Un gesto vigliacco e una lettera piagnucolosa non saranno il manifesto della mia generazione

La recente lettera del suicida udinese mi tocca particolarmente perché a quanto pare siamo della stessa generazione. Non ho nessuna intenzione di giudicare il ragazzo o nessun altro, il giudizio spetta a Dio. Quello però su cui ho tutta l’intenzione di esprimermi è il contenuto di quella lettera poiché è lecito, e a volte perfino doveroso, giudicare i pensieri e i fatti che accadono intorno a noi.

Vorrei portare l’attenzione in particolare su l’inizio di una frase:

“Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato”

Questo è il risultato di anni di falsità che ci vengono propinate, di anni di “carte dei diritti”, carte odiose perché parlano di ipotetici diritti senza specificare chi deve garantire questi diritti, chi è responsabile se questi diritti non ci sono. Nella pratica le carte dei diritti sono servite solo per eliminare alcuni avversari scomodi in maniera barbara fregandosene delle leggi internazionali e della giustizia. Ma a noi cosa hanno dato? Se fossimo un decimo intelligenti non chiederemmo carte dei diritti, ma carte dei doveri. Un diritto infatti non indica nulla su chi deve fare cosa, ma un dovere invece è stringente: non hai rispettato un dovere? Eccotene il conto. Certo le carte dei doveri ci metterebbero all’angolo e forse è proprio per questo che non le desideriamo. Amiamo sentirci dire “hai il diritto di essere amato”, ma è troppo duro per noi sentirci dire “hai il dovere di amare gli altri”. Ma se uno ha il diritto di essere amato significa che tutti gli altri hanno il dovere di amare. Solo che nel primo caso ci nascondiamo dietro al dito, dietro all’accusa “non mi amano”, mentre nel secondo saremmo costretti a dire a noi stessi “sono cattivo perché non amo”.

Dici “non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato”, colpa degli altri insomma, ma dimmi è il mondo con un figlio morto ammazzato che invece doveva essere consegnato a coloro che ti hanno cresciuto? E non è forse la stessa colpa originale che ha creato questo mondo, questo mondo di persone che pensano prima a sé, prima ai loro “diritti” che ai loro doveri? Tu volevi una soluzione magica, una soluzione che venisse interamente dagli altri, che salvasse il tuo destino. Ma noi miserabili (come ci definisci, ma con un termine più volgare alla fine della tua lettera) dovremmo sapere che non c’è alcun mondo dovuto, che siamo tutti nel fango a lottare e a combattere e sai perché? Perché è un nostro dovere, perché siamo stufi di questi danni schifosi che i “diritti” hanno fatto, perché non sarò io a consegnare ai miei figli un mondo ancora peggiore. Poiché se è vero che a loro non è dovuto nulla da questo mondo indifferente, è anche vero che io ho il dovere di cercare di farli stare un po’ meglio, non perché qualcuno mi obblighi, ma perché è ciò che desidero.

Pensi di essere l’unico nel pantano? Pensi che gli altri non sappiano cosa si prova ad alzarsi ogni mattina e a chiedersi cosa si potrà dare oggi alla propria famiglia? Se ci sarà il pane per tutti e per sé stessi? Pensi di essere l’unico a non potersi permettere le ferie, o il riscaldamento o i vestiti? Pensi davvero di essere così speciale? Così diverso dagli altri? Io non ti giudico, non so nulla di te oltre a quello che scrivi, ma se la tua lettera vuole essere un manifesto o anche solo un grido io la rigetto. Non sei speciale, non più di tutti noi che abbiamo avuto la fortuna di avere una preparazione superiore alle nostre possibilità anche se ora dobbiamo abituarci ad una vita al di sotto del più basso dei limiti. Siamo noi trentenni che abbiamo potuto toccare vette culturali come solo pochi eletti in precedenza, ma che ora dobbiamo faticare per pochi spiccioli, per garantire a noi stessi quel poco che serve per vivere.

“Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.”

O povero, quest’epoca si permette di accantonarti! Come può mai? Una persona così speciale! Lo dico con un’amara ironia perché non posso sapere quanto eri speciale, ma posso sapere che per quanto uno sia speciale, fosse anche il più alto dei genî, non gli spetta nulla. La vita va conquistata, lo spazio non ci è dovuto, è una lotta di carne e sangue. Tu credi davvero che le persone che hanno uno spazio siano le migliori? Sono semplicemente le più tenaci, le più attaccate alla vita, quelle con il morso più saldo. Ho visto decine di persone mediocri arrivare al successo perché non hanno mai mollato e ho visto persone geniali castrare se stesse e piangersi addosso. La vita non ci deve nulla se non lo spazio che ci ritagliamo, e a volte, purtroppo, nemmeno quello.

Sei stufo dici, e probabilmente questa è l’unica verità profonda che leggo nella tua lettera. Sei stufo e ti sei arreso, non è disonorevole, lo capisco. Però la colpa non è del mondo, non è di nessuno, perché la vita è così: colpisce sempre più forte. La nostra generazione, non tutta ma in gran parte, ha sempre amato Rocky nonostante gli intellettuali lo schifassero, ora si possono vedere tanti significati in questo, ma probabilmente la realtà è che queste persone che vivevano senza sforzo non riuscivano a capire il dramma della nostra generazione. Noi però sentivamo che quella sofferenza, quella voglia di affermarsi erano reali.

