Profezie antiche.

Un po’ di passi dell’Antico Testamento che nessuno può negare essere stati scritti parecchi secoli prima di Cristo e della sua Chiesa:

Il Signore disse ad Abram:
“Vattene dalla tua terra,
dalla tua parentela
e dalla casa di tuo padre,
verso la terra che io ti indicherò.
Farò di te una grande nazione
e ti benedirò,
renderò grande il tuo nome
e possa tu essere una benedizione.
Benedirò coloro che ti benediranno
e coloro che ti malediranno maledirò,
e in te si diranno benedette
tutte le famiglie della terra“. (Gen 12,1-3)

Perché così dice il Signore Dio: Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e le passerò in rassegna. Come un pastore passa in rassegna il suo gregge quando si trova in mezzo alle sue pecore che erano state disperse, così io passerò in rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei giorni nuvolosi e di caligine. Le farò uscire dai popoli e le radunerò da tutte le regioni. Le ricondurrò nella loro terra e le farò pascolare sui monti d’Israele, nelle valli e in tutti i luoghi abitati della regione. Le condurrò in ottime pasture e il loro pascolo sarà sui monti alti d’Israele; là si adageranno su fertili pascoli e pasceranno in abbondanza sui monti d’Israele. Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Oracolo del Signore Dio. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia. (Ez 34,11-16)

E tu, Betlemme di Èfrata,
così piccola per essere fra i villaggi di Giuda,
da te uscirà per me
colui che deve essere il dominatore in Israele;
le sue origini sono dall’antichità,
dai giorni più remoti.
Perciò Dio li metterà in potere altrui
fino a quando partorirà colei che deve partorire;
e il resto dei tuoi fratelli ritornerà ai figli d’Israele.
Egli si leverà e pascerà con la forza del Signore,
con la maestà del nome del Signore, suo Dio.
Abiteranno sicuri, perché egli allora sarà grande
fino agli estremi confini della terra. (Mic 5,1-3)

Insorgono i re della terra
e i prìncipi congiurano insieme
contro il Signore e il suo consacrato:
[…]
Ride colui che sta nei cieli,
il Signore si fa beffe di loro.
[…]
Voglio annunciare il decreto del Signore.
Egli mi ha detto: “Tu sei mio figlio,
io oggi ti ho generato.
Chiedimi e ti darò in eredità le genti
e in tuo dominio le terre più lontane.
Le spezzerai con scettro di ferro,
come vaso di argilla le frantumerai”.
E ora siate saggi, o sovrani;
lasciatevi correggere, o giudici della terra;
[…]
Imparate la disciplina,
perché non si adiri e voi perdiate la via:
in un attimo divampa la sua ira.
Beato chi in lui si rifugia.
(Sal 2,2.4.7-10.12)

Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Lontane dalla mia salvezza le parole del mio grido!
[…]
Ma io sono un verme e non un uomo,
rifiuto degli uomini, disprezzato dalla gente.
Si fanno beffe di me quelli che mi vedono,
storcono le labbra, scuotono il capo:
“Si rivolga al Signore; lui lo liberi,
lo porti in salvo, se davvero lo ama!”.
Sei proprio tu che mi hai tratto dal grembo,
mi hai affidato al seno di mia madre.
Al mio nascere, a te fui consegnato;
dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio.
Non stare lontano da me,
perché l’angoscia è vicina e non c’è chi mi aiuti.
Mi circondano tori numerosi,
mi accerchiano grossi tori di Basan.
Spalancano contro di me le loro fauci:
un leone che sbrana e ruggisce.
Io sono come acqua versata,
sono slogate tutte le mie ossa.
Il mio cuore è come cera,
si scioglie in mezzo alle mie viscere.
Arido come un coccio è il mio vigore,
la mia lingua si è incollata al palato,
mi deponi su polvere di morte.
Un branco di cani mi circonda,
mi accerchia una banda di malfattori;
hanno scavato le mie mani e i miei piedi.
Posso contare tutte le mie ossa.
Essi stanno a guardare e mi osservano:
si dividono le mie vesti,
sulla mia tunica gettano la sorte.
[…]
A lui solo si prostreranno
quanti dormono sotto terra,
davanti a lui si curveranno
quanti discendono nella polvere;
ma io vivrò per lui,
lo servirà la mia discendenza.
Si parlerà del Signore alla generazione che viene;
annunceranno la sua giustizia;
al popolo che nascerà diranno:
“Ecco l’opera del Signore!”.
(Sal 22,2.7-19.30-32)

Se mi avesse insultato un nemico,
l’avrei sopportato;
se fosse insorto contro di me un avversario,
da lui mi sarei nascosto.
Ma tu, mio compagno,
mio intimo amico,
legato a me da dolce confidenza!
Camminavamo concordi verso la casa di Dio. (Sal 55,13-15)

