Il mito della Storia

La Storia raccontata ha sempre un fine. Gli eventi sono così complessi che il portarne in luce un aspetto od un altro è basato su logiche ideologiche. Non è un caso che la storiografia moderna abbia ricevuto un grande impulso dagli Stati nazionali e da tutti gli organismi desiderosi di ottenere un qualcosa dalla descrizione degli eventi. Ciò non significa che essa necessariamente racconti il falso, significa che essa focalizza la propria attenzione su alcuni aspetti e ne lascia perdere altri. Frequentemente i giudici non riescono a dipanare casi recenti, pur avendo abbondanza di mezzi e di testimonianze, e tuttavia si pretende che uno storico sia il detentore della verità di eventi lontani e complessi poiché reali.

Secondariamente la Storia è storia dei traumi, perché solo gli eventi traumatici vi trovano posto, a nessuno interessano le cose che accadono ogni giorno, se qualcosa è registrato è perché ha una forte valenza di rottura con quello che c’era prima. Così si parla di guerre, ma non di paci. Si descrivono le battaglie, ma non i rapporti cordiali fra padri e figli. E i condottieri storici sono coloro che hanno fatto più danni e distrutto più rapporti. Ogni tanto emerge anche qualche figura di innovatore che diviene importante per ciò che ha cambiato, non per ciò che ha preservato, non per la continuità ma per la rottura. I meritevolissimi sovrani che ereditano ottimi stati e li preservano senza scossoni scompaiono velocemente, i briganti che uccidono milioni di persone sono destinati a questa vana eternità del mondo.

Quando la Storia si assottiglia e scompare l’epoca è dominata dalla pace e fra gli uomini c’è più concordia che conflitto. Un politico, un sovrano, non dovrebbe mirare ad entrare nella Storia, ma al contrario ad esserne dimenticato. Per il buon sovrano non c’è Storia, ciò che c’è è la leggenda, ma di questo parleremo un’altra volta.

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