Pasqua del Capo, Pasqua delle membra

La Croce, assieme alla risurrezione, è elemento cardine della nostra fede, e come per Gesù Cristo passione e gloria sono inscindibili, così lo sono per il cristiano. Nello stato di viatore, la gloria è pregustata proprio nel paradosso di vivere crocifissi al mondo, alla sua mentalità dominante e ai nostri egoismi, vivi in Cristo e partecipi della pienezza della sua gioia pasquale, nella costante tensione escatologica. Morte e vittoria, dolore e gioia sono inseparabili e, più ci si lascia crocifiggere dall’Amore, più si è capaci di amare; per attuarsi questo mistero è necessario lasciarsi amare ogni giorno da Lui (che ci ama sempre per primo) nel santuario della nostra anima, rientrando in noi stessi con la preghiera intima, a porte chiuse. Occorre inoltre entrare nel modo di vedere la realtà con gli occhi di Dio, che chiama beati gli sventurati secondo il mondo e minaccia guai per i fortunati e gli invidiati dal mondo (cf. Lc 6,20-26), ricordando appunto che “ciò che è esaltato fra gli uomini è cosa detestabile davanti a Dio” (Lc 16,15). L’Apostolo Paolo parla di una misteriosa sapientia crucis che suonava strana a giudei e greci che cercavano la gloria mondana, come del resto, continua ad apparire strana, fuori luogo, e forse retrograda ad una società che attribuisce molta importanza alla fiera di vanità, non considerando che la vita presente è come goccia nell’oceano in rapporto all’eternità, e che “le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi” (Rm 8,18). In quest’ottica, ciò che può essere guadagno (carrierismo, dio danaro, ricchezze e piaceri) appare in tutta la sua vanità come spazzatura, come pesante palla al piede, dalla quale liberarsi a motivo della conoscenza di Cristo, della potenza della sua risurrezione, che ci trasfigura nella misura in cui partecipiamo alle sue sofferenze (cf. Fil 3,7-11). Che la gioia possa e debba sgorgare da un cuore crocifisso è scritto anche in 1Pt 4,13 dove appare chiaro che la gloria che avremo in Cielo sarà commisurata alla partecipazione alle sofferenze di Cristo. Così S. Gregorio Magno nelle Omelie sui Vangeli contribuisce a gettar luce su questi misteri: “Nessuna contrarietà ci distolga dalla gioia della festa interiore… nessuna prosperità ci seduca con le sue lusinghe, perchè sciocco è quel viaggiatore che durante il suo percorso si ferma a guardare i bei prati e dimentica di andare là dove aveva intenzione di arrivare.” Viene da domandarsi lecitamente: “Credo ad una ricompensa incorruttibile accordata alla mia sequela di Gesù, ma che beneficio ne trae il mondo, l’umanità da questo mio camminare contro corrente?” Risponde il Ven. Paolo VI: “I Cristiani sulle loro croci e per mezzo della loro croce, sono per Cristo gli esseri più insostituibili. Il mondo ha bisogno di crocifissi: la sua salvezza è nelle loro mani”. Occorre convincersi che la croce non è fine a se stessa e, come afferma Edith Stein nella Scientia crucis, essa si staglia in alto e fa da richiamo verso l’alto. Infatti, il passaggio da morte a vita del Signore, si configura anche in noi sue membra, che partecipiamo sì alle sue battiture, ma anche al fulgore della sua Ss. Umanità risorta, e anzi, risuscitati in Lui sediamo nei cieli (cf. Ef 2,6), anche se tra il già e il non ancora. Inoltre, come il Capo non è stato abbandonato nel sepolcro e non ha visto la corruzione (cf. Sal 15), così anche coloro che sono a Lui incorporati e gli credono, non rimangono nel sepolcro del peccato e delle tenebre che dal peccato procedono (cf. Gv 12,46); le membra che si sforzano lottando per rimanere incorporate a Lui non vedranno la corruzione del peccato, propria delle membra staccate che imputridiscono. La risurrezione gloriosa diventa allora passaggio dalla morte del peccato alla novità di vita nella luce del Risorto; non è garanzia di impeccabilità, infatti non è possibile passare per questa vita immuni da colpe veniali,  anche se occorre guardarsi il più possibile da queste (cf. 1Gv 5,17-18), perchè se il Nemico non ci può legare con le catene si accontenta del filo per poi passare allo spago e alla fune, come diceva S. Francesco. Sappiamo però che la grazia scaturita dalla vivificante Croce e risurrezione di Cristo ci ottengono la vittoria contro i nemici spirituali, preservandoci con l’Eucaristia dal peccato, unico vero male che ruba la gioia. Allora rallegriamoci ed esultiamo, perchè questo è il giorno fatto dal Signore (Sal 117), e questo giorno al dire di S. Massimo di Torino è lo stesso Figlio, su cui il Padre, che è giorno senza principio, fa splendere il sole della sua divinità. Per fare dunque un buon passaggio da morte a vita -Pasqua in ebraico è Pesach: Passaggio- occorre che ci chiediamo con sincerità: Cosa ha fatto Gesù per me? Cosa ho fatto io per Gesù? Cosa debbo fare per Gesù? Buon santo Passaggio a tutti!

Cattolicesimo ed Internet III – Le benedizioni: domanda, risposta

Botta e risposta. È così che siamo abituati; fin da bambini ci affidiamo a qualcuno che conosce più di noi, che ci guida, che ci risponde. Siamo uomini, cioè socievoli. Purtroppo quando si tratta della ricerca della Verità ci scontriamo di fronte ad una realtà dura. Le conoscenze si sono perse, dissipate in un secolo di dissipazioni, il XX. I preti sono vecchi e stanchi. Difficile trovare guide, difficile trovare risposte, difficile trovare Cristiani. Montagne, deserti e campagne, vecchi baluardi della fede, soffrono più degli altri. Ed è qui che entra in gioco la Rete.

Internet dà la possibilità di contattare esperti e di ottenere risposte. Bisogna come sempre fare attenzione alle persone con cui si ha a che fare, ma per il resto l’opportunità è unica. Il Papa nel Libro Luce del Mondo sottolineava come in Germania il numero di vocazioni sul numero dei fedeli praticanti sia aumentato. Certo sono calati i fedeli, ma cosa importa per ciò di cui parliamo? Internet elimina le distanze.

Nella speranza che presto saranno tanti (ma nulla nuoce nel tentar di contattare i singoli), vi lascio l’indirizzo di Amici Domenicani. Dove c’è un Padre, buono e disponibile, al servizio di Dio.

L’assurdità della Fede

Come è noto, nel mio libro e nei miei interventi, mi dilungo molto nello spiegare l’intelligenza della fede. Inoltre evidenzio il ruolo della ragione e il significato di razionalità di una visione metafisica: la fede è coerente. Quando nel titolo parlo di assurdità non mi riferisco ad un’incoerenza, ma ad una contrarietà al buon senso. Esiste infatti qualcosa che rende la fede absurda (cioè stonata) alla nostra natura umana, non per imperfezione della fede, ma per i nostri limiti. Questo punto, che è spesso il punto radicale a livello intellettuale per aderire alla fede, è uno dei suoi presupposti e cioè: l’esistenza di Gesù. Gesù in quanto vero Dio e vero uomo è il più grande scandalo per il limitato buonsenso. Come può infatti il Tutto, la Pienezza dell’Essere, il Sommo, quasi ripiegarsi ed entrare nel mondo, in un singolo uomo, nella sua interezza? Come può il tutto diventare apparentemente una piccola parte? Certo è Dio che assume in sé la natura umana, non viceversa, ma comunque Gesù è un uomo che si muove ed agisce nel mondo. Il Tutto è qui. Per un pensatore tutto si riduce a questo: accetto io per fede il presupposto che Dio si è fatto uomo? Ribadisco, tutto il problema del Cristianesimo è qui, palpabile e concreto. Un unico presupposto a cui dobbiamo tutto.

Questo è la vera porta da cui solo gli umili possono passare, tutto il resto, tutte le altre presunte incoerenze sono sciocchezze; ad effetto magari, ma sciocchezze. Non ci sono incoerenze, c’è solo la domanda su un presupposto, un unico e semplice presupposto che sfida la nostra natura umana, sfida la nostra umiltà, sfida la nostra comprensione. Come abbiamo abbondantemente mostrato nel libro, qualunque credo si basa sulla fede nei suoi presupposti, così la matematica funziona grazie ad assiomi e postulati, la geometria pure; ogni stabilità intellettuale si basa sulla fede. E quella in Cristo è proprio una fede, la fede che l’evento più straordinario che si possa concepire, così straordinario da parere assurdo nella mente, non per una sua assurdità intrinseca, ma proprio per la propria natura, sia accaduto alcuni millenni fa e continui e viva solamente per salvare gli uomini.

