…Per un discernimento più sottile

Nelle anime incamminate nella via di Dio, la dimensione sensibile è soddisfatta dalla consolazione dello Spirito Santo che suscita sempre maggiore avversione ai diletti disordinati dei sensi, mentre la dimensione razionale è impegnata dal pensiero abituale di Dio e del compimento del suo volere. Lo Spirito di Dio penetra nell’anima con soavità ineffabile, all’opposto del cattivo spirito che tenta di penetrare con strepito, ingrandendo gli ostacoli nella via della croce, fatiche sofferenze e rinunce, e al tempo stesso rimpicciolendo la ricompensa eterna e falsando la figura di Dio: “… è vero che Dio ha detto…?” (Gn 3,1). Nelle anime che si sono date a Dio e stimano come un grande dono il poterLo servire, non riuscendo il Nemico ad allettarle con la sensualità disordinata, prospetta pensieri buoni, santi, ma con l’intento di sganciarla dalla dipendenza filiale col Padre, proponendo in modo subdolo una vita autogestita, dove Dio che è il fine diventa mezzo per raggiungere i propri obiettivi, anche buoni. In altri termini, l’anima anziché muoversi verso Dio, verso la via che Egli ha tracciato per lei da sempre -che certamente sarà faticosa, ma fonte di gioia e amore-, cerca di muovere Dio verso di lei, verso fini intermedi, magari buoni, leciti, che però vengono assolutizzati come unica ragione di vita. Ad esempio, il matrimonio, oppure una carriera lavorativa, o anche un apostolato fruttuoso  divengono il fine della vita e, Dio, il mezzo per raggiungere tali fini.  Si tratta certo di obiettivi ottimi, leciti, desiderabili, ma occorre interrogarsi sinceramente per capire se in tutto ciò si cerca la gloria di Dio e la salvezza dell’anima propria e degli altri, oppure la propria gratificazione, autoaffermazione ecc. Un inganno molto sottile che il tentatore pone in essere è quello di screditare la via dell’amore, del sacrificio, del triduo pasquale che deve compiersi in ogni cristiano, spingendo a diffidare di Dio, considerando il sacrificio di sé come inutile, sciupato, fallito… Insomma, efficientismo in tutto, messianismo facile come quello prospettato a Gesù dopo i quaranta giorni. Anche nel bene che si fa nella Chiesa, nella missione, nello zelo apostolico, talvolta è facile ravvisare l’amore di sé: la persona è attenta al successo, all’appagamento, al protagonismo, all’essere benvoluta da tutti, non contrastata, perseguitata… dimenticando le parole del Maestro: “…sarete odiati da tutti a causa del mio nome.” (Lc 21,17). Talvolta, accade di perdere di vista l’umiltà, e il Nemico ci suggerisce pensieri di ostilità verso chi ci contraria e non vive la fede in modo coerente, spingendo ad ergerci come paladini della giustizia in un’atteggiamento di chiusura ed ostilità che non lascia permeare l’amore e il perdono, che sanano e attirano verso Dio. Certo non è facile conciliare fermezza, coraggio e dolcezza al tempo stesso; mentre è più facile cedere al compromesso etico per evitare lo scontro, o viceversa chiudersi orgogliosamente nello sdegno e ira. Occorre pregare Gesù che ci presti i suoi occhi per vedere tutti come li vede Lui, chiedendo la grazia di desiderare di essere trattati come Lui, che forse, chissà, lo meritiamo per i nostri peccati… (cf Lc 23,40-41). Del resto, cristiano non significa alter Christus?!