Una cosa non perdono alla tua lettera: la sua impostazione, l’evidente voglia di essere un manifesto. No, suicida, non è il mio manifesto e non lo sarà mai come non lo sarà per tanti altri come me, tuoi coetanei, che vivono in un pantano esistenziale, ma che lottano e combattono per esserci ancora, perché il mondo non gli deve niente, ma loro devono tanto al futuro di coloro che amano.

Addio suicida, che questo tuo ultimo estremo gesto possa non aver ucciso la tua anima. Se ci fossi stato forse, prima o poi, avremmo potuto combattere assieme.

 

La via del cristiano

Una stella cometa che procede verso il futuro.

È inutile nascondersi dietro un dito. Oggi, salvo poche rarissime e fortunatissime eccezioni, il cristiano è solo. Parlo di una solitudine sociale non spirituale; come specificai in un articolo, la vera Chiesa dei Santi non ci abbandona mai.

Ammettiamolo: oggi quasi nessuno crede più. I sacerdoti spesso ignorano il catechismo, gli ecclesiastici rinnegano la fede, i fedeli sono sordi ai vangeli. Chi prova faticosamente ad essere servo di Cristo trova ostacoli straordinari, il più delle volte da parte di coloro che si professano credenti. È una situazione che probabilmente i Santi del passato non hanno mai visto, non almeno in questa maniera. Al giorno d’oggi il nemico dell’anima è più spesso il prete di quanto non lo sia l’ateo. Nessuno crede più a quei duemila anni straordinari che hanno forgiato la Chiesa, tutto viene distrutto e nulla più ricostruito. Fortunatamente ci sono ancora delle eccezioni sia fra i laici che fra i sacerdoti, ma proprio coloro che fanno parte di queste eccezioni capiranno al meglio il mio articolo e sono sicuro che non si rammaricheranno delle mie parole.

Per anni ho sofferto di questa situazione.

Chi prova a seguire il Vangelo deve prima di tutto bere alle fonti dell’acqua pura. Oggi cercare un libro causa sgomento: difficilmente troverete gli scritti dei Santi, o dei Papi, men che meno dei Dottori della Chiesa, troverete per lo più libruncoli che ci parlano di questo o quel santo, di questa o quella dottrina, ma sempre evitando accuratamente di darvi da bere la fonte originale. Troverete pseudo-teologi che vi insegneranno come vivere in Cristo al posto di coloro che la Chiesa ha riconosciuto come Santi. Raramente troverete qualche opera originale per cifre straordinarie, in rarissimi casi accessibili. L’Italia, il paese del Papato, non ha sacerdoti che traducano il tesoro inestimabile della Cristianità e, nei pochi casi in cui ciò succeda, pesanti diritti d’autore impediscono la diffusione di testi che dovrebbero essere discussi ogni giorno e dovrebbero essere guida ai nostri passi. Il Nemico vuole assetarci, ci offre il fango per farci morire nell’arsura.

Tuttavia in realtà non serve molto: oltre ai Vangeli e al Catechismo, i Dialoghi di San Gregorio Magno, Papa e Dottore della Chiesa, potrebbero già essere sufficienti (eccoli qui in un’edizione in due volumi: uno e due, consiglio ovviamente di concentrarsi sullo scritto di San Gregorio Magno e tralasciare prefazioni e note). Certo sarebbe bello accedere a molto altro, ma come detto spesso la conoscenza ci è preclusa. In ogni caso questo è solo l’inizio del problema poiché quando ci rivolgiamo ai Santi ci rendiamo conto che benché il loro insegnamento sia solidissimo e intramontabile, la realtà è che tutti loro hanno vissuto in un mondo profondamente diverso dal nostro. Difficile definire esattamente il punto della questione, tuttavia il nostro è un mondo che elogia in maniera assoluta l’egoismo individuale al punto tale da tentare di fare di ogni individuo il centro di un culto luciferino in cui il bene è solo ed esclusivamente il bene dell’io a discapito del bene di tutto e di tutti gli altri. Non si può negare che il Pagano sentisse a pelle la grandezza del Cristiano e che, seppur magari odiandolo, ne percepisse la bellezza ed il carisma. In seguito non si può negare che la Chiesa, anche nella sua manifestazione terrena, percepisse fortemente l’importanza della Rivelazione e che solo con timore reverenziale riuscisse ad avvicinarsi al Sacro. Per questo anche se ci furono errori ed incomprensioni alla fine, riconosciuta la Verità, chiunque si ritraeva e ossequiosamente La riveriva. Per questo l’eterno Nemico ha pianificato la rovina dell’Adunanza di Cristo agendo su due fronti.