Perfezione.

Si pretende la perfezione. Quando un’anima inizia ad addentrarsi nella via spirituale si pretende che sia già perfetta (diceva a grandi linee, stante la memoria, S. Teresa D’Avila nel Castello Interiore). Noi uomini siamo deboli, quindi quando scorgiamo qualcuno che pare solido, subito lo pretendiamo perfetto, altrimenti è un impostore, deve essere un impostore perché il santo da cartolina è, nella nostra mentalità, unico, predestinato, immacolato, incapace di peccare, buono da appendere ad un muro, ma imitarlo, impossibile, come si potrebbe? Noi che siamo peccatori! Invece il santo vero è scomodo, perché è uno che lotta, uno che ci guarda e ci dice “ce la puoi fare anche tu, vieni” e ce lo dice sorridendo, uno che ci accusa per la nostra mollezza, uno le cui azioni pretenderebbero di farci lasciare tutto per il Tutto. Inaccettabile, troppo esigente, troppo umano.

Simili paure attanagliano coloro che temono la verità e quando odono qualche fatto straordinario subito accusano di malattie psicologiche il testimone. Questi fanno torto da due parti. Da una parte perché giudicano a priori per difendere teorie che, evidentemente, percepiscono come deboli, ciò è dimostrato dal fatto che hanno paura di approfondire un semplice accadimento per valutarle. Dall’altra perché, dicendo che se uno ha avuto una qualche forma di debolezza allora va scartata interamente la sua opinione, dicono in realtà che nessuno è testimone, poiché nessun uomo è come loro lo vorrebbero, ogni uomo ha le sue debolezze; certo molti le nascondono e allora agli ingenui appaiono più credibili, ma nessuno ne è privo, non potendosi trovare la perfezione in una natura limitata.

Dunque se Dio che è perfetto agisse solo tramite perfetti, la sua perfezione non sarebbe ben poca cosa? Trarre il perfetto dall’imperfetto, mantenendo la libertà, questo è indubbiamente più perfetto.

La debolezza di Dio

“Credere in Dio non è poi così facile come sembra.”

Molte persone vivono di un Dio debole, lo privano dell’onnipotenza e si sentono in dovere di sopperire alla sua debolezza. Questo è un male trasversale alle varie professioni e si manifesta nei modi più bizzarri. Ad esempio se in una rivelazione privata, riconosciuta dalla Chiesa (fatto che, per inciso, non obbliga il fedele a credere, bastando la rivelazione pubblica), Dio ha promesso qualcosa, questi teorici della debolezza di Dio si affrettano a dire a tutti che la promessa esiste, è vero, ma che serve una determinata disposizione, che è limitata da determinate clausole, che non è possibile che sia efficace nella maniera più immediata. Questo nasce dalla paura e dal sentimento tutto umano; da una parte si teme che quanto predetto da Dio non si avveri e dall’altra non si sopporta che Dio possa essere così buono con persone che giudichiamo così inferiori a noi o così simili. Un altro esempio è colui che si affanna a dire che l’unico testo ispirato è quello autografo dell’agiografo, “bene” diciamo noi “dunque Dio ha fallito” poiché quel volume non esiste più. Dio, onnipotente, ha dato una rivelazione destinata a perdersi, pertanto il fatto che non abbiamo un libro dorato chiuso in una teca è un fallimento di Dio, invece che una profonda manifestazione della pedagogia divina che ha ispirato le Scritture con lo Spirito che dimora nella Chiesa.

Si vuole sempre correre a chiudere i buchi, a coprire le mancanze che Dio ha avuto; se una cosa va storta non è potenza di Dio, per noi è un fenomeno casuale, come se il caso fosse il bunker anti-Dio; se il mondo non ci piace, per forza non deve essere perfetto, come se il mondo fosse limite per Dio. Il limite dell’io, per noi, è sempre limite di Dio, leggero egocentrismo. Se Dio promette che chiunque recita per dodici anni delle orazioni non andrà in purgatorio, sarà accettato fra i martiri come se avesse versato il proprio sangue per la fede, conoscerà la propria morte un mese prima che avvenga, santificherà tre anime e salverà le quattro generazioni a lui successive come successo a S.Brigida (potete trovare la preghiera nel mio libro) questa è potenza di Dio e a nulla valgono i commenti. Tuttavia per noi che siamo deboli non è dannoso pensare che chi, per dodici anni, riesce fedelmente a dedicare uno spazio della giornata a Dio, necessariamente ha una disposizione interiore positiva e perseverante, fosse anche all’inizio il peggiore dei peccatori, e se Dio sostiene la perseveranza onererà anche la promessa. E con la sua grazia, guadagnata da quest’opera, disgregherà ogni inciampo alla salvezza. Credere in Dio non è poi così facile come sembra.

Essere agnostici, l’inconsistenza di una vita.

A volte quando parlo di ricerca della verità può apparire che il tema sia fumoso e, tutto sommato, poco rilevante per le nostre vite. Inganno diabolico. Se noi non ci interroghiamo su quale sia la verità, se cioè ci lasciamo trascinare dalla corrente, vivendo come gli altri ci hanno detto di vivere senza rifondare intellettualmente la nostra esistenza, moriremo senza avere mai vissuto. Poiché la nostra spada sarà sempre al servizio dello straniero e il nostro cuore non avrà trovato riposo. La nostra libertà consiste nel dare un significato alla nostra vita, non darlo significa abdicare alla nostra natura umana.

Oggi molti si professano agnostici, in poche parole si professano indifferenti al problema centrale delle loro vite. Poiché se Dio esiste il mondo nella sua interezza è diverso, se Dio non esiste la realtà stessa ne risente. Il quesito su come è la realtà è un quesito centrale per decidere come vivere. Tuttavia se questo quesito si rigetta nella sua interezza si sceglie di vivere una vita indifferente alla propria umanità.

Fra molti anni da adesso, sui nostri letti di morte, la nebbia verrà diradata e ciò che rimarrà sarà solo ciò che avremo fatto in base al significato che gli avremo dato. Vi salvi il Signore dal trovare nella vostra vita solo inconsistenza, poiché allora non potrete brandire una spada ormai rotta.

Solo chi ama converte

Sulla conversione l’idea ricorrente è qualcosa del tipo “non bisogna convertire le persone bisogna semplicemente amarle“, ora fintanto che questa frase significa che a convertire è Dio e che il miglior esempio è far vedere Dio in noi, cioè quel poco di bene di cui siamo capaci, ciò è vero. Tuttavia oggi molti vedono in questa frase un rifiuto del mandato di convertire, sostituito da una visione buonista del reale. Ciò che sfugge a queste persone è che la conversione è amore. Infatti l’atto massimo di amore per una persona è desiderare per lei il bene massimo; dunque, nel concreto, l’atto d’amore per eccellenza (nel senso proprio del termine) è indirizzare una persona al Paradiso. Quando amiamo un nostro fratello non possiamo trattenerci dal desiderare per lui la conversione del cuore e dunque la gloria eterna.

La religione non è un fatto personale, è un’aderenza più o meno accentuata alla verità. Chi ama spera che l’altro conosca la verità perché spera nel bene dell’altro. Chi possedendo una medicina per curare il proprio amico gli dona del veleno? E chi si preoccupa delle maldicenze pur di salvare la persona amata? Chi vuole convertire è chi ama. E se qualcuno vuole convertire non amando, serve solo il proprio egoismo; e prepara la propria condanna.

Un vecchio argomento sciocco contro l’onnipotenza, Dio e il muro indistruttibile.

Esiste un argomento veramente banale contro l’onnipotenza, talmente banale che non pensavo ne avrei mai parlato, ma poiché viene spesso citato e, pure, non ho mai trovato spiegazioni, a mio gusto, soddisfacenti ho deciso di riproporlo a maggior utilità di chi sta iniziando la sua ricerca.