Per scongiurare il rischio di attaccamento a sé stessi, ostinazione di giudizio, volontà appassionata e quindi di inganno nelle scelte vocazionali o comunque rilevanti per la vita, è opportuno mettere alla prova le ispirazioni (e aspirazioni anche legittime) inclinando il desiderio verso altre opzioni, mantenendo quella disposizione di apertura a 360°, che sola può garantire vera libertà e totale apertura al progetto di Dio su di noi. Quanto asserito non vuol dire scegliere il contrario di ciò che riteniamo più confacente e ragionevole per noi stessi, ma indica totale disponibilità e atteggiamento disinteressato, al punto che se il divino beneplacito sarebbe diverso, magari opposto al nostro sentire e volere, lo si abbraccerebbe per amore di Cristo e convinti che se vogliamo il bene per noi stessi, Dio vuole il meglio, anche se talvolta questo “meglio” ripugna alla natura corrotta e ai sensi ribelli, ma è dolce al palato dello spirito, che viene inondato da pace e gaudio duraturi, se veramente determinato a compiere la volontà di Dio, la sola che assicura la salute eterna (cf. Mt 7,21). Per sventare gli inganni, è necessario tener in debito conto che la natura umana indebolita dal peccato, va soggetta a molte passioni, alla corrente del mondo che propone la porta larga e ai Nemici spirituali che sono più furbi di noi e ci conoscono meglio di noi stessi, spiando i punti deboli dell’anima… L’antidoto è indubbiamente la vita sacramentale, nella Chiesa nostra Madre e Nutrice; ma soprattutto è necessaria l’orazione mentale sempre unita al confronto col Cristo della Pasqua, quello Crocifisso e Risorto, non solo quello Glorioso, e non ultima in ordine di importanza, la direzione spirituale nella Chiesa, chiedendo a Dio con forza un santo padre spirituale, assieme alla grazia di obbedirgli sempre, anche quanto ci contraria, per provarci nell’umiltà e farci crescere nella vita di fede. Non è il caso di elencare tutti i Santi che hanno sempre insistito molto sulla virtù dell’obbedienza, a cominciare da S. Caterina da Siena a S. Pio da Pietrelcina, ma è d’uopo riportare qualche pensiero di S. Massimiliano M. Kolbe Sacerdote e Martire: “L’obbedienza, ed essa sola, è quella che ci manifesta con certezza la divina volontà. E’ vero che il superiore può errare, ma chi obbedisce non sbaglia. L’unica eccezione si verifica quando il superiore comanda qualcosa che chiaramente, anche in cose minime, va contro la legge divina. In questo caso egli non è più interprete della volontà di Dio. (…) Dio ci manifesta la sua volontà e ci attrae a Sé attraverso i suoi rappresentanti sulla terra, volendo servirsi di noi per attrarre a Sé altre anime e unirle nella perfetta carità. (…) Attraverso la via dell’obbedienza noi superiamo i limiti della nostra piccolezza, e ci conformiamo alla volontà divina che ci guida ad agire rettamente con la sua infinita sapienza e prudenza. Aderendo a questa divina volontà a cui nessuna creatura può resistere, diventiamo più forti di tutti. Questo è il sentiero della sapienza e della prudenza, l’unica via nella quale possiamo rendere a Dio la massima gloria. Se esistesse una via diversa e più adatta, il Cristo l’avrebbe certamente manifestata con la parola e con l’esempio. Il lungo periodo della vita nascosta di Nazareth è compendiato dalla Scrittura con queste parole: “e stava loro sottomesso” (Lc 2,51). Tutto il resto della sua vita è posto sotto il segno dell’obbedienza, mostrando frequentemente che il Figlio di Dio è disceso sulla terra per compiere la volontà del Padre”

Il discernimento spirituale