Da una parte ha vaccinato gli uomini alla grandezza, li ha resi immuni al carisma, li ha svuotati di ogni ambizione al bello, di ogni stupore davanti al mondo, di ogni fede in qualcosa che ci supera (fosse fede materiale o spirituale poco importa). Quante volte oggi non solo aborriamo il bello, non solo dubitiamo del buono, ma proprio ci troviamo indifferenti di fronte alle scene che pure dovrebbero toccare il nostro cuore nel profondo? Eccoci così ad esclamare: La maternità? Un scocciatura. L’onore? Una becerata. L’amore? Un sentimento. Si può pensare che per il Nemico l’individualismo sia un fine, lo è, ma è anche molto di più. L’individualismo è ciò che ci rende incapaci di relazioni e di grandezza. Svuota l’uomo da una parte della sua capacità di ambire a qualcosa che lo superi, a qualcosa che sia più della semplice pagnotta, e dall’altra svuota l’uomo della capacità di amare e quindi non solo di essere propriamente umano, ma pure di amare Dio e di elevarsi.

Sull’altro fronte l’Antico Avversario ha neutralizzato la Chiesa terrena in maniera tale che non potesse in alcun modo risvegliare l’uomo assopito nel sogno individuale. E come lo ha fatto? Distruggendo la Fede, certamente! Ma questa è una risposta troppo facile; la distruzione di una Fede così solida da oltre duemila anni è passata attraverso la sua neutralizzazione, il suo distacco dal sacro. I preti hanno piano piano iniziato a pensare, o se non altro a sentire, che non ci fosse un reale presenza di Dio. Che certo il Vangelo è un bel libro, scritto bene per carità, ispirato da Dio, non sia mai, però un po’ limitato, correggibile ecco. E per mostrare che non farnetico vi invito ad aprire una qualunque bibbia della prima metà del Novecento: troverete quattro volte il titolo “Il Santo Evangelio di Gesù Cristo, secondo San …” che sostituisce il nostro moderno “Vangelo secondo…”, una piccolezza che distingue però un libro ritenuto Santo scritto da un autore Santo, da un libro scritto. Gli esempi potrebbero essere molteplici, ma proseguiamo con il nostro discorso. Il prete perso il senso del Sacro, persa la presenza del Signore, ha iniziato a dubitare non solo di tutto quello che fa, ma soprattutto della sua missione. Salvare le anime pareva un discorso così insensato, così… vuoto. Meglio occuparsi dei problemi sociali, problemi concreti che toccano i popoli. Fu così che la fede si svuotò e scomparve. È per questo che oggi quasi nessun prete riesce più a capire gli insegnamenti di Cristo: convivere? E che sarà mai!?! Abortire? Scelta individuale! Trombare? Come si può pretendere il contrario? anzi proprio meglio non parlarne. Tuttavia il prete che smarrisce il sacro e che si ritrova a concepire il mondo come un posto dove chiaramente egli stesso è assolutamente inutile sviluppa una nuova rigidità tutta propria nei confronti di chi, quel Sacro, lo possiede ancora. Come osano costoro parlare ancora di Inferno e Paradiso? Come osano costoro parlare di Carità e Giustizia? Come osano costoro dimostrarmi, sbattendomelo in faccia, che si può essere migliori di come io sono? Che si può credere ancora in quel Cristo rivelato? Anatema! Così la Chiesa è diventata, parafrasando Dante, “non donna di province, ma bordello!”. Da una parte, questa nuova chiesa “sociale”, ha iniziato a spalancare le proprie porte a coloro che la volevano distrutta e che con essa volevano distrutto il Salvatore (come se questo proposito potesse mai avere un senso o una speranza di vittoria), dall’altra ha iniziato ad emarginare coloro che si affidavano a Gesù Cristo così come ci è stato rivelato.

Che fare dunque?

Etiamsi omnes, ego non. (Anche se tutti, io no)
Per prima cosa coerenza. Anche se tutti abbandonano la via, anche se perfino il sacerdote ci vuole spingere a compiere il male, noi non lo faremo. Chi conosce i Vangeli e l’insegnamento immortale della Chiesa ci si deve attenere. Nessuna autorità è superiore a quella di Dio e nessuno può mutarla.

Pauci, sed boni. (Pochi, ma buoni)
Per seconda cosa fortificare la nostra famiglia. Noi non siamo responsabili per tutti, ma siamo responsabili per le nostre famiglie. Quindi assieme ai nostri famigliari costruiamo una roccaforte cristiana. Divorzi, peccati contro natura, aborti sono una costante di questa società, ma noi non siamo responsabili per essa se non in maniera molto limitata. Per questo dobbiamo vigilare sulle nostre famiglie, perché il Male non trovi chi divorare. Quanta tristezza quando finti-cattolici fanno proclami pubblici vivendo privatamente in peccato mortale: tutti pecchiamo, ma chi crede in Dio non persevera e non ostenta la causa della propria rovina.

Age quod agis. (Fa ciò che fai)
Per terza cosa non smettere mai di migliorare. In un mondo che non ci dà quasi alcuna indicazione su come vivere la fede dobbiamo continuare a interrogare noi stessi e a studiare al fine di fare bene ciò che facciamo. Poi dobbiamo continuare a migliorare il nostro agire, a smussare ogni piccolo difetto. L’aiuto che non ci viene dall’esterno dobbiamo sopperirlo con l’impegno fiduciosi che, se nel nostro impegno ci sarà errore, Dio sopperirà con la propria Misericordia.