L’argomento è in genere basato su un botta e risposta, procedimento che si presta facilmente a mistificare i ragionamenti, poiché è sufficiente far intendere all’interlocutore che ciò che vogliamo dimostrare è già presente in quelle cose in cui l’interlocutore si è rivelato d’accordo, per far scattare un meccanismo per cui l’interlocutore, temendo di contraddire se stesso, dà l’assenso ad una proposizione che in realtà non aveva approvata. Ad esempio se dico “gli immigrati sono esseri umani come noi?” ovviamente si risponderà di sì, se però aggiungo: “allora sei d’accordo con me che devono poter applicare ogni loro tradizione?”, già qui molti continueranno a dire sì, e si potrà aggiungere “dunque e giusto, per rispetto della loro cultura, che essi possano delegare ai diritti occidentali della persona umana nelle loro famiglie, mantenendo i loro modelli culturali”. In tre frasi ho legittimato la segregazione della donna, l’infibulazione e la ritorsione verso i parenti (religiosamente) infedeli, e l’ho fatto procedendo in questo modo: prima di tutto ho preso un assunto generale in cui l’interlocutore occidentale non può che convenire. Poi ho sottinteso, falsamente, che l’approvare la dignità della persona umana significhi anche approvare qualunque pratica di un soggetto, quindi anche quelle che vanno contro la dignità della persona umana. Nella seconda domanda l’interlocutore disattento annuisce poiché se ha risposto sì alla prima si sente in dovere di rispondere sì ad ogni domanda introdotta da “allora” e simili. Nella seconda domanda uso la parola “tradizione” perché è una parola neutra che richiama all’immaginario gli aspetti più formali. Nella terza frase non pongo più una domanda, che potrebbe risollevare la coscienza del soggetto, ma traggo una conclusione (“quindi”), una conclusione a cui il soggetto si sentirà in dovere di aderire a causa delle risposte precedenti, poco conta che da “tradizione” si passi a “modelli culturali” e che si usi artificiosamente il richiamo al “rispetto” (altro valore forte, ma impiegato a sproposito nel senso che in questo caso si usa il rispetto per giustificare una mancanza di rispetto per la persona, dunque la parola è usata per legittimare il contrario). Inoltre notare l’uso di termini neutri come “delegare” per evitare di risvegliare nell’interlocutore il senso della realtà, si fa così anche con il politicamente corretto, la locuzione “interruzione volontaria di gravidanza” ha un altro impatto rispetto all’equivalente “omicidio volontario del proprio figlio”. Con un inganno semantico (cioè sul significato della parole) si porta un soggetto disattento a dire qualunque cosa, anche il contrario del punto di partenza, purché al concetto (che ha indotto il soggetto ad annuire) si sostituisca un’interpretazione della parola scollegata dal vero significato iniziale. Ho usato così tante parole per inquadrare il pericolo, per i disattenti, delle discussioni botta e risposta, perché questo è un problema veramente fondamentale per chiunque voglia cercare la verità.

Torniamo ora all’argomento iniziale. In genere la discussione è questa:

Accademio: Dio è onnipotente?
Ripetemio: Sì.
Accademio: Allora Dio può creare un muro indistruttibile?
Ripetemio: Sì.
Accademio: E poi lo può distruggere?
Ripetemio: Sì.
Accademio: Allora, mio caro Ripetemio, abbiamo dimostrato che l’onnipotenza non può esistere perché se Dio può distruggere il muro non è onnipotente poiché non può creare un muro indistruttibile, invece se Dio può creare un muro indistruttibile non è onnipotente poiché c’è qualcosa che non può fare e cioè distruggere il muro che ha creato.
Ripetemio: Vedo ora, esimio Accademio, che l’onnipotenza è un’assurdità e che sono stolti gli uomini che l’hanno professata.
Umilio: In questa dottrina v’è menzogna, poiché proprio perché Dio è onnipotente può fare tutto ciò che vuole. Dunque quando crea un muro indistruttibile, esso è indistruttibile in virtù della volontà di Dio che lo desidera tale, la sede dell’onnipotenza è in Dio. (infatti non può esserci potenza, nel senso in cui la stiamo intendendo, senza volontà, poiché la potenza di fare presuppone la volontà di fare). Se Dio distrugge quel muro non è per una mancanza della sua potenza, ma per l’onnipotenza della sua volontà. L’indistruttibilità derivava dalla volontà onnipotente che fosse indistruttibile, quando questa volontà cambia e desidera che il muro sia distrutto, il muro viene distrutto con potenza. Infatti in un essere onnipotente è la volontà che plasma la realtà, non è la realtà che plasma la volontà.
Accademio: Ma quando la volontà dice “indistruttibile”, non deve poter essere più distrutto.
Umilio: Qui ti inganni perché sovrapponi due concetti. Sappiamo già che la sede dell’onnipotenza è in Dio e che essa non viene da fuori di Dio. Quindi quando tu dici: Dio vuole un oggetto indistruttibile tu presupponi che la volontà sia quella che quell’oggetto sia imperituro. Quando però chiedi se Dio può distruggerlo, sottintendi che la volontà sia cambiata. Ora o la volontà è che sia imperituro o la volontà è che non sia imperituro, il tuo quesito è internamente incoerente, poiché vorrebbe professare contemporaneamente una volontà senza fine ed una volontà con una fine, cosa che contemporaneamente, in questo esempio, non può esistere. Dio può fare ciò che vuole, se vuole che sia indistruttibile sarà indistruttibile, secondo la sua volontà.
Accademio: Tu contrapponi i tuoi vuoti ragionamenti alla mia scienza, ed ora io dimostrerò a tutti che parli senza sapere e ingannandoci, tu dici infatti “sappiamo già che la sede dell’onnipotenza è in Dio e che essa non viene da fuori di Dio”, usi il verbo “sappiamo” perché non sai e non puoi argomentare, così ci prendi per citrulli e dai per scontata una cosa che non è scontata.
Ripetemio: Stolto l’uomo che parla senza la scienza!
Umilio: Ripetemio, la tua bocca dice il vero.
Ripetemio: Grazie!
Umilio: Accademio, l’onnipotente non è che uno, necessariamente. Poiché non possono esserci due onnipotenti, la potenza della volontà di uno si scontrerebbe infatti con la potenza della volontà dell’altro e se entrambi desiderassero contemporaneamente due cose esattamente e precisamente contrarie, necessariamente esse non potrebbero realizzarsi contemporaneamente. Dunque stabilito che l’onnipotente può essere al massimo uno, il tuo quesito verteva sul fatto che non potesse esistere un onnipotente, poiché egli non avrebbe avuto la potenza per costruire e distruggere assieme un muro indistruttibile (fra parentesi vedrai come posta in maniera piana questa domanda è assurda). Dunque io sono qui a dirti che un onnipotente può esistere, deve essere uno solo e deve avere una propria volontà. Ora che tu voglia chiamare questo onnipotente Dio o in qualsiasi altro modo poco conta, l’onnipotenza, se è, è in un solo soggetto e non può essercene un’altra a lui esterna.
Accademio: Le tue parole sono oltraggiose per me che ho studiato, ragionamenti ingarbugliati senza costrutto, dimmi: che titolo accademico hai per dire questo?
Umilio: Non ho titoli.
Accademio: E chi ti legittima a parlare?
Umilio: Il mio intelletto e i genî che mi custodiscono.
Accademio: Io che sono dottore dovrei ascoltare un senza-titolo? Studia e impara, io ho il gallone dell’universatica del sapere scientifico e filosofico moderno, come parli tu davanti a me?
Ripetemio: Infatti, screanzato. Cosa ne sai del mondo, chi hai studiato? Chi ti ha legittimato? Non vorrai che l’intelletto, di cui ti schermi, e i favoleschi genî che tu citi ti legittimino a parlare? Che presunzione usare la ragione come scudo, davanti ad Accademio poi, il campione del razionalismo! Dovresti solo vergognarti!
Accademio: Basta così Ripetemio, lascia stare questo miserabile, non serve insultare chi ci è inferiore.
Umilio: Sono d’accordo esimio, non serve insultare chi ci è inferiore. Anche se sarebbe bello portarlo sul nostro stesso piano o anche più in su, se tutto ciò fosse possibile con le nostre deboli forze.
Accademio: Reputi le mie forze deboli?
Umilio: O no, non stavo parlando di lei signore.
Accademio: Comunque se vuoi imparare la verità iscriviti alla mia scuola, davanti alla mia cattedra ti si apriranno le porte della sapienza.
Umilio: E potrò domandare?
Accademio: Ma quale domandare, prima bisogna studiare, avere i titoli ed anche dopo solo raramente osare.
Umilio: Prenda questo sasso, questa è la mia scuola.
Accademio: Riconosci di essere intellettualmente figlio di queste pietre?
Umilio: Riconosco di essere figlio del reale.

