento del pensiero cristiano. […] quando la Chiesa entra in contatto con grandi culture precedentemente non ancora raggiunte, non può lasciarsi alle spalle ciò che ha acquisito dall’inculturazione nel pensiero greco-latino.” (Fides et ratio, 72). La fede cattolica ha un legame così profondo con la verità che si può dire, senza timore, che ciò che è vero è cattolico. Non a caso “cattolico”, che oggi per decadenza viene usato solo per la fede, significa “universale”. Dunque non si deve temere nulla, poiché non dobbiamo difendere un insieme di credenze (come devono fare le altre fedi le quali sono deboli), dobbiamo parlare della verità, e la verità, si sa, si difende benissimo da sola.

I razionalisti invece non credono alla fede, peccato che tutto si conosce per fede. Non potendo, infatti, l’uomo trascendere se stesso, i presupposti della sua ragione non sono altro che atti di fede.

Per quanto riguarda ciò che non è reale la sfiducia è intelligenza; verità che si impone con potenza da se stessa. E su questo non occorre aggiungere altro.

Sfiducia nella ragione

Esiste una cosa che accomuna più o meno consapevolmente tutti i razionalisti, si tratta della sfiducia nella ragione. Essi non si fidano di questo efficacissimo strumento, dunque devono farlo assurgere ad un ruolo divino, affinché nessuno possa rilevarne i limiti. Tuttavia uno strumento di cui non si conoscono i limiti o si usa male o si frantuma. Senza limiti non c’è progresso né nobiltà.

Per non parlare del relativismo, materializzazione della sfiducia più totale nella ragione e nella sua capacità di agire. Eppure l’esistenza di una realtà oggettiva fa parte delle salde conoscenze naturali dell’uomo; non ho mai conosciuto nessuno che veramente agisse in tutto come se non esistesse nulla.

Agli ultimi di cui voglio parlare risponde S.Agostino: «Lo stesso credere null’altro è che pensare assentendo […]. Chiunque crede pensa, e credendo pensa e pensando crede […]. La fede se non è pensata è nulla ». Ed ancora: « Se si toglie l’assenso, si toglie la fede, perché senza assenso non si crede affatto » (citato in Fides et Ratio, 79). In questo caso va riservata una particolare attenzione al “biblicismo, che tende a fare della lettura della Sacra Scrittura o della sua esegesi l’unico punto di riferimento veritativo. Accade così che si identifichi la parola di Dio con la sola Sacra Scrittura, vanificando in tal modo la dottrina della Chiesa” (Fides et Ratio, 55).

Cercare la verità servendosi dei propri strumenti, non è qualcosa che deriva dall’ostentata appartenenza ad un gruppo, è qualcosa che deriva dallo sforzo proprio della nostra umanità. Non si ama la verità in quanto si è cristiani; si è cristiani in quanto si ama la verità.

Perfezione.

Si pretende la perfezione. Quando un’anima inizia ad addentrarsi nella via spirituale si pretende che sia già perfetta (diceva a grandi linee, stante la memoria, S. Teresa D’Avila nel Castello Interiore). Noi uomini siamo deboli, quindi quando scorgiamo qualcuno che pare solido, subito lo pretendiamo perfetto, altrimenti è un impostore, deve essere un impostore perché il santo da cartolina è, nella nostra mentalità, unico, predestinato, immacolato, incapace di peccare, buono da appendere ad un muro, ma imitarlo, impossibile, come si potrebbe? Noi che siamo peccatori! Invece il santo vero è scomodo, perché è uno che lotta, uno che ci guarda e ci dice “ce la puoi fare anche tu, vieni” e ce lo dice sorridendo, uno che ci accusa per la nostra mollezza, uno le cui azioni pretenderebbero di farci lasciare tutto per il Tutto. Inaccettabile, troppo esigente, troppo umano.

Simili paure attanagliano coloro che temono la verità e quando odono qualche fatto straordinario subito accusano di malattie psicologiche il testimone. Questi fanno torto da due parti. Da una parte perché giudicano a priori per difendere teorie che, evidentemente, percepiscono come deboli, ciò è dimostrato dal fatto che hanno paura di approfondire un semplice accadimento per valutarle. Dall’altra perché, dicendo che se uno ha avuto una qualche forma di debolezza allora va scartata interamente la sua opinione, dicono in realtà che nessuno è testimone, poiché nessun uomo è come loro lo vorrebbero, ogni uomo ha le sue debolezze; certo molti le nascondono e allora agli ingenui appaiono più credibili, ma nessuno ne è privo, non potendosi trovare la perfezione in una natura limitata.

Dunque se Dio che è perfetto agisse solo tramite perfetti, la sua perfezione non sarebbe ben poca cosa? Trarre il perfetto dall’imperfetto, mantenendo la libertà, questo è indubbiamente più perfetto.

La debolezza di Dio

“Credere in Dio non è poi così facile come sembra.”

Molte persone vivono di un Dio debole, lo privano dell’onnipotenza e si sentono in dovere di sopperire alla sua debolezza. Questo è un male trasversale alle varie professioni e si manifesta nei modi più bizzarri. Ad esempio se in una rivelazione privata, riconosciuta dalla Chiesa (fatto che, per inciso, non obbliga il fedele a credere, bastando la rivelazione pubblica), Dio ha promesso qualcosa, questi teorici della debolezza di Dio si affrettano a dire a tutti che la promessa esiste, è vero, ma che serve una determinata disposizione, che è limitata da determinate clausole, che non è possibile che sia efficace nella maniera più immediata. Questo nasce dalla paura e dal sentimento tutto umano; da una parte si teme che quanto predetto da Dio non si avveri e dall’altra non si sopporta che Dio possa essere così buono con persone che giudichiamo così inferiori a noi o così simili. Un altro esempio è colui che si affanna a dire che l’unico testo ispirato è quello autografo dell’agiografo, “bene” diciamo noi “dunque Dio ha fallito” poiché quel volume non esiste più. Dio, onnipotente, ha dato una rivelazione destinata a perdersi, pertanto il fatto che non abbiamo un libro dorato chiuso in una teca è un fallimento di Dio, invece che una profonda manifestazione della pedagogia divina che ha ispirato le Scritture con lo Spirito che dimora nella Chiesa.

Si vuole sempre correre a chiudere i buchi, a coprire le mancanze che Dio ha avuto; se una cosa va storta non è potenza di Dio, per noi è un fenomeno casuale, come se il caso fosse il bunker anti-Dio; se il mondo non ci piace, per forza non deve essere perfetto, come se il mondo fosse limite per Dio. Il limite dell’io, per noi, è sempre limite di Dio, leggero egocentrismo. Se Dio promette che chiunque recita per dodici anni delle orazioni non andrà in purgatorio, sarà accettato fra i martiri come se avesse versato il proprio sangue per la fede, conoscerà la propria morte un mese prima che avvenga, santificherà tre anime e salverà le quattro generazioni a lui successive come successo a S.Brigida (potete trovare la preghiera nel mio libro) questa è potenza di Dio e a nulla valgono i commenti. Tuttavia per noi che siamo deboli non è dannoso pensare che chi, per dodici anni, riesce fedelmente a dedicare uno spazio della giornata a Dio, necessariamente ha una disposizione interiore positiva e perseverante, fosse anche all’inizio il peggiore dei peccatori, e se Dio sostiene la perseveranza onererà anche la promessa. E con la sua grazia, guadagnata da quest’opera, disgregherà ogni inciampo alla salvezza. Credere in Dio non è poi così facile come sembra.

L’inganno della ragione

Dove si tratta di come la ragione non possa nulla se unita alla superbia e di come l’uomo, essere limitato, conosca quando riconosce i suoi limiti e limiti le sue capacità quando non li riconosce.

 È naturale che la ragione sfoci nell’intelletto, a meno che essa non incontri il suo mortale nemico, la superbia. Infatti è per ragione che si sono commessi i più grandi crimini della storia moderna, perché essa avvinghiata dalla superbia ha finito per perdere la sua natura. Quando l’uomo non riconosce i propri limiti, il proprio sguardo parziale, finisce per credersi onnisciente e sistematicamente fa il male. Così chi sterminava le altre razze perché inferiori, chi massacrava i piccoli proprietari perché nemici e chi stravolgeva l’ordine sociale per avere vantaggi economici a scapito degli altri. Errori di ottica. Errori che spesso hanno portato a guardare con sospetto chi dice di parlare per la verità, non tanto perché sia logico che esistono solo verità soggettive (cosa falsa ma sistematicamente propagandata dalla nostra società), ma perché chi lo ha detto con superbia ha generato mostri: il sogno della ragione genera mostri.

Quanto sia importante usare bene la ragione per capire la realtà ce lo insegnano gli eretici (Concilio di Trento – Sessione IV) che escludono i libri deuterocanonici veterotestamentari dalla Bibbia; il ragionamento di fondo era molto semplice: gli Ebrei non riconoscono come ispirati questi libri, dunque vanno esclusi. A dirla così sembrerebbe razionale infatti anche S.Gerolamo, colui che guidò la realizzazione della Vulgata, la Bibbia in latino che divenne di riferimento per la Chiesa, aveva la stessa opinione. Tuttavia cosa distinse S.Gerolamo dagli altri? Il fatto che conoscendo i propri limiti umani mise anche i libri deuterocanonici nella Bibbia che stava preparando, affidandosi al giudizio della Chiesa e consapevole che la sua valutazione, se pur poteva apparire razionale, doveva mancare d’intelligenza da qualche parte. In quest’uomo la ragione guidata dall’umiltà non si discosta dall’intelletto.

Inutile dire che oggi la ragione ha qualche elemento in più e può procedere più ferma nel discorso. All’epoca di Gesù Cristo la religione ebraica era una religione cultuale, incentrata cioè sul Tempio di Gerusalemme. Dunque non esisteva un canone determinato poiché l’Ebraismo non era ancora una religione del libro. Il canone venne così chiuso nel II o III secolo dopo Cristo, molto dopo la scrittura dei libri del Nuovo Testamento e a grande distanza dalla vita pubblica di Cristo. E chi chiudeva questo canone? L’unica setta ebrea che riuscì a prevalere e ad imporsi cioè il fariseismo (origine dell’ebraismo moderno), che era solo una parte del vasto panorama dottrinale del I secolo d.C. Cosa possiamo aggiungere? Che la comunità ebraica di Alessandria nella propria traduzione della Bibbia in Greco (Bibbia dei LXX) riteneva i deuterocanonici uguali ai protocanonici avendoli inclusi nello stesso testo senza distinzioni (e stiamo parlando del periodo precedente alla nascita di Cristo, un periodo in cui, fra l’altro, esistevano un sacco di libri apocrifi che non vennero inclusi nella LXX). E non dobbiamo pensare ad una comunità scismatica, gli ebrei d’Alessandria erano in ottimi rapporti con gli ebrei di Gerusalemme e non risulta che ci fossero state dispute sull’inserimento dei libri nel canone. Ma non è finita, a Gerusalemme il primo libro dei Maccabei, quello di Baruc, di Tobia e di Giuditta erano letti pubblicamente nelle sinagoghe, inoltre l’ispirazione della Sapienza fu in discussione fino al sec. VI e il Siracide fu considerato Sacra Scrittura fino al sec. X. Che poi i libri ispirati andassero presi dalla tradizione ebraica riconosciuta da Gesù e dagli Apostoli, e non da coloro che non avevano riconosciuto il Messia promesso e che, anzi, si stavano impegnando per escluderlo dalla loro vita, non vale nemmeno la pena di sottolinearlo. Così strana sei, o Ragione, sommi a chi non è nulla e sottrai a chi, invece, è tutto.

20 secondi per Dio

Immagine di un timerVi propongo un atto molto semplice, prendete il vostro cellulare e impostate una sveglia alle 15:00 di ogni giorno. Salvatevi in un messaggio (o direttamente nella sveglia) questa frase: “O Sangue e Acqua, che scaturisti dal Cuore di Gesù come sorgente di Misericordia per noi, confido in te!“. Ogni giorno alle tre, ora della morte di Nostro Signore Gesù Cristo in croce, fermatevi un attimo, fatevi il segno della croce e recitate la frase. Sono meno di 20 secondi, secondo voi Dio li merita?

Se vi sembra una bella idea condividete con chiunque voglia ricordarsi di Dio nella propria vita. Vi auguro ogni bene.

Cattolicesimo e politica, una gran confusione.

Oggigiorno c’è una gran confusione sui rapporti fra cattolicesimo e politica, il problema di fondo è che la cultura dominante etichetta come imposizione del Cattolicesimo qualsiasi cosa vada contro l’individualismo (cioè ogni cosa che si batta per la dignità della persona umana). Nasce così la leggenda che i Cattolici vogliano imporre la loro fede, intesa come fede nella Chiesa Cattolica, a tutti gli altri. La Chiesa Cattolica ha cinque precetti: a) Partecipa alla Messa la domenica e le altre feste comandate e rimani libero dalle occupazioni del lavoro; b) Confessa i tuoi peccati almeno una volta all’anno; c) Ricevi il sacramento dell’Eucaristia almeno a Pasqua; d) In giorni stabiliti dalla Chiesa astieniti dal mangiare carne e osserva il digiuno; e) Sovvieni alle necessità della Chiesa (per approfondire CCC 2041-2043). Ora non si è mai sentito che qualcuno proponga per legge l’obbligatorietà di andare a Messa o di confessarsi almeno una volta all’anno, per un Cattolico è contraddittorio imporre per legge la propria fede. Ciò violerebbe il diritto alla libertà religiosa del singolo, tutelato dalla fede. Ciò che propongono i Cattolici, uniti alle persone di buon senso, non riguarda la fede nella Chiesa, ma la verità e la giustizia. Non uccidere l’innocente è comandamento di verità e giustizia, dunque deve prevalere erga omnes nella legislazione civile. Qualora, come nell’aborto, si legittimi per legge la soppressione dell’innocente, non è come membri della Chiesa che ci opponiamo, ma come uomini, in virtù della giustizia e della verità.

Ne consegue che la critiche che si fanno alle opinioni cattoliche in quanto cattoliche (che etimologicamente significa universali, non dimentichiamolo mai), dimostrano la pochezza e la mancanza di fondamento dei ragionamenti avversari; se ci sono critiche invece sui presupposti o sulla verità dei ragionamenti quelle dimostrano accortezza, onestà ed attenzione. Quando la Chiesa parla alla società civile lo fa come araldo di verità e sulla verità si basano i suoi ragionamenti, se qualcuno vi trova qualcosa contro giustizia la deve manifestare come mancanza di verità. Ritenere invece che i membri della Chiesa non abbiano libertà d’espressione è semplicemente la più becera delle intolleranze ed una vile scappatoia dal punto delle questioni.