Motu proprio. (Di propria iniziativa)
In un mondo incerto, dove è difficile trovare consiglio e giudizio secondo la volontà del Signore, i primi giudici del nostro comportamento siamo noi stessi. Troppe volte sacerdoti o laici giustificano il male e troppe volte sacerdoti o laici condannano il bene. Basandoci su quanto abbiamo studiato noi siamo i nostri primi giudici e siamo noi i responsabili delle nostre mancanze. Anche se nessuno lo sa io non verrò meno alla mia parola, non trascurerò i miei doveri e non mancherò di fedeltà al Signore. Spesso cerchiamo negli altri una giustificazione per la nostra affezione al male, invece dobbiamo essere giudici intransigenti delle nostre azioni.

Desidero concludere ricordando che solo nella Chiesa Cattolica ci sono i Sacramenti con efficacia reale per la Salvezza. Tutto ciò che è stato detto va inteso senza mai dimenticarlo. Extra ecclesiam nulla salus. (Fuori dalla chiesa nessuna salute). Soprattutto per noi che abbiamo ricevuto la Rivelazione allontanarsi dalla Chiesa è pericolosissimo e gravissimo. Stolto chi spera di salvarsi in maniera straordinaria quando rifiuta esplicitamente la salvezza ordinaria che nostro Signore a messo sulla nostra strada. Anche se alcuni sacerdoti sbagliano non si può revocare la fedeltà, semplicemente rigettiamo l’errore prima di tutto nelle nostre vite private e poi, solo se opportuno e non controproducente, valutiamo attentamente come agire nella vita pubblica. I Santi sono prima di tutto testimoni nella vita e San Benedetto preferì andarsene dal monastero dove lo volevano uccidere piuttosto che dare a quei reprobi un’occasione in più per peccare.

Questo discorso è stato qui appena abbozzato. Il libro che ho scritto anni fa, e qui disponibile gratuitamente, è molto teorico. Personalmente lo reputo importante per gettare le basi della Fede, ma quello che vorrei fare da ora in poi è svilupparlo in senso pratico. Perché è vero che anni fa mi sono convertito, ma da allora la sfida è stata provare costantemente a vivere il tutto nella mia vita. Se vorrete stare ancora con me, cercherò di aggiornarvi sui progressi, provvisori e precari, che ho conquistato.

Buon Santo Natale,

BiancoFulmine

Perché il Cattolicesimo ha perso la guerra, ovvero perché i Cattolici sperperano le proprie energie

Casa di PavlovIn questo periodo sembra che i Cattolici stiano prendendo un po’ più forza, che finalmente il grande popolo della Chiesa abbia alzato la testa. Non è così. Anzi si può dire che le ultime mobilitazioni, anche se esemplificative di un popolo che esiste ancora e che probabilmente è ancora maggioranza, siano il simbolo della fine della guerra. Con una sconfitta. Tante energie potrebbero forse essere parte di un nuovo inizio, ma ciò sarà impossibile senza capire fino in fondo l’essenza di questo conflitto.

1. La metafisica è tutto

Esiste un inganno fondamentale alla base di tutto. Si tratta anche di uno dei temi più complessi e quindi più difficili da comprendere, ma è necessario che chi vuole combattere coscientemente in prima linea capisca a fondo la questione. Il punto è il seguente: non si può ragionare con tutti. Per un semplice motivo: la ragione è un mezzo eccellente che parte da un punto A e ci porta ad un punto B in maniera coerente, rigorosa e giustissima. Tuttavia proprio perché è un mezzo per procedere coerentemente e per valutare la coerenza interna di un ragionamento, essa si fonda sempre su una metafisica. Per questo motivo se l’interlocutore non accetta le basi metafisiche del discorso con lui non è possibile ragionare. E, badate bene, quando parlo di metafisica non intendo necessariamente cose complesse, ma soprattutto cose semplicissime come il principio di non contraddizione che è da molti negato a parole (essendo impossibile negarlo nella pratica). Quindi non è possibile ragionare con tutti.