Non esistono politici cattolici

Si fa un bel parlare da molto tempo, anche da parte di esponenti ben in vista della Chiesa, della necessità di una nuova generazione di politici cattolici. Poco conta che la ricerca di questa generazione nuova si basi su strutture vecchie, che poco hanno fatto fino ad ora e che si vorrebbero improvvisamente vive ed arzille pronte ad abbandonare tutti i difetti che hanno dimostrato di possedere fino a ieri, il vero problema è un problema di mentalità. Oggi esiste tutta una cultura dominante, che riguarda soprattutto i giovani di ieri (mi risulta difficile trovare una miglior definizione visto che essi stessi rifiutano di abbandonare la terminologia propria dell’età giovanile, escludendo tutti i vocaboli generalmente riferiti all’età adulta e all’età senile), che è in un certo senso incapace di vivere il cattolicesimo politicamente. È come se, per un largo strato della cultura cattolica, il Cattolicesimo fosse diventata questione di secondo piano sovrastato da contingenze che di volta in volta venivano indicate come più importanti e prioritarie. A questa sfiducia generale nella verità del Cattolicesimo (perché mettere in secondo piano i cardini di una certa visione del mondo, può significare solamente che si dubita di quella visione del mondo stessa) sono seguite tutte una serie di conseguenze che partendo dalla vita morale dei singoli si sono ripercosse sempre più ferocemente in tutti i meandri della società, fino al punto da spingere gruppi di credenti ad essere incapaci di esprimere chiaramente il Cattolicesimo ad altri credenti. Il sovrabbondare di documenti fumosi che nascondono le questioni sotto etti di nebbia ne è una prova lampante.

Ovviamente in questa confusione generale il termine di cattolico per un politico è diventato semplicemente un’opportunità. Invece che rispecchiare una reale propensione per la verità è andato a significare una reale propensione a prendere i voti in un elettorato più o meno moderato e molto più attento alla forma che non alla sostanza dei problemi. Ad esempio è inconcepibile che un politico cattolico non attacchi frequentemente e frontalmente il genocidio legalizzato chiamato aborto, e, si badi bene, non lo dovrebbe attaccare in quanto credente in Gesù Cristo, ma in quanto amante della verità. Infatti il politico cattolico non ha alcun interesse, come politico, ad imporre una fede (andrebbe anzi contro la fede che professa facendolo), ciò che deve fare è riportare il buonsenso, cioè il rispetto della verità. La giustizia ci sovrasta tutti, questo dovrebbe dire un politico cattolico; non perdere il proprio tempo ad infangare questa o quella vita personale, perché sta scritto di non giudicare, per non essere giudicati e che con la misura con la quale misuriamo saremo misurati e la Chiesa, fedele a questa linea, ha ribadito anche recentemente che si condanna il peccato, ma non il peccatore.

Come ripartire? Se si vuole davvero una nuova generazione di politici cattolici, prima di tutto bisogna scollegarsi dalle vecchie logiche della politica e del reclutamento partitico (i partiti per loro natura tendono ad uniformare l’opinione dei loro membri, vogliono individui, non persone, ma è alle persone che si rivolge il Cattolicesimo), e poi, so che quello che sto per dire può suscitare grande stupore… ma per avere politici cattolici bisogna cercare… fra i cattolici. Cioè bisogna che i nuovi politici cattolici siano veramente e fermamente convinti che Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo, perché i problemi partono tutti da qui, partono dall’idea che “cattolico” sia una griffe, una specie di tessera del PD o del PDL, qualcosa che all’occorrenza possa essere negoziato, taciuto o, perfino, dimenticato, fino alle prossime elezioni beninteso. Tuttavia fino a quando nemmeno chi auspica questa nuova generazione non si mostrerà fermamente convinto nella verità del Cattolicesimo, i nuovi movimenti flirteranno con il mondo uscendone inevitabilmente sconfitti, perché non c’è luce dove è stato tolto il fuoco.

Ancorati al passato.

Due persone in luoghi e tempi diversi mi hanno fatto notare che il mio stemma può richiamare alla memoria i totalitarismi ed i movimenti di destra. Non c’è bisogno di sottolineare che io non sono né di destra né di sinistra né di centro. Io aborro queste distinzioni politiche tipiche di un’epoca che ha fatto dell’odio e della divisione acritica in categorie il suo tema principale. Io sto semplicemente dalla parte della verità e della giustizia, chiunque in qualunque luogo e modo mi dimostri che ciò che sostiene è giusto mi ha conquistato alla sua causa. Ho il vizio di pensare, cosa che alle ideologie sta stretta. Quindi io rigetto loro e loro rigettano me.

Quindi io non mi riconosco in nessuno schieramento che si riconduca a destra o sinistra o centro, mi riconosco solo in chi dice la verità e, tramite la verità, compie il bene. E sia chiaro che la verità è un presupposto del bene, senza verità non può esserci bene perché il bene è verità. Dunque nel mio simbolo non c’è nessuna connotazione politica, non almeno come è intesa la locuzione connotazione politica da quest’epoca decadente. Non esiste ideologia politica, esiste una verità che si ripercuote più o meno sulla società. Quando difendiamo l’innocente non stiamo seguendo l’ideologia, stiamo rispecchiando la verità, perché il nostro cuore ci dirà sempre di tutelare l’innocente. In questo processo destra e sinistra sono solo ostacoli che rischiano, e lo hanno fatto più volte nella storia, di farci commettere il male.

Ora veniamo al mio stemma, esso ha un significato simbolico che spiegherò presto almeno nelle sue linee principali, dunque non è un insieme casuale di righe, né dipende da questa o l’altra ideologia. Il mio stemma è ciò che doveva essere nel mio progetto, ora se lo cambiassi perché ad alcune generazioni richiama delle ideologie farei un grave errore: farei l’errore di perpetrare l’odio che a quelle generazioni ha impedito di vivere bene. Perché l’odio viene solo da Satana e dalla nostra imperfezione, Dio è amore. È ora invece che questo odio esca dall’immaginario collettivo, è ora che in noi entri il bene, è ora che riportiamo il bene nella vita pubblica. Io sogno un futuro in cui guardando uno stemma come il mio le persone non vengano rapite da visioni ideologiche e categoriche del mondo, ma entrino nel mistero del mio stemma, tentino di approfondire cosa significa davvero e non credano di sapere donde viene e dove va. Sogno un’epoca in cui il nostro interlocutore viene ascoltato per quello che ha da dire, dove le etichette non sottendono già il presunto contenuto della discussione, anzi a ben vedere un’epoca dove non esistono più le etichette. Perché ciò che dice Caio non ha valore in base al fatto che Caio sia etichettato fascista o comunista, ha valore in base alla sua aderenza alla verità.

Amici miei, io quel simbolo lo lascio, non perché vi turba, ma perché spero che vi guidi in un mondo dove ciò che prevale è solo la verità, dove le divisioni sono solo del Diavolo in se stesso, dove le nostre discussioni sono solo sull’amore. Poiché dentro di noi sappiamo tutti che l’amore è verità.

Come ti guarda Dio

“Dio non può esistere! Guarda quanto male!” “Se Dio esiste dovrà chiedermi scusa.” “Ho pregato così tanto per mia nonna ed è morta lo stesso, Dio non esiste.” “Quei quattro poveri ragazzi, bruciati vivi, Dio non esiste e se esiste è cattivo.” “Guarda non riesco nemmeno a comprarmi un’auto decente, ed una volta ho pregato anche Dio, se esiste perché non mi dona un’auto?” “Ti dimostro che Dio non esiste, gli do 5 minuti per fulminarmi, al termine dei 5 minuti avrai la prova che Dio non esiste” “Mi sono fatto da solo, la mia vita è merito mio” “Certo che esiste Dio; e no, non do mai nulla ai barboni, cosa c’entra?” “Se Dio esiste perché sono brutto? Se da Dio viene il brutto allora anche Dio, se esiste, deve avere dentro di sé il brutto!”.

Queste obbiezioni hanno tutte qualcosa in comune; presentano errori di ottica. Quando interpretiamo le azioni di Dio, dobbiamo capire ciò che è veramente importante, Dio agisce per il meglio. Il meglio è la vita eterna, se in questa vita diveniamo re del mondo, ma poi perdiamo la nostra anima nulla vale. Se per la materia che otteniamo danniamo lo spirito, ci chiameremo sventurati per l’eternità. Eppure la nostra ottica, qui, è così limitata che non capiamo come siamo guardati, con che infinito amore il Signore accudisce i nostri desideri, in che modo ci dona ciò che vale davvero. Nel processo di beatificazione del Santo Curato D’Ars ci fu una testimonianza riguardo ad una ragazza cieca, ella era andata dal Santo per guarire, il Santo, per ispirazione soprannaturale, le disse che poteva certamente guarire, ma che da cieca si sarebbe salvata sicuramente, mentre, vedendo, la sua salvezza sarebbe stata incerta. La ragazza andò a casa gioiosa della propria cecità. Arriverà un giorno in cui capiremo tutto, in cui vedremo quante volte Dio, con dei mali apparenti, ha suscitato grandi beni per la nostra anima; benediremo quei “mali” e gioiremo dei loro frutti.