Discernere, nella sua accezione basilare indica “separare”; il discernimento spirituale si colloca in una dimensione di totale immaterialità, coinvolgendo in primis intelletto e volontà, ma anche la tendenzialità sensibile (passioni) ne risulta fortemente implicata. Il discernimento ha sempre occupato un posto di rilievo nella spiritualità cristiana, sin dai primi secoli, con gli anacoreti dei deserti, fino al monachesimo e a s. Ignazio di Loyola che sulla base della sua esperienza personale ne ha dedotto delle regole fondamentali. Il discernimento degli spiriti, mira a scoprire la volontà di Dio nella propria vita e come attuarla; quindi offre -se ben fatto e  libero da affezioni disordinate- la possibilità di trovare una via di felicità, che  non vuol dire che non sia costellata da difficoltà e non richieda qualche rinuncia. La direzione spirituale è il luogo privilegiato per discernere, assieme ad un direttore che sia sperimentato; tuttavia oggi la direzione è in forte crisi, sia per mancanza di sacerdoti, sia per mancanza di tempo da parte di molti di essi; si aggiunga anche che dirigere le coscienze è una vocazione, e inoltre, specie all’uomo moderno ripugna l’obbedire, essendo più incline all’autoreferenza. Tralasciando il discernimento infuso da Dio, proprio di alcuni grandi Santi come Pio da Pietrelcina, che avevano la risposta per l’anima a prima vista, è possibile collocarlo nell’ambito di Esercizi spirituali, ma anche quotidianamente, nell’ordinarietà delle scelte, alla luce della Parola di Dio, prima fonte per discernere, per vedere se l’anima è mossa dallo Spirito di Dio, dallo spirito cattivo, insinuato dal tentatore, oppure dallo spirito proprio, umano. Ma cosa s’intende per “spirito”? Si tratta di un’interna propensione dell’anima; se è per una cosa buona sarà mossa da uno spirito buono in quel genere, viceversa, sarà cattivo. Il discernimento, per l’appunto, consiste nel verificare la diversa origine dei moti della volontà, indicando la causa che li ha provocati. S. Bernardo di Chiaravalle indica sei spiriti diversi che possono muovere l’uomo nelle sue operazioni: Divino, angelico, diabolico, carnale, mondano, umano. Si possono però facilmente ridurre a tre, che li inglobano tutti. Dio spinge sempre l’anima verso il bene donando luce, chiarezza, consapevolezza, rettitudine d’intenzione, orrore del peccato, flessibilità nelle scelte, semplicità. Il nemico trasmette dubbi, oscurità, falsità, trappole, falsa luce, esalta molto l’immaginazione, spingendo alla disperazione, duplicità, durezza e chiusura di cuore, presunzione, disordine nella coscienza, ostinazione di giudizio, esagerazione degli ostacoli. A livello affettivo, Dio comunica pace interiore, gioia, libertà di spirito, mentre il demonio offre turbamento affettivo, irrequietezza, esaltazione degli affetti terreni, eccessivo attaccamento alle creature che vengono anteposte al Creatore. Gal 5,16-26 offre una buona base per verificare in quale direzione va la nostra vita. Dio spinge sempre l’anima verso il bene, è però possibile che prima o dopo l’illuminazione divina si introducano inconsciamente movimenti puramente umani e carnali; non sempre è facile distinguere dove termina l’azione di Dio e dove comincia l’influenza dello spirito delle tenebre e degli impulsi naturali, tuttavia è possibile, nella misura in cui si cresce nella familiarità con Dio. Per i Padri, il discernimento è sempre stato preghiera, vera e propria arte della vita nello Spirito Santo; ne risulta che il discernimento fa parte di una relazione vissuta tra Dio e l’uomo, anzi è proprio uno spazio in cui l’uomo sperimenta il rapporto con Dio come esperienza di libertà. Dio è comunità di Persone che si comunicano nell’amore reciproco, per cui anche nella relazione libera che stabilisce con noi si comunica in modo personale. Egli si rende presente alla persona umana che crede e si apre al suo amore, si lascia conoscere e pervade, riempie del suo amore, e tutto ciò si attua in una dimensione dialogica che non ha nulla a che vedere con l’autosufficienza, principale causa di frattura tra il credere e l’amare. Il discernimento -come afferma il P. Marco I. Rupnik S.I.