2. Focalizzare l’obbiettivo

Immaginate una torre d’acciaio in fase di costruzione ed immaginate al contempo che un gruppo di persone vogliano abbatterla. Immaginate ora che queste persone possano togliere alla torre 5 travi ogni giorno e che il costruttore possa porne 6 ogni notte. Infine immaginate che ogni piano di questa torre immensa poggi esattamente su 6 travi. Ora queste persone sarebbero sommamente stolte ad eliminare ogni giorno le travi dell’ultimo piano in fase di costruzione perché ogni 6 giorni il costruttore avrebbe ottenuto un nuovo piano (6 giorni equivalgono a 36 travi messe e a 30 travi tolte). Cosa dovrebbero fare allora? Semplicemente dovrebbero togliere 5 travi dalla base della torre, in maniera tale da far collassare la torre sotto il suo stesso peso. Così in un giorno cadrebbe la torre costruita in anni. Ora questa è un’analogia che non si discosta dal vero. Prendete i tempi contemporanei: i Cattolici lottano per evitare adozioni agli omosessuali e sono indifferenti ai bambini che muoiono nei grembi delle madri a causa dell’aborto. Così nel tempo i bambini muoiono e gli omosessuali trave per trave spostano la lotta. Così mentre non volete le adozioni ottenete le unioni civili, in futuro mentre non vorrete la pedofilia otterrete le adozioni. E si continuerà così per molto tempo. Non si può essere Cattolici ad interessi alterni! La dissoluzione del matrimonio è più grave dei “matrimoni” omosessuali e la morte degli innocenti è più grave della dissoluzione dei matrimoni. Quindi come mai la priorità dei Cattolici non è invertita? Prima l’aborto, poi il divorzio e infine le unioni degli omosessuali. Tuttavia nessuno oggi manifesta contro l’omicidio dei bambini, così come nessuno osa nemmeno lontanamente manifestare contro la dissoluzione della famiglia, tutti però a manifestare contro le unioni degli omosessuali. Così si attacca l’ultimo piano della torre e fra sei anni si dovrà attaccare il piano dopo senza mai fermare la costruzione. I Cattolici come buoi, dietro a discutibili capi popolo, si scagliano contro i mignoli e lasciano intatto il cuore.

Potrei anche azzardare una previsione: l’adozione dei bambini adesso non passerà, verrà bloccata e questo sarà presentato come una grande vittoria, però passeranno le unioni fra omosessuali come inevitabili; “tanto i bambini sono in salvo” ci diranno e intanto una nuova trave sarà posta. Basterà ancora aspettare qualche anno ed in futuro le adozioni passeranno in cambio di un male peggiore momentaneamente sventato. È così che si ammazzano i tori nelle corride.

3. Non tradire sé stessi

Ora immaginate che, continuando con l’esempio precedente, delle 5 travi che i Cattolici possono rimuovere ogni giorno dalla satanica torre una sia effettivamente rimossa, una venga lasciata perché una parte degli operai crede che il “progresso” sia positivo, un’altra venga lasciata perché i costruttori della torre sbagliano certamente, ma forniscono anche ad alcuni operai un lauto stipendio, un’altra venga messa di traverso in modo che sostenga l’attuale torre ma non sia d’appoggio al piano successivo, perché è tanto importante dialogare, l’ultima infine sia messa in maniera tale da non nuocere né favorire l’avanzamento della torre perché ciò che abbiamo conquistato fino ad adesso è un progresso, non si può sperperarlo! Così sarebbe impossibile danneggiare in qualche modo la torre, anzi la torre procederebbe alla velocità di più di un piano al giorno. Questa è la realtà dei Cattolici: interessi terreni e buonismo hanno disperso il gregge ed ora la Chiesa è dilaniata al suo interno ed in balia dei costruttori. Basta pensare:

  • Ai sacerdoti, anche di grado altissimo, che abbandonano il proprio gregge, chi per interesse, chi per paura di apparire avulso al mondo. Così abbiamo sacerdoti che esaltano eretici, pagani, infedeli ed apostati e attaccano e picchiano buoni credenti. Abbiamo coloro che esaltano cose malvagie e sminuiscono cose preziose, infangandole e cancellandole. Abbiamo coloro che aprono le porte alla falsità e rinnegano la verità. Guai a tutti costoro, perché, innalzati sopra gli altri, sentiranno più violentemente la caduta.
  • A coloro che pur dicendosi credenti non accettano la fede così come ci è stata tramandata. Costoro si reputano più intelligenti e migliori di tutte le menti che ci hanno preceduto negli ultimi duemila anni. In realtà propagano solo vecchie eresie e fanno marcire il corpo della Chiesa.
  • A coloro che pur dicendosi credenti non accettano obbedienti la sottomissione ai propri superiori e producono scismi. La Storia ci ha insegnato che un Papa, così come un vescovo od un sacerdote, non sono necessariamente Santi. Tuttavia solo da loro riceviamo la Santa Comunione e la Confessione per il perdono dei nostri peccati. Così abbiamo il dovere di difendere la sana dottrina, ma non abbiamo alcun diritto di creare scismi o di affrancarci dall’autorità della Chiesa.
  • A coloro che lasciano entrare nel sangue della Chiesa i suoi nemici. Costoro preferiscono Budda a Gesù, Osho a Sant’Agostino, il Talmud alla Summa, il Dalai Lama a San Gregorio. La verità è una sola.

Quando i Cristiani smetteranno di tradire se stessi? Quando smetteranno di distruggere la fede cattolica? Quando smetteranno di tradire l’alleanza che Dio ha voluto?

4. Non essere orgogliosi

Esiste una condizione drammatica nel Cattolico d’oggi ed è l’addestramento all’orgoglio che ci viene fatto da questa società. Il cristiano orgoglioso non accetta l’insegnamento dei sapienti, non accetta la parola dei vicari, rinnega le Scritture ed è immune al carisma. E, se non si accetta più il carisma dei Santi, non si accetta la testimonianza, e senza testimonianza non v’è fede. Fino a che uno pensa di essere il migliore non è aperto alla verità e per lui la verità è un’estranea.