Mi rendo conto che il mio discorso si presta ad essere male interpretato sia da una parte che dall’altra, poiché il demonio è amico delle esagerazioni e dei fraintendimenti, ma ciò, da un certo punto di vista, è un bene, perché per conoscere la verità bisogna sempre camminare sul filo del rasoio, evitando di essere frettolosi e superficiali; se non s’impara questo la nostra ricerca non procederà e, ciò che conta sviluppare, non sono i grandi numeri, siamo noi come persone.

Essere agnostici, l’inconsistenza di una vita.

A volte quando parlo di ricerca della verità può apparire che il tema sia fumoso e, tutto sommato, poco rilevante per le nostre vite. Inganno diabolico. Se noi non ci interroghiamo su quale sia la verità, se cioè ci lasciamo trascinare dalla corrente, vivendo come gli altri ci hanno detto di vivere senza rifondare intellettualmente la nostra esistenza, moriremo senza avere mai vissuto. Poiché la nostra spada sarà sempre al servizio dello straniero e il nostro cuore non avrà trovato riposo. La nostra libertà consiste nel dare un significato alla nostra vita, non darlo significa abdicare alla nostra natura umana.

Oggi molti si professano agnostici, in poche parole si professano indifferenti al problema centrale delle loro vite. Poiché se Dio esiste il mondo nella sua interezza è diverso, se Dio non esiste la realtà stessa ne risente. Il quesito su come è la realtà è un quesito centrale per decidere come vivere. Tuttavia se questo quesito si rigetta nella sua interezza si sceglie di vivere una vita indifferente alla propria umanità.

Fra molti anni da adesso, sui nostri letti di morte, la nebbia verrà diradata e ciò che rimarrà sarà solo ciò che avremo fatto in base al significato che gli avremo dato. Vi salvi il Signore dal trovare nella vostra vita solo inconsistenza, poiché allora non potrete brandire una spada ormai rotta.

Mors tua vita mea.

Monumento realizzato in commemorazione di tutti i bambini uccisi dall'aborto e di tutto il dolore sofferto dalle loro madri.

Siamo creature chiamate al bene, per questo il Male si nasconde fra noi sotto forma di bene. Quando feriamo qualcuno, quand’anche lo violiamo nella sua essenza, ci raccontiamo che lo facciamo per il bene. Così i genitori vengono dimenticati in un ospizio perché lì possono essere meglio curati, i bambini uccisi perché non avrebbero avuto un buon futuro, i popoli violentati perché possano avere il progresso. Eppure la nostra società occidentale una cosa ce l’aveva inculcata bene nella testa, e, cioè, che non vige la legge del più forte. Che i forti devono soccorrere i deboli e che noi siamo chiamati come comunità a servire il bene. Ma si sa, i valori antichi sono fuori moda, e si preferisce dimenticarsi di questa “assurdità” anti-individualista. Così l’ago che già si era spostato dal bene al giustificare il male come un bene della persona danneggiata, ora ha fatto un ulteriore scatto e vuole giustificare il male con il proprio individuale bene. Nascono così richieste come la legalizzazione dell’infanticidio post-parto e l’incentivazione dell’infanticidio pre-parto con assoluta noncuranza della successiva e devastante sindrome post-aborto. Infatti se ci si pensa bene tutte le lotte per questi diritti-storti sono giustificate principalmente dalla gratificazione personale di chi combatte queste battaglie, cosa giova a questi attivisti fare 100’000 aborti all’anno forzando la mano alle persone? Cosa giova se non gratificazione per la propria capacità di perseguire un’idea e di imporla? (O anche per il proprio portafoglio?) Se essi amano veramente i diritti perché non si occupano del problema in tutta la sua vastità? Perché il supporto a chi soffre per l’omicidio volontario del propri figlio non è da loro contemplato, perché alle donne non si parla compiutamente, perché si nascondono le cose celandone il nome?

Essere Cattolici significa anche questo: contemplare tutti i problemi nella loro vastità, sforzandosi di non dimenticare nulla e senza cedere alla tentazione di prendere una posizione di parte, senza cioè offendere la giustizia. Posizione ragionevolissima assolutamente. Significa ricordarsi dei diritti della madre senza scordarsi di quelli del bambino; della dignità dell’immigrato, senza scordarsi del bene dell’autoctono; dei legami che ci uniscono e della realtà nella sua oggettività.

Oggi invece la società procede verso l’individualismo più sfrenato, verso la tentazione non solo di prendere le cose in maniera di parte, ma di considerarle mediante un’unica parte, il proprio io. Tristo destino, poiché solo nell’amore c’è il nostro bene. L’egoismo, inganno diabolico, paga la sua moneta con la disperazione. Tuttavia anche a livello materiale i nodi vengono ben presto al pettine, poiché dove vige la legge del più forte, il più forte è sempre, e necessariamente, qualcun altro.

Scegliete.

Ci dicono che dobbiamo provare tutto nella vita, eppure ciò non ha senso. Non si può provare tutto, poiché ogni volta che si prova qualcosa si rinuncia a qualcos’altro. Prendiamo ad esempio il nostro corpo, le forze che dedichiamo ad una causa non verranno dedicate a nessun’altra, così nello spirito, i momenti che avremmo utilizzato servendo il Bene non diverranno mai del Male, né viceversa. I videogiochi e i film ci hanno abituati ad un mondo attutito, in cui tutto scompare; ma nella vita le risse lasciano lividi e le ferite cicatrici. Basta fare un piccolo segno in un mobile e quel segno rimane lì senza svanire. Ogni volta che agiamo modifichiamo la realtà, che è una sola ed in divenire. Tuttavia ciò non è motivo di paralisi, al contrario, sapendo che ogni cosa che facciamo è temporalmente incancellabile, ci troviamo liberi, poiché il non fare equivale al fare, aspettare può essere un errore quanto agire. Dunque, restituitoci il dolce peso delle nostre responsabilità, torniamo a vivere e a scegliere. Rimanere tutta la vita seduti su un divano è una scelta, così come combattere la buona battaglia. Scelte, costituzionalmente liberi non possiamo che farle; è la fortuna di essere uomini.

Solo chi ama converte

Sulla conversione l’idea ricorrente è qualcosa del tipo “non bisogna convertire le persone bisogna semplicemente amarle“, ora fintanto che questa frase significa che a convertire è Dio e che il miglior esempio è far vedere Dio in noi, cioè quel poco di bene di cui siamo capaci, ciò è vero. Tuttavia oggi molti vedono in questa frase un rifiuto del mandato di convertire, sostituito da una visione buonista del reale. Ciò che sfugge a queste persone è che la conversione è amore. Infatti l’atto massimo di amore per una persona è desiderare per lei il bene massimo; dunque, nel concreto, l’atto d’amore per eccellenza (nel senso proprio del termine) è indirizzare una persona al Paradiso. Quando amiamo un nostro fratello non possiamo trattenerci dal desiderare per lui la conversione del cuore e dunque la gloria eterna.

La religione non è un fatto personale, è un’aderenza più o meno accentuata alla verità. Chi ama spera che l’altro conosca la verità perché spera nel bene dell’altro. Chi possedendo una medicina per curare il proprio amico gli dona del veleno? E chi si preoccupa delle maldicenze pur di salvare la persona amata? Chi vuole convertire è chi ama. E se qualcuno vuole convertire non amando, serve solo il proprio egoismo; e prepara la propria condanna.

Il fulmine? Scompare al rinascere del giorno.

Come promesso mi accingo a fare una cosa che non andrebbe fatta, cioè spiegare il significato simbolico del mio stemma. Non andrebbe fatta perché un simbolo ha sempre un ventaglio di significati che non può essere facilmente ridotto in forma scritta, tantomeno in poche righe. Inoltre spiegare un simbolo è azzopparlo nella sua dote più importante: la capacità di creare in noi un movimento, di smuovere il nostro intelletto. Per questo nella mia esposizione cercherò di rimanere aderente alla natura simbolica dello stemma.

Lo scudo è sormontato da tre punte uguali e distinte che dominano tutta la figura e la reggono. Un fulmine squarcia l’oscurità, la sua struttura si regge sulla croce rosso sangue, che domina la figura ma non è al centro del fulmine, poiché ogni persona, nel progetto di Dio, vive il Vangelo seguendo la propria specificità, i propri carismi. Il fulmine è bianco. Ciò che amo dei fulmini, che bruciano le loro vite in un istante per tramutare le tenebre in luce, è che scompaiono al rinascere del giorno. Ovviamente c’è dell’altro, molto altro, ma solo tu hai le chiavi.

Il cavaliere impaurito, ovvero perché non nascono più eroi.

Vi assicuro che il cavaliere impaurito del titolo non è un modello da disprezzare, è un modello da imitare; ma procediamo con ordine.

Rinascimento, siamo nel pieno del Cinquecento, nasce un mito: quello del cavaliere senza macchia e senza paura, peccato che la cavalleria medievale sia scomparsa da circa due secoli. Cosa significa? Significa che quando si crea questo mito siamo in un’epoca in cui gli ideali cavallereschi veri e propri ormai sono scomparsi, in cui alla concretezza della cavalleria medievale viene sostituita una visione del mondo individualista e assolutamente irreale. Siamo nell’epoca in cui Erasmo da Rotterdam sfrutta le sue conoscenze romane per esaltare se stesso attraverso la pubblicazione dell’editio princeps della Bibbia, peccato che per farlo faccia bloccare ogni altra pubblicazione, fra cui edizioni di valore, per darci coscientemente una pessima versione della Bibbia. Siamo insomma in un’epoca dove l’individualismo si risveglia prepotentemente, l’epoca in cui tramontano gli eroi.

Nel Medioevo infatti, dove la cavalleria si praticava davvero, e fino al Duecento la si praticava per merito e non per nascita (il figlio di un cavaliere che non praticasse la cavalleria entro il trentesimo anno di età veniva considerato a tutti gli effetti come un rustico e chiunque fosse ritenuto degno poteva venir elevato al rango di cavaliere dalle autorità cittadine indipendentemente dalle sue origini), la questione del “senza macchia e senza paura” sarebbe sembrata un’assurdità. Si parla così di un padre che rimproverò duramente il figlio per il proprio proposito di non ritirarsi mai in battaglia, consigliandogli di non rispettarlo, e della successiva morte del figlio alla sua prima battaglia. Oppure di Galvano (ritenuto il migliore dei cavalieri) in cui traspare chiaramente la paura della morte. Si parla insomma di persone reali (per quanto leggendarie), che veramente hanno combattuto, non di finzioni letterarie prive di significato.

La loro grandezza, il loro eroismo, era nella loro umanità. L’eroe infatti non è colui che si crede invincibile, che è incosciente al punto da non temere nulla, che si auto-rappresenta come perfetto. L’eroe è colui che conosce i suoi lati oscuri, li accetta e combatte. Quando sapremo di essere persone imperfette, quando conosceremo i nostri limiti, quando ci saremo figurati la difficoltà delle nostre azioni, allora saremo uomini, quando poi sapremo anche dominare la maggior parte delle nostre azioni, allora, saremo eroi. L’ignoranza è per i folli. L’eroe medievale doveva ben guardarsi dall’essere un semplice ammazza-nemici forte e violento: in ciò non c’era onore. I cavalieri dovevano rispettarsi e ridurre al minimo lo scorrere del sangue. Guglielmo di Malmesbury racconta che il duca Guglielmo cacciò per sempre dalla cavalleria un uomo che aveva mutilato il cadavere del re Harold durante la battaglia di Hastings; mutilazione di cadavere nemico, per la nostra epoca, roba da medaglia.

Un vecchio argomento sciocco contro l’onnipotenza, Dio e il muro indistruttibile.

Esiste un argomento veramente banale contro l’onnipotenza, talmente banale che non pensavo ne avrei mai parlato, ma poiché viene spesso citato e, pure, non ho mai trovato spiegazioni, a mio gusto, soddisfacenti ho deciso di riproporlo a maggior utilità di chi sta iniziando la sua ricerca.

L’argomento è in genere basato su un botta e risposta, procedimento che si presta facilmente a mistificare i ragionamenti, poiché è sufficiente far intendere all’interlocutore che ciò che vogliamo dimostrare è già presente in quelle cose in cui l’interlocutore si è rivelato d’accordo, per far scattare un meccanismo per cui l’interlocutore, temendo di contraddire se stesso, dà l’assenso ad una proposizione che in realtà non aveva approvata. Ad esempio se dico “gli immigrati sono esseri umani come noi?” ovviamente si risponderà di sì, se però aggiungo: “allora sei d’accordo con me che devono poter applicare ogni loro tradizione?”, già qui molti continueranno a dire sì, e si potrà aggiungere “dunque e giusto, per rispetto della loro cultura, che essi possano delegare ai diritti occidentali della persona umana nelle loro famiglie, mantenendo i loro modelli culturali”. In tre frasi ho legittimato la segregazione della donna, l’infibulazione e la ritorsione verso i parenti (religiosamente) infedeli, e l’ho fatto procedendo in questo modo: prima di tutto ho preso un assunto generale in cui l’interlocutore occidentale non può che convenire. Poi ho sottinteso, falsamente, che l’approvare la dignità della persona umana significhi anche approvare qualunque pratica di un soggetto, quindi anche quelle che vanno contro la dignità della persona umana. Nella seconda domanda l’interlocutore disattento annuisce poiché se ha risposto sì alla prima si sente in dovere di rispondere sì ad ogni domanda introdotta da “allora” e simili. Nella seconda domanda uso la parola “tradizione” perché è una parola neutra che richiama all’immaginario gli aspetti più formali. Nella terza frase non pongo più una domanda, che potrebbe risollevare la coscienza del soggetto, ma traggo una conclusione (“quindi”), una conclusione a cui il soggetto si sentirà in dovere di aderire a causa delle risposte precedenti, poco conta che da “tradizione” si passi a “modelli culturali” e che si usi artificiosamente il richiamo al “rispetto” (altro valore forte, ma impiegato a sproposito nel senso che in questo caso si usa il rispetto per giustificare una mancanza di rispetto per la persona, dunque la parola è usata per legittimare il contrario). Inoltre notare l’uso di termini neutri come “delegare” per evitare di risvegliare nell’interlocutore il senso della realtà, si fa così anche con il politicamente corretto, la locuzione “interruzione volontaria di gravidanza” ha un altro impatto rispetto all’equivalente “omicidio volontario del proprio figlio”. Con un inganno semantico (cioè sul significato della parole) si porta un soggetto disattento a dire qualunque cosa, anche il contrario del punto di partenza, purché al concetto (che ha indotto il soggetto ad annuire) si sostituisca un’interpretazione della parola scollegata dal vero significato iniziale. Ho usato così tante parole per inquadrare il pericolo, per i disattenti, delle discussioni botta e risposta, perché questo è un problema veramente fondamentale per chiunque voglia cercare la verità.

