È lecito per un Cattolico dare la priorità ai migranti cristiani?

Lasciatemi usare un po’ di ironia… quando leggo l’articolo “Accogliere solo cristiani? Non in nome nostro” del direttore di Avvenire Marco Tarquinio, mi scatta la satira. Perché me lo immagino che improvvisamente si sveglia in stato confusionale, ha appena sognato di essere il Papa, e allora ex cathedra fa una cosa che pochissimi papi hanno osato fare e lo hanno sempre fatto con grandissima umiltà e prudenza. Egli però è un Papa diverso e con tono imperioso, un po’ spocchioso, parla a nome di tutta la comunità cristiana. Perfino i gabbiani che volano sopra San Pietro ammutoliscono. Un uomo parla a nome di tutti i singoli Cristiani, conosce il cuore e la verità per tutti. E come Papa illustra anche il Vangelo, o meglio, dice che tutti quelli che non la pensano come lui non lo conoscono. È una prerogativa del Santo Padre in fondo! Ma non basta, improvvisamente anche i poteri di un Papa vanno stretti, egli è solo un uomo, non conosce tutto, non conosce i cuori, ed ecco la fantasia librarlo in aria: ora è Dio. Conosce le anime, conosce quello che il cardinal Biffi e il vescovo Maggiolini intendevano, perfettamente, conosce tutte le loro opere, le loro carità, i loro pensieri e solo può darne la giusta interpretazione. Conosce anche tutti i Cristiani del mondo e sente che tutti, senza eccezioni, permangono nella “volontà di restare nelle proprie patrie” nonostante “difficoltà, discriminazioni e violenze”. Ah, quanto migliori di quei Santi, come San Vicinio, che per fuggire dalle persecuzioni rinnovarono la fede. Ah, quanto migliori i Cristiani di oggi, tutti un blocco, lì, davanti agli occhi di un dio! Come osano invece gli stolti opporsi? Come osano non essere al passo con i tempi? Come fanno a non ammettere che gli uomini (ad esclusione degli Europei scrive nell’articolo) sono tutti uguali (e io, peccatore, che pensavo che tutti gli uomini fossero unici e non ce ne fosse uno uguale all’altro. Che cadano le mura di Gerico su di me!)? Come fanno a non riconoscere che “questa forza civile e spirituale” (non si capisce per struttura del testo se stia parlando dell’annuncio del Vangelo, del coraggio dell’incontro, di entrambi o di qualcos’altro – forse, con un po’ di fantasia si potrebbe dire che sta parlando del sentirsi tutti uguali – ) “non è ingenua” e “non fa selezioni preventive”? Come fanno a non capire che solo essa (questa sconosciuta forza, ma civile e spirituale) può consentirci di governare (a noi uomini) la “convivenza nella diversità” e la “stagione sconvolgente eppure promettente” (ma veramente la storia non insegna questo… ok mi auto-bacchetto) “delle forzate migrazioni” (sono tutte forzate, vergognatevi voi che pensavate che su milioni qualcuno magari non fosse forzato! Fate parte di quegli europei meno uguali degli altri di cui sopra) e “dell’intelligente accoglienza” (è chiaro che qui non si intende che esiste un’accoglienza intelligente ed una stupida, dal testo si desume che esistono delle persone intelligenti che vogliono l’accoglienza senza se e senza ma e degli stupidi – vi ho beccati, sì, parlo proprio con alcuni di voi – che invece vorrebbero ragionarci un po’ su)? Poi per un attimo il direttore d’Avvenire ritorna un piccolo e semplice uomo, ed una debolezza, insignificante per carità, il ricordo al lettore che anche Avvenire compie opere di carità, o insignificante vanagloria davanti alla grandezza dell’aiuto! O felix culpa!

Ma ora lasciamo da parte la stanca retorica supponente propria di un certo modo di approcciarsi alla verità e al mondo e interroghiamoci su un problema concreto: “È lecito per un Cattolico dare la priorità ai migranti cristiani?