5. Ricordare la natura della propria armata

Infine uno dei punti fondamentali che ha spinto l’esercito in rotta è questo. Ben pochi Cristiani paiono ricordare la natura della propria armata. Le nostre armi sono la preghiera ed il digiuno. I nostri soldati sono gli angeli e i testimoni. La nostra forza è Gesù Cristo. Se non torniamo all’essenza della nostra forza perderemo sempre: non se mai visto un esercito vincere senza armi.

Possa Dio salvare l’umanità.

Ateismo e Satanismo, la naturale alleanza fra Margherita Hack ed il fondatore dei Bambini di Satana Marco Dimitri

Vi stupireste se vi dicessi che ateismo militante e satanismo hanno molto in comune? Io mi stupirei a questa affermazione, o almeno una volta mi stupivo. Invece queste due posizioni condividono l’essenza: l’individuo come unico giudice e metro. In fin dei conti è per questo che non può esistere una vera morale atea: se sopra l’individuo non c’è nessuno perché si dovrebbe accettare una morale che limita l’individuo? Nessuno può rispondere a questa domanda perché non esiste una risposta.

Non ho mai trovato un ateo (anche non militante) che sapesse darmi una giustificazione fondata della propria morale. Certo la maggior parte degli atei seguono una qualche sorta di morale, ma la seguono perché è stata loro insegnata, per inerzia, di modo che essa va perdendosi nelle generazioni. Infatti se non esiste una giustizia che è prima dell’uomo, da dove viene la dignità dell’altro uomo? Un sola è la domanda da porsi onestamente per capire l’intrinseca e letterale inciviltà di determinate posizioni: perché devo limitare me stesso per non danneggiare un altro uomo?

Svolte queste necessarie premesse veniamo al fatto. Ecco cosa dice Wikipedia alla voce Marco Dimitri: “Nel 2007, Marco Dimitri è diventato membro del UAAR dove ha conosciuto Margherita Hack e con lei si è candidato alle elezioni politiche 2013 nella sezione Lazio2 del partito Democrazia Atea.” Alcune considerazioni.

Detta così potrebbe sembrare un candidato fra i tanti in una sezione sperduta, se non fosse che Lazio2 è l’unica sezione in cui si presenta Democrazia Atea. Dunque non è un dato irrilevante.

Secondariamente si potrebbe pensare che quello di Marco Dimitri, fondatore dei Bambini di Satana, sia un Satanismo goliardico e strafottente, ma non è così. Da degli atei, cioè dei senza-dio, ci aspetteremmo un materialismo spinto, con visioni sataniche allegoriche sullo stile di molti culti luciferini, ma senza un insieme di credenze irrazionali. Invece «“Per quanto possa sembrare strano”, aggiungono i Bambini di Satana, “un giuramento magico sancito con il proprio sangue non può essere infranto. Nemmeno se è arso o strappato il foglio sul quale lo si è scritto. Un tale giuramento è come una via senza uscita: non si può tornare indietro”.» (M. Introvigne, I satanisti – storia, riti e miti del satanismo, Sugarco Edizioni, Milano 2010, p. 399). Dunque un giuramento magico e pure indissolubile, niente male per dei razionalisti. Veniamo ora alla cara morale atea, perché Dimitri ed i suoi collaboratori nel Vangelo Infernale (il loro testo sacro) danno una fantastica definizione di una morale senza-dio «Satana è denaro, arte e orgasmo, musica, lesbismo e tradimento. Il vero dannato se ne infischia anche dei viziosi suoi complici: li usa e li fotte.» (citato in Ibidem, p.400). Come dicevamo all’inizio se l’unico dio è l’uomo (come ribadiscono nel Vangelo Infernale) gli altri sono solo persone da usare e da fottere. Ovviamente al testo “sacro” non può mancare un elenco dei demoni esistenti (cfr. Ibidem). Per questo culto Satana è in qualche modo la materia dell’universo (cfr. Ibidem). L’individuo ha una potenza assoluta (tipico di chi non riconosce Dio). Nell’universo vige la legge del più forte, la più forte libertà sessuale (senza alcun limite morale) ed il rifiuto dei codici morali. (cfr. Ibidem p. 401).

Se continuiamo a rifiutare la giustizia, che prima aleggia sopra gli uomini, non lamentiamoci del mondo che stiamo creando. Preghiamo per il mondo; e a chi non crede ricordiamo, come ebbi già modo di dire, che quando vige la legge del più forte, il più forte è sempre, e necessariamente, qualcun altro. Buona vita.

Declino

Il declino del nostro mondo, della nostra cultura, di noi stessi, è nell’aria. Non mi riferisco alla crisi economica, che del declino non è altro che una piccola marginale conseguenza. Essa era prevedibile e prevista da più parti (io stesso, nel mio piccolo, in un post del 21 Gennaio 2008, nel mio defunto blog, parlavo dell’imminente crisi). Questa crisi non è altro che la caduca manifestazione della crisi ben più grave che ha colpito il Mondo Occidentale. Si tratta di una crisi profonda, da cui non pare esserci via d’uscita, ciò che resta è solo la fiducia e la speranza nel Dio che salva e che più volte ha mostrato accondiscendenza per gli uomini.