Torniamo ora all’argomento iniziale. In genere la discussione è questa:

Accademio: Dio è onnipotente?
Ripetemio: Sì.
Accademio: Allora Dio può creare un muro indistruttibile?
Ripetemio: Sì.
Accademio: E poi lo può distruggere?
Ripetemio: Sì.
Accademio: Allora, mio caro Ripetemio, abbiamo dimostrato che l’onnipotenza non può esistere perché se Dio può distruggere il muro non è onnipotente poiché non può creare un muro indistruttibile, invece se Dio può creare un muro indistruttibile non è onnipotente poiché c’è qualcosa che non può fare e cioè distruggere il muro che ha creato.
Ripetemio: Vedo ora, esimio Accademio, che l’onnipotenza è un’assurdità e che sono stolti gli uomini che l’hanno professata.
Umilio: In questa dottrina v’è menzogna, poiché proprio perché Dio è onnipotente può fare tutto ciò che vuole. Dunque quando crea un muro indistruttibile, esso è indistruttibile in virtù della volontà di Dio che lo desidera tale, la sede dell’onnipotenza è in Dio. (infatti non può esserci potenza, nel senso in cui la stiamo intendendo, senza volontà, poiché la potenza di fare presuppone la volontà di fare). Se Dio distrugge quel muro non è per una mancanza della sua potenza, ma per l’onnipotenza della sua volontà. L’indistruttibilità derivava dalla volontà onnipotente che fosse indistruttibile, quando questa volontà cambia e desidera che il muro sia distrutto, il muro viene distrutto con potenza. Infatti in un essere onnipotente è la volontà che plasma la realtà, non è la realtà che plasma la volontà.
Accademio: Ma quando la volontà dice “indistruttibile”, non deve poter essere più distrutto.
Umilio: Qui ti inganni perché sovrapponi due concetti. Sappiamo già che la sede dell’onnipotenza è in Dio e che essa non viene da fuori di Dio. Quindi quando tu dici: Dio vuole un oggetto indistruttibile tu presupponi che la volontà sia quella che quell’oggetto sia imperituro. Quando però chiedi se Dio può distruggerlo, sottintendi che la volontà sia cambiata. Ora o la volontà è che sia imperituro o la volontà è che non sia imperituro, il tuo quesito è internamente incoerente, poiché vorrebbe professare contemporaneamente una volontà senza fine ed una volontà con una fine, cosa che contemporaneamente, in questo esempio, non può esistere. Dio può fare ciò che vuole, se vuole che sia indistruttibile sarà indistruttibile, secondo la sua volontà.
Accademio: Tu contrapponi i tuoi vuoti ragionamenti alla mia scienza, ed ora io dimostrerò a tutti che parli senza sapere e ingannandoci, tu dici infatti “sappiamo già che la sede dell’onnipotenza è in Dio e che essa non viene da fuori di Dio”, usi il verbo “sappiamo” perché non sai e non puoi argomentare, così ci prendi per citrulli e dai per scontata una cosa che non è scontata.
Ripetemio: Stolto l’uomo che parla senza la scienza!
Umilio: Ripetemio, la tua bocca dice il vero.
Ripetemio: Grazie!
Umilio: Accademio, l’onnipotente non è che uno, necessariamente. Poiché non possono esserci due onnipotenti, la potenza della volontà di uno si scontrerebbe infatti con la potenza della volontà dell’altro e se entrambi desiderassero contemporaneamente due cose esattamente e precisamente contrarie, necessariamente esse non potrebbero realizzarsi contemporaneamente. Dunque stabilito che l’onnipotente può essere al massimo uno, il tuo quesito verteva sul fatto che non potesse esistere un onnipotente, poiché egli non avrebbe avuto la potenza per costruire e distruggere assieme un muro indistruttibile (fra parentesi vedrai come posta in maniera piana questa domanda è assurda). Dunque io sono qui a dirti che un onnipotente può esistere, deve essere uno solo e deve avere una propria volontà. Ora che tu voglia chiamare questo onnipotente Dio o in qualsiasi altro modo poco conta, l’onnipotenza, se è, è in un solo soggetto e non può essercene un’altra a lui esterna.
Accademio: Le tue parole sono oltraggiose per me che ho studiato, ragionamenti ingarbugliati senza costrutto, dimmi: che titolo accademico hai per dire questo?
Umilio: Non ho titoli.
Accademio: E chi ti legittima a parlare?
Umilio: Il mio intelletto e i genî che mi custodiscono.
Accademio: Io che sono dottore dovrei ascoltare un senza-titolo? Studia e impara, io ho il gallone dell’universatica del sapere scientifico e filosofico moderno, come parli tu davanti a me?
Ripetemio: Infatti, screanzato. Cosa ne sai del mondo, chi hai studiato? Chi ti ha legittimato? Non vorrai che l’intelletto, di cui ti schermi, e i favoleschi genî che tu citi ti legittimino a parlare? Che presunzione usare la ragione come scudo, davanti ad Accademio poi, il campione del razionalismo! Dovresti solo vergognarti!
Accademio: Basta così Ripetemio, lascia stare questo miserabile, non serve insultare chi ci è inferiore.
Umilio: Sono d’accordo esimio, non serve insultare chi ci è inferiore. Anche se sarebbe bello portarlo sul nostro stesso piano o anche più in su, se tutto ciò fosse possibile con le nostre deboli forze.
Accademio: Reputi le mie forze deboli?
Umilio: O no, non stavo parlando di lei signore.
Accademio: Comunque se vuoi imparare la verità iscriviti alla mia scuola, davanti alla mia cattedra ti si apriranno le porte della sapienza.
Umilio: E potrò domandare?
Accademio: Ma quale domandare, prima bisogna studiare, avere i titoli ed anche dopo solo raramente osare.
Umilio: Prenda questo sasso, questa è la mia scuola.
Accademio: Riconosci di essere intellettualmente figlio di queste pietre?
Umilio: Riconosco di essere figlio del reale.

Con un poco di zucchero la pillola va giù e non risale più…

Non mi sto riferendo alla bella canzone cantata da Gigliola Cinquetti, mi sto riferendo ad una tendenza perniciosa (soprattutto contemporanea) per cui prendiamo una persona che si è distinta in qualche campo e gli mettiamo in bocca ciò che vogliamo. La addolciamo per usarla come fosse un prestafaccia dalle idee logore e fuori moda. Questo in particolare accade con i santi, persone qualunque li prendono, tradiscono il loro messaggio e li usano come inserzioni pubblicitarie per le loro idee. Eppure quello che è diventato santo è il santo; mica il biografo.

Vincere il drago.

Generalmente i politici, ammantati di individualismo, sognano di entrare nella Storia. Sognano di essere studiati ed additati, non in quanto realizzatori di una parte del Bene, ma in quanto individui, Napoleone non è ricordato in quanto modello dell’imperatore o dell’uomo buono, ma in quanto Napoleone Bonaparte nato il 15 agosto 1769 ad Ajaccio. Egli stesso amava a tal punto i particolari più piccoli della propria esistenza individuale da modificare il nome di S.Neopolo in S.Napoleone e da spostare il ricordo del santo dal 2 maggio al 15 agosto. Ecco un fenomeno tipicamente moderno, il culto della personalità, cosa inconcepibile nel Medioevo, ma incentivata per ogni individuo dalla nostra cultura decadente.

L’individualismo è la fonte del desiderio di essere personaggi storici. Tuttavia il ricordo non è preservato solo dalla storia. Anzi, in qualche modo la storia si ferma all’aspetto più superficiale di un individuo, perché si fissa con i particolari della sua esistenza. Cerca di capire se il tale è nato il 2 oppure il 3 luglio, o se ha marciato verso la tale città, come raccontano le fonti, o se, invece, non è più probabile che abbia cavalcato vista la distanza. La storia si fissa con un tale e ne parla senza sosta, incurante di cosa quel tale possa insegnare ancora oggi, incurante di quello che, in profondità, lo ha reso degno di menzione presso i contemporanei. Spesso anzi la storia non parla più ai contemporanei ed infatti viene dimenticata e rilegata in ambienti ristretti, poco significativi e poco duraturi. La storia più rigida è la storia dei fatti individuali, quella che si attiene strettamente a ciò che non significa nulla, poiché non è il giorno esatto di una tale battaglia, che la rende importante, né il conteggio esatto dei feriti, o la descrizione minuziosa delle strategie; ciò che rende importante una battaglia è ciò che ha causato e ciò che ha cambiato. Le famiglie che ha lasciato nel pianto e gli equilibri che ha modificato, per i prossimi, e ciò che ci insegna, per i posteri. Esiste un ricordo diverso, la leggenda.

La leggenda non è individualista, trascende gli aspetti piccoli e insignificanti del singolo per rendere il singolo un paladino del bene. La leggenda è fatta non per esaltare un individuo, ma per aiutare una persona, per riempire cioè il lettore di ciò che è positivo e salutare. Desiderare la leggenda significa essere indifferenti a ciò che deriva dal nostro piccolo essere, ambendo invece al bene. Perché il vero protagonista della leggenda non è l’eroe, è il bene che anima l’eroe. È la grandezza della sua anima, che è grandezza che riempie la sua anima, non è l’animale di per sé. L’eroe della leggenda non è preoccupato di essere ricordato come il tale, è preoccupato di continuare a fare del bene, di divenire maestro del bene, per poter servire il bene al di là della propria limitata esistenza.

Poi, per uno di quegli scherzi a cui l’intelligenza ci ha abituati, proprio l’eroe che si disinteressa di se stesso invece che perdersi si ritrova, e mentre la polvere divora, egli vive e combatte, ancora.

Il mito della Storia

La Storia raccontata ha sempre un fine. Gli eventi sono così complessi che il portarne in luce un aspetto od un altro è basato su logiche ideologiche. Non è un caso che la storiografia moderna abbia ricevuto un grande impulso dagli Stati nazionali e da tutti gli organismi desiderosi di ottenere un qualcosa dalla descrizione degli eventi. Ciò non significa che essa necessariamente racconti il falso, significa che essa focalizza la propria attenzione su alcuni aspetti e ne lascia perdere altri. Frequentemente i giudici non riescono a dipanare casi recenti, pur avendo abbondanza di mezzi e di testimonianze, e tuttavia si pretende che uno storico sia il detentore della verità di eventi lontani e complessi poiché reali.

Secondariamente la Storia è storia dei traumi, perché solo gli eventi traumatici vi trovano posto, a nessuno interessano le cose che accadono ogni giorno, se qualcosa è registrato è perché ha una forte valenza di rottura con quello che c’era prima. Così si parla di guerre, ma non di paci. Si descrivono le battaglie, ma non i rapporti cordiali fra padri e figli. E i condottieri storici sono coloro che hanno fatto più danni e distrutto più rapporti. Ogni tanto emerge anche qualche figura di innovatore che diviene importante per ciò che ha cambiato, non per ciò che ha preservato, non per la continuità ma per la rottura. I meritevolissimi sovrani che ereditano ottimi stati e li preservano senza scossoni scompaiono velocemente, i briganti che uccidono milioni di persone sono destinati a questa vana eternità del mondo.

Quando la Storia si assottiglia e scompare l’epoca è dominata dalla pace e fra gli uomini c’è più concordia che conflitto. Un politico, un sovrano, non dovrebbe mirare ad entrare nella Storia, ma al contrario ad esserne dimenticato. Per il buon sovrano non c’è Storia, ciò che c’è è la leggenda, ma di questo parleremo un’altra volta.

Pensieri antichi e nuovi, ma incompresi.

Quello che ci impedisce di capire il pensiero degli antichi è la stessa cosa che ci impedisce di capire quello dei moderni. Ho ascoltato tante lezioni di filosofia antica nella mia vita, ho letto vari libri, ma spesso il problema è quello: noi diamo per scontato che il pensiero dell’altro, tutto sommato, sia banale, soprattutto se non è supportato dai paroloni, soprattutto se non è osannato da coloro che si ammantano di sapienza. Poco conta che qualcuno abbia speso un’intera vita per definirlo, poco contano le prove storiche, poco contano le considerazioni sulle differenze nei linguaggi, si pensa che per capire un pensatore bastino pochi minuti, per afferrare un ragionamento pochi secondi (anche se spesso le spiegazioni che si danno dopo pochi secondi, quelle sì che sono un insieme di insensatezze).

Talete nella sua epoca con i mezzi che aveva predisse un’eclissi. Ora io sfido qualunque contemporaneo a fare lo stesso con i suoi mezzi oppure, anche, a riuscire a farlo con i nostri mezzi, partendo da zero, e dedicandoci 40 minuti che è più o meno il tempo medio in cui viene liquidato Talete. E certamente i computer aiutano più nella previsione di un’eclissi che non nella comprensione del pensiero. Eppure Talete è rilegato in poche righe, come il citrullo dell’acqua. Nel regime degli altoparlanti e dei ripetitori basta ripetere l’opinione comune, servire una bella sviolinata politicamente corretta sul fatto che sì, è un po’ ingenuo, però bisogna capire… il filosofo in fasce… la nascita di una disciplina, sottointendendo un po’ la faciloneria dell’uomo antico, che non era certo lo scafato uomo contemporaneo, quello che sa, guida, dirige, questo mondo creato da lui, fantastico, perfetto e destinato al progresso infinito.

Sic transit gloria mundi, perché mano a mano che ci si chiude, che si danno le cose per scontate, che ci si ritiene superiori, che si liquidano vite in minuti, si perde la capacità di imparare e ci si irrigidisce nella routine, come dei treni in folle corsa, incuranti dello stato dei binari. Forse è il motivo per cui non capiamo più i miti o i simboli, perché essi ci vogliono comunicare qualcosa, eppure lo fanno in maniera refrattaria a chi non vuole impegnarsi a capire, non si fa la figura del sapientone ripetendo un brano della vita di Gilgamesh a memoria, motteggiando Talete invece uno stuolo di scimmie applaude.

