Una religione da perdenti

Danza macabra

Noto una certa schizofrenia in alcuni. Da una parte, forse mai come ora, si ripete continuamente che il Cristianesimo è la religione degli ultimi, del povero, dell’oppresso, ma dall’altra vengono presentati come esempi di Cristianesimo solo casi di straordinario successo, solo persone realizzate, che ce l’hanno fatta, invidiabili e invidiate. Insomma si vorrebbe fare del Cristianesimo una religione da vincitori, come una fede calcistica qualunque o, peggio, una materialistica religione da Wall Street. Gli articoli sul web, i gruppi vocazionali, le omelie ci dicono “Guarda quello: guidava le Ferrari e ora fa il frate! Non vuoi essere come lui?” oppure “Guarda che tempra questo era un tossico e ora è un prete, non ti piacerebbe dimostrarti forte uguale?”. Se non si tratta di una qualità personale si fa comunque leva sull’appartenere ad un gruppo ristretto ad esempio “l’attore tal dei tali testimonia la sua fede; la talaltra star vive per Dio; l’ex terrorista ora dirige un gruppo di preghiera!” E allora?

Ci sono almeno due ordini di problemi in questo atteggiamento:

Il primo è che si guarda a dove uno è partito e non a dove è arrivato. Sembra quasi che non sia la religione cattolica a rendere speciale una determinata persona, ma il suo successo nella vita. Come se nelle Chiese, invece dei santi, avessimo ritratte le persone che all’epoca erano le più ricche, o le più famose, certo anche cattoliche, ma non troppo, collateralmente diciamo.

Il secondo è che il Cattolicesimo non è una religione che porta al successo: i Santi più grandi sono morti quasi tutti nella povertà e nelle sofferenze, il Dio è stato addirittura crocifisso! Che scandalo schifoso! Intollerabile! Il Cattolicesimo, come non garantisce la felicità in questa vita (vedi articolo), non garantisce nemmeno il successo. Anzi si può dire che la forza del Cristianesimo sono sempre stati i poveri, gli ultimi, ma non quelli speciali, i più insignificanti. Già i letterati romani identificavano il Cristianesimo come la religione degli schiavi. Ci sono Cattolici di successo secondo il mondo? Certo! Tuttavia, nella migliore delle ipotesi, è una coincidenza! Quindi non venite a dirmi che un milionario è cattolico, perché non è milionario in quanto cattolico! Non venite a dirmi che il tal attore di Hollywood è cattolico, perché non è famoso in quanto cattolico! Sono coincidenze (o connivenze, nei casi peggiori). Sia ben inteso che mi riferisco agli articoli che vedo, alla propaganda che sento, non escludo in via assoluta il fatto di per sé che in qualche raro caso il Cattolicesimo possa portare al successo mondano, non voglio certo mettere limiti a Dio, ma sono sicuro che gli esempi riportati da questi articoli non sono il caso. Come sono certo che un convertito non sia più speciale perché prima era ricco o famoso o particolarmente conosciuto. Il Cattolicesimo è la religione di tutti gli umili. Non importa se non ce l’hanno fatta, o se non ce la faranno o se ce la faranno per un pelo perché il Cattolicesimo è un’altra cosa: è l’incontro con una persona che ci ha fatto una promessa, ci ha promesso che sconfiggeremo la morte e che saremo come Dio, in eterno.

Perché ho voluto dire questo? Perché qui si capisce gran parte della crisi moderna dell’istituzione ecclesiastica, manca il coraggio di parlare del Cattolicesimo per quello che è. Si vorrebbe fare a gara con il mondo, come se il Cattolicesimo fosse un prodotto per diventare più ricchi o più belli, come se fosse una trasmissione televisiva, un talent show, uno shampoo perfino. Invece il Cristianesimo è un’accettazione silenziosa, una speranza grande, una fiducia incrollabile in una promessa fatta da Dio stesso. Io non so se diventando cattolici avrete qualche vantaggio qui ed ora, temo piuttosto che avrete svantaggi, ma so che allora avrete un premio straordinario, quale qui nulla potrà mai eguagliare.

C’è un’ultima cosa da dire: il Cattolicesimo è naturalmente una religione da perdenti. Badate bene, non sto dicendo che una persona di successo non possa essere cattolica, sto dicendo che per natura il Cattolicesimo attecchisce proprio là dove c’è la sofferenza. È piuttosto facile da spiegare: la maggior parte delle persone quando hanno tutto chiudono il proprio cuore, nell’illusione di non aver bisogno di nessun altro, tantomeno di un Dio, per vivere. Invece chi soffre, chi deve tendere la mano, ha un punto di vista migliore sulla natura dell’uomo che non è che un piccolo, per quanto speciale, essere in balia del tempo e del luogo.

Quindi non importa se siete le persone più ordinarie di questo mondo, o le più speciali, Dio non vi preferirà o detesterà per questo, ciò che importa è dove arriverete e cosa presenterete. Non perdete mai la speranza.

Buona Vita

La via del cristiano

Una stella cometa che procede verso il futuro.

È inutile nascondersi dietro un dito. Oggi, salvo poche rarissime e fortunatissime eccezioni, il cristiano è solo. Parlo di una solitudine sociale non spirituale; come specificai in un articolo, la vera Chiesa dei Santi non ci abbandona mai.

Ammettiamolo: oggi quasi nessuno crede più. I sacerdoti spesso ignorano il catechismo, gli ecclesiastici rinnegano la fede, i fedeli sono sordi ai vangeli. Chi prova faticosamente ad essere servo di Cristo trova ostacoli straordinari, il più delle volte da parte di coloro che si professano credenti. È una situazione che probabilmente i Santi del passato non hanno mai visto, non almeno in questa maniera. Al giorno d’oggi il nemico dell’anima è più spesso il prete di quanto non lo sia l’ateo. Nessuno crede più a quei duemila anni straordinari che hanno forgiato la Chiesa, tutto viene distrutto e nulla più ricostruito. Fortunatamente ci sono ancora delle eccezioni sia fra i laici che fra i sacerdoti, ma proprio coloro che fanno parte di queste eccezioni capiranno al meglio il mio articolo e sono sicuro che non si rammaricheranno delle mie parole.

Per anni ho sofferto di questa situazione.

Chi prova a seguire il Vangelo deve prima di tutto bere alle fonti dell’acqua pura. Oggi cercare un libro causa sgomento: difficilmente troverete gli scritti dei Santi, o dei Papi, men che meno dei Dottori della Chiesa, troverete per lo più libruncoli che ci parlano di questo o quel santo, di questa o quella dottrina, ma sempre evitando accuratamente di darvi da bere la fonte originale. Troverete pseudo-teologi che vi insegneranno come vivere in Cristo al posto di coloro che la Chiesa ha riconosciuto come Santi. Raramente troverete qualche opera originale per cifre straordinarie, in rarissimi casi accessibili. L’Italia, il paese del Papato, non ha sacerdoti che traducano il tesoro inestimabile della Cristianità e, nei pochi casi in cui ciò succeda, pesanti diritti d’autore impediscono la diffusione di testi che dovrebbero essere discussi ogni giorno e dovrebbero essere guida ai nostri passi. Il Nemico vuole assetarci, ci offre il fango per farci morire nell’arsura.

Tuttavia in realtà non serve molto: oltre ai Vangeli e al Catechismo, i Dialoghi di San Gregorio Magno, Papa e Dottore della Chiesa, potrebbero già essere sufficienti (eccoli qui in un’edizione in due volumi: uno e due, consiglio ovviamente di concentrarsi sullo scritto di San Gregorio Magno e tralasciare prefazioni e note). Certo sarebbe bello accedere a molto altro, ma come detto spesso la conoscenza ci è preclusa. In ogni caso questo è solo l’inizio del problema poiché quando ci rivolgiamo ai Santi ci rendiamo conto che benché il loro insegnamento sia solidissimo e intramontabile, la realtà è che tutti loro hanno vissuto in un mondo profondamente diverso dal nostro. Difficile definire esattamente il punto della questione, tuttavia il nostro è un mondo che elogia in maniera assoluta l’egoismo individuale al punto tale da tentare di fare di ogni individuo il centro di un culto luciferino in cui il bene è solo ed esclusivamente il bene dell’io a discapito del bene di tutto e di tutti gli altri. Non si può negare che il Pagano sentisse a pelle la grandezza del Cristiano e che, seppur magari odiandolo, ne percepisse la bellezza ed il carisma. In seguito non si può negare che la Chiesa, anche nella sua manifestazione terrena, percepisse fortemente l’importanza della Rivelazione e che solo con timore reverenziale riuscisse ad avvicinarsi al Sacro. Per questo anche se ci furono errori ed incomprensioni alla fine, riconosciuta la Verità, chiunque si ritraeva e ossequiosamente La riveriva. Per questo l’eterno Nemico ha pianificato la rovina dell’Adunanza di Cristo agendo su due fronti.

Da una parte ha vaccinato gli uomini alla grandezza, li ha resi immuni al carisma, li ha svuotati di ogni ambizione al bello, di ogni stupore davanti al mondo, di ogni fede in qualcosa che ci supera (fosse fede materiale o spirituale poco importa). Quante volte oggi non solo aborriamo il bello, non solo dubitiamo del buono, ma proprio ci troviamo indifferenti di fronte alle scene che pure dovrebbero toccare il nostro cuore nel profondo? Eccoci così ad esclamare: La maternità? Un scocciatura. L’onore? Una becerata. L’amore? Un sentimento. Si può pensare che per il Nemico l’individualismo sia un fine, lo è, ma è anche molto di più. L’individualismo è ciò che ci rende incapaci di relazioni e di grandezza. Svuota l’uomo da una parte della sua capacità di ambire a qualcosa che lo superi, a qualcosa che sia più della semplice pagnotta, e dall’altra svuota l’uomo della capacità di amare e quindi non solo di essere propriamente umano, ma pure di amare Dio e di elevarsi.

Sull’altro fronte l’Antico Avversario ha neutralizzato la Chiesa terrena in maniera tale che non potesse in alcun modo risvegliare l’uomo assopito nel sogno individuale. E come lo ha fatto? Distruggendo la Fede, certamente! Ma questa è una risposta troppo facile; la distruzione di una Fede così solida da oltre duemila anni è passata attraverso la sua neutralizzazione, il suo distacco dal sacro. I preti hanno piano piano iniziato a pensare, o se non altro a sentire, che non ci fosse un reale presenza di Dio. Che certo il Vangelo è un bel libro, scritto bene per carità, ispirato da Dio, non sia mai, però un po’ limitato, correggibile ecco. E per mostrare che non farnetico vi invito ad aprire una qualunque bibbia della prima metà del Novecento: troverete quattro volte il titolo “Il Santo Evangelio di Gesù Cristo, secondo San …” che sostituisce il nostro moderno “Vangelo secondo…”, una piccolezza che distingue però un libro ritenuto Santo scritto da un autore Santo, da un libro scritto. Gli esempi potrebbero essere molteplici, ma proseguiamo con il nostro discorso. Il prete perso il senso del Sacro, persa la presenza del Signore, ha iniziato a dubitare non solo di tutto quello che fa, ma soprattutto della sua missione. Salvare le anime pareva un discorso così insensato, così… vuoto. Meglio occuparsi dei problemi sociali, problemi concreti che toccano i popoli. Fu così che la fede si svuotò e scomparve. È per questo che oggi quasi nessun prete riesce più a capire gli insegnamenti di Cristo: convivere? E che sarà mai!?! Abortire? Scelta individuale! Trombare? Come si può pretendere il contrario? anzi proprio meglio non parlarne. Tuttavia il prete che smarrisce il sacro e che si ritrova a concepire il mondo come un posto dove chiaramente egli stesso è assolutamente inutile sviluppa una nuova rigidità tutta propria nei confronti di chi, quel Sacro, lo possiede ancora. Come osano costoro parlare ancora di Inferno e Paradiso? Come osano costoro parlare di Carità e Giustizia? Come osano costoro dimostrarmi, sbattendomelo in faccia, che si può essere migliori di come io sono? Che si può credere ancora in quel Cristo rivelato? Anatema! Così la Chiesa è diventata, parafrasando Dante, “non donna di province, ma bordello!”. Da una parte, questa nuova chiesa “sociale”, ha iniziato a spalancare le proprie porte a coloro che la volevano distrutta e che con essa volevano distrutto il Salvatore (come se questo proposito potesse mai avere un senso o una speranza di vittoria), dall’altra ha iniziato ad emarginare coloro che si affidavano a Gesù Cristo così come ci è stato rivelato.

Che fare dunque?

Etiamsi omnes, ego non. (Anche se tutti, io no)
Per prima cosa coerenza. Anche se tutti abbandonano la via, anche se perfino il sacerdote ci vuole spingere a compiere il male, noi non lo faremo. Chi conosce i Vangeli e l’insegnamento immortale della Chiesa ci si deve attenere. Nessuna autorità è superiore a quella di Dio e nessuno può mutarla.

Pauci, sed boni. (Pochi, ma buoni)
Per seconda cosa fortificare la nostra famiglia. Noi non siamo responsabili per tutti, ma siamo responsabili per le nostre famiglie. Quindi assieme ai nostri famigliari costruiamo una roccaforte cristiana. Divorzi, peccati contro natura, aborti sono una costante di questa società, ma noi non siamo responsabili per essa se non in maniera molto limitata. Per questo dobbiamo vigilare sulle nostre famiglie, perché il Male non trovi chi divorare. Quanta tristezza quando finti-cattolici fanno proclami pubblici vivendo privatamente in peccato mortale: tutti pecchiamo, ma chi crede in Dio non persevera e non ostenta la causa della propria rovina.

Age quod agis. (Fa ciò che fai)
Per terza cosa non smettere mai di migliorare. In un mondo che non ci dà quasi alcuna indicazione su come vivere la fede dobbiamo continuare a interrogare noi stessi e a studiare al fine di fare bene ciò che facciamo. Poi dobbiamo continuare a migliorare il nostro agire, a smussare ogni piccolo difetto. L’aiuto che non ci viene dall’esterno dobbiamo sopperirlo con l’impegno fiduciosi che, se nel nostro impegno ci sarà errore, Dio sopperirà con la propria Misericordia.

Motu proprio. (Di propria iniziativa)
In un mondo incerto, dove è difficile trovare consiglio e giudizio secondo la volontà del Signore, i primi giudici del nostro comportamento siamo noi stessi. Troppe volte sacerdoti o laici giustificano il male e troppe volte sacerdoti o laici condannano il bene. Basandoci su quanto abbiamo studiato noi siamo i nostri primi giudici e siamo noi i responsabili delle nostre mancanze. Anche se nessuno lo sa io non verrò meno alla mia parola, non trascurerò i miei doveri e non mancherò di fedeltà al Signore. Spesso cerchiamo negli altri una giustificazione per la nostra affezione al male, invece dobbiamo essere giudici intransigenti delle nostre azioni.

Desidero concludere ricordando che solo nella Chiesa Cattolica ci sono i Sacramenti con efficacia reale per la Salvezza. Tutto ciò che è stato detto va inteso senza mai dimenticarlo. Extra ecclesiam nulla salus. (Fuori dalla chiesa nessuna salute). Soprattutto per noi che abbiamo ricevuto la Rivelazione allontanarsi dalla Chiesa è pericolosissimo e gravissimo. Stolto chi spera di salvarsi in maniera straordinaria quando rifiuta esplicitamente la salvezza ordinaria che nostro Signore a messo sulla nostra strada. Anche se alcuni sacerdoti sbagliano non si può revocare la fedeltà, semplicemente rigettiamo l’errore prima di tutto nelle nostre vite private e poi, solo se opportuno e non controproducente, valutiamo attentamente come agire nella vita pubblica. I Santi sono prima di tutto testimoni nella vita e San Benedetto preferì andarsene dal monastero dove lo volevano uccidere piuttosto che dare a quei reprobi un’occasione in più per peccare.

Questo discorso è stato qui appena abbozzato. Il libro che ho scritto anni fa, e qui disponibile gratuitamente, è molto teorico. Personalmente lo reputo importante per gettare le basi della Fede, ma quello che vorrei fare da ora in poi è svilupparlo in senso pratico. Perché è vero che anni fa mi sono convertito, ma da allora la sfida è stata provare costantemente a vivere il tutto nella mia vita. Se vorrete stare ancora con me, cercherò di aggiornarvi sui progressi, provvisori e precari, che ho conquistato.

Buon Santo Natale,

BiancoFulmine

Perché il Cattolicesimo ha perso la guerra, ovvero perché i Cattolici sperperano le proprie energie

Casa di PavlovIn questo periodo sembra che i Cattolici stiano prendendo un po’ più forza, che finalmente il grande popolo della Chiesa abbia alzato la testa. Non è così. Anzi si può dire che le ultime mobilitazioni, anche se esemplificative di un popolo che esiste ancora e che probabilmente è ancora maggioranza, siano il simbolo della fine della guerra. Con una sconfitta. Tante energie potrebbero forse essere parte di un nuovo inizio, ma ciò sarà impossibile senza capire fino in fondo l’essenza di questo conflitto.

1. La metafisica è tutto

Esiste un inganno fondamentale alla base di tutto. Si tratta anche di uno dei temi più complessi e quindi più difficili da comprendere, ma è necessario che chi vuole combattere coscientemente in prima linea capisca a fondo la questione. Il punto è il seguente: non si può ragionare con tutti. Per un semplice motivo: la ragione è un mezzo eccellente che parte da un punto A e ci porta ad un punto B in maniera coerente, rigorosa e giustissima. Tuttavia proprio perché è un mezzo per procedere coerentemente e per valutare la coerenza interna di un ragionamento, essa si fonda sempre su una metafisica. Per questo motivo se l’interlocutore non accetta le basi metafisiche del discorso con lui non è possibile ragionare. E, badate bene, quando parlo di metafisica non intendo necessariamente cose complesse, ma soprattutto cose semplicissime come il principio di non contraddizione che è da molti negato a parole (essendo impossibile negarlo nella pratica). Quindi non è possibile ragionare con tutti.

