Vincere il drago.

Generalmente i politici, ammantati di individualismo, sognano di entrare nella Storia. Sognano di essere studiati ed additati, non in quanto realizzatori di una parte del Bene, ma in quanto individui, Napoleone non è ricordato in quanto modello dell’imperatore o dell’uomo buono, ma in quanto Napoleone Bonaparte nato il 15 agosto 1769 ad Ajaccio. Egli stesso amava a tal punto i particolari più piccoli della propria esistenza individuale da modificare il nome di S.Neopolo in S.Napoleone e da spostare il ricordo del santo dal 2 maggio al 15 agosto. Ecco un fenomeno tipicamente moderno, il culto della personalità, cosa inconcepibile nel Medioevo, ma incentivata per ogni individuo dalla nostra cultura decadente.

L’individualismo è la fonte del desiderio di essere personaggi storici. Tuttavia il ricordo non è preservato solo dalla storia. Anzi, in qualche modo la storia si ferma all’aspetto più superficiale di un individuo, perché si fissa con i particolari della sua esistenza. Cerca di capire se il tale è nato il 2 oppure il 3 luglio, o se ha marciato verso la tale città, come raccontano le fonti, o se, invece, non è più probabile che abbia cavalcato vista la distanza. La storia si fissa con un tale e ne parla senza sosta, incurante di cosa quel tale possa insegnare ancora oggi, incurante di quello che, in profondità, lo ha reso degno di menzione presso i contemporanei. Spesso anzi la storia non parla più ai contemporanei ed infatti viene dimenticata e rilegata in ambienti ristretti, poco significativi e poco duraturi. La storia più rigida è la storia dei fatti individuali, quella che si attiene strettamente a ciò che non significa nulla, poiché non è il giorno esatto di una tale battaglia, che la rende importante, né il conteggio esatto dei feriti, o la descrizione minuziosa delle strategie; ciò che rende importante una battaglia è ciò che ha causato e ciò che ha cambiato. Le famiglie che ha lasciato nel pianto e gli equilibri che ha modificato, per i prossimi, e ciò che ci insegna, per i posteri. Esiste un ricordo diverso, la leggenda.

La leggenda non è individualista, trascende gli aspetti piccoli e insignificanti del singolo per rendere il singolo un paladino del bene. La leggenda è fatta non per esaltare un individuo, ma per aiutare una persona, per riempire cioè il lettore di ciò che è positivo e salutare. Desiderare la leggenda significa essere indifferenti a ciò che deriva dal nostro piccolo essere, ambendo invece al bene. Perché il vero protagonista della leggenda non è l’eroe, è il bene che anima l’eroe. È la grandezza della sua anima, che è grandezza che riempie la sua anima, non è l’animale di per sé. L’eroe della leggenda non è preoccupato di essere ricordato come il tale, è preoccupato di continuare a fare del bene, di divenire maestro del bene, per poter servire il bene al di là della propria limitata esistenza.

Poi, per uno di quegli scherzi a cui l’intelligenza ci ha abituati, proprio l’eroe che si disinteressa di se stesso invece che perdersi si ritrova, e mentre la polvere divora, egli vive e combatte, ancora.

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