- è l’arte di parlare con Dio, non il parlare con le tentazioni, neppure con quelle su Dio. Solo ricorrendo al Padre come un bambino riesco ad evitare gli inganni, le illusioni, leggendo il valore essenziale delle realtà create e non lasciarmi abbagliare dai miraggi che esse possono presentare. Come accennato, non solo i pensieri vanno discreti, ma anche i sentimenti, che spesso rivelano l’origine del pensiero. Un pensiero, una ispirazione, può essere buona, ma deve esserlo per me, per la mia vita, difatti Dio ci chiama a fare del bene, ma non tutto il bene. Non è tanto importante concentrarsi su come ci si sente, su che cosa si sente, piuttosto occorre vagliare e capire da dove proviene tale sentire e in quale direzione mi porta, i pensieri che ne derivano dove mi spingono? Come suggeriva S. Ignazio, occorre verificare il principio, il corso e il termine del pensiero. Occorre stare attenti, perché lo Spirito Santo quando la persona è orientata a sé stessa cerca di separare ragione e sentimento, provocando inquietudine, malessere, affinché si fermi, rifletta e si orienti diversamente. Quindi l’inquietudine non è detto che provenga dallo spirito cattivo; dipende infatti dalle condizioni dell’anima, dalla strada battuta dalla persona, se via larga e comoda o stretta che conduce alla vita (cf. Mt 7,13). Nel caso di soggetto orientato a sé stesso, lo Spirito buono non può agire sul sentimento, perché occupato dai piaceri sensuali, allora agirà sulla ragione, spingendo a riflettere sulla vanità dell’effimero, dell’immediato e producendo un salutare rimorso, per salvare l’anima ingolfata nei piaceri illeciti. E’ fuori dubbio che il discernimento può essere fatto validamente solo se l’anima vive in grazia di Dio e si sforza col Suo aiuto di conservarla, in quanto il peccato grave offusca la pupilla della fede, come diceva S. Caterina da Siena. Del resto il discernere non riguarda solo il bene da fare e il male da evitare, ma anche il meglio da fare rispetto al bene.

Sarà utile, analizzare brevemente quali sono gli effetti dello Spirito di Dio e quali quelli dello spirito diabolico sull’intelletto e la volontà, per concludere con l’esame dello spirito umano. Spirito di Dio riguardo all’intelletto: -verità: Dio non può mai ispirare l’errore, né dottrinale, né morale; -gravità: Dio non ispira mai cose frivole, inutili e infruttuose; -luce (cf. Gv 8,12); -docilità: obbedienza, flessibilità, sottomissione, specie in anime colte e istruite, per il maggior pericolo di attaccarsi al proprio parere; -discrezione: giudizio, prudenza, calma; -pensieri umili. Spirito di Dio riguardo alla volontà: -pace; -umiltà profonda e non affettata: basso concetto di sé, con facilità ad accettare rimproveri ingiusti e ingiurie; -fiducia in Dio e sfiducia in sé stessi; -volontà docile alle ispirazioni e chiamate di Dio; -rettitudine d’intenzione nell’operare: non c’è alcun interesse umano se non la gloria di Dio; -pazienza nei dolori di anima e di corpo; -abnegazione: il demonio e la natura ispireranno sempre comodità e piaceri, mai la via dolorosa della croce; -sincerità; -libertà di spirito: non ci si attacca neppure ai doni stessi di Dio; -grande desiderio di imitare Cristo.