2. Focalizzare l’obbiettivo

Immaginate una torre d’acciaio in fase di costruzione ed immaginate al contempo che un gruppo di persone vogliano abbatterla. Immaginate ora che queste persone possano togliere alla torre 5 travi ogni giorno e che il costruttore possa porne 6 ogni notte. Infine immaginate che ogni piano di questa torre immensa poggi esattamente su 6 travi. Ora queste persone sarebbero sommamente stolte ad eliminare ogni giorno le travi dell’ultimo piano in fase di costruzione perché ogni 6 giorni il costruttore avrebbe ottenuto un nuovo piano (6 giorni equivalgono a 36 travi messe e a 30 travi tolte). Cosa dovrebbero fare allora? Semplicemente dovrebbero togliere 5 travi dalla base della torre, in maniera tale da far collassare la torre sotto il suo stesso peso. Così in un giorno cadrebbe la torre costruita in anni. Ora questa è un’analogia che non si discosta dal vero. Prendete i tempi contemporanei: i Cattolici lottano per evitare adozioni agli omosessuali e sono indifferenti ai bambini che muoiono nei grembi delle madri a causa dell’aborto. Così nel tempo i bambini muoiono e gli omosessuali trave per trave spostano la lotta. Così mentre non volete le adozioni ottenete le unioni civili, in futuro mentre non vorrete la pedofilia otterrete le adozioni. E si continuerà così per molto tempo. Non si può essere Cattolici ad interessi alterni! La dissoluzione del matrimonio è più grave dei “matrimoni” omosessuali e la morte degli innocenti è più grave della dissoluzione dei matrimoni. Quindi come mai la priorità dei Cattolici non è invertita? Prima l’aborto, poi il divorzio e infine le unioni degli omosessuali. Tuttavia nessuno oggi manifesta contro l’omicidio dei bambini, così come nessuno osa nemmeno lontanamente manifestare contro la dissoluzione della famiglia, tutti però a manifestare contro le unioni degli omosessuali. Così si attacca l’ultimo piano della torre e fra sei anni si dovrà attaccare il piano dopo senza mai fermare la costruzione. I Cattolici come buoi, dietro a discutibili capi popolo, si scagliano contro i mignoli e lasciano intatto il cuore.

Potrei anche azzardare una previsione: l’adozione dei bambini adesso non passerà, verrà bloccata e questo sarà presentato come una grande vittoria, però passeranno le unioni fra omosessuali come inevitabili; “tanto i bambini sono in salvo” ci diranno e intanto una nuova trave sarà posta. Basterà ancora aspettare qualche anno ed in futuro le adozioni passeranno in cambio di un male peggiore momentaneamente sventato. È così che si ammazzano i tori nelle corride.

3. Non tradire sé stessi

Ora immaginate che, continuando con l’esempio precedente, delle 5 travi che i Cattolici possono rimuovere ogni giorno dalla satanica torre una sia effettivamente rimossa, una venga lasciata perché una parte degli operai crede che il “progresso” sia positivo, un’altra venga lasciata perché i costruttori della torre sbagliano certamente, ma forniscono anche ad alcuni operai un lauto stipendio, un’altra venga messa di traverso in modo che sostenga l’attuale torre ma non sia d’appoggio al piano successivo, perché è tanto importante dialogare, l’ultima infine sia messa in maniera tale da non nuocere né favorire l’avanzamento della torre perché ciò che abbiamo conquistato fino ad adesso è un progresso, non si può sperperarlo! Così sarebbe impossibile danneggiare in qualche modo la torre, anzi la torre procederebbe alla velocità di più di un piano al giorno. Questa è la realtà dei Cattolici: interessi terreni e buonismo hanno disperso il gregge ed ora la Chiesa è dilaniata al suo interno ed in balia dei costruttori. Basta pensare:

  • Ai sacerdoti, anche di grado altissimo, che abbandonano il proprio gregge, chi per interesse, chi per paura di apparire avulso al mondo. Così abbiamo sacerdoti che esaltano eretici, pagani, infedeli ed apostati e attaccano e picchiano buoni credenti. Abbiamo coloro che esaltano cose malvagie e sminuiscono cose preziose, infangandole e cancellandole. Abbiamo coloro che aprono le porte alla falsità e rinnegano la verità. Guai a tutti costoro, perché, innalzati sopra gli altri, sentiranno più violentemente la caduta.
  • A coloro che pur dicendosi credenti non accettano la fede così come ci è stata tramandata. Costoro si reputano più intelligenti e migliori di tutte le menti che ci hanno preceduto negli ultimi duemila anni. In realtà propagano solo vecchie eresie e fanno marcire il corpo della Chiesa.
  • A coloro che pur dicendosi credenti non accettano obbedienti la sottomissione ai propri superiori e producono scismi. La Storia ci ha insegnato che un Papa, così come un vescovo od un sacerdote, non sono necessariamente Santi. Tuttavia solo da loro riceviamo la Santa Comunione e la Confessione per il perdono dei nostri peccati. Così abbiamo il dovere di difendere la sana dottrina, ma non abbiamo alcun diritto di creare scismi o di affrancarci dall’autorità della Chiesa.
  • A coloro che lasciano entrare nel sangue della Chiesa i suoi nemici. Costoro preferiscono Budda a Gesù, Osho a Sant’Agostino, il Talmud alla Summa, il Dalai Lama a San Gregorio. La verità è una sola.

Quando i Cristiani smetteranno di tradire se stessi? Quando smetteranno di distruggere la fede cattolica? Quando smetteranno di tradire l’alleanza che Dio ha voluto?

4. Non essere orgogliosi

Esiste una condizione drammatica nel Cattolico d’oggi ed è l’addestramento all’orgoglio che ci viene fatto da questa società. Il cristiano orgoglioso non accetta l’insegnamento dei sapienti, non accetta la parola dei vicari, rinnega le Scritture ed è immune al carisma. E, se non si accetta più il carisma dei Santi, non si accetta la testimonianza, e senza testimonianza non v’è fede. Fino a che uno pensa di essere il migliore non è aperto alla verità e per lui la verità è un’estranea.

5. Ricordare la natura della propria armata

Infine uno dei punti fondamentali che ha spinto l’esercito in rotta è questo. Ben pochi Cristiani paiono ricordare la natura della propria armata. Le nostre armi sono la preghiera ed il digiuno. I nostri soldati sono gli angeli e i testimoni. La nostra forza è Gesù Cristo. Se non torniamo all’essenza della nostra forza perderemo sempre: non se mai visto un esercito vincere senza armi.

Possa Dio salvare l’umanità.

Don Gino Flaim e il gravissimo problema dell’analfabetismo funzionale

Io sto con Don Gino Flaim. Vediamo perché.

[Trascrizione integrale e precisa]
I:
[TAGLIO] Secondo lei il problema dell’omosessualità nella Chiesa è un problema reale? C’è?
Don Gino Flaim:…mah… non lo so… io… la pedofilia posso capirla, l’omosessualità non lo so.
I: In che senso posso capirlo? (incomprensibile) che esiste?
Don Gino Flaim: Per… ehm… perché io sa ho fatto tanta scuola, no? I bambini li conosco. E purtroppo ci sono bambini che… asp.. ah… cercano affetto. Èh, perché non ce l’hanno in casa e magari se trovano qualche prete… mg… può anche cedere, insomma. Perché lo capisco questo.
I: Cioè-che-quindi-praticamente sono un po’ i bambini che…
Don Gino Flaim:… mg…. buona parte sì.
[TAGLIO]
I: quindi le accuse sono ingiustificate verso la pedofilia…
[TAGLIO]
Don Gino Flaim: …accusa, un peccato! E come-e-come e come tutti i peccati vanno accettati anche.
I: E per quanto riguarda l’omosessualità invece mi diceva?
Don Gino Flaim: Non ho conoscenze dirette. Non saprei dire, no. [TAGLIO] Che ci siano non mi faccio meraviglia, no. Perché la Chiesa è una comunità di peccatori.
I: (flebile) Ah, sì.
Don Gino Flaim: Per niente Gesù Cristo è morto per i peccati. [TAGLIO] Anche qui non so perché, perché le malattie son… eh… vengono. Vengono le malattie.
I: Cioè l’omo-l’omosessualità è una malattia?
Don Gino Flaim: Ah, credo proprio di… (pausa) penso di sì. [TAGLIO] No, chi vive in questa situazione…qé-mmm-om… pedofilia o omosessualità o che, penso che… eh… dentro dentro…sh…eg… provi una stina certa sofferenza perché sì, penso! Perché si vede un po’ diverso dagli altri. Cerca…cerca in tutti i modi di di di di venirne fuori perché è umano questo. [TAGLIO]

Se la maggioranza delle persone fosse intelligente, cioè capace di comprendere la realtà questo articolo non sarebbe mai stato scritto. Purtroppo è un’evidenza che le persone, in gran parte, non sono capaci di comprendere un testo, nemmeno semplice, né di capire un dialogo. Generalmente questo tipo di persone ragionano per parole chiave. Appena in un testo leggono una parola chiave credono di aver capito il significato del testo indipendentemente da quello che realmente c’è scritto. Un po’ come se, vedendo una pozza d’acqua con il cartello “Non potabile”, non riuscissero a capire il messaggio nell’insieme e bevessero avendo letto la parola “potabile”. Ora, questo sarebbe in parte comprensibile in persone a digiuno di testi e studi, ma quasi sempre questo problema colpisce chi invece si reputa istruito, perché è un problema da una parte legato alla superbia e dall’altra legato dall’egoismo che ci spinge a non voler davvero capire cosa ci viene detto, a non voler mettere in dubbio le nostre categorie preconcette. Se in più aggiungiamo che a volte è la malafede a far volutamente cambiare il senso del discorso ci pare evidente perché in Italia il 99% dei giornalisti che se ne sono occupati hanno completamente travisato Don Gino Flaim, vuoi per superbia, per egoismo, per malafede o per tutte queste cose. Fa schifo una società che attacca senza capire, da una parte solo per infangare la Chiesa e sostenere certe idee e dall’altra solo perché troppo poco intelligente e umile per capire davvero uno scritto. E non ingannatevi, in questo contesto, la mancanza di intelligenza è una colpa perché non deriva da una condizione di nascita ma da superbia ed egoismo, mali che chiunque può debellare e che non la nascita, ma la durezza ha portato nelle nostre vite.

A questo va aggiunta la pusillanimità di molti che sono corsi ai ripari attaccando il Don per far vedere che loro sì sono dei bravi cattolici, di quelli che piacciono al mondo. Il mondo, interessante ricordare fra sé e sé cosa dice, del mondo, il Vangelo.

Anche solo il titolo del servizio avrebbe dovuto smontare qualunque scandalo, mostrando la malafede perniciosa di coloro che hanno fatto questo video. “Il prete che giustifica i pedofili”, ma dove? Don Gino, a cui va tutta la mia solidarietà, non una sola volta dice di giustificare i pedofili. In una domanda relativa al “PROBLEMA dell’omosessualità nella Chiesa” (e quindi si sta parlando di problemi) risponde dicendo che non riesce a spiegarsi questo problema mentre riesce a spiegarsi il problema della pedofilia. Infatti in questo contesto il “capire” la pedofilia non può essere letto che come capire come può accadere nella chiesa il fenomeno problematico della pedofilia. Badate bene è Don Gino che in una discussione sui problemi associa all’omosessualità la pedofilia, è Don Gino che per primo in questa discussione dà per scontato il fatto che la pedofilia sia un problema. E già qui la giornalista, che appare in cattivissima fede (faccio notare agli analfabeti funzionali che ho usato il termine “appare” perché non posso certo conoscere il suo cuore, dunque posso solo dire che il suo comportamento sembra presupporre una cattiva fede), fa un primo sgambetto verbale: Don Gino dice “la pedofilia posso capirlA” e lei ribatte “in che senso posso capirlO?” Capirlo cosa? Il fatto? Ma capire il fatto della pedofilia suona piuttosto differente da capire la pedofilia; anche se non è necessariamente così, capire il fatto è più vicino a livello di senso a giustificare il fatto. Inoltre la giornalista aggroviglia una frase non comprensibile, che però è dominata dalla parola “esiste”, un bel presente. E se Don Gino capisce qualcosa, non che può succedere o che è successo, ma che esiste ora, in questo momento, allora significa che Don Gino non capisce semplicemente perché questa cosa può avvenire, ma la giustifica (è una cosa nel presente  che “esiste” come esiste il sacerdozio od esiste il sole). Vi faccio un esempio per farvi capire. Se dico “capisco che in determinati momenti alcune persone possano ucciderne altre” oppure “capisco che in questo momento quelle persone stiano uccidendo quelle altre”, la sentite la differenza? Nel primo caso capisco le motivazioni, anche se forse non le condivido, mentre nel secondo il mio non intervento ad una cosa che sta accadendo significa che io avvallo quegli omicidi. Inoltre curioso che una giornalista che in altri momenti dell’intervista si è saputa esprimere in modo chiaro, una persona che si esprime di lavoro (sicuramente più di un vecchio prete) proprio in questa domanda non sia riuscita a formulare una frase chiara, ma anzi l’abbia sbrodolata ed accorciata il più possibile.

Don Gino tuttavia continua in perfetta buonafede con il suo discorso, ha detto che capisce le motivazioni che possono produrre il problema della pedofilia nella Chiesa. E imperterrito cerca di spiegare questa sua affermazione. Nel farlo non parte da paroloni o da scenari ipotetici inesistenti nella realtà, parte molto umilmente dalla propria esperienza. Nella sua esperienza ci sono bambini fragili, che hanno problemi in famiglia e questi bambini fragili si attaccano molto ad alcune figure, come ad esempio il prete. Don Gino ha delineato una condizione di fragilità che ha radici nella sua esperienza diretta ed ora spiega perché secondo lui da questa condizione può nascere il problema della pedofilia. Se questi bambini si aggrappano ad un prete sbandato (Don Gino non specifica l’aggettivo ma è chiaro che parla di un prete dalle connotazioni negative, perché dice “magari se trovano qualche prete…” dunque un prete appartenente ad una categoria particolare, quella dei preti che possono cedere, se invece avesse parlato dei preti in generale non avrebbe messo “qualche” ma “un” e probabilmente avrebbe eliminato pure il “magari”) può capitare che il prete ceda. Cioè nell’esperienza di Don Gino è capitato che bambini sviluppassero particolari legami di dipendenza e affetto rispetto a figure particolari estranee alla loro famiglia, Don Gino capisce che se questo legame è nei confronti di uno sbandato allora può produrre dei gravi abusi. È così anormale capire che se un bambino sviluppa una condizione di dipendenza nei confronti di un adulto e questo adulto non è retto ciò possa provocare la pedofilia, persino nella Chiesa?

È così che la giornalista un’altra volta vomita le parole molto velocemente rendendole quasi incomprensibili (strano, no?) chiedendo se “sono un po’ i bambini che…”. Notare: un po’, non totalmente, se non ci fosse stato questo “un po’” la giornalista avrebbe incassato un no secco alla domanda “sono i bambini che…”, perché chiaramente l’intenzione di Don Gino non è dare la responsabilità ai bambini, ma delineare una situazione di dipendenza che si forma di frequente. Nella risposta di Don Gino visto quanto detto sopra riecheggia la propria esperienza, lui ha visto situazioni di difficoltà e quindi può dire che buona parte delle volte è il legame di dipendenza nei confronti dell’adulto sviluppato dal bambino a dare mano libera all’adulto negli atti di pedofilia. Perché si vede che Don Gino parla riferendosi umilmente alla propria esperienza? Perché dice “buona parte sì”, ora se il suo parlare fosse frutto di un ragionamento o di un’ideologia egli non direbbe “buona parte”, direbbe “sì” oppure spiegherebbe cosa causa la pedofilia nelle altre parti. Ma visto che il ragionamento deriva dalla sua esperienza egli non può assicurare che non ci siano altri modi, ma può assicurare che, secondo la sua esperienza, molte volte si creano queste situazioni di fragilità in cui il bambino è alla mercé di un adulto, che, se malvagio, può compiere il male.

Ora qui succede una cosa interessantissima: Don Gino ha detto 3 parole e c’è un taglio. Come un taglio? L’argomento è così interessante e il discorso del prete viene troncato? Perché qui e ora? Ma succederà altre volte.

La giornalista chiede “quindi le accuse sono ingiustificate verso la pedofilia…”. Subito usa un “quindi” cioè quello che dice dopo viene presentato come una conseguenza logica. Peccato che ciò che è stato detto subito prima è stato tagliato. Ma ora succede una cosa ancora più incredibile: la domanda è interessantissima, potrebbe scatenare un putiferio e… subito viene effettuato un taglio. Noi non sentiamo la risposta del prete, ma come?!? non doveva mostrarci quanto brutta è la Chiesa? A Don Gino viene ridata la parola a metà di una frase, non si sa cosa abbia detto fino ad allora (nulla di interessante per lo scandalo che voleva creare chi ha diretto il servizio evidentemente), ma ora sta dicendo una cosa da prete. La pedofilia è un peccato. Cioè una offesa a Dio. “E come tutti i peccati vanno accettati anche.” cosa intende Don Gino con questa frase non esplicata? Essendo un prete probabilmente indica più cose (difficile dare una risposta definitiva sia perché manca tutto il contesto che è stato tagliato da La7 sia perché bisognerebbe chiedere direttamente a Don Gino), ma una frase così può avere principalmente questi significati:

  1. Va accettato il fatto che i peccati esistono;
  2. Va accettato il fatto che i peccati esistono nella Chiesa terrena (poiché formata da peccatori, punto su cui Don Gino tornerà poi);
  3. Va accettato il fatto che esistono peccatori che possono essere redenti e che, nel pentimento, possono trovare la Salvezza (sì, può salvarsi anche un pedofilo, e magari puoi andare all’inferno tu che lo giudichi dannato per forza);
  4. Chi compie questi peccati deve piangere il proprio errore, ma deve anche trovare la forza di non cadere nella disperazione e di pentirsi ed emendarsi per essere salvato.

Don Gino poteva voler dire tutte queste cose o alcune o nessuna, ma questa frase con vistosi tagli non può certo essere un giustificativo per la sua condanna o per desumere che egli, in qualche modo, anche lontano, giustifica la pedofilia.

A questo punto il giornalista, apparentemente a caccia di un ulteriore scoop dopo il grande scoop inesistente che sa di avere fra le mani introduce il tema dell’omosessualità. Don Gino candidamente ripete quello che ha detto fin dall’inizio: egli non ha idea di come l’omosessualità sia nella Chiesa, proprio non riesce a capirla, non ha avuto esperienze che lo abbiano aiutato a capire questo punto. E zac! un altro taglio, altre parole perse e ancora Don Gino che, forse rispondendo ad altre parole dette dalla giornalista o che in ogni caso sta portando a termine un discorso che non conosciamo perché chi ha creato il video lo ha ritenuto di scarso interesse ai fini dell’obbiettivo del video, ribadisce che la Chiesa è formata da peccatori.