Disprezzato e reietto dagli uomini,
uomo dei dolori che ben conosce il patire,
come uno davanti al quale ci si copre la faccia;
era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.
Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze,
si è addossato i nostri dolori;
e noi lo giudicavamo castigato,
percosso da Dio e umiliato.
Egli è stato trafitto per le nostre colpe,
schiacciato per le nostre iniquità.
Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui;
per le sue piaghe noi siamo stati guariti.
Noi tutti eravamo sperduti come un gregge,
ognuno di noi seguiva la sua strada;
il Signore fece ricadere su di lui
l’iniquità di noi tutti.
Maltrattato, si lasciò umiliare
e non aprì la sua bocca;
era come agnello condotto al macello,
come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,
e non aprì la sua bocca.
Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo;
chi si affligge per la sua posterità?
Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi,
per la colpa del mio popolo fu percosso a morte.
Gli si diede sepoltura con gli empi,
con il ricco fu il suo tumulo,
sebbene non avesse commesso violenza
né vi fosse inganno nella sua bocca.
Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori.
Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione,
vedrà una discendenza, vivrà a lungo,
si compirà per mezzo suo la volontà del Signore.
Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce
e si sazierà della sua conoscenza;
il giusto mio servo giustificherà molti,
egli si addosserà le loro iniquità.
Perciò io gli darò in premio le moltitudini,
dei potenti egli farà bottino,
perché ha spogliato se stesso fino alla morte
ed è stato annoverato fra gli empi,
mentre egli portava il peccato di molti
e intercedeva per i colpevoli. (Is 53,3-12)

Serve aggiungere altro? Ognuno intenda.

L’inganno della ragione

Dove si tratta di come la ragione non possa nulla se unita alla superbia e di come l’uomo, essere limitato, conosca quando riconosce i suoi limiti e limiti le sue capacità quando non li riconosce.

 È naturale che la ragione sfoci nell’intelletto, a meno che essa non incontri il suo mortale nemico, la superbia. Infatti è per ragione che si sono commessi i più grandi crimini della storia moderna, perché essa avvinghiata dalla superbia ha finito per perdere la sua natura. Quando l’uomo non riconosce i propri limiti, il proprio sguardo parziale, finisce per credersi onnisciente e sistematicamente fa il male. Così chi sterminava le altre razze perché inferiori, chi massacrava i piccoli proprietari perché nemici e chi stravolgeva l’ordine sociale per avere vantaggi economici a scapito degli altri. Errori di ottica. Errori che spesso hanno portato a guardare con sospetto chi dice di parlare per la verità, non tanto perché sia logico che esistono solo verità soggettive (cosa falsa ma sistematicamente propagandata dalla nostra società), ma perché chi lo ha detto con superbia ha generato mostri: il sogno della ragione genera mostri.

Quanto sia importante usare bene la ragione per capire la realtà ce lo insegnano gli eretici (Concilio di Trento – Sessione IV) che escludono i libri deuterocanonici veterotestamentari dalla Bibbia; il ragionamento di fondo era molto semplice: gli Ebrei non riconoscono come ispirati questi libri, dunque vanno esclusi. A dirla così sembrerebbe razionale infatti anche S.Gerolamo, colui che guidò la realizzazione della Vulgata, la Bibbia in latino che divenne di riferimento per la Chiesa, aveva la stessa opinione. Tuttavia cosa distinse S.Gerolamo dagli altri? Il fatto che conoscendo i propri limiti umani mise anche i libri deuterocanonici nella Bibbia che stava preparando, affidandosi al giudizio della Chiesa e consapevole che la sua valutazione, se pur poteva apparire razionale, doveva mancare d’intelligenza da qualche parte. In quest’uomo la ragione guidata dall’umiltà non si discosta dall’intelletto.

Inutile dire che oggi la ragione ha qualche elemento in più e può procedere più ferma nel discorso. All’epoca di Gesù Cristo la religione ebraica era una religione cultuale, incentrata cioè sul Tempio di Gerusalemme. Dunque non esisteva un canone determinato poiché l’Ebraismo non era ancora una religione del libro. Il canone venne così chiuso nel II o III secolo dopo Cristo, molto dopo la scrittura dei libri del Nuovo Testamento e a grande distanza dalla vita pubblica di Cristo. E chi chiudeva questo canone? L’unica setta ebrea che riuscì a prevalere e ad imporsi cioè il fariseismo (origine dell’ebraismo moderno), che era solo una parte del vasto panorama dottrinale del I secolo d.C. Cosa possiamo aggiungere? Che la comunità ebraica di Alessandria nella propria traduzione della Bibbia in Greco (Bibbia dei LXX) riteneva i deuterocanonici uguali ai protocanonici avendoli inclusi nello stesso testo senza distinzioni (e stiamo parlando del periodo precedente alla nascita di Cristo, un periodo in cui, fra l’altro, esistevano un sacco di libri apocrifi che non vennero inclusi nella LXX). E non dobbiamo pensare ad una comunità scismatica, gli ebrei d’Alessandria erano in ottimi rapporti con gli ebrei di Gerusalemme e non risulta che ci fossero state dispute sull’inserimento dei libri nel canone. Ma non è finita, a Gerusalemme il primo libro dei Maccabei, quello di Baruc, di Tobia e di Giuditta erano letti pubblicamente nelle sinagoghe, inoltre l’ispirazione della Sapienza fu in discussione fino al sec. VI e il Siracide fu considerato Sacra Scrittura fino al sec. X. Che poi i libri ispirati andassero presi dalla tradizione ebraica riconosciuta da Gesù e dagli Apostoli, e non da coloro che non avevano riconosciuto il Messia promesso e che, anzi, si stavano impegnando per escluderlo dalla loro vita, non vale nemmeno la pena di sottolinearlo. Così strana sei, o Ragione, sommi a chi non è nulla e sottrai a chi, invece, è tutto.