Spirito diabolico riguardo all’intelletto: -falsità: suggerisce la menzogna avvolta da altre verità; -suggerisce cose curiose, inutili, per far perdere tempo e allontanare da Dio; -tenebre: angustie, inquietudine, eccessiva sollecitudine e ansia; -ostinazione di giudizio; -continue in discrezioni: gioia il Venerdì Santo e tristezza a Natale; -spirito di superbia: vanità, preferirsi agli altri, facilità al risentimento. Spirito diabolico riguardo alla volontà: -confusione dell’anima; -falsa umiltà; -sfiducia, scoraggiamento, presunzione, falsa sicurezza; -disobbedienza; -secondi fini: vanità, proprio compiacimento, desiderio di essere apprezzato e tenuto in gran considerazione; -impazienza; -disordine e ribellione delle passioni; -ipocrisia: doppiezza, simulazione di virtù che nasconde il vizio; -attaccamento alla terra: vanità, ricerca di piaceri, di ricchezze, ricerca di se stesso anche nella preghiera; -falsa carità: zelo amaro, indiscreto, farisaico e che semina discordie. In ultima istanza, è possibile individuare lo spirito umano con l’istintivo orrore per la sofferenza, l’amore alla comodità e al piacere, ai propri gusti e capricci, che non vuol sentir parlare di umiliazioni, disprezzo di sé, rinuncia, penitenze, ricerca di successo mondano, godimenti, onori, applausi, ammirazione; in una parola non ha alcun interesse per ciò che non soddisfa il proprio ego. Vi è poi lo spirito del mondo che propina tutto ciò come ricercabile, ambito, facendo credere che poi si è felici… Certo i nemici con cui lottare non sono pochi e il peggiore è la nostra umanità carnale, lo spirito umano appunto; a Dio va chiesto continuamente grazia, coll’orazione incessante per vincere noi stessi e gli assalti del tentatore, arrivando pian piano a fare l’opposto di quanto ci suggerisce. Non facile riuscirci, la porta è stretta, ma vale la pena lottare per essere veramente felici; del resto come amava dire S. Teresa di Gesù tutto è poco quel che si fa, perché in gioco è la stessa salvezza dell’anima. Laus Deo

 

L’arma del cristiano: il Santo Rosario

La devozione alla Beata Vergine Maria non è fondata sul mero sentimento, ma affonda le radici nel terreno della Fede trinitaria. Nel disegno del Padre, c’è un’umanità unificata nel Figlio attraverso il Dono dello Spirito Santo; per realizzare questo disegno, è stata necessaria la collaborazione libera di una creatura, che accettò di donare la carne al Verbo Eterno. Non essendovi stato in questo Mistero concorso di padre biologico, la Carne di Cristo è carne proveniente da Maria, che genera il “Primogenito tra molti fratelli” (Rm 8,29); ma come si concilia quanto appena asserito con l’integrità verginale della Madre, conservata anche dopo il parto? E’ evidente che i fratelli dell’Unigenito incarnato vengono generati spiritualmente; difatti, Colei che ha partorito il Capo, partorisce anche le Membra, anche se il parto del Figlio fu nel gaudio ineffabile del presepe, mentre quello dei figli si ebbe in un mare di dolore, ai piedi della Croce (cf. Gv 19,26-27). Ora, Maria -come afferma  S. Agostino- è più grande come perfetta Discepola del Signore, che come Madre del Signore; infatti la maternità divina l’ebbe per puro dono, mentre nella sequela discreta e fattiva del Figlio, rifulse la sua eroica fede, uniformandosi perfettamente al volere del Padre. Dunque la devozione a Maria ha il fine di configurarci a Cristo, nell’adempimento della Volontà di Dio, crescendo quotidianamente, fino all’età della fede matura. Ma vi è devozione più gradita a Nostra Signora della preghiera del S. Rosario? Certamente no. Purtroppo, questa efficacissima preghiera è stata molto deprezzata, ritenuta da  molti una “devozione per vecchiette” e, noiosa, per la sua ripetitività. Certamente,  