Qui c’è una cosa interessante, anche se difficile da interpretare: la giornalista annuisce, un debole “sì” si fa strada per i microfoni. Perché annuisce? Non ha davanti un mostro che ha appena “giustificato” la pedofilia? Non ha davanti uno che ha appena detto che gli atti omosessuali sono peccato? Eppure annuisce. Forse voleva incoraggiare Don Gino a continuare, forse il suo sì si riferisce a parole che non abbiamo sentito, magari ad un dialogo pregresso fra di loro. In ogni caso è molto strano, incoerente con la struttura del servizio, una trappola? Un cedimento? Un’esca? Chi può dirlo?

Don Gino con coerenza rilancia il nucleo del messaggio cristiano: siamo tutti peccatori e Gesù Cristo è morto per i nostri peccati. E taglio. Altra frase scollegata dal contesto, Don Gino sta ora parlando del fatto che le malattie capitano. Prima parlava del peccato? Come si collegano le due cose? Possibile che sia stato troncato tutto il discorso? Da Trentino, conoscendo l’uso del termine “malattia” che facciamo noi posso supporre che Don Gino stia cercando di spiegare il sorgere di peccati gravi come la pedofilia e gli atti omosessuali nella Chiesa, ma sono solo ipotesi, possibile che dei giornalisti taglino in questo modo un discorso rendendolo incomprensibile? Solo per ottenere un fine? Quello che possiamo fare è ascoltare questo frammento di frase senza contesto “Anche qui non so perché, perché le malattie son… eh… vengono. Vengono le malattie.” e dire che scollegandolo dal contesto (il taglio ci impedisce di risalire al suo significato vero) non possiamo che concordare con questa frase: nella vita ci accadono delle cose brutte, senza che sappiamo bene il perché, ci capitano e basta e bisogna accettarle. Un giorno mi posso svegliare con la polmonite o con la voglia di uccidere una persona. Come posso spiegare il perché queste due cose di punto in bianco siano capitate a me? Posso provarci, ma mi devo arrendere all’evidenza che non sono padrone del mio destino e che l’unica cosa che posso fare è scegliere il bene. A noi uomini capitano cose spiacevoli senza motivazioni apparenti, le malattie vengono.

L’intervistatrice non si fa sfuggire il passaggio di palla e domanda: “Cioè (anche in questo caso suggerisce una conseguenza usando “cioè”) l’omosessualità è una malattia?”. Ora Don Gino risponde di sì, ma bisogna ben capire cosa intende. Certamente una persona di una certa età in Trentino non usa “malattia” in senso medico, ma lo usa in accordo con il terzo significato che dà della parola il vocabolario Treccani “condizione che altera il benessere psichico di una persona apportandovi turbamento, angoscia, sofferenza: m. dello spirito; la gelosia e l’invidia sono due brutte malattie. Nell’uso fam., fare, farne, farsi una m. per qualcosa, risentirne dolorosamente, provarne un’acuta sofferenza: lui l’ha lasciata, e lei ci ha fatto una malattia; spesso in frasi iron.: puoi anche non venire: non crederai che ci faccia una malattia!; ti prego, non farne una malattia.” Questo è confermato dalla continuazione dell’intervista (dopo ovviamente l’immancabile taglio ché non succeda che Don Gino possa esprimere un pensiero dall’inizio alla fine) dove Don Gino sottolinea il fatto che omosessualità e pedofilia provocano una certa “sofferenza” nel soggetto. Quindi Don Gino esplica il suo pensiero, egli crede (ribadisce più volte “credo” “penso” “penso”) che la condizione di un omosessuale gli produca sofferenza e, solo in questo senso, è una malattia. Questa ultima affermazione è discutibile, è un’opinione del prete (come egli stesso ribadisce), ma non è certo un’affermazione scandalosa. Don Gino specifica anche perché questa condizione provoca sofferenza e la sua spiegazione è che sia perché la persona si vede diversa dagli altri. Una spiegazione forse troppo moderata per un collaboratore pastorale, soprattutto una spiegazione che non tira in ballo Dio o la fede in nessun modo, ma il fatto che nell’identificare l’origine della sofferenza egli sia troppo moderato non è certo uno dei motivi che ha prodotto questo finto-scandalo gonfiato. Don Gino conclude dicendo che l’uomo cerca in tutti i modi di far cessare questa sofferenza, perché è umano provare a farlo.

In conclusione, per quanto si può ricavare da questo video, Don Gino Flaim non è certo un sostenitore della pedofilia, né sostiene che l’omosessualità sia una malattia dal punto di vista medico. Da prete capisce che ci possano essere situazioni di peccato, anche gravissime, sa che non va chiusa la porta ai peccatori, sa che la sofferenza è fuggita dall’uomo e sa che per guarire i nostri peccati è venuto Gesù Cristo. Nulla di scandaloso. Molto di Cristiano. Che gli analfabeti funzionali si mettano l’anima in pace.

P.S.: non conosco personalmente Don Gino Flaim, tutto quanto scritto è basato sul video trasmesso da La7, video che è parso sufficiente a moltissime persone per denigrare immotivatamente un semplice prete.

I 5 motivi per cui un Cristiano dovrebbe dire no a questa immigrazione

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Prologo

Questo articolo non piacerà a coloro che si rifiutano di usare la ragione e sono schiavi della pancia, fra questi vi sono anche molti Cristiani.

Premessa

A lungo ho pensato che non avrei trattato il tema delle migrazioni per un semplice motivo: parlarne giova molto poco alla nostra vita cristiana e rischia di nuocerle molto. Sì perché commuoversi per qualcuno lontano, che non possiamo veramente aiutare (è lo Stato che decide chi far entrare o meno, le parole dei singoli cittadini sono pressoché inutili) è solo un modo per inorgoglirsi, per sentirsi più bravi degli altri, per criticare e giudicare senza fare nulla di concreto. Per salvarci dobbiamo compiere opere di carità e la carità si dà al prossimo, cioè a chi è vicino a noi, alle persone che possiamo veramente aiutare. Non raramente chi passa le proprie giornate a parlare dell’importanza dell’accoglienza tratta a malo modo chi incontra per strada (non si tratta di accoglienza?) o fa allontanare quelli che non reputa al proprio livello (magari dagli uomini della scorta…). Parlare dell’accoglienza ai migranti è diventato, non raramente, un modo per sfogare la propria emotività senza fare nulla di concreto, anzi alimentando la propria superbia morale a nostro danno. Perché ne parlo allora? Perché per molti sacerdoti ormai questo è diventato il tema principale delle prediche, prediche che mai (o quasi) parlano di anima, ma che spesso parlano di geopolitica in un modo così lontano ed inutile che serve solo a far sentire buoni alcuni e cattivi altri, senza che da ciò possano conseguire atti concreti di carità. I preti che non parlano dell’anima sono la dannazione dei popoli e io, da semplice Cattolico, posso dirlo libero da paure materiali. Quindi scriverne assolve a due funzioni, la prima, fare da ammonimento a coloro che pensano al lontano che non possono aiutare e ignorano il vicino che possono aiutare (fatto assai nocivo per l’anima) e, la seconda, riportare un po’ di razionalità nella questione per vedere cosa davvero è amore del prossimo e cosa non lo è.

Avendo già svolto il primo punto passiamo direttamente al secondo.

Considerazioni iniziali

I due comandamenti di carità:

1. Amerai il Signore tuo Dio,
con tutto il tuo cuore,
con tutta la tua anima
e con tutta la tua mente.

2. Amerai il prossimo tuo
come te stesso.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica:

2241. Le nazioni più ricche sono tenute ad accogliere, nella misura del possibile, lo straniero alla ricerca della sicurezza e delle risorse necessarie alla vita, che non gli è possibile trovare nel proprio paese di origine. I pubblici poteri avranno cura che venga rispettato il diritto naturale, che pone l’ospite sotto la protezione di coloro che lo accolgono.
Le autorità politiche, in vista del bene comune, di cui sono responsabili, possono subordinare l’esercizio del diritto di immigrazione a diverse condizioni giuridiche, in particolare al rispetto dei doveri dei migranti nei confronti del paese che li accoglie. L’immigrato è tenuto a rispettare con riconoscenza il patrimonio materiale e spirituale del paese che lo ospita, ad obbedire alle sue leggi, a contribuire ai suoi oneri.

Analizziamo il  Catechismo

Le nazioni sono tenute ad accogliere se:

  1. Sono più ricche;
  2. Nella misura del possibile;
  3. Lo straniero ricerca sicurezza e risorse necessarie alla vita;
  4. Sicurezza e risorse che non gli è possibile trovare nel suo paese d’origine;

Il diritto all’accoglienza è subordinato a diverse condizioni giuridiche, in particolare (ma evidentemente non solo) al rispetto del migrante di questi doveri:

  1. il migrante deve rispettare con riconoscenza il patrimonio materiale e spirituale del paese che lo ospita;
  2. il migrante deve obbedire alle leggi;
  3. il migrante deve contribuire agli oneri.

Questo è quanto ci suggerisce la dottrina cristiana.

Considerazioni generali

1. Si parla molto di guerre e di migranti che fuggono da guerre e che sono costretti proprio ora, contro la loro volontà, a venire in Europa. Questa posizione sarebbe sostenibile se le guerre in Africa avessero subito un’improvvisa impennata e ci fosse stato un improvviso imbarbarimento dei conflitti. Ciò non è vero: (fonte università di Uppsala, Svezia, che “è considerata la più antica e prestigiosa università della Scandinavia” cfr. Wikipedia)

Morti in Africa in conflitti politici e Stati in guerraLe guerre in Africa non hanno subito un particolare incremento o, meglio, sono state caratterizzate nel corso degli anni da picchi ben peggiori che però non si sono trasformati in ondate migratorie verso l’Europa pari alla migrazione contemporanea. Ricordiamo che l’Africa nel 2013 (prendo questo anno sia perché è l’ultimo di cui si hanno dati definitivi sia perché è stato l’anno di intensificazione del processo migratorio ai livelli di guardia odierni, ricordo che l’operazione Mare Nostrum è iniziata nell’ottobre 2013) aveva circa 1,1 miliardi di abitanti (fonte: Population Reference Bureau), il che significa che in Africa nel 2013 è morta per conflitti 1 persona ogni 101382 per intenderci è come se in Italia fossero morte poco meno di 600 persone in un anno. Tuttavia ad esempio nel 2000 era morta in Africa 1 persona ogni 11496 quasi 10 volte di più! Come se in Italia morissero in 1 anno 5.282 persone (contro le 600 dell’ipotesi precedente). E se rifacciamo i conteggi relativamente al 1994 (popolazione africana di 708 milioni di persone in accordo con l’Enciclopedia Britannica) scopriamo che in quell’anno è morta una persona ogni 3562, quasi 30 volte di più che nel 2013. Come se in Italia, in un solo anno, morissero per guerre 17.000 persone. In questi anni inoltre la popolazione ha subito un forte aumento (con una crescita media di circa il 2,35% l’anno) ma non va dimenticato che l’Africa è uno dei continenti con la minore densità di abitanti per chilometro quadrato pari a 36,40 ab/km² cioè è 6 volte meno popolata dell’Italia e 3 volte meno popolata dell’insieme dell’Unione Europea. Questi dati erano doverosi per fare un semplice ragionamento: le migrazioni africane non sono dovute ad un semplice e naturale movimento di popoli spiegato dal mutare della condizione dei conflitti in Africa, sono piuttosto il risultato di convenienze politiche. Indagare di chi sono queste convenienze non è certo compito di questo blog che mira a fare un discorso morale. Quindi c’è la prima considerazione globale, quando parliamo di queste migrazioni dobbiamo chiederci: chi sostiene e provoca questi fenomeni mira al bene comune? (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica – d’ora in poi CCC – 1910 per il dovere della politica di guardare ad esso). Cioè mira a rispettare i diritti della persona umana (cfr. CCC 2237)? Evita di ridurre le persone con la violenza ad un valore d’uso o ad una fonte di guadagno? (cfr. CCC 2414) Evita di ritenere il profitto come regola esclusiva e fine ultimo dell’attività economica ed evita ogni pratica che riduce le persone a non essere altro che puri strumenti in funzione del profitto diffondendo così idolatria del denaro ed ateismo? (cfr. CCC 2424). Ha a cuore il benessere sociale e lo sviluppo sia di chi migra che di chi già vive nei territori? (Cfr. CCC 1908) Vuole attuare la giustizia nel rispetto del diritto di ciascuno? (Cfr. CCC 2237). Ha a cuore la stabilità e la sicurezza? La sicurezza della società e quella dei suoi membri? (cfr. CCC 1909). Il diritto alla proprietà privata? (cfr. CCC 2401) Infine tutti gli attori che sono dietro a queste migrazioni hanno a cuore la libertà religiosa? (cfr. CCC 2107 – 2109) A chi scrive pare che a nessuna di queste domande si possa dare una risposta affermativa. Lo spostamento pianificato di milioni di persone da culture intrinsecamente differenti risponde a fini oscuri, ma non pare favorire in nessun modo la dignità della persona umana, né nello sradicamento forzato di milioni di persone da un luogo con il miraggio di una vita migliore affatto impossibile né nel minacciare la pace ed i diritti sociali conquistati da altre. Questa migrazione pare anzi favorire lo scontro, soprattutto fra le popolazioni più povere ed ignoranti, senza garantire nessun vantaggio per il bene comune di entrambe le parti. A questo proposito mi piace riportare le parole del Vescovo africano Nicolas Djomo Lola, presidente della Conferenza episcopale della Repubblica Democratica del Congo, così come riportate dall’Osservatore Romano (purtroppo non sono riuscito a reperire il testo originale) “Non fatevi ingannare dall’illusione di lasciare i vostri Paesi alla ricerca di impieghi inesistenti in Europa e in America. […] Guardatevi dagli inganni delle nuove forme di distruzione della cultura della vita, dei valori morali e spirituali. Utilizzate i vostri talenti e le altre risorse a vostra disposizione per rinnovare e trasformare il nostro continente e per la promozione della giustizia, della pace e della riconciliazione durature. Voi siete il tesoro dell’Africa. La Chiesa conta su di voi, il vostro continente ha bisogno di voi”.

Considerazioni particolari

Tuttavia aver determinato la negatività morale dei fini ultimi di coloro che favoriscono questa migrazione di massa non è sufficiente, infatti sarebbe sufficiente che dal loro operato si dipanassero reali benefici per le persone umana per non escludere del tutto la bontà di questo fenomeno.

Coloro che operano ad alto livello a questo progetto di ricollocamento di milioni di vite umane tramite finanziamenti, propaganda, mancati interventi, ecc… si servono di attori che si occupano, per così dire, dell’ultimo miglio, cioè del materiale dislocamento di esseri umani da una costa all’altra del Mediterraneo. Gli attori principali sono due: la criminalità organizzata che gestisce i viaggi e le società che ospitano i migranti a spese dello Stato di arrivo. Qualcuno potrebbe pensare che i veri motori di questi traffici siano questi 2 attori, ma la cosa è piuttosto improbabile. Per prima cosa esistono molti modi per ottenere denaro pubblico e, che la classe politica abbia scelto questo metodo specifico per distribuire grandi quantità di denaro, significa che lo ha preferito a molti altri modi, indice di una volontà a priori di utilizzare risorse per favorire questa migrazione (non si deve per forza pensare alla classe politica locale, potrebbe trattarsi anche di un problema transnazionale). Dunque io escluderei in via prudenziale che il motore ultimo di queste migrazioni siano le grosse quantità di denaro che incamerano le varie società che si occupano di accoglienza (e sono certamente quantità notevoli, nemmeno un albergo ben avviato può essere sicuro di avere le proprie camere utilizzate e pagate per mesi interi senza interruzione e con standard richiesti non competitivi). In secondo luogo lo stesso discorso vale anche, mutata mutandis, per la criminalità organizzata: un affare milionario come quello della gestione dei viaggi sui barconi è tale solo perché chi ha il potere di vigilare non lo applica. In questo modo i barconi possono partire con una sufficiente garanzia di impunità per gli organizzatori, ben diverso sarebbe il caso in cui, ad esempio, forze di polizia pattugliassero le coste ed il mare. Anche qui emerge una volontà da parte di alcuni soggetti di lasciare mano libera ai trafficanti di uomini. In questo modo mafie che potrebbero ottenere illegalmente il denaro in altri settori si spostano su un business meno pericoloso e più redditizio: le migrazioni.

Cerchiamo di analizzare moralmente questi due attori, come abbiamo già fatto per gli strateghi.

2. Partiamo dalla criminalità organizzata. Non si può dire che il loro lavoro sia in qualche modo a vantaggio della dignità umana. I criminali organizzano viaggi senza alcun standard di sicurezza o igiene, abbandonano persone in balia del mare e causano direttamente e indirettamente la morte di centinaia di uomini. Inoltre come dimostrato da varie inchieste spesso privano gli uomini della libertà e sempre chiedono cospicue fonti di denaro, ma su questo ultimo punto torneremo in seguito.

3. Le società che prendono i contributi statali per ospitare i migranti sicuramente forniscono un servizio di alto profilo umano, quindi il giudizio sul loro operato non può essere negativo. Tuttavia il giudizio sulla loro esistenza e sul sostegno dato loro dallo Stato va vagliato criticamente perché:

  • impiegano grandi quantità di denaro pubblico che non può essere utilizzato per alcun altro fine (denaro che, nel caso specifico dell’Italia, deriva da una sproporzionata pressione fiscale nei confronti dei guadagni delle famiglie e delle imprese, fatto che comunque ora non terremo in considerazione);
  • forniscono ogni forma di sostentamento a persone in forze, creando una disparità di trattamento non solo con le altre persone sane, ma soprattutto con le persone povere e indigenti; offendendo gravemente l’uguaglianza fra gli uomini. (cfr CCC 1938)

Il giudizio sul primo punto dipende dalla convenienza morale della presenza o meno del migrante e quindi verrà discusso nei prossimi punti. Tuttavia il secondo punto costituisce una grave offesa all’uguaglianza fra gli uomini e quindi non è moralmente accettabile. Esso deve forzatamente essere rivisto sia per includere tutti gli uomini nelle medesime condizioni di povertà, indigenza o invalidità presenti sul territorio, sia per fare in modo che al migrante venga fornito ciò che è veramente necessario e in linea con gli aiuti che qualunque altro uomo nelle medesime condizioni potrebbe legittimamente ottenere, e otterrebbe, nel medesimo momento.