 Tuttavia l’azione di Dio non è mai invasiva, ci dona tutto ciò che ci serve, ma la scelta è solo nostra. Noi siamo liberi; profondamente, costituzionalmente liberi. Nel nostro cuore sappiamo qual è la verità anche se l’abbiamo annegata, anche se sono anni che non l’ascoltiamo, anche se ci infastidisce al punto da farci diventare testimoni della menzogna, ansiosi di trascinare gli altri nell’errore. La verità è lì, per noi, la conoscevamo e ora non la conosciamo più. Alla fine della nostra vita non ci verrà chiesto conto di quante cose abbiamo avuto, ma di cosa siamo diventati. Una sola domanda spalancherà le porte del Paradiso davanti alla nostra strada, una domanda semplice e allo stesso tempo complessa, il Signore della Gloria, in uno slancio d’amore, ci chiederà semplicemente: “hai amato?”. E quale sarà la nostra risposta?

Progetto Curato D’Ars. Sul giudizio finale. Parte 2/4.

Progetto Curato D’Ars – Sul giudizio finale – I Domenica D’Avvento – Primo Sermone – Sul giudizio finale – Parte 2/4

In Italia non esiste una traduzione completa delle omelie del Santo Curato D’Ars Giovanni Maria Vianney. Ho deciso così di iniziare una mia traduzione basandomi sul testo disponibile in questo sito. La pubblicazione non sarà regolare anche se cercherò di pubblicare almeno un’omelia ogni due mesi (penso che dividerò le omelie in più parti). Per chi volesse usare le mie traduzioni valgono le seguenti regole:

  1. La stampa è libera per uso personale; se invece volete stampare per altri motivi contattatemi;
  2. Se copiate il testo sul vostro sito citate la fonte e il link del mio sito, per copie integrali delle traduzioni (ad esempio un’omelia intera) contattatemi prima (pulsante contattami nel menù), tranquilli non mordo ;-) ;
  3. È vietata la produzione di e-book (o libri in qualunque altra forma) dalle mie traduzioni senza il mio consenso ed un accordo scritto.
  4. Mi preservo il diritto di modificare questo regolamento in ogni momento e senza preavviso, questo regolamento non implica nessuna cessione della proprietà intellettuale delle traduzioni.

Ovviamente sono ben accetti consigli, suggerimenti ed aiuti di qualunque tipo; se qualcuno volesse collaborare con me si faccia avanti.

Progetto Curato D’Ars

 

I Domenica D’Avvento

(Primo Sermone)

Sul giudizio finale

PARTE 2/4 (Per la prima parte premere qui)

 

Importante: se ti piace questo progetto e vuoi sostenerlo condividilo, è importante:

 

I – Noi leggiamo nella Sacra Scrittura, F.M., che tutte le volte che Dio ha voluto inviare qualche flagello al mondo o alla sua Chiesa, lo ha sempre fatto precedere da qualche segno per cominciare a gettare il terrore nei cuori, e per portarli a piegarsi alla sua giustizia. Volendo far perire l’universo attraverso un diluvio, l’arca di Noè, che impiegò cento anni per essere costruita, fu un segno per spingere gli uomini alla penitenza, senza che dovessero tutti perire. Lo storico Giuseppe Flavio ci dice che prima della distruzione della città di Gerusalemme, fu visibile per lungo tempo una cometa a forma di coltellaccio che gettò la costernazione nel mondo. Tutti dicevano: Ahimè! Cosa vuol dire questo segno? Forse è qualche grande sventura che Dio ci sta per inviare. La luna stette otto notti senza produrre luce; già le persone sembravano non poter resistere. All’improvviso, comparve un uomo sconosciuto, che, per tre anni, non faceva che gridare per le strade di Gerusalemme, giorno e notte: Guai a Gerusalemme! Guai a Gerusalemme!… Lo si prende, lo si picchia con le verghe per impedirgli di gridare: nulla lo ferma. Di lì a tre anni, grida: Ah! Guai a Gerusalemme; ah! Guai a me! Una pietra lanciata da una macchina [d’assedio] gli cade addosso e lo schiaccia all’istante. Allora, tutti i mali che questo sconosciuto aveva minacciato a Gerusalemme caddero su di lei. La carestia fu così grande che le madri arrivavano perfino a sgozzare i loro figli per cibarsene. Gli abitanti, senza sapere perché, si sgozzavano a vicenda; la città fu presa e come annichilita; le strade e le piazze furono tutte ricoperte di cadaveri; il sangue scorreva a fiumi, il piccolo numero di quelli che salvarono la loro vita fu venduto come schiavi.
Ma, poiché il giorno del giudizio sarà il giorno più terribile e più spaventoso che ci sia mai stato, sarà preceduto da segni così spaventosi che getteranno il terrore fino in fondo agli abissi.
Nostro Signore ci dice che, in quel momento nefasto per il peccatore, il sole non produrrà più luce, che la luna sarà simile ad una massa di sangue, e che le stelle cadranno dal cielo. L’aria sarà così piena di lampi che sarà completamente in fiamme, e s’udiranno i tuoni, il cui rumore sarà così forte che gli uomini appassiranno di paura sulle piante dei loro piedi. I venti saranno così impetuosi che niente potrà resistergli. Gli alberi e le case saranno trascinate dentro il caos del mare1, il mare stesso sarà talmente agitato dalle tempeste, che i suoi flutti s’innalzeranno fino a quattro cubiti al di sopra delle più alte montagne, e discenderanno così in basso, che si vedranno gli orrori dell’inferno, tutte le creature, anche quelle inanimate, sembreranno volersi annichilire per evitare la presenza del loro Creatore, vedendo quanto i crimini degli uomini hanno insozzato e deformato la terra. Le acque dei mari e dei fiumi ribolliranno come degli olî nei braceri; gli alberi e le piante vomiteranno torrenti di sangue; i terremoti saranno così grandi che si vedrà la terra aprirsi da tutte le parti; la maggior parte degli alberi e delle bestie saranno guastati, gli uomini che resteranno saranno come dissennati; le rocce, le montagne crolleranno con una furia spaventosa. Dopo tutti questi orrori, il fuoco sarà appiccato ai quattro angoli del mondo, ma un fuoco così violento che brucerà le pietre, le rocce e la terra, come un fuscello di paglia che viene gettato in una fornace. Tutto l’universo sarà ridotto in cenere; è necessario che questa terra, che è stata insozzata da tanti crimini, sia purificata dal fuoco che sarà appiccato dalla collera del Signore, dalla collera di un Dio giustamente irato.
Dopo, F.M., che questa terra coperta di tanti crimini sarà stata purificata, Dio manderà i suoi angeli che suoneranno la tromba ai quattro angoli del mondo, e che diranno a tutti i morti: Alzatevi, morti, uscite dalle vostre tombe, venite e comparite davanti al giudizio. Allora tutti i morti, buoni e malvagi, giusti e peccatori, riprenderanno le stesse sembianze che avevano una volta, il mare vomiterà tutti i cadaveri che sono rinchiusi nel suo caos, la terra rimanderà tutti i corpi seppelliti da molti secoli nel suo seno. Dopo questa rivoluzione, tutte le anime dei santi scenderanno dal cielo, tutte raggianti di gloria; ogni anima s’accosterà al suo corpo donandogli mille e mille benedizioni: Venite, gli dirà, venite compagno delle mie sofferenze; se voi avete operato come piace a Dio, se voi avete fatto consistere la vostra felicità nelle sofferenze e nei combattimenti, oh! Quanti beni ci sono riservati! Sono più di mille anni che godo di questa felicità; oh! Che gioia per me il venire ad annunciarvi quanti beni ci sono preparati per l’eternità! Venite, occhi benedetti, che tante volte vi siete chiusi alla vista degli oggetti impuri, per la paura di perdere la grazia del vostro Dio, venite in cielo dove non vedrete che bellezze quali non ce ne sono a questo mondo. Venite, orecchi miei, che avete avuto orrore delle parole e dei discorsi impuri e calunniatori; venite, e sentirete nel cielo quella musica celeste che vi piomberà in un’estasi continua. Venite, piedi miei e mani mie, che, tante volte, vi siete impegnati a soccorrere gli infelici; andiamo a passare la nostra eternità dentro questo bel cielo dove vedremo il nostro affabile e caritatevole Salvatore che ci ha tanto amati. Ah! Là vedremo Colui che tante volte è venuto a riposare nel nostro cuore. Ah! La vedremo quella mano, ancora tinta del sangue del nostro divin Salvatore, con la quale ci ha meritato tanta gioia. Infine, il corpo e l’anima dei santi si doneranno mille e mille benedizioni, e questo per tutta l’eternità.
Dopo che tutti i santi avranno ripreso il loro corpo tutto raggiante di gloria, in quel luogo tutti, secondo le buone opere e le penitenze che avranno fatto, attenderanno con piacere il momento in cui Dio svelerà davanti a tutto l’universo tutte le lacrime, tutte le penitenze, tutto il bene che avranno compiuto durante la loro vita, senza non dimenticarne nemmeno una sola, né un solo, già tutti contenti della felicità di Dio stesso.
Aspettate, dirà loro Gesù Cristo stesso, aspettate, voglio che tutto l’universo veda quanto avete operato con gioia. I peccatori induriti, gli increduli dicevano che ero indifferente a tutto quello che voi facevate per me; ma sto per mostrargli oggi che ho visto e contato tutte le lacrime che versavate nelle profondità dei deserti; sto per mostrargli oggi che ero a fianco a voi sui patiboli. Venite tutti, e
comparite davanti a questi peccatori che mi hanno disprezzato ed oltraggiato, che hanno osato negare che esistevo, che li vedevo. Venite, bambini miei, venite, miei diletti, e vedrete quanto sono stato buono, quanto il mio amore è stato grande per voi.
Contempliamo, F.M., un istante, questo numero infinito d’anime giuste rientranti nei loro corpi che rendono simili a bei soli. Vedrete tutti questi martiri, la palma in mano. Vedete voi tutte queste vergini, la corona della verginità sulla testa? Vedete tutti questi apostoli, tutti questi preti? Quante anime hanno salvato, tanti i raggi di gloria di cui sono ornati. F.M., tutti diranno a Maria, questa Madre Vergine: andiamo a congiungerci con Colui ch’è nel cielo per donare un nuovo splendore alle vostre bellezze. Però no, un momento di pazienza, voi siete stata disprezzata, calunniata e perseguitata dai malvagi, è giusto, prima che entriate in quel reame eterno, che i peccatori vengano a fare onorevole ammenda.