ripetuta in modo mnemonico e distratto non dà alcun frutto; ma se si meditano i Misteri con attenzione, penetrandone il senso spirituale della Parola, non vi è preghiera più cristologica e cristocentrica e trinitaria, altamente contemplativa, capace di condurre l’anima a profonda intimità con Dio.Chi disprezza questa preghiera -afferma S. Luigi Grignon de Montfort- disprezza il Signore Stesso, che non ci ha insegnato altra preghiera che il Padre Nostro, che se ben pregato, rimette anche i peccati veniali. Del resto, i più grandi Santi non furono tutti molto devoti del S. Rosario? Vediamone alcune considerazioni: “nessuna preghiera è più meritoria per l’anima e più gloriosa per Gesù e Maria quanto il Rosario ben recitato” (S. L. Grignon de Montfort); “il Santo Rosario è un’arma potente. Impiegala con fiducia e ti meraviglierai del risultato” (S. Josemaria Escrivà); “il Rosario è un modo eminentemente vantaggioso di pregare, quando è recitato correttamente” (S. Francesco di Sales); “col Rosario si può ottenere tutto. La dolce Regina del Cielo non può dimenticare i suoi figli che senza interruzione ripetono le sue lodi. Non c’è preghiera che sia più gradita a Dio del Rosario” (S. Teresa d’Avila); “il Rosario è una continuazione di Ave Maria, con le quali si possono battere, vincere, distruggere tutti i demòni dell’Inferno” (S. Giovanni Bosco); “amate e fate amare la Madonna, recitate e fate recitare il Rosario ogni giorno. La Corona è un’arma potentissima per mettere in fuga il demonio, per superare le tentazioni, per vincere il Cuore di Dio e ottenere grazie dalla Madonna” (S. Pio da Pietrelcina); “una sola Ave Maria ben fatta, fa tremare l’Inferno” (S. Curato d’Ars). Interessante è la promessa fatta dalla Madonna a Fatima, legata ai 5 primi sabati: “Io prometto di assistere nell’ora della morte, con le grazie necessarie alla salvezza eterna, tutti coloro che nel 1° sabato di cinque mesi consecutivi si confesseranno, si comunicheranno, reciteranno una Corona del Rosario, mi terranno compagnia per un quarto d’ora, meditando i misteri del Rosario, col fine di offrirmi riparazione”. Ma vi sono anche numerose altre promesse della Vergine Santissima ai devoti del Santo Rosario, dettate al B. Alain de La Roche :

  • A tutti coloro che reciteranno il mio Rosario, prometto la mia specialissima protezione.
  • Chi persevererà nella recita del mio Rosario, riceverà grazie potentissime.
  • Il Rosario sarà un’arma potentissima contro l’Inferno, distruggerà i vizi, dissiperà il peccato e le eresie.
  • Il Rosario farà rifiorire le virtù, le buone opere, e otterrà alle anime le più abbondanti misericordie di Dio.
  • Chi confiderà in me, col Rosario, non sarà oppresso dalle avversità.
  •  Chiunque reciterà devotamente il S. Rosario, con la meditazione dei Misteri, si convertirà se peccatore, crescerà in grazia se giusto, e sarà fatto degno della vita eterna.
  • I devoti del mio Rosario, nell’ora della morte, non moriranno senza Sacramenti.
  • Coloro che recitano il mio Rosario troveranno, durante la loro vita, e nell’ora della morte, la luce di Dio e la pienezza delle sue grazie e parteciperanno ai meriti dei beati in Paradiso.
  • Io libero ogni giorno dal Purgatorio le anime devote del mio Rosario.
  • I veri figli del mio Rosario godranno di una grande gioia in Cielo.
  • Ciò che chiederai col Rosario, l’otterrai.
  • Coloro che propagano il mio Rosario saranno da me soccorsi in ogni loro necessità.
  • Io ho ottenuto da mio Figlio che i devoti del Rosario abbiano per fratelli in vita e nell’ora della morte i Santi.
  • Coloro che reciteranno il mio Rosario fedelmente, sono tutti figli miei amatissimi, fratelli e sorelle di Gesù.
  • La devozione del S. Rosario è un grande segno di predestinazione.