L’origine di tutti i mali è una sola: nei secoli l’individualismo è diventato sempre più forte, ha spazzato via la carità fino al punto da essere esaltato come l’unico bene e qualcosa di cui vantarsi. Tutti i mali nascono da questo unico peccato originale: l’uomo che vuole farsi Dio e dunque da importanza solo al proprio io. L’individuo così diviene auto-distruttivo, tuttavia non solo soffre ma distrugge.

Prima di tutto la società, poiché nessuna legge può imporsi se non è accettata autonomamente dalla maggioranza dei singoli. Per intenderci non è possibile eliminare la corruzione fino a che nella mentalità dei singoli la corruzione viene tollerata od auspicata. I sistemi repressivi sono infatti insufficienti: un sistema legislativo non potrà mai controllare chiunque. Il singolo rispetta la legge solo se la assurge a propria norma. Dunque in un mondo in cui ogni uomo è ridotto ad individuo, non può esserci legge se non la legge del più forte. Ogni individuo infatti massimizza il proprio utile a discapito degli altri, che non sono altro che altri individui e dunque avversari.

L’individualismo distrugge poi ogni capacità dell’uomo di sapere e di conoscere. Infatti poiché ogni individuo è metro, modello e giudice di sé stesso, ciò significa che non esiste più la percezione della realtà, ma solo idee relative ad ogni individuo, dottrina che prende il nome di relativismo.

Questa visione oltre a rendere ciechi, distrugge ogni freno alle azioni individualiste, se la realtà è solo la mia realtà allora la giustizia è solo la mia giustizia e la felicità è solo la mia felicità. Non ci sono più freni. Per prima cosa l’altro ha valore solo in quanto può darmi qualcosa (anche Dio ha valore solo in quanto slot-machine della vita). Ogni rapporto, ogni scelta, ogni desiderio è assoggettato alla caducità di una felicità individuale. In secondo luogo l’uomo diviene schiavo delle proprie sozzure. Non riuscendo più a vedere la stella polare della realtà è costretto a navigare a spanne, schiavo della propria ignoranza, incapace di raggiungere alcuna rotta veramente desiderata. Infelice. Così l’uomo cerca un ben-essere che l’individuo non gli può dare, poiché senza realtà non c’è direzione.

Questa spirale auto-distruttiva si è impossessata di tutto il nostro mondo, nessuno fa più niente bene poiché non esiste un Bene. Tutti pensano per sé ed in questo modo tutti condannano se stessi. Non si tratta di un discorso religioso nel senso moderno del termine, al contrario, si tratta di una fattualità della vita. Da una parte l’uomo che ha bisogno della socialità per stare bene è costretto a soffrire poiché non è più visto come persona ma come individuo che dunque vale in quanto può dare (che in genere visto il concetto di “potere d’acquisto” si riduce a: vale in quanto ha denaro); dall’altra parte la nostra struttura sociale che è destinata al collasso poiché se ognuno agisce solo per sé nulla può stare assieme. Come il tumore erode il corpo e la metastasi lo uccide, così è l’individualismo che prima colpisce la società nei suoi gangli vitali e poi si espande senza freno condannandola alla morte. Se ognuno di noi agisce come una scheggia impazzita il tessuto si disgrega e l’ordine viene meno, anarchia.

Se il lavoro è lo stipendio, il bambino viene trascurato dall’insegnante, il malato dal medico, il figlio dalla madre. Mi rendo conto di stare cantando il canto funebre della nostra società. Esistono uomini che sono ormai bestie e bestie che vengono considerate uomini, ma noi nel nostro piccolo possiamo essere quella luce ormai perduta, affinché al sopraggiungere del vento ci sia ancora qualche speranza di ravvivare il fuoco.

Figliolanza

Nella nostra società individualista il concetto di figlio ha subito una notevole variazione. Ovviamente non si parla più di figlio come dono di Dio, anzi nella mentalità comune il figlio è solo il prodotto dell’incontro del materiale genetico della coppia. In poche parole il figlio è una proprietà. Egli non deve essere tutelato ed amato per quello che è, ma sempre in funzione dell’utile che conferisce ai donatori del materiale genetico.

Ciò può apparire un po’ esagerato, ma se si guarda bene si vedrà che ciò si rispecchia in tante piccole cose. I figli, in primo luogo, vanno pianificati, il contrario è una follia si dice. Cosa significa pianificare un figlio? Significa che in quel momento il figlio è più comodo al genitore, perché il genitore ha già avuto la sua carriera, ha già accumulato abbastanza capitale, oppure è ormai annoiato dal lavoro ed ha bisogno di un piacevole diversivo. Pianificare un figlio significa in fin dei conti cercare il momento migliore per il genitore. Non di rado, ormai, capita che alcune donne abbiano per scelta il primo figlio a cinquant’anni, incuranti del fatto che quando loro figlio avrà vent’anni esse ne avranno settanta. Non ragionano sul fatto che quello è il momento di maggior bisogno per un giovane, un momento in cui bisognerebbe avere affianco un genitore od un fratello nel pieno delle energie, il loro ragionamento è piuttosto “così avrò qualcuno che nella vecchiaia si prenderà cura di me” oppure “adesso sono appagata dei miei beni, voglio diventare madre”.

