Figliolanza

Nella nostra società individualista il concetto di figlio ha subito una notevole variazione. Ovviamente non si parla più di figlio come dono di Dio, anzi nella mentalità comune il figlio è solo il prodotto dell’incontro del materiale genetico della coppia. In poche parole il figlio è una proprietà. Egli non deve essere tutelato ed amato per quello che è, ma sempre in funzione dell’utile che conferisce ai donatori del materiale genetico.

Ciò può apparire un po’ esagerato, ma se si guarda bene si vedrà che ciò si rispecchia in tante piccole cose. I figli, in primo luogo, vanno pianificati, il contrario è una follia si dice. Cosa significa pianificare un figlio? Significa che in quel momento il figlio è più comodo al genitore, perché il genitore ha già avuto la sua carriera, ha già accumulato abbastanza capitale, oppure è ormai annoiato dal lavoro ed ha bisogno di un piacevole diversivo. Pianificare un figlio significa in fin dei conti cercare il momento migliore per il genitore. Non di rado, ormai, capita che alcune donne abbiano per scelta il primo figlio a cinquant’anni, incuranti del fatto che quando loro figlio avrà vent’anni esse ne avranno settanta. Non ragionano sul fatto che quello è il momento di maggior bisogno per un giovane, un momento in cui bisognerebbe avere affianco un genitore od un fratello nel pieno delle energie, il loro ragionamento è piuttosto “così avrò qualcuno che nella vecchiaia si prenderà cura di me” oppure “adesso sono appagata dei miei beni, voglio diventare madre”.

In secondo luogo capita sempre più frequentemente che i figli vengano assecondati in tutto. Ciò potrebbe apparire come altruismo, ma a me pare di vedere piuttosto il contrario. Infatti per il bene del giovane è bene che egli sia educato secondo un giusto mezzo, assecondare i capricci invece serve a far star bene il genitore che così può sentirsi più buono e, magari, può acquietarsi la coscienza per il fatto di dedicare un po’ troppo tempo al lavoro ed un po’ poco tempo alla prole.

In terzo luogo il figlio è la palestra delle voglie represse. Genitori che non hanno potuto vivere la loro giovinezza in un certo modo, non si chiedono come vorrebbero viverla i figli, ma piuttosto spingono i figli a seguire gli ammuffiti sogni dei genitori. Certo alla lontana essi credono di fare il bene dei figli, ma se si sforzano solo un poco i genitori si accorgeranno di assecondare solo se stessi e di realizzare nel figlio l’ombra di se stessi.

In quarto luogo il figlio oggi è il figlio dell’ambizione. Non importano le naturali tendenze personali, ciò che conta sono i risultati. Il figlio è buono, non in quanto cresce come persona, ma in quanto fa. Fa cose che permettono ai genitori di crogiolarsi nel successo. I genitori giocano così a poker con la vita degli altri, forti del fatto che i figli, in fin dei conti, non sono altri che mendicanti d’affetto.

Tutte queste cose derivano dalla visione dell’altro come individuo che ci può far sentire qualcosa o che ci può donare qualcosa, un individuo che per giunta è di nostra proprietà: nato quando noi l’abbiamo deciso e sussistente in quanto noi l’abbiamo sostenuto. Che il figlio non sia più considerato come persona, ma piuttosto come individuo si sente spesso anche nel lessico. Oggi parlando dei genitori ai figli si dice generalmente “non ti hanno fatto mancare niente”, una volta invece si poteva dire “ti hanno dato tutto”.

Oggi al centro c’è l’io, la famiglia è in secondo piano: “perché non dovrei divorziare, se io posso stare meglio?” si dicono i genitori d’oggi. È no cari miei, i figli li abbiamo messi al mondo noi, è il nostro egoismo ad essere la nostra condanna.