La soave maestà del simbolo.

Non abbiamo più il gusto per i simboli, non sappiamo come prenderli, ci fanno smarrire. Eppure i simboli sono una miniera inesauribile, non tanto per presunte conoscenze archetipe, quanto piuttosto perché i simboli ci costringono a pensare. Proprio perché scarni ed echeggianti di concetti essi ci interrogano. Un simbolo è immune all’effetto altoparlante e ripetitore di certa cultura moderna. Il simbolo è lì che si staglia per il singolo, al singolo si rivolge e dal singolo chiede di essere interpretato. I simboli creano movimento nella nostra mente. Essi prima insegnano a pensare, poi aiutano a pensare e, infine, sostentano il pensiero.

Forse abbiamo perso il gusto del simbolo quando abbiamo preso il gusto di ripetere. Posso citare a memoria le opere di tutte le più grandi menti, posso sapere ogni libro alla perfezione, posso citare la Bibbia al salto, ma ciò non significa nulla, stupisce solo gli inconsapevoli, ciò che conta, ciò che resta di una vita, è ciò che io conosco, ciò che ho penetrato con il pensiero, ciò che mi rende uomo. Ma la strada che porta lì nessuno ve la può descrivere, non vi resta che camminare.

La legge morale universale

La nostra è una società interamente basata sulla parola scritta. Questo è un grande limite poiché la parola scritta non è il concetto. Le parole subiscono l’influenza del contesto, invecchiano, perdono di significato e acquistano significati nuovi. Solo che noi ci siamo incancreniti sul loro significato, per noi lo scritto dice tutto, precisamente. Per molti giuristi era la norma ad essere di per sé vincolante, unica fonte della giustizia, dopo il Nazismo questi giuristi hanno dovuto cambiare idea. Sarebbe stato meglio cambiarla prima.

Le parole non sono il concetto, ma è il concetto che ha significato, le parole tentano solo di trasmetterlo. E la legge morale universale, che è iscritta intimamente dentro di noi, è una legge concettuale, dunque i suoi modi di esprimersi sono molteplici, ma il concetto che vuole comunicare, al di là dei limiti e delle contingenze umane, è sempre lo stesso.

Per questo i codici sono pericolosi, perché cristallizzano una situazione incristallizzabile e ignorano tutte le sfumature della realtà umana, i codici sono per loro natura individuali, nel senso che non si rivolgono a persone, ma ad individui, e, dunque, sono per loro natura ingiusti non appena il codice supera il concetto. La mania di fissare tutto, di salvare tutto, di trasmettere tutto esattamente è un’ossessione impraticabile della nostra civiltà. Per quante parole scriveremo, per quanto ci sforzeremo, per quanto ci struggeremo non rinchiuderemo mai la verità, il reale, nelle nostre parole scritte.

E le nostre leggi che stanno sprofondando nell’ingiustizia, pagano lo scotto di uno smarrimento dei concetti e di una conseguente deriva verso la rigidità degli scritti; c’era più saggezza e giustizia una volta quando si sapeva che cos’era la giustizia che non oggi, in cui la giustizia, per molti, è una faccenda di codicilli, dove il senso della morale è ormai perduto.

È uscito il nuovo libro di BiancoFulmine!

Liberamente scaricabile partendo da questa pagina.

Vi ringrazio di avermi seguito fino a qui, spero di riuscire a mantenere sempre il blog interessante ed utile. Se lo leggete fatemi sapere i vostri pareri (contattami), per me sono davvero molto importanti.

Buona serata a tutti!

Conoscere significa vivere.

Ci hanno detto per anni che sapere significa conoscere. Se ciò ha una validità nelle ricerche collaterali alla nostra esistenza, presenta però un grave limite nelle ricerche ultime. Nelle cose che ci toccano davvero sapere non è sinonimo di conoscere, mai. L’unico modo di conoscere veramente qualcosa è di viverla; posso essere il più grande dotto sulla vita cristiana, ma se non la vivo non comprenderò mai il mistero. Studiare per anni la verità non ci porterà ad alcun vantaggio senza uno sforzo concreto, perché la verità non è qualcosa che possa essere scritto sui libri o ripetuto a macchinetta, è solo qualcosa che può essere vissuto. La verità si vive.

Anche in questo i filosofi greci erano un bel passo davanti a noi, per loro il filosofo non poteva limitarsi a proclamare delle teorie, doveva saperle anche incarnare. Questo è l’unico modo di conoscere. Tutti infatti citano Giovanni 8,32 (“conoscerete la verità e la verità vi farà liberi.»”), ma pochi si ricordano che è preceduto da Giovanni 8,31 (“Gesù allora disse a quei Giudei che gli avevano creduto: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli;”).

Dobbiamo stare attenti a non diventare altoparlanti e ripetitori, anche se quest’epoca d’esami facili e massificanti, d’insegnamento impersonale e inumano, di forma invece che di sostanza non desidera altro: un branco di pecore che diffonda il verbo, senza domande, senza conoscenza.

Cristo nella merda, colpo d'”artista”

L’altro giorno ho seguito un dibattito; parlavano di uno spettacolo teatrale (che non conosco) dove il volto di Cristo raffigurato sullo sfondo viene coperto di merda (scusate se uso questo termine latino di oraziana memoria, nel dibattito continuavano invece ad usare il termine “feci”, ma io non riesco a capire dove sia in questo caso l’aspetto fisiologico e medico della questione). Per essere precisi (ribadisco che non ho visto lo spettacolo, è ciò che ho desunto dal dibattito, e ogni tanto perdevo anche il segnale radio) il liquido marrone che finisce sul Volto Santo non viene mai chiamato in quel modo, anche se il senso è facilmente desumibile dal contesto, dal vecchio incontinente che ne è il protagonista. Inoltre simbolicamente la merda dovrebbe raffigurare l’impotenza di Nostro Signore Gesù Cristo che in realtà sarebbe, secondo l’autore, null’altro che un “povero cristo” uomo perseguitato senza nessuna potenza e nessuna capacità di intervenire o cambiare le cose.

La cosa che voglio sottolineare qui è che, in questo dibattito fra Cattolici emergeva, fra le altre, un’idea che voglio ribattere brevemente: si diceva che di queste cose è meglio non parlare perché si finisce per fare pubblicità ad artisti che non cercano altro (ovviamente specificando ben bene che non si giudica il singolo caso..). Quindi il concetto che passa è che è meglio tacere che affermare la verità. Io invece credo che sia meglio essere chiari. Se lo spettacolo è offensivo che si dica e se la Chiesa vuole vietare ai credenti di andare che lo faccia. Fa parte della libertà di espressione della Chiesa dire cosa possono o no fare i credenti e fa parte della libertà dei singoli decidere se si è o no credenti. Il non dire equivale al non credere nella libertà, perché, primo, non ci si esprime liberamente e, secondo, non si danno alle persone tutti gli elementi per liberamente decidere. Se uno non crede ed è indifferente cosa conta una scomunica ad un autore? Se uno crede ed è Cattolico allora non è forse una sua libertà il seguire la Chiesa? E se uno crede ed è più o meno indirettamente satanista non è forse una sua libertà andare allo spettacolo proprio perché condannato? Se uno brama l’inferno forse che si può imporre il paradiso? è giusto? A chi giova il non parlarne? Giova solo all’errore. Mentre il parlarne giova all’autore, perché egli stesso ha liberamente scelto la sua rovina, ha scelto di preferire il successo e la vanità alla giustizia; giova alla Chiesa perché è più difficile che si faccia ingannare, poiché è più chiara; giova al singolo perché può liberamente decidere se vivere o morire. Parlare della verità giova. Se molti credenti oggi rischiano grosso è proprio perché alcuni hanno rinunciato alla chiarezza, alla forza della verità. Consapevolezza.