Come constatato, vi sono innumerevoli motivi per pregare questa più che benedetta devozione, specie se si considera che ad essa può essere legata la salute eterna dell’anima. Con ciò non si vuol dire che chi non prega col Rosario è dannato, oppure che chi lo recita è autorizzato a peccare tranquillamente perchè ha la salvezza assicurata,  anzi, a proposito il Montfort di costoro che così pensano asserisce che peccando di presunzione rischiano la perdizione; inoltre al dire di un gran Santo, quale  Alfonso M. de Liguori (Vescovo, Dottore della Chiesa e Patrono dei Teologi moralisti) “chi prega la Madonna si salva, chi non la prega non si salva”. In ultima istanza, a conferma di tutto, è d’uopo riportare un esperienza di S. Domenico di Guzman sulla potenza del Rosario, riportata da S. Luigi de Montfort ne “Il segreto meraviglioso del Santo Rosario”. Si narra: “Mentre S. Domenico predicava il S. Rosario nei pressi di Carcassonne, gli fu condotto un eretico albigese posseduto dal demonio. Il Santo fece l’esorcismo davanti ad una gran folla. (…) I demoni dissero che erano quindicimila nel corpo di quel miserabile, perchè egli si era messo contro i quindici misteri del Rosario. (…) San Domenico, dopo aver messo la Corona del Rosario al collo dell’indemoniato, domandò ai demòni chi, tra tutti i Santi del Cielo, fosse il più temuto da loro, e dovesse essere più amato e onorato dagli uomini. A questa domanda, essi lanciarono grida così terribili che gran parte degli uditori si buttò a terra, presa da spavento. Poi questi spiriti maligni, invece di rispondere, incominciarono a piangere e lamentarsi. (…) La S. Vergine, circondata da una gran moltitudine di angeli, con una bacchetta d’oro che teneva in mano, colpiva l’indemoniato dicendo: “Rispondi alla domanda del mio servo Domenico”. Il popolo non udiva nulla e non vedeva la S. Vergine; c’era solo S. Domenico. Allora i demòni cominciarono ad urlare: “O nostra nemica, nostra rovina e nostra umiliazione, perchè sei scesa apposta dal Cielo per tormentarci così forte? O Avvocata dei peccatori, che li salvi dall’Inferno, bisogna proprio che controvoglia siamo costretti a dire tutta la verità?(…) Ascoltate dunque o cristiani. Questa Madre di Gesù Cristo è potentissima nell’impedire che i suoi devoti cadano nell’Inferno; è Lei che come il sole dissipa le tenebre dei nostri intrighi e astuzie; è Lei che sventa le nostre trame, che fa saltare i nostri tranelli e rende inutili e vane tutte le nostre tentazioni. Noi siamo costretti ad ammettere che nessuno di coloro che sono perseveranti al suo servizio, si trova dannato con noi, e non possiamo nulla contro i suoi fedeli servitori. (…) Dobbiamo inoltre proclamare che nessuno di coloro che perseverano nella recita del Rosario viene dannato, perchè Lei ottiene ai suoi devoti servitori una vera contrizione dei loro peccati, per mezzo della quale essi ottengono il perdono e l’indulgenza”  (…) Allora S. Domenico fece recitare il Rosario a tutto il popolo, molto lentamente e con devozione,e a ciascuna Ave Maria usciva dal corpo di quell’infelice una grande moltitudine di demòni, sotto forma di carboni ardenti. (…) Questo miracolo fece sì che molti eretici si convertissero e si iscrivessero alla confraternita  del S. Rosario”. Buon Rosario a tutti!

 

Pasqua del Capo, Pasqua delle membra

La Croce, assieme alla risurrezione, è elemento cardine della nostra fede, e come per Gesù Cristo passione e gloria sono inscindibili, così lo sono per il cristiano. Nello stato di viatore, la gloria è pregustata proprio nel paradosso di vivere crocifissi al mondo, alla sua mentalità dominante e ai nostri egoismi, vivi in Cristo e partecipi della pienezza della sua gioia pasquale, nella costante tensione escatologica. Morte e vittoria, dolore e gioia sono inseparabili e, più ci si lascia crocifiggere dall’Amore, più si è capaci di amare; per attuarsi questo mistero è necessario lasciarsi amare ogni giorno da Lui (che ci ama sempre per primo) nel santuario della nostra anima, rientrando in noi stessi con la preghiera intima, a porte