Non esistono politici cattolici

Si fa un bel parlare da molto tempo, anche da parte di esponenti ben in vista della Chiesa, della necessità di una nuova generazione di politici cattolici. Poco conta che la ricerca di questa generazione nuova si basi su strutture vecchie, che poco hanno fatto fino ad ora e che si vorrebbero improvvisamente vive ed arzille pronte ad abbandonare tutti i difetti che hanno dimostrato di possedere fino a ieri, il vero problema è un problema di mentalità. Oggi esiste tutta una cultura dominante, che riguarda soprattutto i giovani di ieri (mi risulta difficile trovare una miglior definizione visto che essi stessi rifiutano di abbandonare la terminologia propria dell’età giovanile, escludendo tutti i vocaboli generalmente riferiti all’età adulta e all’età senile), che è in un certo senso incapace di vivere il cattolicesimo politicamente. È come se, per un largo strato della cultura cattolica, il Cattolicesimo fosse diventata questione di secondo piano sovrastato da contingenze che di volta in volta venivano indicate come più importanti e prioritarie. A questa sfiducia generale nella verità del Cattolicesimo (perché mettere in secondo piano i cardini di una certa visione del mondo, può significare solamente che si dubita di quella visione del mondo stessa) sono seguite tutte una serie di conseguenze che partendo dalla vita morale dei singoli si sono ripercosse sempre più ferocemente in tutti i meandri della società, fino al punto da spingere gruppi di credenti ad essere incapaci di esprimere chiaramente il Cattolicesimo ad altri credenti. Il sovrabbondare di documenti fumosi che nascondono le questioni sotto etti di nebbia ne è una prova lampante.

Ovviamente in questa confusione generale il termine di cattolico per un politico è diventato semplicemente un’opportunità. Invece che rispecchiare una reale propensione per la verità è andato a significare una reale propensione a prendere i voti in un elettorato più o meno moderato e molto più attento alla forma che non alla sostanza dei problemi. Ad esempio è inconcepibile che un politico cattolico non attacchi frequentemente e frontalmente il genocidio legalizzato chiamato aborto, e, si badi bene, non lo dovrebbe attaccare in quanto credente in Gesù Cristo, ma in quanto amante della verità. Infatti il politico cattolico non ha alcun interesse, come politico, ad imporre una fede (andrebbe anzi contro la fede che professa facendolo), ciò che deve fare è riportare il buonsenso, cioè il rispetto della verità. La giustizia ci sovrasta tutti, questo dovrebbe dire un politico cattolico; non perdere il proprio tempo ad infangare questa o quella vita personale, perché sta scritto di non giudicare, per non essere giudicati e che con la misura con la quale misuriamo saremo misurati e la Chiesa, fedele a questa linea, ha ribadito anche recentemente che si condanna il peccato, ma non il peccatore.

Come ripartire? Se si vuole davvero una nuova generazione di politici cattolici, prima di tutto bisogna scollegarsi dalle vecchie logiche della politica e del reclutamento partitico (i partiti per loro natura tendono ad uniformare l’opinione dei loro membri, vogliono individui, non persone, ma è alle persone che si rivolge il Cattolicesimo), e poi, so che quello che sto per dire può suscitare grande stupore… ma per avere politici cattolici bisogna cercare… fra i cattolici. Cioè bisogna che i nuovi politici cattolici siano veramente e fermamente convinti che Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo, perché i problemi partono tutti da qui, partono dall’idea che “cattolico” sia una griffe, una specie di tessera del PD o del PDL, qualcosa che all’occorrenza possa essere negoziato, taciuto o, perfino, dimenticato, fino alle prossime elezioni beninteso. Tuttavia fino a quando nemmeno chi auspica questa nuova generazione non si mostrerà fermamente convinto nella verità del Cattolicesimo, i nuovi movimenti flirteranno con il mondo uscendone inevitabilmente sconfitti, perché non c’è luce dove è stato tolto il fuoco.

Pensioni, sanità, istruzione, cassa integrazione… quello che i tecnocrati dell’UE vorrebbero toglierci.

Recentemente Draghi, governatore della Banca Centrale Europea, ha dichiarato che il modello sociale europeo è morto, intendendo dire che vanno sistematicamente smantellate le garanzie date alle persone in Europa. Ovviamente come scusa di questa sparata è stata presa la crisi economica, ma c’è un punto che sfugge sempre nei discorsi di questi signoroni della politica: la crisi è partita dal mercato finanziario ed è stata dovuta al mercato finanziario, in tutto questo cosa c’entra il modello sociale? Sì, perché si sta usando la scusa della crisi per toccare e distruggere sistematicamente ogni conquista (a volte anche ingiusta, ma non certamente ingiusta nel suo complesso) a favore dei grandi gruppi finanziari ed industriali e di una politica economica miope, che invece che penalizzare le aziende che esportano il lavoro dove esiste una schiavitù legalizzata (come la Cina) mira ad importare la schiavitù legalizzata. La storia ha insegnato poco, dovrebbe essere ormai chiaro da molti decenni che è inutile avere una grande produzione quando non esiste un mercato in grado di assorbirla.

Collegato c’è il discorso della flessibilità, il problema non è la flessibilità di per sé, ma il modo selvaggio in cui è stata introdotta. Essere flessibili significa avere dei rischi maggiori, dunque un impiegato flessibile deve avere nel suo stipendio un equo premio per il rischio. Ben venga il lavoro flessibile, purché molto più retribuito del lavoro a tempo indeterminato, questa, oltre che una legge economica, è anche una regola di buonsenso.

Dunque bisogna riprendere a considerare ogni mercato nella sua specificità, abbandonando l’idea, in cui sguazzano i grandi gruppi finanziari, che l’eliminazione sistematica di qualunque frontiera economica sia sempre un dato positivo. E, secondariamente, in ogni mercato, equamente differenziato dai mercati non compatibili, va ristabilito un principio di equità in cui rischio e merito vengano giustamente ponderati per stabilire il guadagno economico. Tuttavia la cosa principale l’ho lasciata per ultima: è necessario e, ribadisco, necessario, che al centro di tutto il sistema economico venga posta la dignità della persona umana. Gli uomini non sono giocattoli: far lavorare una persona venti ore al giorno non è giusto nemmeno se ciò facesse aumentare l’economia (cosa che fortunatamente, da noi, non avviene visto che non basta chi produce, ma è necessario anche chi consuma), egualmente distruggere una famiglia per avere due redditi invece che uno non è umano, privare i bambini dei propri genitori nemmeno, creare una generazione di infelici neppure. Fortunatamente gli economisti di oggi sono i residui di ieri, il toro che hanno provocato è già alla carica e loro sbraitano odorando la propria fine. Chi semina vento, raccoglie tempesta.

Verso la meta.

Se noi confidiamo negli uomini e quindi ci lasciamo prendere da rancori, gelosie ed opinioni taciute o troppo manifestate, non arriveremo mai là dove il nostro cuore ci sospinge. Questo è uno dei sensi della carità, quando l’amore si erge sopra le contingenze, allora gonfia le nostre vele, altrimenti viene fermato da foreste troppo zelanti. Amare gli uomini senza chiedere in cambio, donare senza voler ricevere, ciò ci libera dalla contingenza, ciò ci spinge verso la meta. Noi e Dio, da qui sorge il vero amore per l’uomo, che siamo noi e che sono gli altri.

I gradi d’esistenza

Nella ricerca del reale esiste spesso un limite molto concreto, la gente pensa di poter muovere il proprio pensiero nel campo del non essere, del non esistente. Questo è un inganno, poiché noi ci muoviamo sempre nel campo dell’esistenza. Quando abbiamo un’allucinazione, quell’allucinazione esiste poiché, se non esistesse ciò che vediamo, non potremmo vederlo. Il problema è il grado d’esistenza che le cose hanno. Un’allucinazione ha un certo grado d’esistenza che è diverso dal grado d’esistenza che ha il tavolo della nostra cucina. Però ritenere di poter pensare qualcosa nel campo della non esistenza è un errore madornale. Il nostro pensiero è e per tanto dona un minimo di sussistenza a tutto ciò che pensa, per questo non può sondare il non esistente, non appena ci volge lo sguardo lo fa esistere e dunque non ne fa esperienza. Questo ci induce a pensare che la dicotomia essere/non-essere su cui si basano tanti ragionamenti, intesa in senso filosofico, ha un significato solo formale, poiché esiste solo l’essere, il non essere non è e non può esistere. Ciò che è si muove sempre nel campo dell’essere, dal non essere non nasce nulla e dall’essere nulla decade nel non essere. Questo è l’ordine naturale.

Vi dimostro che siamo creduloni

Prendete carta e penna ed annotatevi le brevi risposte alle seguenti domande, una volta fatto vedremo assieme le risposte.

1) La magia era diffusa nel Medioevo?

2) Il Diavolo è più presente nell’Antico o nel Nuovo Testamento?

3) La sofferenza eterna è un concetto più presente nel Nuovo o nell’Antico Testamento?

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Avete risposto?

Allora vediamo le risposte giuste: 1) la magia nel medioevo era pressoché scomparsa, la prova è che i trattati di magia tornano a circolare e ad essere copiati in numero considerevole solo nel rinascimento. Anche se probabilmente l’epoca di maggior diffusione della magia è la nostra: dall’Ottocento in poi tantissime correnti magiche sono nate. Per citarne solo alcune: il rito di Swedenborg, il Sat B’Hai, la grande fraternità universale, la società biogenica internazionale, l’ordine ermetista tetramegisto e mistico, l’associazione pitagorica, la societas rosicruciana in Anglia, l’ordre du lys et de l’aigle, l’hermetic brotherhood of luxor o chiesa della luce, l’AMORC, la golden dawn, l’order of the cubic stone, l’ordo templis orientis, il collegio Pansophicum, il tempio della gioventù psichica, il gruppo prometeo, il Babaji, l’ordine del Santo Graal, la Cristianità Adamitica, la Wicca, la società discordiana, la feraferia… Nel 1989 in Italia sono stati contati 11.700 maghi in una ricerca dell’ISPES per un giro d’affari di 877 miliardi di Lire. La magia non è mai stata così in salute, il calo dei Cattolici praticanti e quindi l’aumento della società cosiddetta laica ha portato ad una rinascita della superstizione e della magia. Inutile dire che tutte le forme di magia, compresi gli oroscopi, sono severamente vietati dalla Chiesa Cattolica e sono peccati in materia grave. Ogni superstizione viene dal diavolo.

2) Il Diavolo è presente in maniera pressoché esclusiva nel Nuovo Testamento, Gesù ne parla spesso, lo incontra, lo esorcizza. Nell’Antico Testamento in maniera diretta lo troviamo principalmente in Giobbe, è presente in pochi altri passi, fra cui, alcuni molto famosi (come Isaia dove si parla di Lucifero), si esprimono in maniera allegorica e non diretta.

3) Anche in questo caso, contro il luogo comune, la sofferenza eterna è presente soprattutto nel Nuovo Testamento e spesso è Gesù a parlarne, nell’Antico la troviamo principalmente nella Sapienza:
[gli empi] infine diventeranno come un cadavere disonorato, oggetto di scherno fra i morti, per sempre.
Dio infatti li precipiterà muti, a capofitto,
e li scuoterà dalle fondamenta;
saranno del tutto rovinati,
si troveranno tra dolori
e il loro ricordo perirà.
Si presenteranno tremanti al rendiconto dei loro peccati; le loro iniquità si ergeranno contro di loro per accusarli.”
ed in Daniele:
Molti di quelli che dormono nella polvere si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna.”
Anche in Isaia troviamo un riferimento al fuoco inestinguibile:
Uscendo, vedranno i cadaveri degli uomini
che si sono ribellati contro di me;
poiché il loro verme non morirà;
il loro fuoco non si spegnerà
e saranno un abominio per tutti“.

Ovviamente se qualche studioso cattolico di sacra scrittura o di movimenti magici vuole correggere qualche punto che ritiene impreciso è ben venuto.

Con quanto scritto voglio solo sottolineare che spesso crediamo ai luoghi comuni senza farci domande, luoghi comuni che tante volte sono stati creati da uomini di cultura coscientemente in malafede. Dunque quando diamo qualcosa per scontato, facciamoci qualche domanda in più, non guasta mai.

Mercoledì delle Ceneri

Oggi è mercoledì delle ceneri, uno dei due giorni di digiuno obbligatorio della Chiesa Cattolica e l’inizio della penitenza quaresimale. Ma che significato può avere oggi la penitenza? Lo stesso che ha da duemila anni. Certe cose non cambiano, tutto può apparire diverso, ma l’uomo è sempre uguale, sempre alla ricerca di colmare il vuoto che tanti anni fa il peccato ha creato. La penitenza è una strada verso la carità.

Ricordo che mercoledì delle ceneri e venerdì santo vigono digiuno e astinenza, il digiuno consiste in un pasto e due spuntini (mattina e sera) nel corso della giornata. Tutti i venerdì dell’anno c’è l’obbligo dell’astinenza, ma in Italia l’astinenza può essere sostituita con qualche altra opera di preghiera, penitenza o carità; ciò però non è vero in quaresima, in quaresima l’astinenza è obbligatoria. Al digiuno sono tenuti i maggiorenni fino al 60° anno iniziato, all’astinenza tutti coloro che hanno compiuto il 14esimo anno d’età.

Ancorati al passato.

Due persone in luoghi e tempi diversi mi hanno fatto notare che il mio stemma può richiamare alla memoria i totalitarismi ed i movimenti di destra. Non c’è bisogno di sottolineare che io non sono né di destra né di sinistra né di centro. Io aborro queste distinzioni politiche tipiche di un’epoca che ha fatto dell’odio e della divisione acritica in categorie il suo tema principale. Io sto semplicemente dalla parte della verità e della giustizia, chiunque in qualunque luogo e modo mi dimostri che ciò che sostiene è giusto mi ha conquistato alla sua causa. Ho il vizio di pensare, cosa che alle ideologie sta stretta. Quindi io rigetto loro e loro rigettano me.

Quindi io non mi riconosco in nessuno schieramento che si riconduca a destra o sinistra o centro, mi riconosco solo in chi dice la verità e, tramite la verità, compie il bene. E sia chiaro che la verità è un presupposto del bene, senza verità non può esserci bene perché il bene è verità. Dunque nel mio simbolo non c’è nessuna connotazione politica, non almeno come è intesa la locuzione connotazione politica da quest’epoca decadente. Non esiste ideologia politica, esiste una verità che si ripercuote più o meno sulla società. Quando difendiamo l’innocente non stiamo seguendo l’ideologia, stiamo rispecchiando la verità, perché il nostro cuore ci dirà sempre di tutelare l’innocente. In questo processo destra e sinistra sono solo ostacoli che rischiano, e lo hanno fatto più volte nella storia, di farci commettere il male.