In secondo luogo capita sempre più frequentemente che i figli vengano assecondati in tutto. Ciò potrebbe apparire come altruismo, ma a me pare di vedere piuttosto il contrario. Infatti per il bene del giovane è bene che egli sia educato secondo un giusto mezzo, assecondare i capricci invece serve a far star bene il genitore che così può sentirsi più buono e, magari, può acquietarsi la coscienza per il fatto di dedicare un po’ troppo tempo al lavoro ed un po’ poco tempo alla prole.

In terzo luogo il figlio è la palestra delle voglie represse. Genitori che non hanno potuto vivere la loro giovinezza in un certo modo, non si chiedono come vorrebbero viverla i figli, ma piuttosto spingono i figli a seguire gli ammuffiti sogni dei genitori. Certo alla lontana essi credono di fare il bene dei figli, ma se si sforzano solo un poco i genitori si accorgeranno di assecondare solo se stessi e di realizzare nel figlio l’ombra di se stessi.

In quarto luogo il figlio oggi è il figlio dell’ambizione. Non importano le naturali tendenze personali, ciò che conta sono i risultati. Il figlio è buono, non in quanto cresce come persona, ma in quanto fa. Fa cose che permettono ai genitori di crogiolarsi nel successo. I genitori giocano così a poker con la vita degli altri, forti del fatto che i figli, in fin dei conti, non sono altri che mendicanti d’affetto.

Tutte queste cose derivano dalla visione dell’altro come individuo che ci può far sentire qualcosa o che ci può donare qualcosa, un individuo che per giunta è di nostra proprietà: nato quando noi l’abbiamo deciso e sussistente in quanto noi l’abbiamo sostenuto. Che il figlio non sia più considerato come persona, ma piuttosto come individuo si sente spesso anche nel lessico. Oggi parlando dei genitori ai figli si dice generalmente “non ti hanno fatto mancare niente”, una volta invece si poteva dire “ti hanno dato tutto”.

Oggi al centro c’è l’io, la famiglia è in secondo piano: “perché non dovrei divorziare, se io posso stare meglio?” si dicono i genitori d’oggi. È no cari miei, i figli li abbiamo messi al mondo noi, è il nostro egoismo ad essere la nostra condanna.

Mors tua vita mea.

Monumento realizzato in commemorazione di tutti i bambini uccisi dall'aborto e di tutto il dolore sofferto dalle loro madri.

Siamo creature chiamate al bene, per questo il Male si nasconde fra noi sotto forma di bene. Quando feriamo qualcuno, quand’anche lo violiamo nella sua essenza, ci raccontiamo che lo facciamo per il bene. Così i genitori vengono dimenticati in un ospizio perché lì possono essere meglio curati, i bambini uccisi perché non avrebbero avuto un buon futuro, i popoli violentati perché possano avere il progresso. Eppure la nostra società occidentale una cosa ce l’aveva inculcata bene nella testa, e, cioè, che non vige la legge del più forte. Che i forti devono soccorrere i deboli e che noi siamo chiamati come comunità a servire il bene. Ma si sa, i valori antichi sono fuori moda, e si preferisce dimenticarsi di questa “assurdità” anti-individualista. Così l’ago che già si era spostato dal bene al giustificare il male come un bene della persona danneggiata, ora ha fatto un ulteriore scatto e vuole giustificare il male con il proprio individuale bene. Nascono così richieste come la legalizzazione dell’infanticidio post-parto e l’incentivazione dell’infanticidio pre-parto con assoluta noncuranza della successiva e devastante sindrome post-aborto. Infatti se ci si pensa bene tutte le lotte per questi diritti-storti sono giustificate principalmente dalla gratificazione personale di chi combatte queste battaglie, cosa giova a questi attivisti fare 100’000 aborti all’anno forzando la mano alle persone? Cosa giova se non gratificazione per la propria capacità di perseguire un’idea e di imporla? (O anche per il proprio portafoglio?) Se essi amano veramente i diritti perché non si occupano del problema in tutta la sua vastità? Perché il supporto a chi soffre per l’omicidio volontario del propri figlio non è da loro contemplato, perché alle donne non si parla compiutamente, perché si nascondono le cose celandone il nome?

Essere Cattolici significa anche questo: contemplare tutti i problemi nella loro vastità, sforzandosi di non dimenticare nulla e senza cedere alla tentazione di prendere una posizione di parte, senza cioè offendere la giustizia. Posizione ragionevolissima assolutamente. Significa ricordarsi dei diritti della madre senza scordarsi di quelli del bambino; della dignità dell’immigrato, senza scordarsi del bene dell’autoctono; dei legami che ci uniscono e della realtà nella sua oggettività.

Oggi invece la società procede verso l’individualismo più sfrenato, verso la tentazione non solo di prendere le cose in maniera di parte, ma di considerarle mediante un’unica parte, il proprio io. Tristo destino, poiché solo nell’amore c’è il nostro bene. L’egoismo, inganno diabolico, paga la sua moneta con la disperazione. Tuttavia anche a livello materiale i nodi vengono ben presto al pettine, poiché dove vige la legge del più forte, il più forte è sempre, e necessariamente, qualcun altro.