Dunque il giudizio sull’operato della criminalità organizzata e dello Stato tramite le società di accoglienza non può essere che negativo offendendo in entrambi i casi, anche se in modi differenti e non paragonabili, la dignità della persona umana.

Considerazioni personali

Quanto fin qua detto, pur portando ad un grave giudizio morale contrario ai modi ed ai motivi politici delle migrazioni, non affronta la questione delle singole persone che da una parte emigrano e che dall’altra accolgono. Pertanto se anche questi modi non si emendassero ma trovassimo un vero vantaggio per le singole persone, nel rispetto della giustizia, dovremmo accettare la migrazione come fenomeno positivo e condannare piuttosto i modi che gli eventi migratori odierni. Per questo motivo ora affronteremo la questione parlando dei migranti e degli accoglienti.

Per quanto riguarda i migranti la prima domanda è se essi abbiano il diritto ad essere accolti. Procediamo seguendo il catechismo:

Le nazioni sono tenute ad accogliere se:

1. Sono più ricche;

Sicuramente l’Italia è più ricca delle nazioni africane rispetto al denaro, anche se è mediamente molto più povera di risorse. Quindi la ricchezza finanziaria è maggiore nonostante la ricchezza reale sia minore.

2. Nella misura del possibile;

Questo è un discorso di lana caprina, è molto difficile definire quale sia il possibile. Per questo motivo tralasceremo questo punto.

3. Lo straniero ricerca sicurezza e risorse necessarie alla vita;

Il discorso preliminare sul tasso di morti dovute a cause politiche pari allo 0,001% nel 2013 (vedi paragrafi precedenti), dimostra che i conflitti non sono una grande emergenza in Africa e soprattutto dimostra che la maggior parte delle persone che vengono qui non lo fa perché in fuga da conflitti. Per questo solo una minima parte dei migranti africani rientra a causa della guerra nella casistica dello straniero che ricerca una sicurezza necessaria alla vita. E per quanto riguarda le risorse? Per pagare un viaggio bisogna dare alle mafie una cospicua somma, uno scafista parla di 1500 $ a persona sul sito del Giornale ( http://j.mp/1KorDXf ), mentre la guarda di finanza parla di un costo che va dai 600 $ ai 6500 $ (fonte: http://j.mp/1KiU0qP ). Il PIL pro capite medio dell’Africa è di 3185 $ l’anno, tuttavia in Congo (ex Zaire) il reddito pro capite è di 400 $ l’anno e in ben 9 stati è inferiore o al limite dei 1000 $ l’anno, in altri 18 stati è inferiore o al limite dei 2000 $ e quindi parliamo di 27 stati sui 54 considerati: la metà esatta. Nei 27 stati più poveri dell’Africa il reddito pro capite è di 1205 $ l’anno (i dati di questa sezione sono stati estrapolati da IndexMundi che si basa sul CIA World Factbook). Ricordiamoci che questa misura non indica quanto mediamente incassano le famiglie, ma quanto è la ricchezza prodotta dallo Stato in un anno divisa per gli abitanti, ciò significa che le poche persone che controllano il traffico delle risorse sono detentrici di quasi tutto il PIL e che gli stipendi medi sono molto più bassi del PIL pro capite. Quindi salta subito all’occhio una considerazione: coloro che possono pagare 1500 $ per la traversata non fanno parte della classe indigente, ma della classe media e con quella cifra potrebbero senza problemi aprire un’attività o garantirsi uno standard di vita soddisfacente per un tempo non trascurabile. Per intenderci spendere 1500 $ per un cittadino del Congo equivalerebbe grosso modo a spendere circa 130.000 $ per un cittadino Italiano (considerando il PIL pro capite), senza considerare che in Africa la distribuzione della ricchezza è di gran lunga più a favore dei ricchi e quindi questa cifra è molto più difficile da racimolare per un povero rispetto ai 130.000 $ per un Italiano (in Italia il 20% della popolazione detiene il 61,6% della ricchezza, ma in Africa il 7% della popolazione possiede il 90% della ricchezza, fonti: http://j.mp/1iji5pW (Italia) e http://j.mp/1Me7UgM (Africa)). Per un abitante di uno dei 27 paesi più poveri invece spendere 1500 $ equivarrebbe a spendere 42.000 $ per un cittadino italiano sempre non considerando la distribuzione della ricchezza che rende molto più difficile l’impresa per un Africano. Quindi questi migranti sono persone che mancano delle risorse necessarie alla vita? La risposta non può che essere negativa, è triste dirlo ma i poveri restano a morire in Africa, quella che viene qui è la classe medio-alta che dovrebbe costituire il motore dello sviluppo economico africano. Coloro che mancano veramente delle risorse necessarie alla vita non possono permettersi un costoso barcone e nei rari momenti in cui, per casi fortuiti, riescono ad essere imbarcate solo loro potrebbero, se soddisfano tutte le altre condizioni, avere diritto ad essere ospitate.

4. Sicurezza e risorse che non gli è possibile trovare nel suo paese d’origine;

Difficile svolgere questo punto direttamente non trovandosi in Africa. Sicuramente si possono fare alcune considerazioni indirette. A livello di risorse l’Africa non è seconda a nessuno, non solo per le risorse che tanto interessano agli occidentali, ma anche per le risorse che possono fruttare immediatamente alle popolazioni locali: l’Africa detiene il 17% delle terre arabili mondiali e attualmente si stima che si potrebbero trovare ancora 500.000.000 di ettari di terre adatte all’agricoltura ma non coltivate. Ecco cosa dice Michel Debrand, Direttore di Limagrain Africa, in un’intervista: “I: Cosa vi ha colpito maggiormente arrivando in Africa? MD: Il dinamismo della popolazione, l’entusiasmo, le competenze, l’ottimismo e la giovane età media, tutto il contrario di quanto a volte erroneamente pensato in Europa. C’è un fremito che corre per tutto il paese e il desiderio di vedere decollare l’economia. Molta della popolazione rurale è purtroppo ancora analfabeta e questa è la ragione per cui, ad esempio, Seed Co comunica con i cittadini attraverso la pubblicità alla radio, o con delle pubblicità sui camion che passano per i villaggi.” (Fonte dei dati e della citazione: http://j.mp/1KjoAk3 ). Torniamo al discorso del PIL: i migranti non scappano da Stati che non possono garantire loro le risorse, tutt’altro. Essi si muovono coscientemente verso l’Europa cercando la possibilità di vivere all’occidentale non per necessità ma per bramosia di uno stile di vita che attualmente non è dell’Africa, ignorando volutamente, in quanto classi medio-alte (ricordate i 1500$?), le possibilità che potrebbe dargli la loro terra.

Il diritto all’accoglienza è subordinato a diverse condizioni giuridiche, in particolare (ma evidentemente non solo) al rispetto del migrante di questi doveri:

1. il migrante deve rispettare con riconoscenza il patrimonio materiale e spirituale del paese che lo ospita;

Il che significa che, qualora anche vi fossero tutte le condizioni precedenti, il diritto all’accoglienza viene meno se manca nel migrante il rispetto riconoscente del patrimonio materiale e spirituale del paese ospitante. Ciò significa che ad esempio se il migrante fosse convinto di dovere, per motivi di fede, imporre le proprie usanze e sottomettere l’infedele, o disprezzare le sue usanze religiose, egli in automatico perderebbe il diritto ad essere accolto.

2. il migrante deve obbedire alle leggi;

Qualora quindi il migrante si rifiutasse di rispettare una qualunque legge, compiendo così un atto criminale, dovrebbe, secondo il Catechismo, perdere automaticamente il diritto ad essere ospitato.

3. il migrante deve contribuire agli oneri.

Il migrante per preservare il suo diritto deve rimboccarsi le maniche e contribuire al funzionamento dello Stato.

Analizzati tutti questi 7 punti possiamo concludere che la stragrande maggioranza degli immigrati non ha, secondo morale, diritto ad essere accolta. Ora quello che dobbiamo chiederci è se almeno l’accoglienza, pur non discendendo da un diritto, è conveniente.

4. Cosa significa favorire l’accoglienza dal punto di vista dei migranti? Significa prendere persone di ceto medio-alto e spingerle ad affrontare un viaggio pericolosissimo che con una probabilità piuttosto elevata gli costerà la vita (ricordo ancora come Sabato, un mendicante che conoscevo, mi mostrò sul suo cellulare un video di quando aveva attraversato il deserto con altri aspiranti migranti, il deserto era pieno di cadaveri – a decine in pochi metri – e lui mi raccontava come le loro guide si comportassero da aguzzini in modi che non vorrei ripetere, ovviamente chi perdeva i sensi veniva lasciato a morire lì). Una volta arrivate dopo traversate tremende queste persone si troveranno subito sbalzate da una condizione di relativo benessere ad una condizione in cui sono povere, emarginate e senza istruzione, impossibilitate a trovare un lavoro dignitoso, costrette all’accattonaggio o al crimine. Con la speranza dopo anni di sacrifici di aver finalmente racimolato qualcosa (non fu il caso di Sabato i cui genitori, in Africa, avevano una bella tenuta dove allevavano anche animali feroci e che dopo anni di vita da mendicante in Italia decise di trasferirsi in Germania in cerca di fortuna). Tuttavia ai miei occhi la cosa che rimane più grave è la seguente: non utilizzando il pugno duro, sempre più disperati tentano la traversata e sempre più uomini, giovani sani e forti, muoiono nei deserti dell’Africa o lungo le traversate, uomini che potevano sperare in un futuro e che a causa del buonismo vigliacco degli occidentali si mettono ad inseguire un miraggio falso e letale. Non è certo un servizio alla carità invitarli ed invogliarli a lasciare posizioni di relativo benessere per rischiare la vita e venire qua da mendicanti o da schiavi nella raccolta dei pomodori (qui invece avrei da raccontare di un mio amico ucraino, persona intelligentissima ed istruita, che per aiutarsi negli studi svolgeva lavori stagionali, una volta andò a fare la stagione al sud e alla fine della raccolta i suoi padroni gli dissero “o accetti un euro all’ora o non ti diamo niente”, egli, da me conosciuto come grande lavoratore, non poté che accettare di subire questo peccato che grida vendetta agli occhi di Dio (cfr. CCC 1867)).

5. E dal punto di vista di coloro che accolgono cosa significa favorire questa immigrazione? In primo luogo significa destinare una grande parte della spesa pubblica a tutte le attività correlate alle migrazione. In Italia la pressione fiscale è a livelli ingiusti e buona parte di questa, che grava sulle famiglie (spesso indipendentemente dal loro reddito, vedi tassa sulla casa e sui terreni), viene destinata per creare una condizione di diseguaglianza di fatto in cui pochi migranti in piena salute vengono mantenuti a scapito delle risorse che potrebbero servire ad invalidi o disabili (migranti o no), il tutto erodendo i risparmi faticosamente ottenuti dalle famiglie. In secondo luogo una così grande massa di persone che non possono mantenere se stesse in maniera adeguata (se infatti in Africa appartenevano al ceto medio-alto qui, in terra straniera, sono alle soglie dell’analfabetismo) causa inevitabilmente il nascere di forme di delinquenza fra una parte degli immigrati. Questo non è un luogo comune, ma un’inevitabile conseguenza di condizioni di povertà ed emarginazione provata dai numeri. Infatti nel 2011 gli stranieri rappresentavano il 6,5% della popolazione residente in Italia ma ben il 36,1% della popolazione carceraria (fonte ISTAT link http://j.mp/1UYKaVp e http://j.mp/1UXrsbm ). Un rapido conto ci indica che in prigione ci sono 1 Italiano ogni 1391 ma 1 straniero ogni 160,  dunque mediamente la popolazione straniera delinque circa 9 volte di più di quella italiana. Va inoltre considerato che spesso i migranti vengono da culture altre in cui i livelli di violenza accettati sono ben diversi dai nostri e quindi parte dei delinquenti stranieri compiono crimini molto più sconvolgenti ed efferati dei delinquenti italiani, fatto non trascurabile. Dunque guardando a coloro che accolgono l’accettare migranti che non hanno davvero bisogno di venire in Italia per vivere si risolve non in un atto di carità, ma piuttosto nel suo contrario minando i diritti alla sicurezza e alla proprietà privata dei residenti, impiegando ingiustamente le risorse per creare diseguaglianze e opprimendo le famiglie con una sempre maggiore pressione fiscale.

Cosa fare dunque?

A livello politico la situazione di maggior carità possibile è quella che ci vede impegnati nel favorire l’arricchimento delle terre africane, anche tramite una condivisione delle conoscenze e un’azione mirata al favorire la stabilità politica, e nel contrastare con tutti gli sforzi possibili le partenze di non-profughi; infatti solo una linea intransigente può dissuadere migliaia di giovani benestanti dal partire e dal trovarsi ad affrontare i pericoli del viaggio prima e l’emarginazione sociale poi. Un caso a parte sono i veri profughi che fuggono dalla guerra: in questo caso le nazioni più ricche sono obbligate ad accoglierli nella misura del possibile purché i profughi rispettino il patrimonio materiale e spirituale della nazione, obbediscano alle leggi e contribuiscano agli oneri. Papa Francesco parla spesso di questi profughi e, sul dovere all’accoglienza, stanti i limiti definiti nel Catechismo, non si può che essere d’accordo con lui.

Cristiani, non temete, potete essere tristi

Recentemente in alcuni ambienti della Chiesa si è diffusa una retorica stanca che sostiene che un Cristiano non può essere triste perché ha sempre Gesù vicino a sé.

È questo l’insegnamento di Gesù? Considerando anche solo il Vangelo di Matteo troviamo:

Allora Gesù […] cominciò a provare tristezza e angoscia. E disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me”. (Mt 26,36.37-38)

Siamo forse noi più del Maestro? Forse lui stava peccando o non era “Cristiano”? Quali bestemmie! Forse che Gesù non era triste sulla croce? O forse che i martiri non erano tristi durante il loro martirio? O forse che i Santi non hanno mai provato tristezza durante le loro prove? Forse che Gesù non ha detto

In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia. (Gv 16,20)

Vi ho detto questo perché abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo! (Gv 16,33)?

Perché scrivo questo? Perché tante persone che sono stanche e oppresse possono sentirsi escluse da una Chiesa che non vuole i tristi né la tristezza. Tuttavia furono Tristi Gesù, gli Apostoli, i Martiri, i Santi. La tristezza non è un ostacolo, semmai echeggia il Siracide:

perché l’oro si prova con il fuoco
e gli uomini ben accetti nel crogiuolo del dolore. (Sir 2,5)

Si può dire anzi che la Chiesa ha una predilezione per coloro che sono “stanchi e oppressi” (cfr. Mt 11,28-30). Quello che ci promette Cristo è una vita eterna, un’eterna beatitudine (non a caso nel discorso della montagna: “beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati” Mt 5,4), non una felicità costante in questa vita. La gioia di aver appagato il più profondo dei nostri desideri non sempre può cancellare la tristezza, il turbamento delle nostre vite. Perfino Cristo davanti alla Crocifissione è stato turbato, e provato, dalla più profonda delle tristezze e ancora oggi i mistici ci raccontano della tristezza per le anime perdute. No, amici miei, non si può escludere una persona dal Cristianesimo perché è triste. Fino a che saremo nel mondo sempre avremo persecuzioni e tribolazioni e angosce. Ma come premio per le nostre sofferenze, come premio per le nostre angosce, troveremo la gioia; adesso come una fiammella scossa dalla bufera, ed in futuro come un fuoco che divampa. Il Paradiso è qui, alla nostra portata, e la tristezza non ci sbarrerà la porta.

Cattolicesimo ed Internet IV – Le benedizioni: lo spirito critico

Fino a qualche anno fa capitava nelle discussioni sulla verità o meno di un’affermazione di sentire questa frase: “È vero! L’hanno detto in televisione.”. Oggi per il popolo del web questa affermazione sembra alquanto strana. Troppe volte ci siamo imbattuti in sciocchezze o deliberate bugie dette da personaggi televisivi e prontamente smentite da un minimo di ricerca internet. Troppe volte, anche sul web, ci siamo accorti di quanto gli organi “importanti” siano pressapochisti ed a volte pure mentitori. Se alcuni anni fa tutto ciò che non era provato falso veniva considerato vero, sul web, oggi, è iniziato un dubbio sistematico.

Certo ci sono sempre coloro che (generalmente in ossequio ad un’idea dogmatica sul mondo) ripetono senza verifica tutto quello che sentono ed è a loro favore. Tuttavia sul web ci sono molte più persone che hanno imparato, o stanno imparando, a dubitare di quello che odono. Così una bufala sulla Chiesa, come quella che recentemente attribuiva una frase contraria alla donna a Papa Francesco, è stata smentita nel giro non più di vari giorni, ma di pochi minuti. Imparando a dubitare di tutto acquisiamo un senso critico che non era comune in passato e che ci proietta verso un futuro in cui sarà più difficile manipolare la massa, ormai abituata ai tentativi di plagio e soprattutto alle menzogne dei potenti e degli ideologi. E se è vero che per dire una menzogna ci vuole un secondo, mentre per negarla ci vogliono lunghe ed approfondite ricerche, è anche vero che a forza di mentire si rendono gli ascoltatori immuni e, quando si discute, inizia a prendere luogo la salutare abitudine di chiedere l’onere della prova a chi afferma, e non a chi smentisce.

Internet non solo ci insegna ad essere critici, ma ce ne fornisce, cosa che è ancora più stupefacente, i mezzi. Gran parte della conoscenza umana è ormai riversata sul web, bastano delle ricerche mirate, basta incrociare i dati che si ottengono, basta verificare direttamente alle fonti quanto si afferma ed il gioco è fatto. Quello che prima richiedeva mesi per essere abbozzato ora è abbozzato in pochi minuti e, per chi vuole davvero andare a fondo delle questioni, quello che richiedeva anni ora richiede alcuni mesi.

Ma, al di la del servizio anti-bufala, che significato ha questo surplus di senso critico per la Chiesa?