Ovviamente qualcuno ha anche contestato la legittimità di un tale spettacolo, e ovviamente qualche trombone si è stracciato le vesti a queste parole. Tuttavia qui si tratta solo di una questione di dignità della persona umana: è lecito in uno spettacolo prendere un uomo e smerdarne il volto? Se lo facessero con vostra madre, vostra sorella, vostro padre, vostro fratello, vostro zio, vostro figlio, vostro nipote o magari con voi, non avreste nulla da ridire? Vi sembrerebbe una cosa bella, legittima e collegata con la libertà di parola e di espressione? E se lo facessero con un bambino ebreo dei campi di concentramento? Vi sembrerebbe bello e legittimo? È una questione di dignità. Una parola troppo dimenticata.

La forza della fede, il Santo Curato D’Ars

Per capodanno sono stato ad Ars-sur-Formans, l’Ars del Santo Curato D’Ars. Ma chi era S.Giovanni Maria Battista Vianney? Era un uomo di fede, nato all’incirca durante le decapitazioni di tutti i preti che non abiuravano la fede Cattolica ad opera dei rivoluzionari francesi (vi ricordate tutte quelle sciocchezze sul fatto che la libertà di parola c’è grazie alla rivoluzione francese e tante stupidate del genere? la realtà è che, primo, quando un regime è veramente repressivo non ci possono essere rivoluzioni e che, secondo, la rivoluzione francese fu la più repressiva e intollerante rivoluzione che si fosse mai vista in Europa da molti secoli a questa parte -forse da sempre-). Di povera famiglia, iniziò gli studi per il sacerdozio dopo anni passati nei campi e con le pecore. Ciò gli rese difficile terminare il seminario, ma alla fine, tenacemente, lo portò a termine. Tuttavia ciò gli costò il parcheggio in un piccolo paesino, talmente piccolo da avere un parroco esclusivamente per le pressioni della nobiltà locale. In quel paese, a lungo senza guida spirituale, la morale Cattolica era ormai perduta e fu di Don Vianney il compito di ripristinarla; e qui c’è la sua forza. Cosa fece? Programmi pastorali? Polpettoni illeggibili e tristi sulla gioia cristiana? Si rinchiuse in parrocchia lamentandosi del fatto che non credeva nessuno? No, niente di tutto ciò, fece una cosa sola: penitenza.

Questa è vera fede, non si affidò alle proprie capacità, alla sua voglia di protagonismo, o alla sua capacità di intrattenimento, si affidò a Dio. Non si occupò di temi sociali (eppure diede tutto il superfluo ai poveri ed iniziò opere di vera misericordia), non si preoccupò della stima umana (eppure divenne famoso in tutta la Francia), non si preoccupò del perbenismo (eppure riportò la morale in un luogo dimenticato da Dio), si preoccupò solo di Dio e della sua Chiesa.

In lui traspariva solo la forza della fede, un prete ignorante di origini povere, che sconvolse la Francia e divenne “patrono di tutti i parroci dell’universo” (Pio XI, 1929); senza complessi programmi pastorali, senza fumose discussioni con i satanassi della ragione, solo con la vita cristiana senza se e senza ma. E dove la sapienza umana aveva fallito, la fede di un solo uomo, ignorante per gli uomini ma sapiente di Dio, si stagliò netta e trionfante sulle macerie di una rivoluzione più iniqua delle iniquità che combatteva e più violenta delle violenze che contrastava. Si stagliò indicando agli uomini una cosa sola: la propria anima, il gioiello immortale che possediamo, l’unica cosa per cui valga la pena combattere; l’unica cosa per cui se si combatte si giova tanto agli altri quanto a sé, l’unica cosa veramente non egoista.

Ovviamente nel clima razionalista (e dunque irrazionale) dell’epoca molti non fecero altro che deridere il curato (anche se in genere i pochi fra questi detrattori che si spingevano fino ad incontrarlo rimanevano basiti dalla realtà). Perfino fra i sacerdoti molti, ciechi,  deridevano le sue lotte contro il diavolo, e questa mentalità a tratti è presente ancora oggi, sono scorsi pochi giorni da quando in confessione un prete, pur esaltando il Santo Curato, mi diceva che probabilmente aveva delle tare mentali per il suo vedere il diavolo ovunque. Si sa; le talpe vedono le zolle, e non credono che esista la pianura.

Torniamo pure a perderci in fumosità pastorali, deridiamo il diavolo, non crediamo a Cristo e ai suoi Vangeli e, poi, piangiamo per le chiese vuote.

Tu, da che parte stai?

Quante volte il solito superficiale è esordito con frasi del tipo “ma durante il Nazismo i Tedeschi sapevano, come hanno fatto a non fare nulla?” oppure “come facevano ad esserci tanti Nazisti?”, “oggi non potrebbe più succedere con tutti i diritti dell’uomo”, “noi siamo la civiltà”; eppure abbiamo davanti il peggior massacro della storia, ormai non servono più singoli campi di sterminio poiché sotto il cielo è tutto un campo di sterminio. Ogni nazione beve il sangue dei propri figli e noi siamo peggiori dei tedeschi che osannavano il Nazismo poiché allora la massa non odiava coloro che aveva generato. Lo stolto che può dire le frasi di prima è lo stesso che può osannare lo sterminio dei propri figli, non ne ho dubbi. E se per una volta uscissimo dalla massa per riscoprirci persone, per pensare con la nostra testa, per smettere di ragionare a slogan? E se per una volta salvassimo i nostri figli? E se per una volta fossimo persone, il mondo non sarebbe migliore?

Progetto Curato D’Ars. Sul giudizio finale. Parte 1/4.

Progetto Curato D’Ars – Sul giudizio finale – I Domenica D’Avvento – Primo Sermone – Sul giudizio finale – Parte 1/4

In Italia non esiste una traduzione completa delle omelie del Santo Curato D’Ars Giovanni Maria Vianney. Ho deciso così di iniziare una mia traduzione basandomi sul testo disponibile in questo sito. La pubblicazione non sarà regolare anche se cercherò di pubblicare almeno un’omelia ogni due mesi (penso che dividerò le omelie in più parti). Per chi volesse usare le mie traduzioni valgono le seguenti regole:

  1. La stampa è libera per uso personale; se invece volete stampare per altri motivi contattatemi;
  2. Se copiate il testo sul vostro sito citate la fonte e il link del mio sito, per copie integrali delle traduzioni (ad esempio un’omelia intera) contattatemi prima (pulsante contattami nel menù), tranquilli non mordo ;-) ;
  3. È vietata la produzione di e-book (o libri in qualunque altra forma) dalle mie traduzioni senza il mio consenso ed un accordo scritto.
  4. Mi preservo il diritto di modificare questo regolamento in ogni momento e senza preavviso, questo regolamento non implica nessuna cessione della proprietà intellettuale delle traduzioni.

Ovviamente sono ben accetti consigli, suggerimenti ed aiuti di qualunque tipo; se qualcuno volesse collaborare con me si faccia avanti.

Progetto Curato D’Ars

I Domenica D’Avvento

(Primo Sermone)

Sul giudizio finale

PARTE 1/4

Importante: se ti piace questo progetto e vuoi sostenerlo condividilo, è importante:

 

Tunc videbunt Filium hominis venientem cum potestate magna et majestate.

Allora vedranno venire il Figlio dell’uomo con grande potenza e terribile maestà circondato dagli angeli e dai santi. (Lc 21,27.)