chiuse. Occorre inoltre entrare nel modo di vedere la realtà con gli occhi di Dio, che chiama beati gli sventurati secondo il mondo e minaccia guai per i fortunati e gli invidiati dal mondo (cf. Lc 6,20-26), ricordando appunto che “ciò che è esaltato fra gli uomini è cosa detestabile davanti a Dio” (Lc 16,15). L’Apostolo Paolo parla di una misteriosa sapientia crucis che suonava strana a giudei e greci che cercavano la gloria mondana, come del resto, continua ad apparire strana, fuori luogo, e forse retrograda ad una società che attribuisce molta importanza alla fiera di vanità, non considerando che la vita presente è come goccia nell’oceano in rapporto all’eternità, e che “le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi” (Rm 8,18). In quest’ottica, ciò che può essere guadagno (carrierismo, dio danaro, ricchezze e piaceri) appare in tutta la sua vanità come spazzatura, come pesante palla al piede, dalla quale liberarsi a motivo della conoscenza di Cristo, della potenza della sua risurrezione, che ci trasfigura nella misura in cui partecipiamo alle sue sofferenze (cf. Fil 3,7-11). Che la gioia possa e debba sgorgare da un cuore crocifisso è scritto anche in 1Pt 4,13 dove appare chiaro che la gloria che avremo in Cielo sarà commisurata alla partecipazione alle sofferenze di Cristo. Così S. Gregorio Magno nelle Omelie sui Vangeli contribuisce a gettar luce su questi misteri: “Nessuna contrarietà ci distolga dalla gioia della festa interiore… nessuna prosperità ci seduca con le sue lusinghe, perchè sciocco è quel viaggiatore che durante il suo percorso si ferma a guardare i bei prati e dimentica di andare là dove aveva intenzione di arrivare.” Viene da domandarsi lecitamente: “Credo ad una ricompensa incorruttibile accordata alla mia sequela di Gesù, ma che beneficio ne trae il mondo, l’umanità da questo mio camminare contro corrente?” Risponde il Ven. Paolo VI: “I Cristiani sulle loro croci e per mezzo della loro croce, sono per Cristo gli esseri più insostituibili. Il mondo ha bisogno di crocifissi: la sua salvezza è nelle loro mani”. Occorre convincersi che la croce non è fine a se stessa e, come afferma Edith Stein nella Scientia crucis, essa si staglia in alto e fa da richiamo verso l’alto. Infatti, il passaggio da morte a vita del Signore, si configura anche in noi sue membra, che partecipiamo sì alle sue battiture, ma anche al fulgore della sua Ss. Umanità risorta, e anzi, risuscitati in Lui sediamo nei cieli (cf. Ef 2,6), anche se tra il già e il non ancora. Inoltre, come il Capo non è stato abbandonato nel sepolcro e non ha visto la corruzione (cf. Sal 15), così anche coloro che sono a Lui incorporati e gli credono, non rimangono nel sepolcro del peccato e delle tenebre che dal peccato procedono (cf. Gv 12,46); le membra che si sforzano lottando per rimanere incorporate a Lui non vedranno la corruzione del peccato, propria delle membra staccate che imputridiscono. La risurrezione gloriosa diventa allora passaggio dalla morte del peccato alla novità di vita nella luce del Risorto; non è garanzia di impeccabilità, infatti non è possibile passare per questa vita immuni da colpe veniali,  anche se occorre guardarsi il più possibile da queste (cf. 1Gv 5,17-18), perchè se il Nemico non ci può legare con le catene si accontenta del filo per poi passare allo spago e alla fune, come diceva S. Francesco. Sappiamo però che la grazia scaturita dalla vivificante Croce e risurrezione di Cristo ci ottengono la vittoria contro i nemici spirituali, preservandoci con l’Eucaristia dal peccato, unico vero male che ruba la gioia. Allora rallegriamoci ed esultiamo, perchè questo è il giorno fatto dal Signore (Sal 117), e questo giorno al dire di S. Massimo di Torino è lo stesso Figlio, su cui il Padre, che è giorno senza principio, fa splendere il sole della sua divinità. Per fare dunque un buon passaggio da morte a vita -Pasqua in ebraico è Pesach: Passaggio- occorre che ci chiediamo con sincerità: Cosa ha fatto Gesù per me? Cosa ho fatto io per Gesù? Cosa debbo fare per Gesù? Buon santo Passaggio a tutti!