Lo spirito critico ha un ruolo incredibilmente importante per noi Cattolici, perché è implicato nella ricerca della verità. Ciò si può notare a più livelli. Ad un livello base lo notiamo nei siti internet e nei blog; il Cristiano di oggi si trova, come il Cristiano dei primi secoli, davanti ad un mondo pluralista in cui deve scegliere, ritenere ciò che è buono e scartare ciò che è falso. Nel web non ha più senso cercare di limitare le espressioni a solo quelle vere con visti e censure, non ha più senso perché il web cresce in fretta e le limitazioni per forza di cose limitano solo coloro che sono in buona fede, lasciando gli altri soli ad attaccare e a disseminare l’errore. Tuttavia il Cristiano è perfettamente consapevole del funzionamento del web, e per questo è più critico e più ricettivo nel cogliere quanto c’è di buono e nello scartare il resto. (D’altronde al giorno d’oggi in cui di fatto, almeno in molti luoghi, la stragrande maggioranza degli appartenenti al clero non vuole applicare le norme sull’imprimatur, sarebbe paradossale che venisse introdotto l‘imprimatur al mezzo internet che per sua natura non ha nulla a che fare con l’autorevolezza ed i modi della carta stampata). In questa grande ricchezza pluralista si trovano cose grandiose ed errori esecrabili, ma essendo di ciò consapevole l’internauta, queste cose non diventano altro che il normale percorso del Cristiano verso la Verità, anzi diventano un aiuto nel percorso dell’uomo. Dio chiama come vuole; a volte è più utile uno scrittore irreligioso di uno religioso purché venga letto e capito con un sincero amore per la verità. Lo facevano i primi Cristiani leggendo Platone o, ancor meglio, Plotino che visse quando già esisteva il Cristianesimo pur senza mai divenire Cristiano, anzi piuttosto criticando il Cristianesimo in sé stesso, in quest’epoca possiamo farlo fruttuosamente anche noi.

Ovviamente non significa che la Chiesa debba eclissarsi, mi pare ottima l’idea di creare un dominio di primo livello “.catholic” come richiesto recentemente dal Vaticano (anche se forse sarebbe più sensato un dominio più breve come “.xp”) purché non diventi un dominio ultra-chiuso solo per siti istituzionali senza varietà. Se ci fosse il coraggio per creare un grande comitato molto efficiente per vagliare i contenuti e si aprisse il dominio a soggetti affidabili, ma variegati e dinamici, la presenza cattolica sul web otterrebbe una splendida conquista. Tuttavia ribadisco ancora una volta che ciò dovrebbe essere gestito in maniera tale da creare contenuti veramente interessanti e non piuttosto rassegne stampa di piccola frequentazione e scarso interesse. Ovviamente questa è solo la mia opinione, ma l’idea di avere un circuito di siti cattolici costantemente controllati ma intriganti mi elettrizza.

Non si può in nessun caso trascurare il fatto che il web si configura proprio come un cambiamento di paradigma, qui l’informazione e le idee non circolano partendo dall’alto, ma dal basso e questo non può essere ignorato.

Questa vendemmia di spirito critico però non termina i suoi effetti benefici in quanto appena esposto, ma piuttosto li porta anche nel nostro approcciarci alle conoscenze in generale e alle filosofie. Lo spirito critico è anti-relativista per eccellenza, perché se si iniziano ad approfondire davvero le varie filosofie ci si rende subito conto che esse non sono tutte uguali. Solo chi non critica nulla può accettare a sentimento tutto, ma chi è critico ed attento si rende ben presto conto che esistono posizioni irragionevoli ed altre di ragionevole splendore. Lo spirito critico diviene così un faro per il nostro pensiero e per la nostra ricerca della Verità. Quando sentiamo ad esempio che i Vangeli sono stati manipolati dalla Chiesa secoli dopo Cristo è il metodo storico-critico a mostrarci quanto ciò sia falso. Quando ci viene detto che tutte le visioni del mondo sono uguali è il metodo critico ad invalidare questa affermazione, quando ci viene detto che la tal posizione è valida perché l’ha detta il tal filosofo è il metodo critico che ci permette di andare contro l’autorità verso la verità. Lo stesso S. Tommaso diceva di non guardare a chi lo dice, ma a cosa dice; ottima spiegazione di come agisce chi possiede spirito critico.

Lo spirito critico vagliando le idee si riversa così nell’ambito più importante. La nostra vita. Chi si mette a riflettere sulla coerenza del mondo finisce per riflettere sulla coerenza della propria vita; e solo criticando i nostri modi di agire possiamo arrivare ad innalzarci ed a purificarci: solo chi critica se stesso diviene Santo. Non è poco.

Vocazione

Noi Cristiani ci troviamo spesso davanti al termine vocazione. Penso che esista un’idea sbagliata di vocazione ed una corretta.

Vocazione non significa che la nostra strada è perfettamente predeterminata, che esiste un unico modo per essere Cristiani. Vocazione non significa che dobbiamo essere a priori sacerdoti o laici.

Vocazione significa che siamo liberi e nella nostra libertà dobbiamo chiederci: quale strada mi permette di amare di più Dio? Nella libertà che abbiamo ricevuta sappiamo che nulla è più importante per la creatura che amare il Creatore. La domanda della vocazione è questa: come posso amare massimamente il mio Creatore?

Per ognuno, in base ai carismi e alle propensioni personali, c’è una risposta. Tuttavia se anche sbagliamo non significa che non potremo mai andare in cielo, non significa che siamo perduti né che non potremo essere grandi Santi.

Dio sa tutto, sa cosa sceglieremo e cosa faremo, ma non predetermina nulla contro la nostra libertà. Questo è il senso della vocazione, non una strada che noi dobbiamo controvoglia percorrere, ma un badile che ci permetta, nell’umiltà, di scavare la strada, la nostra strada.

Possiamo così capire perché nel passato recente per vocazione si intendesse quasi esclusivamente la vita sacerdotale, o ancor meglio, religiosa. Quanto è difficile amare Dio nel mondo? Però è anche vero che non questa è la strada per tutti e per tutte le esigenze. A volte l’amore può spingerci al fronte, altre al comando, altre ancora alla logistica; non c’è più dignità nell’uno o nell’altro ruolo, la maggior dignità è solo nel maggior amore. Vocazione non significa che Dio ha deciso di farci frati (o qualunque altra cosa), significa che Dio ci chiama e ci chiede di amarlo, per il nostro bene, al di là del nostro bene; e, vocazione, significa anche che noi abbiamo deciso che, a lui, va risposto.

Il silenzio di Dio

La fede non è cieca, il Signore entra nelle nostre vite con segni grandiosi. Chi non distoglie lo sguardo vede e capisce. Crede alle opere. Però arriva il momento in cui il Signore “sembra dormire”. Ciò è vero per la Chiesa universale, ma è vero anche per la nostra vocazione. Dove sei Dio? Cosa vuoi?

Alla fine, nella nostra storia personale, siamo noi a dover tracciare la strada, perché conosciamo la verità e la verità ci ha resi liberi. Schiavitù di libertà.

Uniamoci tutti in un pensiero d’affetto a Papa Benedetto il Grande. Che il Signore vegli su di lui e lo santifichi sempre.

croce di San Benedetto

Cattolicesimo ed Internet III – Le benedizioni: domanda, risposta

Botta e risposta. È così che siamo abituati; fin da bambini ci affidiamo a qualcuno che conosce più di noi, che ci guida, che ci risponde. Siamo uomini, cioè socievoli. Purtroppo quando si tratta della ricerca della Verità ci scontriamo di fronte ad una realtà dura. Le conoscenze si sono perse, dissipate in un secolo di dissipazioni, il XX. I preti sono vecchi e stanchi. Difficile trovare guide, difficile trovare risposte, difficile trovare Cristiani. Montagne, deserti e campagne, vecchi baluardi della fede, soffrono più degli altri. Ed è qui che entra in gioco la Rete.

Internet dà la possibilità di contattare esperti e di ottenere risposte. Bisogna come sempre fare attenzione alle persone con cui si ha a che fare, ma per il resto l’opportunità è unica. Il Papa nel Libro Luce del Mondo sottolineava come in Germania il numero di vocazioni sul numero dei fedeli praticanti sia aumentato. Certo sono calati i fedeli, ma cosa importa per ciò di cui parliamo? Internet elimina le distanze.

Nella speranza che presto saranno tanti (ma nulla nuoce nel tentar di contattare i singoli), vi lascio l’indirizzo di Amici Domenicani. Dove c’è un Padre, buono e disponibile, al servizio di Dio.

Cattolicesimo ed Internet II – Le benedizioni: insegnante migliore, allievi migliori

Internet ha una potenzialità immensa. Ognuno è in perenne contatto con tutti gli altri internauti. Cosa significa principalmente questo?

Immaginate ora che 20 fra i migliori teologi aprano, aiutati da persone che conoscono a fondo il mezzo di comunicazione (poiché fa parte dell’umiltà anche riconoscere i propri ambiti di conoscenza e non può esserci vera teologia senza umiltà), un canale YouTube. In un attimo, i migliori insegnanti del mondo, sono a contatto con tutti gli studenti del mondo. Non si tratta più di avere insegnanti mediocri, che per forza di cose creano studenti mediocri, ma si tratta di avere i migliori insegnanti ovunque ed in ogni momento. Si tratta di donare la Verità a tutti, g-r-a-t-u-i-t-a-m-e-n-t-e, così come l’abbiamo ricevuta. Si tratta inoltre, rispettando le caratteristiche di YouTube, di poter arrivare a persone che normalmente non avremmo potuto raggiungere. Anche a persone che non hanno la fede.

Immaginate adesso che un gruppo di studiosi si metta a tradurre i testi dei Santi, dei Dottori della Chiesa, dei Concili e del Magistero. Immaginate anche che questi studiosi rinuncino ad ottenere profitti economici fin tanto che questi testi sono utilizzati non per ottenere profitti economici, ma per istruire ed ammaestrare. Immaginate anche che questi testi vengano resi disponibili su Internet. In un secondo gli scrigni del sapere sarebbero a disposizione di chiunque. Chiunque potrebbe recitare su YouTube Sant’Agostino o pubblicare su un Blog le disquisizioni di San Tommaso. Sapere per tutti. Quanto gratuitamente abbiamo ricevuto gratuitamente diamo.

Immaginate infine che la Chiesa rilasci tutti i suoi documenti ufficiali con licenza “Creative Commons – Attribuzione – Non commerciale“. Immaginate cioè che ogni fedele possa, senza violare la legge, rendere disponibile a chiunque il Catechismo della Chiesa Cattolica o l’enciclica Humani generis. Immaginate che chiunque sia capace di creare un sito migliore e più efficiente possa contribuire massimamente alla diffusione e alla difesa della fede. Sotto che condizioni? Sotto le due condizioni della licenza: la prima – “Devi attribuire la paternità dell’opera nei modi indicati dall’autore o da chi ti ha dato l’opera in licenza e in modo tale da non suggerire che essi avallino te o il modo in cui tu usi l’opera.“, in maniera tale che non vi sia confusione fra chi ha creato l’opera e chi la sta utilizzando (ognuno con la rispettiva autorevolezza agli occhi del pubblico) e la seconda – “Non puoi usare quest’opera per fini commerciali“, affinché chiunque stampi o venda paghi il giusto tributo alla Chiesa (chi può negare che chiunque, pur avendo conosciuto l’opera online, se la vuol studiare a fondo finirà per comprarla?). Immaginatevi siti veramente efficienti per leggere la Bibbia o il Catechismo, immaginatevi recitazione commoventi del Vangelo su YouTube, immaginatevi tutto questo e chiedetevi se ne abbiamo bisogno.

La nostra Fede è bella e vera, che non sia il denaro a limitarla ed a reprimerla in piccoli spazi, possa volare libera. Dio ci sustenta, e col denaro e con la sapienza.

Cattolicesimo ed Internet I – Le benedizioni: l’anticlericalismo

“Se la fede ch’essi posseggono è tale da essere abbattuta da qualsiasi ragionamento, allora è meglio che sia abbattuta e ch’essi abbandonino la verità… Come può essere buon cambiavalute, chi è incapace di sceverare le monete vere da quelle false?” (Clemente d’Alessandria)

Il 6 agosto 1991 il mondo è cambiato. Nasceva il Web. Questo mutamento non può essere ignorato dai testimoni della Fede. Per vivere il Web però serve un cambio di paradigma, non bastano proclamazioni ideali di chi non conosce. Questa realtà, per sfruttarla, bisogna padroneggiarla. Nell’ultimo decennio perfino le grandi aziende di marketing si sono trovate in difficoltà davanti ad un mercato che rifiutava sistematicamente le offerte pubblicitarie tradizionali, e si sono trovate a dover riscrivere i propri metodi. Cercherò di dare un mio piccolo contributo. In questo post inizierò ad analizzare una delle grandi benedizioni del web: l’ateismo anticlericale.

Ovviamente non sono diventato pazzo, so con certezza che esiste Dio e che ha istituito la Chiesa come madre e maestra. Tuttavia la violenza anticlericale è salutare, non solo perché in passato la Fede è nata sulle persecuzioni e perché è scritto che la via del Cristiano è la croce, ma anche perché:

a) Chi crede oggi ha per forza di cose una Fede più salda ed una maggior capacità di discernere il vero dal falso. San Francesco profetizzò un’età oscura, ma profetizzò anche che coloro che avessero mantenuto la Fede in quell’epoca avrebbero avuto molti più meriti di quanti non ne avessero allora.

b) La saldezza della Fede aiuta la testimonianza. Ora che essere Cristiano è una scelta contro il sentire comune, i Cristiani sono maggiormente testimoni. Rispondere con l’amore e con la fermezza della Verità è una grande testimonianza.

c) Nei pochi casi in cui le contestazioni sono vere e puntuali ciò è un grande vantaggio sia perché la Chiesa può migliorare e correggere se stessa sia perché la presenza del male e dell’imperfezione ci aiuta meglio a capire il piano di Dio per il mondo. Così ad un dio-fantoccio presente solo nella nostra testa sostituiamo il Dio vero, colui che fa piovere sul giusto e sull’ingiusto e colui che ha reso libero l’uomo perché decidesse della propria fortuna. La Chiesa istituzione è formata da uomini, peccatori, che faticosamente camminano verso la salvezza, alcuni prendendola altri perdendola.

I giovani che credono nonostante tutto sono potenti, nella loro fede c’è purezza, credono contro se stessi ed amano e praticano secondo Dio. Essi sono sovente più rigidi degli adulti, perché sanno che preziosa è la loro salvezza.

Declino

Il declino del nostro mondo, della nostra cultura, di noi stessi, è nell’aria. Non mi riferisco alla crisi economica, che del declino non è altro che una piccola marginale conseguenza. Essa era prevedibile e prevista da più parti (io stesso, nel mio piccolo, in un post del 21 Gennaio 2008, nel mio defunto blog, parlavo dell’imminente crisi). Questa crisi non è altro che la caduca manifestazione della crisi ben più grave che ha colpito il Mondo Occidentale. Si tratta di una crisi profonda, da cui non pare esserci via d’uscita, ciò che resta è solo la fiducia e la speranza nel Dio che salva e che più volte ha mostrato accondiscendenza per gli uomini.

L’origine di tutti i mali è una sola: nei secoli l’individualismo è diventato sempre più forte, ha spazzato via la carità fino al punto da essere esaltato come l’unico bene e qualcosa di cui vantarsi. Tutti i mali nascono da questo unico peccato originale: l’uomo che vuole farsi Dio e dunque da importanza solo al proprio io. L’individuo così diviene auto-distruttivo, tuttavia non solo soffre ma distrugge.

Prima di tutto la società, poiché nessuna legge può imporsi se non è accettata autonomamente dalla maggioranza dei singoli. Per intenderci non è possibile eliminare la corruzione fino a che nella mentalità dei singoli la corruzione viene tollerata od auspicata. I sistemi repressivi sono infatti insufficienti: un sistema legislativo non potrà mai controllare chiunque. Il singolo rispetta la legge solo se la assurge a propria norma. Dunque in un mondo in cui ogni uomo è ridotto ad individuo, non può esserci legge se non la legge del più forte. Ogni individuo infatti massimizza il proprio utile a discapito degli altri, che non sono altro che altri individui e dunque avversari.

L’individualismo distrugge poi ogni capacità dell’uomo di sapere e di conoscere. Infatti poiché ogni individuo è metro, modello e giudice di sé stesso, ciò significa che non esiste più la percezione della realtà, ma solo idee relative ad ogni individuo, dottrina che prende il nome di relativismo.

Questa visione oltre a rendere ciechi, distrugge ogni freno alle azioni individualiste, se la realtà è solo la mia realtà allora la giustizia è solo la mia giustizia e la felicità è solo la mia felicità. Non ci sono più freni. Per prima cosa l’altro ha valore solo in quanto può darmi qualcosa (anche Dio ha valore solo in quanto slot-machine della vita). Ogni rapporto, ogni scelta, ogni desiderio è assoggettato alla caducità di una felicità individuale. In secondo luogo l’uomo diviene schiavo delle proprie sozzure. Non riuscendo più a vedere la stella polare della realtà è costretto a navigare a spanne, schiavo della propria ignoranza, incapace di raggiungere alcuna rotta veramente desiderata. Infelice. Così l’uomo cerca un ben-essere che l’individuo non gli può dare, poiché senza realtà non c’è direzione.

Questa spirale auto-distruttiva si è impossessata di tutto il nostro mondo, nessuno fa più niente bene poiché non esiste un Bene. Tutti pensano per sé ed in questo modo tutti condannano se stessi. Non si tratta di un discorso religioso nel senso moderno del termine, al contrario, si tratta di una fattualità della vita. Da una parte l’uomo che ha bisogno della socialità per stare bene è costretto a soffrire poiché non è più visto come persona ma come individuo che dunque vale in quanto può dare (che in genere visto il concetto di “potere d’acquisto” si riduce a: vale in quanto ha denaro); dall’altra parte la nostra struttura sociale che è destinata al collasso poiché se ognuno agisce solo per sé nulla può stare assieme. Come il tumore erode il corpo e la metastasi lo uccide, così è l’individualismo che prima colpisce la società nei suoi gangli vitali e poi si espande senza freno condannandola alla morte. Se ognuno di noi agisce come una scheggia impazzita il tessuto si disgrega e l’ordine viene meno, anarchia.