Non è più, fratelli miei, un Dio ricoperto delle nostre infermità; celato nell’oscurità di una povera stalla, disteso in una mangiatoia, ricoperto d’ignominia, prostrato sotto il pesante fardello della sua croce; ma un Dio ricoperto da tutto lo splendore della sua potenza e della sua maestà; che fa annunciare la sua venuta dai prodigi più terribili, vale a dire, dall’eclissi del sole e della luna, dalla caduta delle stelle, e da un radicale sconvolgimento della natura. Non è più un Salvatore che viene con la dolcezza d’un agnello, per essere giudicato dagli uomini e per riscattarli; è un Giudice giustamente irritato, che giudica gli uomini in tutto il rigore della sua giustizia. Non è più un Pastore caritatevole che viene a cercare le sue pecore smarrite, e a perdonarle; è un Dio vendicativo che viene a separare per sempre i peccatori dai giusti, a prostrare i malvagi con la sua più terribile vendetta, e a seppellire i giusti in un torrente di dolcezze. Momento terribile, momento spaventoso, momento infelice, quando arriverai? Ohimè! Può essere che, una di queste mattine, noi sentiremo i precursori di questo Giudice così temibile per il peccatore. O voi, peccatori, uscite dalla tomba dei vostri peccati, venite al tribunale di Dio, venite ad istruirvi sulla maniera in cui il peccatore sarà trattato. L’empio, in questo mondo, sembra voler disconoscere la potenza di Dio, vedendo i peccatori senza punizione; arriva anche fino a dire: No, no, non c’è né Dio né l’inferno; o bene: Dio non fa attenzione a quello che si passa sulla terra. Ma, attendiamo il giudizio, e, in quel grande giorno, Dio manifesterà la sua potenza e mostrerà a tutte le nazioni che ha visto ogni cosa e tenuto conto di ogni cosa.

Quale differenza, fratelli miei, fra queste meraviglie e quelle che operò creando il mondo!

Che le acque, disse il Signore, irrighino, fertilizzino la terra e, fin dall’istante medesimo, le acque coprirono la terra e le donarono fertilità. Ma, quando verrà a distruggere il mondo, comanderà al mare di sormontare le sue sponde con un’impetuosità spaventosa, e inghiottirà tutto l’universo nel suo furore. Quando Dio creò il cielo, ordinò alle stelle d’attaccarsi al firmamento; alla sua parola, il sole illuminò il giorno, e la luna presiedé la notte; ma in quel ultimo giorno, il sole s’oscurerà, e la luna e le stelle non daranno più luce, tutti questi astri meravigliosi cadranno con un casino spaventoso.

Che differenza, F.M.! Dio per creare il mondo impiegò sei giorni; ma per distruggerlo, un colpo d’occhio sarà sufficiente. Per creare l’universo e tutto ciò che contiene, Dio non chiamò alcun spettatore di tante meraviglie, ma per distruggerlo, tutti i popoli saranno presenti, tutte le nazioni confesseranno che c’è un Dio e che è potente.

Venite, ridenti empi, venite, increduli raffinati, venite ad apprendere o a riconoscere se c’è un Dio, se ha visto tutte le vostre azioni, e se è onnipotente! O mio Dio! Quanto il peccatore cambierà lingua in quel momento! Quanti lamenti! Oh! Che pentimento d’aver lasciato passare un tempo così prezioso! Ma non c’è più tempo, tutto è finito per il peccatore, non c’è più speranza! Oh! Quanto sarà terribile quel momento! San Luca ci dice che gli uomini appassiranno di paura, pietrificati sulle piante dei loro piedi, pensando alle sciagure che sono loro preparate. Ahimè! F.M., si può ben appassire di paura e morire di spavento, nell’attesa di una sofferenza infinitamente più piccola di quella di cui il peccatore è minacciato, e che in maniera assolutamente certa lo colpirà, se continua a vivere nel peccato.

In questo momento, F. M., in cui io mi metto a parlare a voi del giudizio, a cui noi tutti compariremo, per rendere conto di ogni cosa, del bene e del male che noi avremo fatto, per ricevere la nostra sentenza definitiva per il cielo o per l’inferno: se ora venisse un angelo ad annunciarvi da parte di Dio che, in ventiquattro ore, tutto l’universo sarà ridotto in fiamme da una pioggia di fuoco e di zolfo, che comincerete a sentire i tuoni rimbombare, i furori delle tempeste abbattere le vostre case, i lampi così numerosi da rendere l’universo nulla più che una palla di fuoco, e che l’inferno vomiterà ora tutti i suoi dannati, le cui grida e urla si faranno udire ai quattro angoli della terra, che il solo mezzo per evitare tutte queste disgrazie è di abbandonare il peccato e di fare penitenza; potreste voi, F. M., ascoltare tutti questi uomini senza versare torrenti di lacrime e gemere misericordia? Non verreste forse a gettarvi ai piedi degli altari per domandare misericordia? O cecità, o sciagura incomprensibile dell’uomo peccatore! I mali che vi annuncia il vostro pastore sono ancora infinitamente più spaventosi e degni di strappare le vostre lacrime, di squarciare il vostro cuore. Ahimè! Queste verità così terribili stanno per diventare altrettante sentenze che sanciranno la vostra condanna eterna. Ma la più grande di tutte le disgrazie è che voi siate insensibili, e che continuiate a vivere nel peccato; e che voi non riconosciate la vostra follia che nel momento in cui non avete più rimedi. Un momento, e quel peccatore, che vive tranquillo nel peccato sarà giudicato e condannato; un istante, e, porterà i suoi rimpianti nell’eternità. Sì, F.M., saremo giudicati, nulla è più certo, sì, noi rimpiangeremo eternamente d’aver peccato.

Dio è morto

Questo blog parla di una cosa sola: della verità. È ciò che ho sempre cercato, ciò che mi affascinava da piccolo, ciò che mi chiama tuttora. Eppure la verità ha un peso, un peso che quest’epoca sbiadita non riesce più a sopportare. Poiché ogni cosa vera porta con sé il peso della scelta; chi si fa trascinare dalla menzogna non sceglie, è come un tronco in un fiume, ma chi si sforza di conoscere deve combattere. Non c’è via d’uscita: quando si conosce si sceglie, quando si sceglie si deve combattere per sostenere la scelta. Non è facile; non è moderno. È solo giusto, giusto per non offendere la nostra fortuna di essere uomini, giusto perché siamo vivi.

Invece in questa società Dio è morto, con ciò non intendo un’assurdità metafisica, con ciò intendo che nessuno, nemmeno io, considera Dio vivo. Se considerassimo vivo Dio non faremmo ciò che facciamo, non penseremmo ciò che pensiamo. Quando un prete predica di sociale invece che di anime, in quel momento Dio è morto, poiché l’anima immortale vale più del corpo mortale. Quando riduciamo l’amore al prossimo ad un amore del prossimo, in quel momento Dio è morto, poiché Dio ha fatto ogni uomo straordinario, di ogni uomo un soggetto, di ogni cristiano un Dio. Quando programmiamo in tutto il futuro, e ci arrabbiamo perché nulla accade secondo il nostro disegno, in quel momento Dio è morto, poiché chi può credere vivo il Signore della Storia e morta la Storia? Quando scopiamo a destra e a manca e poi parliamo d’amore, in quel momento Dio è morto, poiché si ascoltano i vivi, mentre dai morti non si leva alcun suono. Quando viviamo combattendo per le cose che scompaiono, in quel momento Dio è morto, poiché se crediamo che esiste un Paradiso, che cosa conta un dollaro? Quando viviamo con la religione all’angolo e magari la insegniamo, in quel momento Dio è morto, poiché se esiste un Signore di tutto, come facciamo a non metterlo al centro? Diciamo che lo crediamo vivo e invece lo crediamo morto. Beato chi lo crede vivo davvero; per il Signore del tutto, qualsiasi dono è niente.

A volte capita che una persona che si riempie la bocca di Dio, stia parlando di sé; sovente essa modifica ciò che è con ciò che più l’aggrada. Anche per questa persona Dio è morto, poiché se fosse vivo non lo dipingerebbe diverso da quello che è. Sovente questa persona vive diversamente da come Dio le ha detto, ma, d’altronde, quando il padrone è morto è l’erede che gestisce il patrimonio. Sovente questa persona trascina nell’errore quanti può, gli uni perché gli parla di dèi falsi e bugiardi e gli altri perché li indispone ad ascoltare. Anche per questo autocredente Dio è morto.

Altre volte capita che una persona dica che Dio non esiste. Ciò che è è anche se non si vuole che sia.

Io vorrei che per me Dio fosse ciò che è realmente, cioè vivo. Dio è vivo e se anche per me è vivo, allora io conosco la verità, allora scelgo, allora sono libero. Io voglio arrivare lì dove si conosce la verità. Non si può conoscere la verità senza acquistare consapevolezza, si può ripeterla, ma non conoscerla. Tutto vive nella verità, è la consapevolezza che spesso manca. Per questo possiamo dire con leggerezza “Dio è morto”. Ma noi siamo uomini e dunque abbiamo la forza intellettuale di conoscere e di vivere, di essere liberi. Questo vi propongo nel mio blog, di arrivare lì con me dove si conosce la verità, con l’augurio che ce la faremo.

Che il Signore ci benedica,

BiancoFulmine

Seguimi anche su Facebook: