Pasqua del Capo, Pasqua delle membra

La Croce, assieme alla risurrezione, è elemento cardine della nostra fede, e come per Gesù Cristo passione e gloria sono inscindibili, così lo sono per il cristiano. Nello stato di viatore, la gloria è pregustata proprio nel paradosso di vivere crocifissi al mondo, alla sua mentalità dominante e ai nostri egoismi, vivi in Cristo e partecipi della pienezza della sua gioia pasquale, nella costante tensione escatologica. Morte e vittoria, dolore e gioia sono inseparabili e, più ci si lascia crocifiggere dall’Amore, più si è capaci di amare; per attuarsi questo mistero è necessario lasciarsi amare ogni giorno da Lui (che ci ama sempre per primo) nel santuario della nostra anima, rientrando in noi stessi con la preghiera intima, a porte chiuse. Occorre inoltre entrare nel modo di vedere la realtà con gli occhi di Dio, che chiama beati gli sventurati secondo il mondo e minaccia guai per i fortunati e gli invidiati dal mondo (cf. Lc 6,20-26), ricordando appunto che “ciò che è esaltato fra gli uomini è cosa detestabile davanti a Dio” (Lc 16,15). L’Apostolo Paolo parla di una misteriosa sapientia crucis che suonava strana a giudei e greci che cercavano la gloria mondana, come del resto, continua ad apparire strana, fuori luogo, e forse retrograda ad una società che attribuisce molta importanza alla fiera di vanità, non considerando che la vita presente è come goccia nell’oceano in rapporto all’eternità, e che “le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi” (Rm 8,18). In quest’ottica, ciò che può essere guadagno (carrierismo, dio danaro, ricchezze e piaceri) appare in tutta la sua vanità come spazzatura, come pesante palla al piede, dalla quale liberarsi a motivo della conoscenza di Cristo, della potenza della sua risurrezione, che ci trasfigura nella misura in cui partecipiamo alle sue sofferenze (cf. Fil 3,7-11). Che la gioia possa e debba sgorgare da un cuore crocifisso è scritto anche in 1Pt 4,13 dove appare chiaro che la gloria che avremo in Cielo sarà commisurata alla partecipazione alle sofferenze di Cristo. Così S. Gregorio Magno nelle Omelie sui Vangeli contribuisce a gettar luce su questi misteri: “Nessuna contrarietà ci distolga dalla gioia della festa interiore… nessuna prosperità ci seduca con le sue lusinghe, perchè sciocco è quel viaggiatore che durante il suo percorso si ferma a guardare i bei prati e dimentica di andare là dove aveva intenzione di arrivare.” Viene da domandarsi lecitamente: “Credo ad una ricompensa incorruttibile accordata alla mia sequela di Gesù, ma che beneficio ne trae il mondo, l’umanità da questo mio camminare contro corrente?” Risponde il Ven. Paolo VI: “I Cristiani sulle loro croci e per mezzo della loro croce, sono per Cristo gli esseri più insostituibili. Il mondo ha bisogno di crocifissi: la sua salvezza è nelle loro mani”. Occorre convincersi che la croce non è fine a se stessa e, come afferma Edith Stein nella Scientia crucis, essa si staglia in alto e fa da richiamo verso l’alto. Infatti, il passaggio da morte a vita del Signore, si configura anche in noi sue membra, che partecipiamo sì alle sue battiture, ma anche al fulgore della sua Ss. Umanità risorta, e anzi, risuscitati in Lui sediamo nei cieli (cf. Ef 2,6), anche se tra il già e il non ancora. Inoltre, come il Capo non è stato abbandonato nel sepolcro e non ha visto la corruzione (cf. Sal 15), così anche coloro che sono a Lui incorporati e gli credono, non rimangono nel sepolcro del peccato e delle tenebre che dal peccato procedono (cf. Gv 12,46); le membra che si sforzano lottando per rimanere incorporate a Lui non vedranno la corruzione del peccato, propria delle membra staccate che imputridiscono. La risurrezione gloriosa diventa allora passaggio dalla morte del peccato alla novità di vita nella luce del Risorto; non è garanzia di impeccabilità, infatti non è possibile passare per questa vita immuni da colpe veniali,  anche se occorre guardarsi il più possibile da queste (cf. 1Gv 5,17-18), perchè se il Nemico non ci può legare con le catene si accontenta del filo per poi passare allo spago e alla fune, come diceva S. Francesco. Sappiamo però che la grazia scaturita dalla vivificante Croce e risurrezione di Cristo ci ottengono la vittoria contro i nemici spirituali, preservandoci con l’Eucaristia dal peccato, unico vero male che ruba la gioia. Allora rallegriamoci ed esultiamo, perchè questo è il giorno fatto dal Signore (Sal 117), e questo giorno al dire di S. Massimo di Torino è lo stesso Figlio, su cui il Padre, che è giorno senza principio, fa splendere il sole della sua divinità. Per fare dunque un buon passaggio da morte a vita -Pasqua in ebraico è Pesach: Passaggio- occorre che ci chiediamo con sincerità: Cosa ha fatto Gesù per me? Cosa ho fatto io per Gesù? Cosa debbo fare per Gesù? Buon santo Passaggio a tutti!

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