Se il lavoro è lo stipendio, il bambino viene trascurato dall’insegnante, il malato dal medico, il figlio dalla madre. Mi rendo conto di stare cantando il canto funebre della nostra società. Esistono uomini che sono ormai bestie e bestie che vengono considerate uomini, ma noi nel nostro piccolo possiamo essere quella luce ormai perduta, affinché al sopraggiungere del vento ci sia ancora qualche speranza di ravvivare il fuoco.

S’ode un esercito marciare.

Sono mesi che non scrivo, ma non ho abbandonato il sito, tutt’altro; questo progetto è sempre nel mio cuore. Questi mesi di silenzio hanno accompagnato una metamorfosi, poiché è necessario che in questo sito scorra linfa e non foglie secche. BiancoFulmine.com non è un sito di prediche, questo è compito dei presbiteri, non è sito di proclami, questo è compito dei potenti, è un sito di viaggio, del mio viaggio verso la verità. Del mio e del vostro, in quanto vorrete dialogare, in quanto vorrete anche voi gustare l’Origine. È una strada, la nostra strada, quella che ci è dato percorrere nel breve spazio delle nostre vite, poiché noi tutti morireremo, ma al momento non saremo tutti nel medesimo luogo. Voi potete pensare che sia una sfida solitaria, ma non è vero. I santi si riconoscono fra la folla, sono un esercito, sono l’esercito. Dove non arrivo io arriva mio fratello, egli distrugge le montagne che mi sovrastano e le sue per mano mia divengono cenere. Un esercito: cammino solo, eppure s’ode un esercito marciare.

Guadagnare la vetta.

Dopo tanto tempo in cui per vari motivi non ho scritto nulla, verrebbe da fare un articolo sui massimi sistemi, qualcosa che compensi l’attesa. Allora nasce spontanea una domanda: di cosa è importante parlare? Gli articoli sulla metafisica sono più importanti degli articoli su piccoli fatti quotidiani? Certo che sì e certo che no. Certo che sì perché, in fin dei conti, anche gli articoli sui fatti quotidiani, acquistano significato, nonché il diritto ad essere pubblicati sul mio blog, proprio perché rimandano a qualcosa di grande, di altro, qualcosa che va oltre la vuota fattualità a cui tanti mediocri romanzi moderni ci hanno abituato. Qualcosa che assorbe il nostro sguardo, qualcosa che riempie lo specchio delle nostre menti permettendoci di riflettere, qualcosa che ci appaga come uomini.

Certo che no perché in fin dei conti non conta quello che io posso dire, ma quello che voi potete vivere. Posso scrivere pagine o poche righe, ma il punto non è questo, il punto è cosa potete estrarre voi da un testo. San Tommaso diceva di non guardare a chi lo dice, ma a cosa dice. E questa è una grande verità. Ciò che conta è solo il piccolo aiuto che io posso dare al vostro intelletto (e, dialogando, voi al mio); come una piccola pietra in una parete di roccia: aiuta, ma la fatica è di chi scala. Nessun altro può guadagnargli la vetta.

Il Papa non mangia tartufi

Tutti criticano la Chiesa dicendo che dovrebbe vendere i propri beni, che potrebbe sfamare “mezza Africa con l’anello del Papa” (anello che contiene l’oro di tre fedi, allora se tu lettore vendessi la tua macchina si conscio che sfameresti più persone). Poco conta che il Papa quando ha ricevuto in regalo un tartufo da 50.000€ lo abbia inviato subito alle mense della Caritas (17 novembre 2010), o che destini gran parte dei propri ricavi personali di teologo alla sua fondazione che si occupa di iniziative umanitarie e di approfondimento teologico. O ancora che abbia uno stile di vita sobrio e con meno comfort di quello mediamente presente nelle nostre case opulente.

Poco conta, perché gli attacchi sono critiche distruttive, mosse dall’invidia e mai supportate dai fatti. Basterebbe che i critici mettessero mano ai loro beni personali quanto fa il Papa per aiutare le persone. Eppure non lo fanno, non lo fanno perché è più facile criticare, dare la colpa all’altro, accusarlo; mentre il nostro povero cuore rimane, inesorabilmente,    vuoto.

Il fremito della giustizia

Come spiegare cos’è un eroe? Come trasmettere il fremito della verità e della giustizia? A chi parlo io? Può un uomo aprirsi ad una realtà più grande se non è il cuore a spingerlo? Ed il cuore deve essere speciale o tutti noi abbiamo un cuore che pulsa, che ammira la giustizia? Chi vuole essere un eroe? Chi vuole amare la giustizia? Soffrire per essa, vivere di essa e risorgere con essa? Incontro anime grandi e le riconosco, mi basta poco per godere della loro luce. Io le cerco per scaldarmi al loro fuoco, per permettere alle nostre luci di entrare in risonanza, di fortificare le nostre vite. Incontrare una persona il cui nòcciolo è d’oro fino, anche se non è espresso, anche se è solo all’inizio, è una benedizione; si vede un leone fiero che chiede solo di nascere. L’embrione di un eroe. E mentre ci occupiamo di manifestare quel po’ d’oro che forma le nostre anime; lo plasmiamo, lo accresciamo e lo puliamo dalle lordure del mondo; mentre facciamo questo i bagliori delle nostre spade, delle spade di noi fratelli sconosciuti, illuminano l’etere, è l’inizio della nostra era, protetti dagli eroi di ieri, protettori degli eroi di domani.

Sfiducia nella Fede

Il diavolo è entrato in mezzo a noi, ed è qui per disperdere le pecore. Lo fa disperdendo la nostra fede, così ci sono credenti che temono il confronto con qualunque altra visione del mondo, perché ritengono il proprio credo debole e senza fondamento. I Padri e i Dottori non ebbero paura di prendere quanto di buono c’era fra i pagani, di riconoscere la divina bellezza ovunque vibrava. Alcuni fra coloro che si definiscono uomini di fede hanno cercato, coi loro consigli, di bloccare la mia ricerca; tentando di trasmettermi una fede debole come quella negli dèi falsi e bugiardi, ma ben più sicuro legno dice “Oggi, via via che il Vangelo entra in contatto con aree culturali rimaste finora al di fuori dell’ambito di irradiazione del cristianesimo, nuovi compiti si aprono all’inculturazione. Problemi analoghi a quelli che la Chiesa dovette affrontare nei primi secoli si pongono alla nostra generazione. Il mio pensiero va spontaneamente alle terre d’Oriente, così ricche di tradizioni religiose e filosofiche molto antiche. Tra esse, l’India occupa un posto particolare. Un grande slancio spirituale porta il pensiero indiano alla ricerca di un’esperienza che, liberando lo spirito dai condizionamenti del tempo e dello spazio, abbia valore di assoluto. Nel dinamismo di questa ricerca di liberazione si situano grandi sistemi metafisici.Spetta ai cristiani di oggi, innanzitutto a quelli dell’India, il compito di estrarre da questo ricco patrimonio gli elementi compatibili con la loro fede così che ne derivi un arricchimento del pensiero cristiano. […] quando la Chiesa entra in contatto con grandi culture precedentemente non ancora raggiunte, non può lasciarsi alle spalle ciò che ha acquisito dall’inculturazione nel pensiero greco-latino.” (Fides et ratio, 72). La fede cattolica ha un legame così profondo con la verità che si può dire, senza timore, che ciò che è vero è cattolico. Non a caso “cattolico”, che oggi per decadenza viene usato solo per la fede, significa “universale”. Dunque non si deve temere nulla, poiché non dobbiamo difendere un insieme di credenze (come devono fare le altre fedi le quali sono deboli), dobbiamo parlare della verità, e la verità, si sa, si difende benissimo da sola.

I razionalisti invece non credono alla fede, peccato che tutto si conosce per fede. Non potendo, infatti, l’uomo trascendere se stesso, i presupposti della sua ragione non sono altro che atti di fede.

Per quanto riguarda ciò che non è reale la sfiducia è intelligenza; verità che si impone con potenza da se stessa. E su questo non occorre aggiungere altro.

Perfezione.

Si pretende la perfezione. Quando un’anima inizia ad addentrarsi nella via spirituale si pretende che sia già perfetta (diceva a grandi linee, stante la memoria, S. Teresa D’Avila nel Castello Interiore). Noi uomini siamo deboli, quindi quando scorgiamo qualcuno che pare solido, subito lo pretendiamo perfetto, altrimenti è un impostore, deve essere un impostore perché il santo da cartolina è, nella nostra mentalità, unico, predestinato, immacolato, incapace di peccare, buono da appendere ad un muro, ma imitarlo, impossibile, come si potrebbe? Noi che siamo peccatori! Invece il santo vero è scomodo, perché è uno che lotta, uno che ci guarda e ci dice “ce la puoi fare anche tu, vieni” e ce lo dice sorridendo, uno che ci accusa per la nostra mollezza, uno le cui azioni pretenderebbero di farci lasciare tutto per il Tutto. Inaccettabile, troppo esigente, troppo umano.

Simili paure attanagliano coloro che temono la verità e quando odono qualche fatto straordinario subito accusano di malattie psicologiche il testimone. Questi fanno torto da due parti. Da una parte perché giudicano a priori per difendere teorie che, evidentemente, percepiscono come deboli, ciò è dimostrato dal fatto che hanno paura di approfondire un semplice accadimento per valutarle. Dall’altra perché, dicendo che se uno ha avuto una qualche forma di debolezza allora va scartata interamente la sua opinione, dicono in realtà che nessuno è testimone, poiché nessun uomo è come loro lo vorrebbero, ogni uomo ha le sue debolezze; certo molti le nascondono e allora agli ingenui appaiono più credibili, ma nessuno ne è privo, non potendosi trovare la perfezione in una natura limitata.

Dunque se Dio che è perfetto agisse solo tramite perfetti, la sua perfezione non sarebbe ben poca cosa? Trarre il perfetto dall’imperfetto, mantenendo la libertà, questo è indubbiamente più perfetto.

La debolezza di Dio

“Credere in Dio non è poi così facile come sembra.”

Molte persone vivono di un Dio debole, lo privano dell’onnipotenza e si sentono in dovere di sopperire alla sua debolezza. Questo è un male trasversale alle varie professioni e si manifesta nei modi più bizzarri. Ad esempio se in una rivelazione privata, riconosciuta dalla Chiesa (fatto che, per inciso, non obbliga il fedele a credere, bastando la rivelazione pubblica), Dio ha promesso qualcosa, questi teorici della debolezza di Dio si affrettano a dire a tutti che la promessa esiste, è vero, ma che serve una determinata disposizione, che è limitata da determinate clausole, che non è possibile che sia efficace nella maniera più immediata. Questo nasce dalla paura e dal sentimento tutto umano; da una parte si teme che quanto predetto da Dio non si avveri e dall’altra non si sopporta che Dio possa essere così buono con persone che giudichiamo così inferiori a noi o così simili. Un altro esempio è colui che si affanna a dire che l’unico testo ispirato è quello autografo dell’agiografo, “bene” diciamo noi “dunque Dio ha fallito” poiché quel volume non esiste più. Dio, onnipotente, ha dato una rivelazione destinata a perdersi, pertanto il fatto che non abbiamo un libro dorato chiuso in una teca è un fallimento di Dio, invece che una profonda manifestazione della pedagogia divina che ha ispirato le Scritture con lo Spirito che dimora nella Chiesa.

Si vuole sempre correre a chiudere i buchi, a coprire le mancanze che Dio ha avuto; se una cosa va storta non è potenza di Dio, per noi è un fenomeno casuale, come se il caso fosse il bunker anti-Dio; se il mondo non ci piace, per forza non deve essere perfetto, come se il mondo fosse limite per Dio. Il limite dell’io, per noi, è sempre limite di Dio, leggero egocentrismo. Se Dio promette che chiunque recita per dodici anni delle orazioni non andrà in purgatorio, sarà accettato fra i martiri come se avesse versato il proprio sangue per la fede, conoscerà la propria morte un mese prima che avvenga, santificherà tre anime e salverà le quattro generazioni a lui successive come successo a S.Brigida (potete trovare la preghiera nel mio libro) questa è potenza di Dio e a nulla valgono i commenti. Tuttavia per noi che siamo deboli non è dannoso pensare che chi, per dodici anni, riesce fedelmente a dedicare uno spazio della giornata a Dio, necessariamente ha una disposizione interiore positiva e perseverante, fosse anche all’inizio il peggiore dei peccatori, e se Dio sostiene la perseveranza onererà anche la promessa. E con la sua grazia, guadagnata da quest’opera, disgregherà ogni inciampo alla salvezza. Credere in Dio non è poi così facile come sembra.

L’inganno della ragione

Dove si tratta di come la ragione non possa nulla se unita alla superbia e di come l’uomo, essere limitato, conosca quando riconosce i suoi limiti e limiti le sue capacità quando non li riconosce.

 È naturale che la ragione sfoci nell’intelletto, a meno che essa non incontri il suo mortale nemico, la superbia. Infatti è per ragione che si sono commessi i più grandi crimini della storia moderna, perché essa avvinghiata dalla superbia ha finito per perdere la sua natura. Quando l’uomo non riconosce i propri limiti, il proprio sguardo parziale, finisce per credersi onnisciente e sistematicamente fa il male. Così chi sterminava le altre razze perché inferiori, chi massacrava i piccoli proprietari perché nemici e chi stravolgeva l’ordine sociale per avere vantaggi economici a scapito degli altri. Errori di ottica. Errori che spesso hanno portato a guardare con sospetto chi dice di parlare per la verità, non tanto perché sia logico che esistono solo verità soggettive (cosa falsa ma sistematicamente propagandata dalla nostra società), ma perché chi lo ha detto con superbia ha generato mostri: il sogno della ragione genera mostri.

Quanto sia importante usare bene la ragione per capire la realtà ce lo insegnano gli eretici (Concilio di Trento – Sessione IV) che escludono i libri deuterocanonici veterotestamentari dalla Bibbia; il ragionamento di fondo era molto semplice: gli Ebrei non riconoscono come ispirati questi libri, dunque vanno esclusi. A dirla così sembrerebbe razionale infatti anche S.Gerolamo, colui che guidò la realizzazione della Vulgata, la Bibbia in latino che divenne di riferimento per la Chiesa, aveva la stessa opinione. Tuttavia cosa distinse S.Gerolamo dagli altri? Il fatto che conoscendo i propri limiti umani mise anche i libri deuterocanonici nella Bibbia che stava preparando, affidandosi al giudizio della Chiesa e consapevole che la sua valutazione, se pur poteva apparire razionale, doveva mancare d’intelligenza da qualche parte. In quest’uomo la ragione guidata dall’umiltà non si discosta dall’intelletto.

Inutile dire che oggi la ragione ha qualche elemento in più e può procedere più ferma nel discorso. All’epoca di Gesù Cristo la religione ebraica era una religione cultuale, incentrata cioè sul Tempio di Gerusalemme. Dunque non esisteva un canone determinato poiché l’Ebraismo non era ancora una religione del libro. Il canone venne così chiuso nel II o III secolo dopo Cristo, molto dopo la scrittura dei libri del Nuovo Testamento e a grande distanza dalla vita pubblica di Cristo. E chi chiudeva questo canone? L’unica setta ebrea che riuscì a prevalere e ad imporsi cioè il fariseismo (origine dell’ebraismo moderno), che era solo una parte del vasto panorama dottrinale del I secolo d.C. Cosa possiamo aggiungere? Che la comunità ebraica di Alessandria nella propria traduzione della Bibbia in Greco (Bibbia dei LXX) riteneva i deuterocanonici uguali ai protocanonici avendoli inclusi nello stesso testo senza distinzioni (e stiamo parlando del periodo precedente alla nascita di Cristo, un periodo in cui, fra l’altro, esistevano un sacco di libri apocrifi che non vennero inclusi nella LXX). E non dobbiamo pensare ad una comunità scismatica, gli ebrei d’Alessandria erano in ottimi rapporti con gli ebrei di Gerusalemme e non risulta che ci fossero state dispute sull’inserimento dei libri nel canone. Ma non è finita, a Gerusalemme il primo libro dei Maccabei, quello di Baruc, di Tobia e di Giuditta erano letti pubblicamente nelle sinagoghe, inoltre l’ispirazione della Sapienza fu in discussione fino al sec. VI e il Siracide fu considerato Sacra Scrittura fino al sec. X. Che poi i libri ispirati andassero presi dalla tradizione ebraica riconosciuta da Gesù e dagli Apostoli, e non da coloro che non avevano riconosciuto il Messia promesso e che, anzi, si stavano impegnando per escluderlo dalla loro vita, non vale nemmeno la pena di sottolinearlo. Così strana sei, o Ragione, sommi a chi non è nulla e sottrai a chi, invece, è tutto.

20 secondi per Dio

Immagine di un timerVi propongo un atto molto semplice, prendete il vostro cellulare e impostate una sveglia alle 15:00 di ogni giorno. Salvatevi in un messaggio (o direttamente nella sveglia) questa frase: “O Sangue e Acqua, che scaturisti dal Cuore di Gesù come sorgente di Misericordia per noi, confido in te!“. Ogni giorno alle tre, ora della morte di Nostro Signore Gesù Cristo in croce, fermatevi un attimo, fatevi il segno della croce e recitate la frase. Sono meno di 20 secondi, secondo voi Dio li merita?

Se vi sembra una bella idea condividete con chiunque voglia ricordarsi di Dio nella propria vita. Vi auguro ogni bene.

Cattolicesimo e politica, una gran confusione.

Oggigiorno c’è una gran confusione sui rapporti fra cattolicesimo e politica, il problema di fondo è che la cultura dominante etichetta come imposizione del Cattolicesimo qualsiasi cosa vada contro l’individualismo (cioè ogni cosa che si batta per la dignità della persona umana). Nasce così la leggenda che i Cattolici vogliano imporre la loro fede, intesa come fede nella Chiesa Cattolica, a tutti gli altri. La Chiesa Cattolica ha cinque precetti: a) Partecipa alla Messa la domenica e le altre feste comandate e rimani libero dalle occupazioni del lavoro; b) Confessa i tuoi peccati almeno una volta all’anno; c) Ricevi il sacramento dell’Eucaristia almeno a Pasqua; d) In giorni stabiliti dalla Chiesa astieniti dal mangiare carne e osserva il digiuno; e) Sovvieni alle necessità della Chiesa (per approfondire CCC 2041-2043). Ora non si è mai sentito che qualcuno proponga per legge l’obbligatorietà di andare a Messa o di confessarsi almeno una volta all’anno, per un Cattolico è contraddittorio imporre per legge la propria fede. Ciò violerebbe il diritto alla libertà religiosa del singolo, tutelato dalla fede. Ciò che propongono i Cattolici, uniti alle persone di buon senso, non riguarda la fede nella Chiesa, ma la verità e la giustizia. Non uccidere l’innocente è comandamento di verità e giustizia, dunque deve prevalere erga omnes nella legislazione civile. Qualora, come nell’aborto, si legittimi per legge la soppressione dell’innocente, non è come membri della Chiesa che ci opponiamo, ma come uomini, in virtù della giustizia e della verità.

Ne consegue che la critiche che si fanno alle opinioni cattoliche in quanto cattoliche (che etimologicamente significa universali, non dimentichiamolo mai), dimostrano la pochezza e la mancanza di fondamento dei ragionamenti avversari; se ci sono critiche invece sui presupposti o sulla verità dei ragionamenti quelle dimostrano accortezza, onestà ed attenzione. Quando la Chiesa parla alla società civile lo fa come araldo di verità e sulla verità si basano i suoi ragionamenti, se qualcuno vi trova qualcosa contro giustizia la deve manifestare come mancanza di verità. Ritenere invece che i membri della Chiesa non abbiano libertà d’espressione è semplicemente la più becera delle intolleranze ed una vile scappatoia dal punto delle questioni.

Mi rendo conto che il mio discorso si presta ad essere male interpretato sia da una parte che dall’altra, poiché il demonio è amico delle esagerazioni e dei fraintendimenti, ma ciò, da un certo punto di vista, è un bene, perché per conoscere la verità bisogna sempre camminare sul filo del rasoio, evitando di essere frettolosi e superficiali; se non s’impara questo la nostra ricerca non procederà e, ciò che conta sviluppare, non sono i grandi numeri, siamo noi come persone.

Mors tua vita mea.

Monumento realizzato in commemorazione di tutti i bambini uccisi dall'aborto e di tutto il dolore sofferto dalle loro madri.

Siamo creature chiamate al bene, per questo il Male si nasconde fra noi sotto forma di bene. Quando feriamo qualcuno, quand’anche lo violiamo nella sua essenza, ci raccontiamo che lo facciamo per il bene. Così i genitori vengono dimenticati in un ospizio perché lì possono essere meglio curati, i bambini uccisi perché non avrebbero avuto un buon futuro, i popoli violentati perché possano avere il progresso. Eppure la nostra società occidentale una cosa ce l’aveva inculcata bene nella testa, e, cioè, che non vige la legge del più forte. Che i forti devono soccorrere i deboli e che noi siamo chiamati come comunità a servire il bene. Ma si sa, i valori antichi sono fuori moda, e si preferisce dimenticarsi di questa “assurdità” anti-individualista. Così l’ago che già si era spostato dal bene al giustificare il male come un bene della persona danneggiata, ora ha fatto un ulteriore scatto e vuole giustificare il male con il proprio individuale bene. Nascono così richieste come la legalizzazione dell’infanticidio post-parto e l’incentivazione dell’infanticidio pre-parto con assoluta noncuranza della successiva e devastante sindrome post-aborto. Infatti se ci si pensa bene tutte le lotte per questi diritti-storti sono giustificate principalmente dalla gratificazione personale di chi combatte queste battaglie, cosa giova a questi attivisti fare 100’000 aborti all’anno forzando la mano alle persone? Cosa giova se non gratificazione per la propria capacità di perseguire un’idea e di imporla? (O anche per il proprio portafoglio?) Se essi amano veramente i diritti perché non si occupano del problema in tutta la sua vastità? Perché il supporto a chi soffre per l’omicidio volontario del propri figlio non è da loro contemplato, perché alle donne non si parla compiutamente, perché si nascondono le cose celandone il nome?

Essere Cattolici significa anche questo: contemplare tutti i problemi nella loro vastità, sforzandosi di non dimenticare nulla e senza cedere alla tentazione di prendere una posizione di parte, senza cioè offendere la giustizia. Posizione ragionevolissima assolutamente. Significa ricordarsi dei diritti della madre senza scordarsi di quelli del bambino; della dignità dell’immigrato, senza scordarsi del bene dell’autoctono; dei legami che ci uniscono e della realtà nella sua oggettività.

Oggi invece la società procede verso l’individualismo più sfrenato, verso la tentazione non solo di prendere le cose in maniera di parte, ma di considerarle mediante un’unica parte, il proprio io. Tristo destino, poiché solo nell’amore c’è il nostro bene. L’egoismo, inganno diabolico, paga la sua moneta con la disperazione. Tuttavia anche a livello materiale i nodi vengono ben presto al pettine, poiché dove vige la legge del più forte, il più forte è sempre, e necessariamente, qualcun altro.

Solo chi ama converte

Sulla conversione l’idea ricorrente è qualcosa del tipo “non bisogna convertire le persone bisogna semplicemente amarle“, ora fintanto che questa frase significa che a convertire è Dio e che il miglior esempio è far vedere Dio in noi, cioè quel poco di bene di cui siamo capaci, ciò è vero. Tuttavia oggi molti vedono in questa frase un rifiuto del mandato di convertire, sostituito da una visione buonista del reale. Ciò che sfugge a queste persone è che la conversione è amore. Infatti l’atto massimo di amore per una persona è desiderare per lei il bene massimo; dunque, nel concreto, l’atto d’amore per eccellenza (nel senso proprio del termine) è indirizzare una persona al Paradiso. Quando amiamo un nostro fratello non possiamo trattenerci dal desiderare per lui la conversione del cuore e dunque la gloria eterna.

La religione non è un fatto personale, è un’aderenza più o meno accentuata alla verità. Chi ama spera che l’altro conosca la verità perché spera nel bene dell’altro. Chi possedendo una medicina per curare il proprio amico gli dona del veleno? E chi si preoccupa delle maldicenze pur di salvare la persona amata? Chi vuole convertire è chi ama. E se qualcuno vuole convertire non amando, serve solo il proprio egoismo; e prepara la propria condanna.

Vincere il drago.

Generalmente i politici, ammantati di individualismo, sognano di entrare nella Storia. Sognano di essere studiati ed additati, non in quanto realizzatori di una parte del Bene, ma in quanto individui, Napoleone non è ricordato in quanto modello dell’imperatore o dell’uomo buono, ma in quanto Napoleone Bonaparte nato il 15 agosto 1769 ad Ajaccio. Egli stesso amava a tal punto i particolari più piccoli della propria esistenza individuale da modificare il nome di S.Neopolo in S.Napoleone e da spostare il ricordo del santo dal 2 maggio al 15 agosto. Ecco un fenomeno tipicamente moderno, il culto della personalità, cosa inconcepibile nel Medioevo, ma incentivata per ogni individuo dalla nostra cultura decadente.

L’individualismo è la fonte del desiderio di essere personaggi storici. Tuttavia il ricordo non è preservato solo dalla storia. Anzi, in qualche modo la storia si ferma all’aspetto più superficiale di un individuo, perché si fissa con i particolari della sua esistenza. Cerca di capire se il tale è nato il 2 oppure il 3 luglio, o se ha marciato verso la tale città, come raccontano le fonti, o se, invece, non è più probabile che abbia cavalcato vista la distanza. La storia si fissa con un tale e ne parla senza sosta, incurante di cosa quel tale possa insegnare ancora oggi, incurante di quello che, in profondità, lo ha reso degno di menzione presso i contemporanei. Spesso anzi la storia non parla più ai contemporanei ed infatti viene dimenticata e rilegata in ambienti ristretti, poco significativi e poco duraturi. La storia più rigida è la storia dei fatti individuali, quella che si attiene strettamente a ciò che non significa nulla, poiché non è il giorno esatto di una tale battaglia, che la rende importante, né il conteggio esatto dei feriti, o la descrizione minuziosa delle strategie; ciò che rende importante una battaglia è ciò che ha causato e ciò che ha cambiato. Le famiglie che ha lasciato nel pianto e gli equilibri che ha modificato, per i prossimi, e ciò che ci insegna, per i posteri. Esiste un ricordo diverso, la leggenda.

La leggenda non è individualista, trascende gli aspetti piccoli e insignificanti del singolo per rendere il singolo un paladino del bene. La leggenda è fatta non per esaltare un individuo, ma per aiutare una persona, per riempire cioè il lettore di ciò che è positivo e salutare. Desiderare la leggenda significa essere indifferenti a ciò che deriva dal nostro piccolo essere, ambendo invece al bene. Perché il vero protagonista della leggenda non è l’eroe, è il bene che anima l’eroe. È la grandezza della sua anima, che è grandezza che riempie la sua anima, non è l’animale di per sé. L’eroe della leggenda non è preoccupato di essere ricordato come il tale, è preoccupato di continuare a fare del bene, di divenire maestro del bene, per poter servire il bene al di là della propria limitata esistenza.

Poi, per uno di quegli scherzi a cui l’intelligenza ci ha abituati, proprio l’eroe che si disinteressa di se stesso invece che perdersi si ritrova, e mentre la polvere divora, egli vive e combatte, ancora.

Non esistono politici cattolici

Si fa un bel parlare da molto tempo, anche da parte di esponenti ben in vista della Chiesa, della necessità di una nuova generazione di politici cattolici. Poco conta che la ricerca di questa generazione nuova si basi su strutture vecchie, che poco hanno fatto fino ad ora e che si vorrebbero improvvisamente vive ed arzille pronte ad abbandonare tutti i difetti che hanno dimostrato di possedere fino a ieri, il vero problema è un problema di mentalità. Oggi esiste tutta una cultura dominante, che riguarda soprattutto i giovani di ieri (mi risulta difficile trovare una miglior definizione visto che essi stessi rifiutano di abbandonare la terminologia propria dell’età giovanile, escludendo tutti i vocaboli generalmente riferiti all’età adulta e all’età senile), che è in un certo senso incapace di vivere il cattolicesimo politicamente. È come se, per un largo strato della cultura cattolica, il Cattolicesimo fosse diventata questione di secondo piano sovrastato da contingenze che di volta in volta venivano indicate come più importanti e prioritarie. A questa sfiducia generale nella verità del Cattolicesimo (perché mettere in secondo piano i cardini di una certa visione del mondo, può significare solamente che si dubita di quella visione del mondo stessa) sono seguite tutte una serie di conseguenze che partendo dalla vita morale dei singoli si sono ripercosse sempre più ferocemente in tutti i meandri della società, fino al punto da spingere gruppi di credenti ad essere incapaci di esprimere chiaramente il Cattolicesimo ad altri credenti. Il sovrabbondare di documenti fumosi che nascondono le questioni sotto etti di nebbia ne è una prova lampante.

Ovviamente in questa confusione generale il termine di cattolico per un politico è diventato semplicemente un’opportunità. Invece che rispecchiare una reale propensione per la verità è andato a significare una reale propensione a prendere i voti in un elettorato più o meno moderato e molto più attento alla forma che non alla sostanza dei problemi. Ad esempio è inconcepibile che un politico cattolico non attacchi frequentemente e frontalmente il genocidio legalizzato chiamato aborto, e, si badi bene, non lo dovrebbe attaccare in quanto credente in Gesù Cristo, ma in quanto amante della verità. Infatti il politico cattolico non ha alcun interesse, come politico, ad imporre una fede (andrebbe anzi contro la fede che professa facendolo), ciò che deve fare è riportare il buonsenso, cioè il rispetto della verità. La giustizia ci sovrasta tutti, questo dovrebbe dire un politico cattolico; non perdere il proprio tempo ad infangare questa o quella vita personale, perché sta scritto di non giudicare, per non essere giudicati e che con la misura con la quale misuriamo saremo misurati e la Chiesa, fedele a questa linea, ha ribadito anche recentemente che si condanna il peccato, ma non il peccatore.

Come ripartire? Se si vuole davvero una nuova generazione di politici cattolici, prima di tutto bisogna scollegarsi dalle vecchie logiche della politica e del reclutamento partitico (i partiti per loro natura tendono ad uniformare l’opinione dei loro membri, vogliono individui, non persone, ma è alle persone che si rivolge il Cattolicesimo), e poi, so che quello che sto per dire può suscitare grande stupore… ma per avere politici cattolici bisogna cercare… fra i cattolici. Cioè bisogna che i nuovi politici cattolici siano veramente e fermamente convinti che Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo, perché i problemi partono tutti da qui, partono dall’idea che “cattolico” sia una griffe, una specie di tessera del PD o del PDL, qualcosa che all’occorrenza possa essere negoziato, taciuto o, perfino, dimenticato, fino alle prossime elezioni beninteso. Tuttavia fino a quando nemmeno chi auspica questa nuova generazione non si mostrerà fermamente convinto nella verità del Cattolicesimo, i nuovi movimenti flirteranno con il mondo uscendone inevitabilmente sconfitti, perché non c’è luce dove è stato tolto il fuoco.

Verso la meta.

Se noi confidiamo negli uomini e quindi ci lasciamo prendere da rancori, gelosie ed opinioni taciute o troppo manifestate, non arriveremo mai là dove il nostro cuore ci sospinge. Questo è uno dei sensi della carità, quando l’amore si erge sopra le contingenze, allora gonfia le nostre vele, altrimenti viene fermato da foreste troppo zelanti. Amare gli uomini senza chiedere in cambio, donare senza voler ricevere, ciò ci libera dalla contingenza, ciò ci spinge verso la meta. Noi e Dio, da qui sorge il vero amore per l’uomo, che siamo noi e che sono gli altri.

Vi dimostro che siamo creduloni

Prendete carta e penna ed annotatevi le brevi risposte alle seguenti domande, una volta fatto vedremo assieme le risposte.

1) La magia era diffusa nel Medioevo?

2) Il Diavolo è più presente nell’Antico o nel Nuovo Testamento?

3) La sofferenza eterna è un concetto più presente nel Nuovo o nell’Antico Testamento?

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Avete risposto?

Allora vediamo le risposte giuste: 1) la magia nel medioevo era pressoché scomparsa, la prova è che i trattati di magia tornano a circolare e ad essere copiati in numero considerevole solo nel rinascimento. Anche se probabilmente l’epoca di maggior diffusione della magia è la nostra: dall’Ottocento in poi tantissime correnti magiche sono nate. Per citarne solo alcune: il rito di Swedenborg, il Sat B’Hai, la grande fraternità universale, la società biogenica internazionale, l’ordine ermetista tetramegisto e mistico, l’associazione pitagorica, la societas rosicruciana in Anglia, l’ordre du lys et de l’aigle, l’hermetic brotherhood of luxor o chiesa della luce, l’AMORC, la golden dawn, l’order of the cubic stone, l’ordo templis orientis, il collegio Pansophicum, il tempio della gioventù psichica, il gruppo prometeo, il Babaji, l’ordine del Santo Graal, la Cristianità Adamitica, la Wicca, la società discordiana, la feraferia… Nel 1989 in Italia sono stati contati 11.700 maghi in una ricerca dell’ISPES per un giro d’affari di 877 miliardi di Lire. La magia non è mai stata così in salute, il calo dei Cattolici praticanti e quindi l’aumento della società cosiddetta laica ha portato ad una rinascita della superstizione e della magia. Inutile dire che tutte le forme di magia, compresi gli oroscopi, sono severamente vietati dalla Chiesa Cattolica e sono peccati in materia grave. Ogni superstizione viene dal diavolo.

2) Il Diavolo è presente in maniera pressoché esclusiva nel Nuovo Testamento, Gesù ne parla spesso, lo incontra, lo esorcizza. Nell’Antico Testamento in maniera diretta lo troviamo principalmente in Giobbe, è presente in pochi altri passi, fra cui, alcuni molto famosi (come Isaia dove si parla di Lucifero), si esprimono in maniera allegorica e non diretta.

3) Anche in questo caso, contro il luogo comune, la sofferenza eterna è presente soprattutto nel Nuovo Testamento e spesso è Gesù a parlarne, nell’Antico la troviamo principalmente nella Sapienza:
[gli empi] infine diventeranno come un cadavere disonorato, oggetto di scherno fra i morti, per sempre.
Dio infatti li precipiterà muti, a capofitto,
e li scuoterà dalle fondamenta;
saranno del tutto rovinati,
si troveranno tra dolori
e il loro ricordo perirà.
Si presenteranno tremanti al rendiconto dei loro peccati; le loro iniquità si ergeranno contro di loro per accusarli.”
ed in Daniele:
Molti di quelli che dormono nella polvere si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna.”
Anche in Isaia troviamo un riferimento al fuoco inestinguibile:
Uscendo, vedranno i cadaveri degli uomini
che si sono ribellati contro di me;
poiché il loro verme non morirà;
il loro fuoco non si spegnerà
e saranno un abominio per tutti“.

Ovviamente se qualche studioso cattolico di sacra scrittura o di movimenti magici vuole correggere qualche punto che ritiene impreciso è ben venuto.

Con quanto scritto voglio solo sottolineare che spesso crediamo ai luoghi comuni senza farci domande, luoghi comuni che tante volte sono stati creati da uomini di cultura coscientemente in malafede. Dunque quando diamo qualcosa per scontato, facciamoci qualche domanda in più, non guasta mai.

Mercoledì delle Ceneri

Oggi è mercoledì delle ceneri, uno dei due giorni di digiuno obbligatorio della Chiesa Cattolica e l’inizio della penitenza quaresimale. Ma che significato può avere oggi la penitenza? Lo stesso che ha da duemila anni. Certe cose non cambiano, tutto può apparire diverso, ma l’uomo è sempre uguale, sempre alla ricerca di colmare il vuoto che tanti anni fa il peccato ha creato. La penitenza è una strada verso la carità.

Ricordo che mercoledì delle ceneri e venerdì santo vigono digiuno e astinenza, il digiuno consiste in un pasto e due spuntini (mattina e sera) nel corso della giornata. Tutti i venerdì dell’anno c’è l’obbligo dell’astinenza, ma in Italia l’astinenza può essere sostituita con qualche altra opera di preghiera, penitenza o carità; ciò però non è vero in quaresima, in quaresima l’astinenza è obbligatoria. Al digiuno sono tenuti i maggiorenni fino al 60° anno iniziato, all’astinenza tutti coloro che hanno compiuto il 14esimo anno d’età.