Premetto che parlerò da un punto di vista Cattolico senza rivolgermi effettivamente agli Stati o a politiche che gli Stati (ormai tutti scristianizzati) devono o meno intrattenere. Come sempre vi ricordo che sono un semplice fedele, cerco di conoscere tutto quello che posso della Sacra Scrittura e della Sacra Tradizione come interpretate dal Magistero della Chiesa, a loro in tutto mi rimetto e se qualcosa dovesse contrastare realmente con il deposito della Fede è chiaro che ciò dovrebbe ritenersi come nullo ed errato. Fatta questa doverosa premessa iniziamo.

L’amore va dato a tutti. Ciò però non significa che dobbiamo comportarci con tutti nello stesso identico modo. Questo è vero principalmente per merito di due motivi: il primo è che se gli altri non vogliono accettare l’amore non possono essere forzati, il secondo è che verso alcuni abbiamo più responsabilità che verso altri, ed è una mancanza della carità non adempiere alle nostre responsabilità.

Un padre deve al figlio più di quanto deve allo straniero. Così compirebbe peccato il padre che facesse morire il figlio per dare tutto ad altre persone. Il Santo Curato D’Ars soleva dire a proposito “I vostri beni altro non sono che un deposito che il buon Dio ha messo nelle vostre mani: dopo il vostro necessario e quello della vostra famiglia, il resto è dovuto ai poveri”. Da questa responsabilità può conseguire perfino la legittimazione dell’uso della violenza, infatti il Catechismo al numero 2265 dice che la legittima difesa “può essere anche un grave dovere” poiché “la difesa del bene comune esige che si ponga l’ingiusto aggressore in stato di non nuocere”.

La domanda diviene quindi: verso un Cristiano abbiamo qualche obbligo di responsabilità maggiore rispetto a quello che abbiamo verso qualunque altro essere umano? La risposta non può che essere affermativa perché, in virtù dell’adozione per grazia, con gli altri Cristiani condividiamo lo stesso Padre e quindi siamo realmente e attualmente fratelli. Mentre con gli altri uomini condividiamo solamente il medesimo Creatore e quindi possiamo dirci fratelli esclusivamente in senso figurato. Ora è ovvio che abbiamo più responsabilità verso un fratello reale che verso un fratello figurato. Dunque quando moriremo da una parte ci verrà chiesto conto della nostra fratellanza, mentre dall’altra ci verrà chiesto conto del nostro status di creature umane. Ora non importa che si finisca all’inferno per aver mancato verso un fratello o per aver mancato verso una creatura, fatto che rende evidente che il differente status non ci legittima in nessun caso a mancare nella carità. Tuttavia è egualmente evidente che, con risorse limitate, risponderemo anche in virtù della nostra fratellanza perché fra di noi non c’è più né Giudeo, né Greco, ma siamo tutti uno in Gesù Cristo.

La domanda che potrebbe sorgere ora da un lettore è: ma davvero, se la carità è dovuta a tutti, possono esserci disparità di trattamento? A questa domanda possiamo trovare chiaramente risposta guardando al comportamento di Gesù. Gesù, che ama tutti in maniera perfetta, non solo alla fine dei tempi manderà alcuni alla beatitudine eterna e gli altri al supplizio eterno (cfr. Mt 25,31-46, quale altro esempio ci servirebbe se non fossimo induriti nel cuore?), ma anche nel Vangelo aveva un trattamento per i discepoli (“a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato” Mt 13,.11), uno per chi lo ascoltava semplicemente (“parlo loro in parabole: perché pur vedendo non vedono, e pur udendo non odono e non comprendono.” Mt 13,.13) e uno per la generazione perversa che non lo ascolta (“nessun segno le sarà dato, se non il segno di Giona profeta” Mt 12,.39). Perfino la morte in croce del Cristo può essere efficace solo verso chi accetta l’amore di Dio (“nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando.” Gv 15,13-14).

Essere di una fede o l’altra è una scelta personale ma, nel singolo caso della fede cristiana, essa è realmente efficace poiché crea un’unità in Gesù Cristo ed un legame di reale fratellanza. E non ingannatevi: nessuno che nega l’efficacia ha la fede e nessuno che ha la fede nega l’efficacia.

Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo. Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: “Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano”. Ma egli rispose loro: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre”. (Mc 3,31-35)

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Vero amore

Spiegato da San Gregorio Magno.

Per noi è quasi impossibile capire il vero amore. In quest’epoca non si vede mai. Ciò che ha malauguratamente preso il suo posto è il sentimentalismo. Il sentimentalismo che spinge a ferire e ad odiare il prossimo in base alle emozioni del momento, spinge a cornificare, a uccidere, a derubare dei beni più preziosi. I santi hanno da insegnarci tanto anche in questo. San Gregorio era un tipo abituato a darsi alla compunzione fino alle lacrime, non aveva un cuore di pietra, anzi, si può tranquillamente dire che avesse una sensibilità fuori dal comune. Tuttavia questa sensibilità era sempre volta al bene, al vero bene delle persone che aveva davanti. Egli le amava pienamente e questo episodio ne è la prova.

Capitò che Giusto, monaco esperto di medicina che assisteva sovente Gregorio, si ammalasse gravemente riducendosi in fin di vita. Resosi conto della propria condizione egli confessò al proprio fratello naturale di aver nascosto tre monete d’oro. Per un monaco si trattava di una grave violazione della Regola che prescrive di tenere tutto in comune. Cosa fece Gregorio? Probabilmente se fosse vissuto oggi avrebbe fatto finta di niente, minimizzando la cosa e procurando la mancata conversione dell’anima del morituro e la sua morte fra le pene infernali. Invece Gregorio spinto da vero amore si pose subito due problemi (che sono gli unici problemi che discendono veramente dall’amore): il primo, come salvare l’anima del moribondo, il secondo, come salvare le anime dei fratelli che sarebbero potuti essere stati incoraggiati ad un così pernicioso vizio. Dunque ordinò che nessuno dei monaci andasse a trovare Giusto e che il fratello naturale, che lo assisteva, quando gli fosse stato chiesto dal monaco moribondo dei fratelli, rispondesse che tutti lo aborrivano per il peccato commesso. Quale atto d’amore! In questo modo Gregorio volle che il monaco provasse tutta l’amarezza per la sua misera condizione e pentendosi fosse perdonato. Inoltre Gregorio non si dimenticò dei suoi fratelli e per evitare che anche l’anima di uno solo di essi si smarrisse per un così velenoso peccato ordinò che, una volta morto, il cadavere fosse seppellito non già nel cimitero del monastero, ma in un letamaio, assieme alle tre monete al grido di “il tuo denaro vada con te in perdizione“.

Tutto accadde secondo il dettame di Gregorio e Giusto morì piangendo a calde lacrime il proprio peccato, mentre i monaci aborrirono con sempre più vigore il peccato di avarizia. Passarono trenta giorni e Gregorio, che aveva ben nel cuore il fratello Giusto e che non dubitava minimamente, vista la gravità del peccato, del fatto che il monaco nonostante il proprio pentimento fosse nel supplizio, convocò gli altri monaci, li esortò a pregare affinché giusto fosse liberato e dispose che per 30 giorni fosse offerta quotidianamente l’Eucarestia per la sua salvezza. Trascorso il tempo indicato da Gregorio, il monaco apparve in una visione notturna al fratello (che era all’oscuro di quanto stessero facendo i monaci) e gli disse che prima era nel supplizio, ma che ora aveva ricevuto la comunione ed era stato liberato. Nacque così la pia pratica delle messe gregoriane.

Cosa si può aggiungere? Gregorio non risparmiò la contrizione terrena per guadagnare al fratello la salvezza celeste. E così la sofferenza di un momento si tramutò nella beatitudine eterna. Un uomo stolto avrebbe barattato il proprio benessere (cioè il proprio sentirsi buono nei confronti del moribondo) con la sofferenza eterna di quello, ignorando che cosa fosse il vero amore. Sia lode a Dio perché Giusto incontrò Gregorio, che Dio ci conceda di non mettere mai il nostro egoismo davanti alla salvezza dei fratelli e che susciti per noi un Gregorio che ci faccia piangere, contriti, le amare lacrime della Salvezza.