Ora veniamo al mio stemma, esso ha un significato simbolico che spiegherò presto almeno nelle sue linee principali, dunque non è un insieme casuale di righe, né dipende da questa o l’altra ideologia. Il mio stemma è ciò che doveva essere nel mio progetto, ora se lo cambiassi perché ad alcune generazioni richiama delle ideologie farei un grave errore: farei l’errore di perpetrare l’odio che a quelle generazioni ha impedito di vivere bene. Perché l’odio viene solo da Satana e dalla nostra imperfezione, Dio è amore. È ora invece che questo odio esca dall’immaginario collettivo, è ora che in noi entri il bene, è ora che riportiamo il bene nella vita pubblica. Io sogno un futuro in cui guardando uno stemma come il mio le persone non vengano rapite da visioni ideologiche e categoriche del mondo, ma entrino nel mistero del mio stemma, tentino di approfondire cosa significa davvero e non credano di sapere donde viene e dove va. Sogno un’epoca in cui il nostro interlocutore viene ascoltato per quello che ha da dire, dove le etichette non sottendono già il presunto contenuto della discussione, anzi a ben vedere un’epoca dove non esistono più le etichette. Perché ciò che dice Caio non ha valore in base al fatto che Caio sia etichettato fascista o comunista, ha valore in base alla sua aderenza alla verità.

Amici miei, io quel simbolo lo lascio, non perché vi turba, ma perché spero che vi guidi in un mondo dove ciò che prevale è solo la verità, dove le divisioni sono solo del Diavolo in se stesso, dove le nostre discussioni sono solo sull’amore. Poiché dentro di noi sappiamo tutti che l’amore è verità.

Come avere successo

Le persone che hanno successo sono quelle che riescono ad impegnarsi, a dare tutto per un progetto, a concentrare le loro energie. Una cosa di cui siamo capaci tutti; quando non ci riusciamo è segno che quel progetto non rispecchia davvero ciò che vogliamo. Ma cosa vogliamo esattamente? Vogliamo ciò che reputiamo buono. Questo è universalmente vero, noi desideriamo ciò che reputiamo buono. Così chi segue la carriera lo fa perché reputa buono il successo economico, oppure l’approvazione sociale, o ancora l’indipendenza e l’apparente autosufficienza. Chi vuole il potere reputa buono il poter decidere senza essere sottomesso, oppure reputa buono ciò che può fare con il potere, o ancora reputa buone le conseguenze delle sue azioni o, peggio, il poter dominare gli altri. Chi studia reputa buona la conoscenza, oppure il riconoscimento sociale, oppure il soddisfare alle aspettative dei genitori, o, anche, il lavoro che potrà ottenere con il proprio studio. Questi sono solo alcuni esempi nemmeno esaustivi, tuttavia ciò che importa è che a muoverci è la nostra idea di bene. O meglio ciò che intimamente reputiamo bene, non ciò che a parole riteniamo bene. Una conseguenza di ciò è che le persone, che non riescono veramente a sposare un progetto nella propria vita, sono divise. Evidentemente dentro di loro ci sono più idee di bene che rivaleggiano e, non prevalendone nessuna, la conseguenza è una stasi perpetua.

Non avere una visione del bene significa dissipare le proprie forze, in questa situazione si trova, ad esempio, chi vorrebbe cambiare università e non ha il coraggio di farlo, da una parte è buono non sprecare ciò che si è fatto fino ad ora, dall’altra è buono seguire ciò che ci realizza veramente. Egualmente da una parte è buono soddisfare le aspettative di chi ci circonda, dall’altra è buono coltivare le nostre. Così per il lavoro, da una parte le sicurezze, dall’altra le ambizioni; da una parte la carriera, dall’altra la famiglia. Quando siamo divisi dai dubbi non possiamo dare il massimo, e siamo divisi perché non scegliamo fino in fondo. In questo stato si può vivere per anni, vite intere, però questo non è lo stato di chi ha successo. Chiunque abbia successo si distingue per la capacità di credere fino in fondo alla propria idea di bene, per la capacità di dare tutto per essa, per la capacità di essere forte in essa.

La risposta che determinerà il nostro successo è la risposta, vissuta, ad una semplice domanda: “Per chi? Per chi combatte la mia spada?”.

Come ti guarda Dio

“Dio non può esistere! Guarda quanto male!” “Se Dio esiste dovrà chiedermi scusa.” “Ho pregato così tanto per mia nonna ed è morta lo stesso, Dio non esiste.” “Quei quattro poveri ragazzi, bruciati vivi, Dio non esiste e se esiste è cattivo.” “Guarda non riesco nemmeno a comprarmi un’auto decente, ed una volta ho pregato anche Dio, se esiste perché non mi dona un’auto?” “Ti dimostro che Dio non esiste, gli do 5 minuti per fulminarmi, al termine dei 5 minuti avrai la prova che Dio non esiste” “Mi sono fatto da solo, la mia vita è merito mio” “Certo che esiste Dio; e no, non do mai nulla ai barboni, cosa c’entra?” “Se Dio esiste perché sono brutto? Se da Dio viene il brutto allora anche Dio, se esiste, deve avere dentro di sé il brutto!”.

Queste obbiezioni hanno tutte qualcosa in comune; presentano errori di ottica. Quando interpretiamo le azioni di Dio, dobbiamo capire ciò che è veramente importante, Dio agisce per il meglio. Il meglio è la vita eterna, se in questa vita diveniamo re del mondo, ma poi perdiamo la nostra anima nulla vale. Se per la materia che otteniamo danniamo lo spirito, ci chiameremo sventurati per l’eternità. Eppure la nostra ottica, qui, è così limitata che non capiamo come siamo guardati, con che infinito amore il Signore accudisce i nostri desideri, in che modo ci dona ciò che vale davvero. Nel processo di beatificazione del Santo Curato D’Ars ci fu una testimonianza riguardo ad una ragazza cieca, ella era andata dal Santo per guarire, il Santo, per ispirazione soprannaturale, le disse che poteva certamente guarire, ma che da cieca si sarebbe salvata sicuramente, mentre, vedendo, la sua salvezza sarebbe stata incerta. La ragazza andò a casa gioiosa della propria cecità. Arriverà un giorno in cui capiremo tutto, in cui vedremo quante volte Dio, con dei mali apparenti, ha suscitato grandi beni per la nostra anima; benediremo quei “mali” e gioiremo dei loro frutti.

 Tuttavia l’azione di Dio non è mai invasiva, ci dona tutto ciò che ci serve, ma la scelta è solo nostra. Noi siamo liberi; profondamente, costituzionalmente liberi. Nel nostro cuore sappiamo qual è la verità anche se l’abbiamo annegata, anche se sono anni che non l’ascoltiamo, anche se ci infastidisce al punto da farci diventare testimoni della menzogna, ansiosi di trascinare gli altri nell’errore. La verità è lì, per noi, la conoscevamo e ora non la conosciamo più. Alla fine della nostra vita non ci verrà chiesto conto di quante cose abbiamo avuto, ma di cosa siamo diventati. Una sola domanda spalancherà le porte del Paradiso davanti alla nostra strada, una domanda semplice e allo stesso tempo complessa, il Signore della Gloria, in uno slancio d’amore, ci chiederà semplicemente: “hai amato?”. E quale sarà la nostra risposta?

Scegliere l’oro.

«Questa è l’origine della vostra forza» disse il pontefice. «Voi guardate ogni cosa sub specie aeternitatis» «Quale altro modo potrebbe esserci, per voi e per me?» rispose Caterina.” così Louis de Wohl scrive ne “La mia natura è il fuoco”, una biografia di Santa Caterina da Siena. Eppure il nocciolo della questione è tutto qui, noi sappiamo che esiste un’anima immortale e non ce ne curiamo. Tutto ciò che ora brilla ai nostri occhi opachi è destinato a scomparire, ad essere inghiottito dall’inclemenza del tempo, ma la nostra anima è adamantina, non la scalfirà né il tempo né la ruggine né il fuoco. Quale persona riempie i propri serbatoi con il latte e accumula pesci come tesori? Non prenderà piuttosto l’oro che non arrugginisce e le pietre preziose che non scompaiono? Eppure noi siamo fra quelli che si arricchiscono con serbatoi di latte e ceste di pesci, dolorosamente incuranti dell’arrivo dell’estate.

Aperti alla verità

Descrivete un elefante ad un vostro interlocutore immaginario. Fatto? Vi do ancora qualche istante.

Sono pronto a scommettere che non avete detto che l’elefante ha un cuore, dei polmoni, delle scapole ed uno stomaco. Non lo avete detto perché per cercare di capire cosa sia un elefante non ci interessano le cose comuni, ma le cose che lo differenziano dagli altri mammiferi. Ciò che diviene davvero rilevante per la comprensione sono le anomalie, le specificità di questo animale. Così, quando cerchiamo i fatti che ci possano aiutare a capire la verità, ci interessano certamente anche le cose comuni, quotidiane, ma acquistano molta rilevanza anche i fatti certi ma poco diffusi. Perché una buona teoria deve riuscire a spiegare tutti gli elementi veri, non solo i più frequenti, ma bensì anche i più bizzarri.

Per questo, per ricercare la verità, dobbiamo arrivare anche ai casi limite e solo quando sapremmo ricondurli alla nostra teoria in maniera efficace e coerente, senza bisogno di nasconderli, solo allora potremmo essere soddisfatti del lavoro compiuto. In quest’ottica vi consiglio tre libri. Sono stati scritti da un esorcista. Trovate, qui come altrove in opere simili, testimonianze straordinarie su cui vi invito a riflettere per cercare onestamente la verità. Ad esempio troverete 1) persone che parlano perfettamente lingue che non conoscono e che non hanno mai studiato (a volte morte da millenni come l’Aramaico ), 2) persone che sputano quantità enormi di oggetti di metallo come chiodi e forbici che non erano presenti nel loro stomaco e che non sarebbero nemmeno potuti essere presenti in quella quantità, 3) persone che conoscono fatti nascosti ed occulti, 4) ragazzine dotate di forze inumana (in grado di raddrizzare con le mani moschettoni di ferro di grosse dimensioni) e capaci di aleggiare in aria. Già solo spiegare queste quattro esperienze ripetute più volte con una sola teoria non è facile, voi che dite?

Inoltre la lettura sarà molto utile anche per chi è Cattolico: capirà la concretezza e la puntualità della dottrina, che non è un insegnamento simbolico, ma reale ed attuale. I libri sono (io vi consiglio di leggerli in quest’ordine):

Memorie di un esorcista. La mia vita in lotta contro Satana di Gabriele Amorth e Marco Tosatti: un libro che ci presenterà molti fatti legati agli esorcismi.

Più forti del male. Il demonio, riconoscerlo, vincerlo, evitarlo di Gabriele Amorth e Roberto I. Zanini: un libro che parla del Male in maniera generale, non strettamente legato al tema degli esorcismi.

L’ultimo esorcista. La mia battaglia contro Satana di Gabriele Amorth e Paolo Rodari: un libro che può essere considerato un po’ il riassunto delle altre opere, ottimo per fare il punto su questa tematica.

Per chi vorrà, buona lettura e buona onesta ricerca della verità.

Colpita da un fulmine, ritorna guarita dall’aldilà.

È il 5 maggio 1995, siamo in Colombia, nei pressi dell’università nazionale di Bogotà, Gloria Polo, una ragazza di 23 anni laureata come dentista e iscritta alla specialistica, viene colpita da un fulmine assieme al cugino mentre si sta recando in facoltà per prendere dei libri. I due rimangono carbonizzati.

Il fulmine, secondo le autorità, è stato attratto da una medaglietta di Gesù Bambino in quarzo, del cugino. Il ragazzo muore sul colpo, le sue viscere sono completamente carbonizzate. Gloria riporta ferite gravissime, la carne brucia istantaneamente, i due seni spariscono, al posto della mammella sinistra un buco, il fegato è carbonizzato, la spirale, usata come metodo contraccettivo, fa da conduttore distruggendo le ovaie, la violenza del fulmine non risparmia nemmeno reni, polmoni e costole, il cuore si ferma, il corpo inizia a saltellare a causa dell’elettricità. Per circa due ore non può essere toccato da nessuno.

I medici intervengono e si accende una flebile speranza, Gloria, per un attimo, dà segni di vita e viene subito portata in sala operatoria. Qui succede l’incredibile: il corpo di Gloria ritorna perfettamente funzionante, senza l’intervento dei medici, siamo nel 1995, gli organi guariscono istantaneamente, le gambe iniziano a guarire poco prima di essere amputate, di lì a poco il seno ricresce. Nel giro di un anno e mezzo la ragazza diviene madre.

Quello che racconta Gloria è incredibile, la sua anima è stata alle porte del Paradiso ed ha visto l’anima del cugino entrare nella beatitudine eterna, lei invece è precipitata all’inferno. Ma le preghiere di uno sconosciuto le hanno donato una seconda possibilità. In cambio deve vigilare su due cose: la propria conversione e la diffusione della sua testimonianza. Ecco alcune delle parole che Gloria sentì da Gesù Cristo: “Tu tornerai indietro, per dare la tua testimonianza, che ripeterai non mille volte, ma mille per mille volte. Guai a chi, ascoltandoti, non cambierà, perché sarà giudicato con più severità. E questo vale anche per te e per i consacrati che sono i miei sacerdoti, e per chiunque altro che non ti darà ascolto: perché non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, né peggior cieco di chi non vuol vedere”.

Il sito di Gloria è www.gloriapolo.com e la sua testimonianza in Italiano la potete trovare qui.

L’unica Chiesa che illumina è la Chiesa che arde, ovvero la paura di essere felici.

Oggi un mio caro amico mi ha riportato alla mente un viaggio, fu così bello da segnarci  tutti e oggi, dopo anni, è diventato un ricordo lucente. Nove persone, un furgone, Dio e il suo Angelo. Eppure, dopo tanto tempo, mi rendo conto di quanto sia difficile il voler essere felici. Quanti viaggi avremmo potuto fare? Quante cose avremmo potuto cambiare? Certo, molte sono cambiate ad un punto impensabile quando eravamo freddi, però ad un certo punto è come se si instaurasse la paura di essere felici. La nostra quotidianità, non ancora perfettamente trasfigurata, ci richiama all’ordine, i sogni vengono messi in un cassetto, il nostro fuoco viene bollato come esagerazione e lasciato domare. E noi, noi che abbiamo toccato una felicità che non è propria dell’uomo, ci costringiamo a pensare che deve essere occasionale, anche se è durata tutte le volte che abbiamo vissuto in quel modo, deve essere un caso, la vita deve essere diversa. E così invecchiamo, amici miei, con la vertigine dello slancio, il vento fra i capelli, ma inesorabilmente fermi. Scusate se parlo a voi, probabilmente dovrei parlare solo a me, fatemelo sapere. Ho cambiato così tante cose, ciò che era di-sperazione si è mutato in gioia profonda, eppure sento che potrei bruciare ancora qualcosa, per purificare ed innalzare gli altari della mia esistenza.

Essere felici è così semplice, vita semplicissima assolutamente, è tutto scritto nel Vangelo che abbiamo vissuto, perché la verità è sì Sacra Tradizione più Sacra Scrittura più Sacro Magistero, ma è soprattutto vita. Vi voglio bene amici, e sono convinto che l’unica Chiesa che illumina è la Chiesa che arde. Ci auguro di ardere sempre, ci auguro di vivere assieme in Cristo e di essere felici, ci auguro di banchettare, se non qui, più tardi, là, al tavolo dei Santi. Sia lodato Gesù Cristo!

Prendersela con Dio

Un po’ di tempo fa mi è capitato di prendermela con Dio. È assurdo lo so; noi esseri piccoli, confinati in una minuscola porzione di spazio e conoscenza, con una visuale microscopica e sfocata, non abbiamo alcun modo di sapere qual è veramente la cosa migliore. Eppure vorremmo intrometterci, vorremmo imporre noi a Dio una tabella di marcia, vorremmo pianificare tutto con la presunzione di pianificare il meglio. E quando questa nostra superbia giunge al palo, ci arrabbiamo. Ci infuriamo contro quel Dio cieco e muto, lo sfidiamo, lo minacciamo, lo offendiamo.

E lui è lì, in silenzio. In silenzio davanti al nostro peccato, sulla sua croce. E ci guarda, con uno sguardo intenso. La differenza fra l’empio e il peccatore è qui, nel peccatore infine la superbia cede, le lacrime dell’umiltà sgorgano e la maestà di Dio riappare, davanti a quegli occhi piccoli e quasi ciechi. Il peccatore si pente e si prostra, sa di avere offeso il Dio dell’universo, l’onnipotente, l’altissimo, ciò di cui a orrore è il sacrilegio appena compiuto. Forse sarà punito, ma ciò che lo costerna è l’errore, l’errore metodico di aver pagato con l’odio l’amore. Tornare ad amare l’amore, l’amore che ci ha plasmato, che ci chiama, che ci ama, ecco cosa desidera il penitente, ecco dove rinasce il peccatore.

Complotto segreto per uccidere Benedetto XVI!!!!

Il Papa morirà entro novembre 2012, a causa di un complotto, questo è il succo di un articolo del Fatto Quotidiano di cui potete trovare un sunto sul sito del Giornale. Ci risiamo, sempre la solita storia, perché questi articoli funzionano? Semplice, perché vorremo sapere il futuro. Così oroscopi, cartomanti ed ogni forma di divinazione. Il punto è proprio quello, i giornali non sono interessati davvero a dare questa notizia, quanto piuttosto a provocare il prurito del pubblico. Possono essere previsioni Maya, oppure previsioni di studiosi d’altri tempi, come Bendandi, oppure improbabili teorie scientifiche, l’importante è grattare lì dove l’uomo si sente incerto, cioè il suo avvenire. Sì, perché l’uomo senza fede è proprio così, un tronco in balia dei flutti. Se nulla veglia su di noi, se esiste solo il caos, l’uomo è un fuscello circondato da fiamme. Alla fine la nostra vita è fragile ed appesa ad un filo, sia a livello fisico che psicologico, un filo che può essere in ogni momento spezzato dagli eventi. Così vorremmo squarciare il velo di un futuro insensato e, quindi, probabilmente ostile.

Poi c’è il complotto, anche il complotto ci solletica, perché soddisfa la nostra voglia di dare la colpa agli altri, di attribuire gli eventi a minoranze organizzate (con cui spesso è facile prendersela), il complotto ci toglie le responsabilità dalle spalle, perché ha l’aura dell’ineluttabile. Noi non abbiamo sbagliato, se l’economia va male è colpa degli ebrei organizzati, se il mondo va verso l’immoralità è colpa di quattro massoni che hanno saputo diffondere le riviste porno, se la Chiesa scompare è colpa della tale corrente (un po’ come dire che il male è più forte del bene e che una corrente malvagia sa soffocare tutte le correnti giuste). È più facile perché non ci costringe a porci davanti alle nostre responsabilità di singoli; permette di mantenere il mito di un popolo di giusti schiacciato da un’orribile minoranza di malefici. È più semplice dare la colpa a cento ebrei che si trovano una volta l’anno che non riconoscere la nostra responsabilità e la responsabilità delle idee che abbiamo diffuse e che continuiamo a diffondere.

Esiste poi un altro aspetto dei complotti: i complotti ci fanno sentire intelligenti. Nel momento in cui riteniamo di aver scoperto qualcosa di più vero rispetto a quello in cui credono gli altri, che per definizione, essendo altri da noi, sono più beoti, ci sentiamo meglio. Noi si che sappiamo leggere i segni dei tempi, poco conta che non si faccia nulla per migliorare le cose, l’importante è essere illuminati, non mischiarsi con il popolino, crogiolarsi assolutamente inattivi (sia dal punto di vista fisico che mentale) nella nostra presunta conoscenza. I complotti addormentano; non si è mai sentito, infatti, di un condottiero seduto sugli allori, quello è tipico dei tiranni.

Invece noi come uomini dobbiamo avere fiducia nel futuro perché nulla accade per caso e, soprattutto, dobbiamo agire per cambiare le cose. A chi crede ai complotti dico: se cinque persone consapevoli possono guidare il mondo verso il caos, altre cinque non possono forse riportarlo alla luce? E a chi non ci crede dico: il seme della decadenza è dentro di noi, dentro il nostro modo di comportarci tutti i giorni, dentro la nostra noncuranza, dentro il nostro adeguarci all’andare del mondo. Così, divenuti consapevoli, alziamoci e costruiamo un mondo migliore.

La soave maestà del simbolo.

Non abbiamo più il gusto per i simboli, non sappiamo come prenderli, ci fanno smarrire. Eppure i simboli sono una miniera inesauribile, non tanto per presunte conoscenze archetipe, quanto piuttosto perché i simboli ci costringono a pensare. Proprio perché scarni ed echeggianti di concetti essi ci interrogano. Un simbolo è immune all’effetto altoparlante e ripetitore di certa cultura moderna. Il simbolo è lì che si staglia per il singolo, al singolo si rivolge e dal singolo chiede di essere interpretato. I simboli creano movimento nella nostra mente. Essi prima insegnano a pensare, poi aiutano a pensare e, infine, sostentano il pensiero.

Forse abbiamo perso il gusto del simbolo quando abbiamo preso il gusto di ripetere. Posso citare a memoria le opere di tutte le più grandi menti, posso sapere ogni libro alla perfezione, posso citare la Bibbia al salto, ma ciò non significa nulla, stupisce solo gli inconsapevoli, ciò che conta, ciò che resta di una vita, è ciò che io conosco, ciò che ho penetrato con il pensiero, ciò che mi rende uomo. Ma la strada che porta lì nessuno ve la può descrivere, non vi resta che camminare.

La legge morale universale

La nostra è una società interamente basata sulla parola scritta. Questo è un grande limite poiché la parola scritta non è il concetto. Le parole subiscono l’influenza del contesto, invecchiano, perdono di significato e acquistano significati nuovi. Solo che noi ci siamo incancreniti sul loro significato, per noi lo scritto dice tutto, precisamente. Per molti giuristi era la norma ad essere di per sé vincolante, unica fonte della giustizia, dopo il Nazismo questi giuristi hanno dovuto cambiare idea. Sarebbe stato meglio cambiarla prima.

Le parole non sono il concetto, ma è il concetto che ha significato, le parole tentano solo di trasmetterlo. E la legge morale universale, che è iscritta intimamente dentro di noi, è una legge concettuale, dunque i suoi modi di esprimersi sono molteplici, ma il concetto che vuole comunicare, al di là dei limiti e delle contingenze umane, è sempre lo stesso.

Per questo i codici sono pericolosi, perché cristallizzano una situazione incristallizzabile e ignorano tutte le sfumature della realtà umana, i codici sono per loro natura individuali, nel senso che non si rivolgono a persone, ma ad individui, e, dunque, sono per loro natura ingiusti non appena il codice supera il concetto. La mania di fissare tutto, di salvare tutto, di trasmettere tutto esattamente è un’ossessione impraticabile della nostra civiltà. Per quante parole scriveremo, per quanto ci sforzeremo, per quanto ci struggeremo non rinchiuderemo mai la verità, il reale, nelle nostre parole scritte.

E le nostre leggi che stanno sprofondando nell’ingiustizia, pagano lo scotto di uno smarrimento dei concetti e di una conseguente deriva verso la rigidità degli scritti; c’era più saggezza e giustizia una volta quando si sapeva che cos’era la giustizia che non oggi, in cui la giustizia, per molti, è una faccenda di codicilli, dove il senso della morale è ormai perduto.

Un chirurgo per due mandati

Immaginate di dover fare un’operazione veramente difficile, vi affidereste ad un chirurgo con meno di dieci anni d’esperienza? Io non credo, eppure questo è quello che in molti si ostinano a chiedere alla politica. Si vuole limitare la politica a due mandati, ma il politico decide per le vite di migliaia di persone, non ha forse senso che sia esperto?

E poi da cosa ci salverebbe una politica lampo? Dalla corruzione forse? Non è invece che i politici sono corrotti indipendentemente dalla durata del loro mandato? Molti dicono che le persone che hanno davvero ideali nobili si scoraggiano, ma, se è il loro destino, è difficile pensare che arriveranno intonse anche solo al primo mandato; e, poi, una persona che davvero vuole spendere tutta la propria vita al servizio dei cittadini, non verrebbe forse frenata dal impossibilità di vivere bruciando per questo ideale? Non sarebbe un tarpargli le ali il costringerla a rinunciare alla propria vocazione?

In realtà non conta quanto un politico stia al governo per definire la sua condotta, ma chi è quel politico, cosa vuole e a cosa aspira. Altrimenti i 2 mandati servono solo per cambiare un ladro ogni otto anni, cosa non molto conveniente, per nessuno. Ed, al di là di questo discorso, bisogna considerare la difficoltà di governare uno Stato, difficoltà non certo inferiore ad un intervento chirurgico. “Allora, chirurgo, lo sappiamo impugnare o no questo bisturi?” non è un bel discorso in sala operatoria.

Contro i seguaci.

Un libero pensatore non può mai essere completamente d’accordo con il pensiero di un altro libero pensatore, questo è lo scotto della nostra imperfezione. Dunque non ha senso per un pensatore dirsi seguace di questo o quell’altro, come non ha senso dirsi seguaci di un’ideologia. Ciò non significa che è tutto da buttare ogni volta, significa solo che ogni cosa va vagliata criticamente. Significa solo che siamo liberi.

Solo ciò che viene da Dio, una volta riconosciuta la realtà della Rivelazione, è certo nella sua totalità. Un uomo invece può dire tante cose corrette, ma nessuno può dare per scontato che le dirà sempre tutte. Come diceva Aristotele, bisogna che molti diano il loro contributo per individuare la verità. La libertà del pensiero, libertà dalle convenzioni sociali e dalle figure che ci vengono imposte come autorità indiscusse è qualcosa di vertiginoso, di immanemente bello, è il sapore dell’umanità. Solo da qui si passa per trovare la verità.

Fra mille milioni di vite, c’era un minuto per noi; e non l’avremo vissuto.

“Hanno detto che l’Italia può riparare, se anche manchi questa occasione che le è data; la potrà ritrovare. Ma noi, come ripareremo?
Invecchieremo falliti? Saremo la gente che ha fallito il suo destino. Nessuno ce lo dirà, e noi lo sapremo; ci parrà d’averlo scordato, e lo sentiremo sempre; non si scorda il destino.
E sarà inutile dare agli altri la colpa. A quelli che fanno la politica o che la vendono; all’egoismo stolto che fa il computo dei vantaggi, e cerca nel giornale quanti sono stati i morti; ai socialisti ed a Giolitti, ai diplomatici o ai contadini. La colpa è nostra, che viviamo con loro. Esser pronti, ognuno per suo conto, non significa niente; essere indignati, disgustati, avviliti è solo una debolezza. La realtà è quella che vale. Anche la disgrazia è un peccato; e il più grave di tutti, forse.
Fra mille milioni di vite, c’era un minuto per noi; e non l’avremo vissuto. Saremo stati sull’orlo, sul margine estremo; il vento ci investiva e ci sollevava i capelli sulla fronte; nei piedi immobili tremava e saliva la vertigine dello slancio. E siamo rimasti fermi. Invecchieremo ricordandoci di questo.”

Uso queste suggestive parole di Renato Serra in primo luogo per presentare la sua opera “Il senso del silenzio” liberamente scaricabile da qui, è in secondo luogo per presentare un sito ed un progetto encomiabile: Liber Liber, un sito con più di 2000 libri in edizione integrale completamente scaricabili, sicuramente un progetto da sostenere.

Una voce dentro al coro.

Siccome siamo tutti uguali, tutti indottrinati e massificati, uomini la cui originalità viene in parte repressa ed in parte incanalata sul taglio dei capelli ed il modo di vestirsi, abbiamo dei miti. Miti che servono per sopravvivere, per raccontarcela un po’ e sentirci meglio. Uno di questi è la pecora nera, un altro è la voce fuori dal coro. Nelle pubblicità questi miti sono super presenti, tutti vogliono sentirsi originali, diversi, ma non vogliono che ciò gli costi fatica ed allora: tutto risolto! una bevanda invece che un’altra, una maglietta invece che un’altra, una cosa contro (contro cosa decidete voi) ed è fatta, originalità a basso costo (per noi s’intende, non per il portafogli).

Una volta mi sono trovato a passare la notte con un po’ di alternativi; un gruppo di brave persone che avevano solo la particolarità di vestirsi un po’ strano. Devo dire che varie volte ho tentato di farmi spiegare in cosa consistesse il loro essere alternativi, morale: consisteva solo nell’esserlo. Non avevano nulla che lo giustificava, il loro gruppo era così e loro, uniformati al massimo, si adeguavano, l’unica cosa che continuavano a ripetermi era l’importanza di essere alternativi.

La nostra società è così, piena di individui che si massificano nei gruppi più strani, pretendendo di essere originali. Se lasciassero perdere il loro lato individuale ed invece esaltassero quello personale allora sì che sarebbero veramente originali, perché non c’è una persona uguale all’altra. Noi uomini siamo tutti unici, per natura. Ogni uomo è un inestimabile pezzo unico, ma per farlo emergere bisogna accettare il peso della propria unicità e scoprirsi splendidi. Sì, perché come ogni pezzo unico siamo splendidi, splendidi nella nostra irriproducibilità, splendidi nella nostra originalità.

Ed è proprio quando ci accettiamo come persone che sappiamo scegliere. Non siamo più dei servi di questa o quella ideologia, ma degli uomini. E solo gli uomini, poiché scelgono, possono decidersi intimamente per il bene, possono diventare pecorelle davanti alla verità. Bello no? Tutti vogliamo essere pecore nere e Gesù che figura ha scelto? I pecoroni che vanno dietro al pastore! Chissà se i suoi esperti di marketing hanno provato a dissuaderlo: “pecore?” “non verrà nessuno” “meglio le tigri” “o i leoni” “sarà un fallimento”. È già… un fallimento, perché piacere a milioni di individui è semplice, piacere ad una sola persona è molto più difficile. Ma in questo caso i numeri non contano, è come paragonare Amore e Psiche di Antonio Canova ad un cesto pieno di spilli, uno a molti, uno a nessuno.

Ma con Gesù tutto cambia, l’originalità è proprio nell’essere pecore bianche, l’indomabilità nell’essere sottomessi, la voce più libera quella all’interno del coro. Siate liberi, divenite voi stessi.

Un Nuovo Ordine Mondiale

“Nessuno potrà opporsi” è la strada avviata dai tanto osannati organismi internazionali, abbandonare totalmente anche ogni semplice parvenza di democrazia per creare una nuova aristocrazia chiamata “tecnocrazia”. Ed il problema di fondo non è questa svolta, ma la scelta di queste nuove guide, scelte non fra persone in grado di guardare al bene, ma fra coloro che meglio interpretano lo spirito economico dell’epoca. Uno spirito economico che, come mostrano gli eventi, ha già profondamente fallito. Uno spirito economico che vede l’uomo come un numero. Uno spirito economico che rinnega ogni radice ed ogni etica nella rincorsa di una crescita tumorale come non se ne erano mai viste prima a memoria d’uomo. Ognuno per sé, verso l’abisso.

L’umanità ha i suoi anticorpi e il mondo che sta bruciando lo dimostra.

Conoscere significa vivere.

Ci hanno detto per anni che sapere significa conoscere. Se ciò ha una validità nelle ricerche collaterali alla nostra esistenza, presenta però un grave limite nelle ricerche ultime. Nelle cose che ci toccano davvero sapere non è sinonimo di conoscere, mai. L’unico modo di conoscere veramente qualcosa è di viverla; posso essere il più grande dotto sulla vita cristiana, ma se non la vivo non comprenderò mai il mistero. Studiare per anni la verità non ci porterà ad alcun vantaggio senza uno sforzo concreto, perché la verità non è qualcosa che possa essere scritto sui libri o ripetuto a macchinetta, è solo qualcosa che può essere vissuto. La verità si vive.

Anche in questo i filosofi greci erano un bel passo davanti a noi, per loro il filosofo non poteva limitarsi a proclamare delle teorie, doveva saperle anche incarnare. Questo è l’unico modo di conoscere. Tutti infatti citano Giovanni 8,32 (“conoscerete la verità e la verità vi farà liberi.»”), ma pochi si ricordano che è preceduto da Giovanni 8,31 (“Gesù allora disse a quei Giudei che gli avevano creduto: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli;”).

Dobbiamo stare attenti a non diventare altoparlanti e ripetitori, anche se quest’epoca d’esami facili e massificanti, d’insegnamento impersonale e inumano, di forma invece che di sostanza non desidera altro: un branco di pecore che diffonda il verbo, senza domande, senza conoscenza.

Accadde.

A volte mi capita di incrociare persone che prendono fatti fuori dall’ordinario e si sforzano di dimostrare come questi fatti sarebbero potuti avvenire nell’ordinarietà. Esse ritengono che questa sia una prova che dimostra che quei fatti non sono stati per nulla straordinari. Ciò che sfugge loro è che se una cosa avviene in un certo modo è avvenuta in quel modo, poco importa che si potesse ottenere in mille altri modi. Ciò che è è e non può non essere e ciò che non è non è e non può essere.

Ripartiamo da qui.

“Per costruire il futuro voglio cambiare me stesso, nel presente.”

Si fa un gran parlare di riforme, di leggi, di come deve essere lo Stato del futuro; tutto inutile. Per quante leggi ci siano, per quanto perfette esse siano, per quanto siano ben pianificate, se esse non entrano nei cuori dei singoli saranno vane. La giustizia funziona solo con chi ci crede; si vede anche ad un livello molto empirico: chi spende parecchie migliaia di Euro di avvocato per una cosa da poco? e chi ci obbliga a rispettare una legge penale nel segreto? La giustizia funziona solo fra gentiluomini. Per quanti esattori ci siano non saranno mai controllati tutti gli scontrini, per quanti poliziotti mai tutti i vicoli, per quanti vigili mai tutti i parcheggi.

La politica, lo Stato, deve ripartire da qui, dall’educazione morale dell’uomo. Per troppo tempo il potere, nel suo senso più positivo, ha abdicato all’educazione umana. Per anni c’è stato ripetuto che nelle scuole non si devono insegnare i valori: sciocchezze, ogni insegnamento, di qualunque tipo, comunica un valore. Per anni ci è stato detto che i bambini vanno cresciuti in autonomia: sciocchezze non esiste un’autonomia del bambino, esso assorbe sempre e comunque i valori che lo circondano. Abbiamo abdicato al bello e al buono per lasciare che ogni valore prepotente emergesse. È ora di finirla, siamo uomini.

Il futuro riparte da qui, da un’umanità con una morale, da una umanità di probi, di uomini insomma. Per costruire il futuro voglio cambiare me stesso, nel presente.

“so tutto io”, il razionalismo incontinente

Un brandello di pelle di capodoglio con le cicatrici provocate dalle ventose di un calamaro gigante.
Un brandello di pelle di capodoglio con le cicatrici provocate dalle ventose di un calamaro gigante.

1861 la corvetta francese Alecton avvista e arpiona un calamaro gigante al largo delle Tenerife, il corpo dell’animale si spezza in due tronconi nel tentativo di issarlo sul ponte, se ne recupera solo una parte. È una conferma di anni di avvistamenti e testimonianze, fra cui si ricorda anche una descrizione di Plinio il vecchio nella sua Naturalis Historia. Il corpo era lungo otto metri e l’orifizio orale misurava ben mezzo metro. Il 30 dicembre 1861 un rapporto scientifico venne presentato all’Accademia francese delle scienze; si direbbe l’inevitabile fine della credenza per cui i calamari giganti erano ritenuti esseri mitologici ed inesistenti nella realtà. Ma come sappiamo abbandonare il ciuccio delle idee razionaliste che ci presentano una visione delle cose sicura e pacifica, una visione tranquillizzante per cui tutto è normale e razionalmente prevedibile, è molto duro per una buona fetta degli individui. Così la maggioranza degli scienziati ritenne il caso fasullo ed il rapporto non credibile. Successivamente numerosissimi (mai più ripetuti con questa intensità) spiaggiamenti a Terranova ed in Nuova Zelanda resero impossibile il non riconoscere l’esistenza di questi calamari. Tuttavia cosa sarebbe successo se fortuite coincidenze non avessero causato questo fenomeno naturale? Le persone coinvolte sarebbero state trattate come mistificatori ed il calamaro gigante sarebbe stato definito ancora un essere mitologico e fantastico. Non è così che si indaga la verità.

Fortunatamente questa storia ha un lieto fine: oggi su Wikipedia possiamo leggere “I calamari giganti, ritenuti un tempo creature mitiche, sono calamari della famiglia Architeuthidae, composta da circa otto specie del genere Architeuthis. Sono abitanti delle profondità oceaniche…” (voce Architeuthis). Il punto più profondo dell’oceano conosciuto è a 10.994 metri sotto il livello del mare nella fossa delle Marianne, il fondo è stato raggiunto una sola volta da un equipaggio di due persone sul batiscafo Trieste (precisamente a 10.902 m), l’impresa non è più stata ripetuta. Tuttavia a quell’enorme profondità, sotto quella pressione spaventosa (più di una tonnellata per centimetro quadrato) c’era la vita. E noi uomini pretendiamo di sapere tutto a priori, nell’Ottocento quando le immersioni a grandi profondità ancora non esistevano ed oggi quando sono ancora in quantità trascurabile.

Così in tutti gli altri campi: noi pensiamo di sapere, diamo per scontato e, soprattutto, non crediamo a fatti e testimonianze. Siamo arrivati al punto paradossale, nel campo della (mis)conoscenza aprioristica, che se vediamo in maniera lucida e certa qualcosa di straordinario preferiamo dubitare di noi stessi piuttosto che dei nostri pregiudizi. Senza un cuore libero non si conosce la verità, ci si procurano solo tanti ciucci, volgari surrogati del bene bramato; ma è solo abbandonando l’inconsistente sicurezza di ciò che è falso, che si può ottenere l’indistruttibile sicurezza di ciò che è vero.

Cristo nella merda, colpo d'”artista”

L’altro giorno ho seguito un dibattito; parlavano di uno spettacolo teatrale (che non conosco) dove il volto di Cristo raffigurato sullo sfondo viene coperto di merda (scusate se uso questo termine latino di oraziana memoria, nel dibattito continuavano invece ad usare il termine “feci”, ma io non riesco a capire dove sia in questo caso l’aspetto fisiologico e medico della questione). Per essere precisi (ribadisco che non ho visto lo spettacolo, è ciò che ho desunto dal dibattito, e ogni tanto perdevo anche il segnale radio) il liquido marrone che finisce sul Volto Santo non viene mai chiamato in quel modo, anche se il senso è facilmente desumibile dal contesto, dal vecchio incontinente che ne è il protagonista. Inoltre simbolicamente la merda dovrebbe raffigurare l’impotenza di Nostro Signore Gesù Cristo che in realtà sarebbe, secondo l’autore, null’altro che un “povero cristo” uomo perseguitato senza nessuna potenza e nessuna capacità di intervenire o cambiare le cose.

La cosa che voglio sottolineare qui è che, in questo dibattito fra Cattolici emergeva, fra le altre, un’idea che voglio ribattere brevemente: si diceva che di queste cose è meglio non parlare perché si finisce per fare pubblicità ad artisti che non cercano altro (ovviamente specificando ben bene che non si giudica il singolo caso..). Quindi il concetto che passa è che è meglio tacere che affermare la verità. Io invece credo che sia meglio essere chiari. Se lo spettacolo è offensivo che si dica e se la Chiesa vuole vietare ai credenti di andare che lo faccia. Fa parte della libertà di espressione della Chiesa dire cosa possono o no fare i credenti e fa parte della libertà dei singoli decidere se si è o no credenti. Il non dire equivale al non credere nella libertà, perché, primo, non ci si esprime liberamente e, secondo, non si danno alle persone tutti gli elementi per liberamente decidere. Se uno non crede ed è indifferente cosa conta una scomunica ad un autore? Se uno crede ed è Cattolico allora non è forse una sua libertà il seguire la Chiesa? E se uno crede ed è più o meno indirettamente satanista non è forse una sua libertà andare allo spettacolo proprio perché condannato? Se uno brama l’inferno forse che si può imporre il paradiso? è giusto? A chi giova il non parlarne? Giova solo all’errore. Mentre il parlarne giova all’autore, perché egli stesso ha liberamente scelto la sua rovina, ha scelto di preferire il successo e la vanità alla giustizia; giova alla Chiesa perché è più difficile che si faccia ingannare, poiché è più chiara; giova al singolo perché può liberamente decidere se vivere o morire. Parlare della verità giova. Se molti credenti oggi rischiano grosso è proprio perché alcuni hanno rinunciato alla chiarezza, alla forza della verità. Consapevolezza.

Ovviamente qualcuno ha anche contestato la legittimità di un tale spettacolo, e ovviamente qualche trombone si è stracciato le vesti a queste parole. Tuttavia qui si tratta solo di una questione di dignità della persona umana: è lecito in uno spettacolo prendere un uomo e smerdarne il volto? Se lo facessero con vostra madre, vostra sorella, vostro padre, vostro fratello, vostro zio, vostro figlio, vostro nipote o magari con voi, non avreste nulla da ridire? Vi sembrerebbe una cosa bella, legittima e collegata con la libertà di parola e di espressione? E se lo facessero con un bambino ebreo dei campi di concentramento? Vi sembrerebbe bello e legittimo? È una questione di dignità. Una parola troppo dimenticata.

Una percezione più acuta delle cose.

L’ideologia avvelena la nostra capacità di percepire la realtà. Poiché si pone un obbiettivo, ricerca un utile. Non essendo interessata alla verità in quanto tale, è menzognera. Chi è accecato dall’ideologia non conosce la verità e i suoi sogni generano mostri. Essa ci toglie la capacità di vedere le cose per quello che sono; l’uomo diventa un numero iscritto nella lista dei buoni o dei cattivi, i fatti hanno un’unica univoca ed inequivocabile interpretazione che precede lo studio e le evidenze perdono di significato.

Io sono e sarò sempre anti-ideologico, bisogna tornare ad indagare la realtà in quanto tale. Bisogna smettere soprattutto di giudicare ed interpretare tutto per categorie, in natura non esistono due orecchie uguali, figuriamoci blocchi interi costituiti da migliaia di individui graniticamente uguali, superstizioni venenifere. Quando si fa di tutta l’erba un fascio, quando si passa, cioè, dal concetto di persona a quello di individuo, finisce l’umanità per iniziare l’aberrazione dell’idea.

Inoltre affermo che il Cattolicesimo è intrinsecamente anti-ideologico, poiché non è al servizio di un’idea, ma di una persona concreta, reale e viva. Nostro Signore Gesù Cristo. Non un concetto, non un’idea, ma bensì una persona. Quando un Cattolico abbraccia un’ideologia fa il più grande torto alla sua fede, perché dove c’era il prossimo inizia a vedere l’oggetto (nemico o amico poco importa) e dove c’era Dio vede l’idea, che per essere realizzata genera mostri. Basta Cristiani socialisti o fascisti o comunisti, dobbiamo essere solo uomini che lottano, l’uno per l’altro, al servizio dell’unico Re.

Tante piccole biglie…

Immaginate che io prenda un sacco con tante piccole biglie, immaginate ora che, salito su una piccola scaletta, io svuoti il sacco a terra facendo cadere le biglie come cadono gli acquazzoni. Immaginate ancora che mi aspetti che dalla caduta casuale di queste biglie si formi una fantastica statua formata dalle biglie stesse, non una volta, ma tutte le volte che svuoto il sacco. È un’aspettativa equa o folle?

Folle vi dico! E allora per quale motivo tutti i sostenitori del libero mercato pongono questa aspettativa assurda alla base di tutta la struttura finanziaria ed economica? E il bello è che la semplice osservazione vi dirà che ciò è un’assurdità. Però noi come ripetitori ripetiamo la regola, anche quando fallisce, anche quando è smentita dai fatti, anche quando è assurda. Altoparlanti e ripetitori.

Beninteso, i fatti hanno dimostrato che anche un controllo assoluto dello Stato (comunismo) è quanto di più assurdo e dannoso ci possa essere per l’uomo. Si può essere liberi anche senza essere anarchici e si può essere ordinati anche senza essere rigidi.

Venerdì 13.

Ieri era venerdì 13 e me ne sono successe di tutti i colori, così ne approfitto per ricordare come la superstizione sia quanto di più anticristiano e diabolico si possa trovare nella vita quotidiana. Oroscopi, numeri magici, pratiche portafortuna servono solo ad allontanarci dalla verità e a disperdere le nostre energie. Il diavolo se la ride a favorirne la credenza e se la ride quando un uomo, intelligente per natura, sottomette la sua azione a fatti che con l’umanità non hanno nulla a che fare. Non si può essere assieme Cristiani e superstiziosi, né tantomeno cultori della magia. E, tanto per la cronaca, sapete come è finita la giornata di ieri? In un modo così fantastico che non potevo immaginare.

Battesimo

Un genitore riguardo al figlioletto in fasce: “non gli darò alcun cibo fino a quando non sarà maggiorenne, allora potrà scegliere autonomamente se mangiare o lasciarsi morire di fame”. Così è chi non battezza i propri figli.

La forza della fede, il Santo Curato D’Ars

Per capodanno sono stato ad Ars-sur-Formans, l’Ars del Santo Curato D’Ars. Ma chi era S.Giovanni Maria Battista Vianney? Era un uomo di fede, nato all’incirca durante le decapitazioni di tutti i preti che non abiuravano la fede Cattolica ad opera dei rivoluzionari francesi (vi ricordate tutte quelle sciocchezze sul fatto che la libertà di parola c’è grazie alla rivoluzione francese e tante stupidate del genere? la realtà è che, primo, quando un regime è veramente repressivo non ci possono essere rivoluzioni e che, secondo, la rivoluzione francese fu la più repressiva e intollerante rivoluzione che si fosse mai vista in Europa da molti secoli a questa parte -forse da sempre-). Di povera famiglia, iniziò gli studi per il sacerdozio dopo anni passati nei campi e con le pecore. Ciò gli rese difficile terminare il seminario, ma alla fine, tenacemente, lo portò a termine. Tuttavia ciò gli costò il parcheggio in un piccolo paesino, talmente piccolo da avere un parroco esclusivamente per le pressioni della nobiltà locale. In quel paese, a lungo senza guida spirituale, la morale Cattolica era ormai perduta e fu di Don Vianney il compito di ripristinarla; e qui c’è la sua forza. Cosa fece? Programmi pastorali? Polpettoni illeggibili e tristi sulla gioia cristiana? Si rinchiuse in parrocchia lamentandosi del fatto che non credeva nessuno? No, niente di tutto ciò, fece una cosa sola: penitenza.

Questa è vera fede, non si affidò alle proprie capacità, alla sua voglia di protagonismo, o alla sua capacità di intrattenimento, si affidò a Dio. Non si occupò di temi sociali (eppure diede tutto il superfluo ai poveri ed iniziò opere di vera misericordia), non si preoccupò della stima umana (eppure divenne famoso in tutta la Francia), non si preoccupò del perbenismo (eppure riportò la morale in un luogo dimenticato da Dio), si preoccupò solo di Dio e della sua Chiesa.

In lui traspariva solo la forza della fede, un prete ignorante di origini povere, che sconvolse la Francia e divenne “patrono di tutti i parroci dell’universo” (Pio XI, 1929); senza complessi programmi pastorali, senza fumose discussioni con i satanassi della ragione, solo con la vita cristiana senza se e senza ma. E dove la sapienza umana aveva fallito, la fede di un solo uomo, ignorante per gli uomini ma sapiente di Dio, si stagliò netta e trionfante sulle macerie di una rivoluzione più iniqua delle iniquità che combatteva e più violenta delle violenze che contrastava. Si stagliò indicando agli uomini una cosa sola: la propria anima, il gioiello immortale che possediamo, l’unica cosa per cui valga la pena combattere; l’unica cosa per cui se si combatte si giova tanto agli altri quanto a sé, l’unica cosa veramente non egoista.

Ovviamente nel clima razionalista (e dunque irrazionale) dell’epoca molti non fecero altro che deridere il curato (anche se in genere i pochi fra questi detrattori che si spingevano fino ad incontrarlo rimanevano basiti dalla realtà). Perfino fra i sacerdoti molti, ciechi,  deridevano le sue lotte contro il diavolo, e questa mentalità a tratti è presente ancora oggi, sono scorsi pochi giorni da quando in confessione un prete, pur esaltando il Santo Curato, mi diceva che probabilmente aveva delle tare mentali per il suo vedere il diavolo ovunque. Si sa; le talpe vedono le zolle, e non credono che esista la pianura.

Torniamo pure a perderci in fumosità pastorali, deridiamo il diavolo, non crediamo a Cristo e ai suoi Vangeli e, poi, piangiamo per le chiese vuote.

Obama legalizza la tortura, yes, we can!

Ancora una volta la più grande democrazia del mondo ci dà una democratica lezione su come vanno intesi i democraticissimi diritti umani; i diritti umani funzionano in un modo molto semplice, servono per accusare i nemici. Quando hai un nemico (chessò il tuo datore di lavoro) tu non devi dire “quello stronzo” o raccoglierai il biasimo della democraticissima opinione pubblica, tu devi dire “sta violando i miei diritti umani”, poi chiami un po’ di associazioni ad hoc et voilà hai creato un mostro, uno che sta sulle palle a tutti e che in fondo in fondo si merita le tue bombe.

Però ovviamente tu sai che stai mentendo e che in fondo non te ne frega nulla della dignità della persona umana altrimenti non faresti tante norme sui diritti dell’individuo. Infatti a cosa serve legiferare se non vuoi rispettare il concetto che sta dietro ad una legge? A nulla; perché fatta la legge si trova l’inganno, oppure non ci si sforza nemmeno di trovarlo.

Questo democraticissimo presidente ha così deciso che democratiche torture e democratica detenzione a tempo indeterminato per chiunque (anche cittadino) sono la giusta democratica soluzione al terrorismo, ma ovviamente solo se il democratico presidente, nella veste di democratico padre-eterno americano stabilisce che il soggetto (non chiamiamolo uomo che poi la democratica opinione pubblica magari inizia a riflettere) se lo merita. Benvenuti in America cari pulcini, ascoltate la democratica mamma chioccia e aborrite l’orribile e sconvolgente medioevo estero, solo la luce della democrazia è giusta e confortevole e rispettosa anche se tortura, anche se ingabbia, il resto è propaganda reazionaria. Venite pulcini dalla chioccia.

Per saperne di più:

obama ndaa

obama ndaa fy2012

obama defense bill

Enhanced interrogation techniques (sulle torture usate dagli USA e autorizzate anche da questo nuovo atto del presidente Obama)

Tu, da che parte stai?

Quante volte il solito superficiale è esordito con frasi del tipo “ma durante il Nazismo i Tedeschi sapevano, come hanno fatto a non fare nulla?” oppure “come facevano ad esserci tanti Nazisti?”, “oggi non potrebbe più succedere con tutti i diritti dell’uomo”, “noi siamo la civiltà”; eppure abbiamo davanti il peggior massacro della storia, ormai non servono più singoli campi di sterminio poiché sotto il cielo è tutto un campo di sterminio. Ogni nazione beve il sangue dei propri figli e noi siamo peggiori dei tedeschi che osannavano il Nazismo poiché allora la massa non odiava coloro che aveva generato. Lo stolto che può dire le frasi di prima è lo stesso che può osannare lo sterminio dei propri figli, non ne ho dubbi. E se per una volta uscissimo dalla massa per riscoprirci persone, per pensare con la nostra testa, per smettere di ragionare a slogan? E se per una volta salvassimo i nostri figli? E se per una volta fossimo persone, il mondo non sarebbe migliore?

Dov’è la felicità?

Tutti siamo alla ricerca frenetica della felicità, chi usa la carriera, chi i titoli universitari, chi l’approvazione dei genitori, chi il cibo, chi le feste; eppure ogni cosa che ci dovrebbe rendere felici nasconde un valore che noi gli attribuiamo. Dunque la felicità è dentro di noi, a noi spetta farla uscire. Questa può sembrare una banalità, ma in realtà è un insegnamento centralissimo a cui è difficile prestare ascolto. Ogni felicità viene da una nostra rappresentazione, cambiando la rappresentazione diventiamo felici o tristi, una volta capito il trucco è facile essere felici.

Tuttavia una volta capito il trucco ci si rende anche conto che se tutto procede da rappresentazioni, tutto è vano; eppure esiste una realtà oggettiva che è, al di là delle rappresentazioni. Quando ci si focalizza su questa realtà il senso di tutto cambia, ma cosa ancora più importante le rappresentazioni perdono di significato, non siamo più schiavi delle rappresentazioni, siamo liberi.

Bisogna partire da oggi a porsi migliaia di domande sulle proprie rappresentazioni, a metterle in crisi, a riplasmarle, fino a che dalle loro crepe non emerga ciò che è vero. Questo è un viaggio che ci tocca in profondità, un viaggio radicale che muterà noi stessi, spesso è il coraggio che manca.

C’è chi giudica meglio vivere in pace, nelle rappresentazioni che ci hanno insegnate, poiché le rappresentazioni danno una felicità, questo è innegabile. Però essa dura il tempo di un’illusione, e dentro di noi c’è qualcosa che non s’inganna né s’ingannerà poi come sembra.

Le doglie del parto

Circa 2000 anni fa l’intero universo viveva le doglie del parto, dalle creature nasceva il Creatore. E dove nacque? Nacque nella periferia, in una mangiatoia, il potente nascendo indicò cos’era veramente importante. Non gli onori, non una casa, non l’oro, solo una famiglia accogliente e un po’ di tepore; nella fiducia Dio aveva dato tutto il necessario, non il superfluo che distrae, né il comfort che intiepidisce. Capirò mai questo messaggio?

Buon Natale

Schiavi della pancia.

Oggi il mondo ragiona di pancia, siamo diventati refrattari ai ragionamenti. Poco conta che qualcuno possa dimostrare o dire qualcosa di concreto, meglio un bambino, magari un po’ sofferente che sostiene la nostra causa, allora si che i voti piovono dal cielo. Poco contano i pensieri, sono gli uomini sofferenti (anche se magari rappresentano una categoria ben pasciuta) a fare notizia.

Se vogliamo ripartire come civiltà invece dobbiamo bandire il sensazionalismo dei titoli, gli esempi sbudellanti, gli accostamenti pindarici, per tornare alla concretezza dei ragionamenti, non facciamo i “buoni”, facciamo i giusti, così tornerà la bontà.

Siamo in crisi da tutti i punti di vista come società e come uomini, aprendoci all’intelletto ci apriremo a Dio che è vero. Per una nuova politica si passa da qui; dalla giustizia che è verità.

Dio è morto

Questo blog parla di una cosa sola: della verità. È ciò che ho sempre cercato, ciò che mi affascinava da piccolo, ciò che mi chiama tuttora. Eppure la verità ha un peso, un peso che quest’epoca sbiadita non riesce più a sopportare. Poiché ogni cosa vera porta con sé il peso della scelta; chi si fa trascinare dalla menzogna non sceglie, è come un tronco in un fiume, ma chi si sforza di conoscere deve combattere. Non c’è via d’uscita: quando si conosce si sceglie, quando si sceglie si deve combattere per sostenere la scelta. Non è facile; non è moderno. È solo giusto, giusto per non offendere la nostra fortuna di essere uomini, giusto perché siamo vivi.

Invece in questa società Dio è morto, con ciò non intendo un’assurdità metafisica, con ciò intendo che nessuno, nemmeno io, considera Dio vivo. Se considerassimo vivo Dio non faremmo ciò che facciamo, non penseremmo ciò che pensiamo. Quando un prete predica di sociale invece che di anime, in quel momento Dio è morto, poiché l’anima immortale vale più del corpo mortale. Quando riduciamo l’amore al prossimo ad un amore del prossimo, in quel momento Dio è morto, poiché Dio ha fatto ogni uomo straordinario, di ogni uomo un soggetto, di ogni cristiano un Dio. Quando programmiamo in tutto il futuro, e ci arrabbiamo perché nulla accade secondo il nostro disegno, in quel momento Dio è morto, poiché chi può credere vivo il Signore della Storia e morta la Storia? Quando scopiamo a destra e a manca e poi parliamo d’amore, in quel momento Dio è morto, poiché si ascoltano i vivi, mentre dai morti non si leva alcun suono. Quando viviamo combattendo per le cose che scompaiono, in quel momento Dio è morto, poiché se crediamo che esiste un Paradiso, che cosa conta un dollaro? Quando viviamo con la religione all’angolo e magari la insegniamo, in quel momento Dio è morto, poiché se esiste un Signore di tutto, come facciamo a non metterlo al centro? Diciamo che lo crediamo vivo e invece lo crediamo morto. Beato chi lo crede vivo davvero; per il Signore del tutto, qualsiasi dono è niente.

A volte capita che una persona che si riempie la bocca di Dio, stia parlando di sé; sovente essa modifica ciò che è con ciò che più l’aggrada. Anche per questa persona Dio è morto, poiché se fosse vivo non lo dipingerebbe diverso da quello che è. Sovente questa persona vive diversamente da come Dio le ha detto, ma, d’altronde, quando il padrone è morto è l’erede che gestisce il patrimonio. Sovente questa persona trascina nell’errore quanti può, gli uni perché gli parla di dèi falsi e bugiardi e gli altri perché li indispone ad ascoltare. Anche per questo autocredente Dio è morto.

Altre volte capita che una persona dica che Dio non esiste. Ciò che è è anche se non si vuole che sia.

Io vorrei che per me Dio fosse ciò che è realmente, cioè vivo. Dio è vivo e se anche per me è vivo, allora io conosco la verità, allora scelgo, allora sono libero. Io voglio arrivare lì dove si conosce la verità. Non si può conoscere la verità senza acquistare consapevolezza, si può ripeterla, ma non conoscerla. Tutto vive nella verità, è la consapevolezza che spesso manca. Per questo possiamo dire con leggerezza “Dio è morto”. Ma noi siamo uomini e dunque abbiamo la forza intellettuale di conoscere e di vivere, di essere liberi. Questo vi propongo nel mio blog, di arrivare lì con me dove si conosce la verità, con l’augurio che ce la faremo.

Che il Signore ci benedica,

BiancoFulmine

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