Ancorati al passato.

Due persone in luoghi e tempi diversi mi hanno fatto notare che il mio stemma può richiamare alla memoria i totalitarismi ed i movimenti di destra. Non c’è bisogno di sottolineare che io non sono né di destra né di sinistra né di centro. Io aborro queste distinzioni politiche tipiche di un’epoca che ha fatto dell’odio e della divisione acritica in categorie il suo tema principale. Io sto semplicemente dalla parte della verità e della giustizia, chiunque in qualunque luogo e modo mi dimostri che ciò che sostiene è giusto mi ha conquistato alla sua causa. Ho il vizio di pensare, cosa che alle ideologie sta stretta. Quindi io rigetto loro e loro rigettano me.

Quindi io non mi riconosco in nessuno schieramento che si riconduca a destra o sinistra o centro, mi riconosco solo in chi dice la verità e, tramite la verità, compie il bene. E sia chiaro che la verità è un presupposto del bene, senza verità non può esserci bene perché il bene è verità. Dunque nel mio simbolo non c’è nessuna connotazione politica, non almeno come è intesa la locuzione connotazione politica da quest’epoca decadente. Non esiste ideologia politica, esiste una verità che si ripercuote più o meno sulla società. Quando difendiamo l’innocente non stiamo seguendo l’ideologia, stiamo rispecchiando la verità, perché il nostro cuore ci dirà sempre di tutelare l’innocente. In questo processo destra e sinistra sono solo ostacoli che rischiano, e lo hanno fatto più volte nella storia, di farci commettere il male.

Ora veniamo al mio stemma, esso ha un significato simbolico che spiegherò presto almeno nelle sue linee principali, dunque non è un insieme casuale di righe, né dipende da questa o l’altra ideologia. Il mio stemma è ciò che doveva essere nel mio progetto, ora se lo cambiassi perché ad alcune generazioni richiama delle ideologie farei un grave errore: farei l’errore di perpetrare l’odio che a quelle generazioni ha impedito di vivere bene. Perché l’odio viene solo da Satana e dalla nostra imperfezione, Dio è amore. È ora invece che questo odio esca dall’immaginario collettivo, è ora che in noi entri il bene, è ora che riportiamo il bene nella vita pubblica. Io sogno un futuro in cui guardando uno stemma come il mio le persone non vengano rapite da visioni ideologiche e categoriche del mondo, ma entrino nel mistero del mio stemma, tentino di approfondire cosa significa davvero e non credano di sapere donde viene e dove va. Sogno un’epoca in cui il nostro interlocutore viene ascoltato per quello che ha da dire, dove le etichette non sottendono già il presunto contenuto della discussione, anzi a ben vedere un’epoca dove non esistono più le etichette. Perché ciò che dice Caio non ha valore in base al fatto che Caio sia etichettato fascista o comunista, ha valore in base alla sua aderenza alla verità.

Amici miei, io quel simbolo lo lascio, non perché vi turba, ma perché spero che vi guidi in un mondo dove ciò che prevale è solo la verità, dove le divisioni sono solo del Diavolo in se stesso, dove le nostre discussioni sono solo sull’amore. Poiché dentro di noi sappiamo tutti che l’amore è verità.

Scegliere l’oro.

«Questa è l’origine della vostra forza» disse il pontefice. «Voi guardate ogni cosa sub specie aeternitatis» «Quale altro modo potrebbe esserci, per voi e per me?» rispose Caterina.” così Louis de Wohl scrive ne “La mia natura è il fuoco”, una biografia di Santa Caterina da Siena. Eppure il nocciolo della questione è tutto qui, noi sappiamo che esiste un’anima immortale e non ce ne curiamo. Tutto ciò che ora brilla ai nostri occhi opachi è destinato a scomparire, ad essere inghiottito dall’inclemenza del tempo, ma la nostra anima è adamantina, non la scalfirà né il tempo né la ruggine né il fuoco. Quale persona riempie i propri serbatoi con il latte e accumula pesci come tesori? Non prenderà piuttosto l’oro che non arrugginisce e le pietre preziose che non scompaiono? Eppure noi siamo fra quelli che si arricchiscono con serbatoi di latte e ceste di pesci, dolorosamente incuranti dell’arrivo dell’estate.

Aperti alla verità

Descrivete un elefante ad un vostro interlocutore immaginario. Fatto? Vi do ancora qualche istante.

Sono pronto a scommettere che non avete detto che l’elefante ha un cuore, dei polmoni, delle scapole ed uno stomaco. Non lo avete detto perché per cercare di capire cosa sia un elefante non ci interessano le cose comuni, ma le cose che lo differenziano dagli altri mammiferi. Ciò che diviene davvero rilevante per la comprensione sono le anomalie, le specificità di questo animale. Così, quando cerchiamo i fatti che ci possano aiutare a capire la verità, ci interessano certamente anche le cose comuni, quotidiane, ma acquistano molta rilevanza anche i fatti certi ma poco diffusi. Perché una buona teoria deve riuscire a spiegare tutti gli elementi veri, non solo i più frequenti, ma bensì anche i più bizzarri.

Per questo, per ricercare la verità, dobbiamo arrivare anche ai casi limite e solo quando sapremmo ricondurli alla nostra teoria in maniera efficace e coerente, senza bisogno di nasconderli, solo allora potremmo essere soddisfatti del lavoro compiuto. In quest’ottica vi consiglio tre libri. Sono stati scritti da un esorcista. Trovate, qui come altrove in opere simili, testimonianze straordinarie su cui vi invito a riflettere per cercare onestamente la verità. Ad esempio troverete 1) persone che parlano perfettamente lingue che non conoscono e che non hanno mai studiato (a volte morte da millenni come l’Aramaico ), 2) persone che sputano quantità enormi di oggetti di metallo come chiodi e forbici che non erano presenti nel loro stomaco e che non sarebbero nemmeno potuti essere presenti in quella quantità, 3) persone che conoscono fatti nascosti ed occulti, 4) ragazzine dotate di forze inumana (in grado di raddrizzare con le mani moschettoni di ferro di grosse dimensioni) e capaci di aleggiare in aria. Già solo spiegare queste quattro esperienze ripetute più volte con una sola teoria non è facile, voi che dite?

Inoltre la lettura sarà molto utile anche per chi è Cattolico: capirà la concretezza e la puntualità della dottrina, che non è un insegnamento simbolico, ma reale ed attuale. I libri sono (io vi consiglio di leggerli in quest’ordine):

Memorie di un esorcista. La mia vita in lotta contro Satana di Gabriele Amorth e Marco Tosatti: un libro che ci presenterà molti fatti legati agli esorcismi.

Più forti del male. Il demonio, riconoscerlo, vincerlo, evitarlo di Gabriele Amorth e Roberto I. Zanini: un libro che parla del Male in maniera generale, non strettamente legato al tema degli esorcismi.

L’ultimo esorcista. La mia battaglia contro Satana di Gabriele Amorth e Paolo Rodari: un libro che può essere considerato un po’ il riassunto delle altre opere, ottimo per fare il punto su questa tematica.

Per chi vorrà, buona lettura e buona onesta ricerca della verità.

L’unica Chiesa che illumina è la Chiesa che arde, ovvero la paura di essere felici.

Oggi un mio caro amico mi ha riportato alla mente un viaggio, fu così bello da segnarci  tutti e oggi, dopo anni, è diventato un ricordo lucente. Nove persone, un furgone, Dio e il suo Angelo. Eppure, dopo tanto tempo, mi rendo conto di quanto sia difficile il voler essere felici. Quanti viaggi avremmo potuto fare? Quante cose avremmo potuto cambiare? Certo, molte sono cambiate ad un punto impensabile quando eravamo freddi, però ad un certo punto è come se si instaurasse la paura di essere felici. La nostra quotidianità, non ancora perfettamente trasfigurata, ci richiama all’ordine, i sogni vengono messi in un cassetto, il nostro fuoco viene bollato come esagerazione e lasciato domare. E noi, noi che abbiamo toccato una felicità che non è propria dell’uomo, ci costringiamo a pensare che deve essere occasionale, anche se è durata tutte le volte che abbiamo vissuto in quel modo, deve essere un caso, la vita deve essere diversa. E così invecchiamo, amici miei, con la vertigine dello slancio, il vento fra i capelli, ma inesorabilmente fermi. Scusate se parlo a voi, probabilmente dovrei parlare solo a me, fatemelo sapere. Ho cambiato così tante cose, ciò che era di-sperazione si è mutato in gioia profonda, eppure sento che potrei bruciare ancora qualcosa, per purificare ed innalzare gli altari della mia esistenza.

Essere felici è così semplice, vita semplicissima assolutamente, è tutto scritto nel Vangelo che abbiamo vissuto, perché la verità è sì Sacra Tradizione più Sacra Scrittura più Sacro Magistero, ma è soprattutto vita. Vi voglio bene amici, e sono convinto che l’unica Chiesa che illumina è la Chiesa che arde. Ci auguro di ardere sempre, ci auguro di vivere assieme in Cristo e di essere felici, ci auguro di banchettare, se non qui, più tardi, là, al tavolo dei Santi. Sia lodato Gesù Cristo!

Prendersela con Dio

Un po’ di tempo fa mi è capitato di prendermela con Dio. È assurdo lo so; noi esseri piccoli, confinati in una minuscola porzione di spazio e conoscenza, con una visuale microscopica e sfocata, non abbiamo alcun modo di sapere qual è veramente la cosa migliore. Eppure vorremmo intrometterci, vorremmo imporre noi a Dio una tabella di marcia, vorremmo pianificare tutto con la presunzione di pianificare il meglio. E quando questa nostra superbia giunge al palo, ci arrabbiamo. Ci infuriamo contro quel Dio cieco e muto, lo sfidiamo, lo minacciamo, lo offendiamo.

E lui è lì, in silenzio. In silenzio davanti al nostro peccato, sulla sua croce. E ci guarda, con uno sguardo intenso. La differenza fra l’empio e il peccatore è qui, nel peccatore infine la superbia cede, le lacrime dell’umiltà sgorgano e la maestà di Dio riappare, davanti a quegli occhi piccoli e quasi ciechi. Il peccatore si pente e si prostra, sa di avere offeso il Dio dell’universo, l’onnipotente, l’altissimo, ciò di cui a orrore è il sacrilegio appena compiuto. Forse sarà punito, ma ciò che lo costerna è l’errore, l’errore metodico di aver pagato con l’odio l’amore. Tornare ad amare l’amore, l’amore che ci ha plasmato, che ci chiama, che ci ama, ecco cosa desidera il penitente, ecco dove rinasce il peccatore.

Complotto segreto per uccidere Benedetto XVI!!!!

Il Papa morirà entro novembre 2012, a causa di un complotto, questo è il succo di un articolo del Fatto Quotidiano di cui potete trovare un sunto sul sito del Giornale. Ci risiamo, sempre la solita storia, perché questi articoli funzionano? Semplice, perché vorremo sapere il futuro. Così oroscopi, cartomanti ed ogni forma di divinazione. Il punto è proprio quello, i giornali non sono interessati davvero a dare questa notizia, quanto piuttosto a provocare il prurito del pubblico. Possono essere previsioni Maya, oppure previsioni di studiosi d’altri tempi, come Bendandi, oppure improbabili teorie scientifiche, l’importante è grattare lì dove l’uomo si sente incerto, cioè il suo avvenire. Sì, perché l’uomo senza fede è proprio così, un tronco in balia dei flutti. Se nulla veglia su di noi, se esiste solo il caos, l’uomo è un fuscello circondato da fiamme. Alla fine la nostra vita è fragile ed appesa ad un filo, sia a livello fisico che psicologico, un filo che può essere in ogni momento spezzato dagli eventi. Così vorremmo squarciare il velo di un futuro insensato e, quindi, probabilmente ostile.

Poi c’è il complotto, anche il complotto ci solletica, perché soddisfa la nostra voglia di dare la colpa agli altri, di attribuire gli eventi a minoranze organizzate (con cui spesso è facile prendersela), il complotto ci toglie le responsabilità dalle spalle, perché ha l’aura dell’ineluttabile. Noi non abbiamo sbagliato, se l’economia va male è colpa degli ebrei organizzati, se il mondo va verso l’immoralità è colpa di quattro massoni che hanno saputo diffondere le riviste porno, se la Chiesa scompare è colpa della tale corrente (un po’ come dire che il male è più forte del bene e che una corrente malvagia sa soffocare tutte le correnti giuste). È più facile perché non ci costringe a porci davanti alle nostre responsabilità di singoli; permette di mantenere il mito di un popolo di giusti schiacciato da un’orribile minoranza di malefici. È più semplice dare la colpa a cento ebrei che si trovano una volta l’anno che non riconoscere la nostra responsabilità e la responsabilità delle idee che abbiamo diffuse e che continuiamo a diffondere.

Esiste poi un altro aspetto dei complotti: i complotti ci fanno sentire intelligenti. Nel momento in cui riteniamo di aver scoperto qualcosa di più vero rispetto a quello in cui credono gli altri, che per definizione, essendo altri da noi, sono più beoti, ci sentiamo meglio. Noi si che sappiamo leggere i segni dei tempi, poco conta che non si faccia nulla per migliorare le cose, l’importante è essere illuminati, non mischiarsi con il popolino, crogiolarsi assolutamente inattivi (sia dal punto di vista fisico che mentale) nella nostra presunta conoscenza. I complotti addormentano; non si è mai sentito, infatti, di un condottiero seduto sugli allori, quello è tipico dei tiranni.

Invece noi come uomini dobbiamo avere fiducia nel futuro perché nulla accade per caso e, soprattutto, dobbiamo agire per cambiare le cose. A chi crede ai complotti dico: se cinque persone consapevoli possono guidare il mondo verso il caos, altre cinque non possono forse riportarlo alla luce? E a chi non ci crede dico: il seme della decadenza è dentro di noi, dentro il nostro modo di comportarci tutti i giorni, dentro la nostra noncuranza, dentro il nostro adeguarci all’andare del mondo. Così, divenuti consapevoli, alziamoci e costruiamo un mondo migliore.

Progetto Curato D’Ars. Sul giudizio finale. Parte 2/4.

Progetto Curato D’Ars – Sul giudizio finale – I Domenica D’Avvento – Primo Sermone – Sul giudizio finale – Parte 2/4

In Italia non esiste una traduzione completa delle omelie del Santo Curato D’Ars Giovanni Maria Vianney. Ho deciso così di iniziare una mia traduzione basandomi sul testo disponibile in questo sito. La pubblicazione non sarà regolare anche se cercherò di pubblicare almeno un’omelia ogni due mesi (penso che dividerò le omelie in più parti). Per chi volesse usare le mie traduzioni valgono le seguenti regole:

  1. La stampa è libera per uso personale; se invece volete stampare per altri motivi contattatemi;
  2. Se copiate il testo sul vostro sito citate la fonte e il link del mio sito, per copie integrali delle traduzioni (ad esempio un’omelia intera) contattatemi prima (pulsante contattami nel menù), tranquilli non mordo ;-) ;
  3. È vietata la produzione di e-book (o libri in qualunque altra forma) dalle mie traduzioni senza il mio consenso ed un accordo scritto.
  4. Mi preservo il diritto di modificare questo regolamento in ogni momento e senza preavviso, questo regolamento non implica nessuna cessione della proprietà intellettuale delle traduzioni.

Ovviamente sono ben accetti consigli, suggerimenti ed aiuti di qualunque tipo; se qualcuno volesse collaborare con me si faccia avanti.

Progetto Curato D’Ars

 

I Domenica D’Avvento

(Primo Sermone)

Sul giudizio finale

PARTE 2/4 (Per la prima parte premere qui)

 

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I – Noi leggiamo nella Sacra Scrittura, F.M., che tutte le volte che Dio ha voluto inviare qualche flagello al mondo o alla sua Chiesa, lo ha sempre fatto precedere da qualche segno per cominciare a gettare il terrore nei cuori, e per portarli a piegarsi alla sua giustizia. Volendo far perire l’universo attraverso un diluvio, l’arca di Noè, che impiegò cento anni per essere costruita, fu un segno per spingere gli uomini alla penitenza, senza che dovessero tutti perire. Lo storico Giuseppe Flavio ci dice che prima della distruzione della città di Gerusalemme, fu visibile per lungo tempo una cometa a forma di coltellaccio che gettò la costernazione nel mondo. Tutti dicevano: Ahimè! Cosa vuol dire questo segno? Forse è qualche grande sventura che Dio ci sta per inviare. La luna stette otto notti senza produrre luce; già le persone sembravano non poter resistere. All’improvviso, comparve un uomo sconosciuto, che, per tre anni, non faceva che gridare per le strade di Gerusalemme, giorno e notte: Guai a Gerusalemme! Guai a Gerusalemme!… Lo si prende, lo si picchia con le verghe per impedirgli di gridare: nulla lo ferma. Di lì a tre anni, grida: Ah! Guai a Gerusalemme; ah! Guai a me! Una pietra lanciata da una macchina [d’assedio] gli cade addosso e lo schiaccia all’istante. Allora, tutti i mali che questo sconosciuto aveva minacciato a Gerusalemme caddero su di lei. La carestia fu così grande che le madri arrivavano perfino a sgozzare i loro figli per cibarsene. Gli abitanti, senza sapere perché, si sgozzavano a vicenda; la città fu presa e come annichilita; le strade e le piazze furono tutte ricoperte di cadaveri; il sangue scorreva a fiumi, il piccolo numero di quelli che salvarono la loro vita fu venduto come schiavi.
Ma, poiché il giorno del giudizio sarà il giorno più terribile e più spaventoso che ci sia mai stato, sarà preceduto da segni così spaventosi che getteranno il terrore fino in fondo agli abissi.
Nostro Signore ci dice che, in quel momento nefasto per il peccatore, il sole non produrrà più luce, che la luna sarà simile ad una massa di sangue, e che le stelle cadranno dal cielo. L’aria sarà così piena di lampi che sarà completamente in fiamme, e s’udiranno i tuoni, il cui rumore sarà così forte che gli uomini appassiranno di paura sulle piante dei loro piedi. I venti saranno così impetuosi che niente potrà resistergli. Gli alberi e le case saranno trascinate dentro il caos del mare1, il mare stesso sarà talmente agitato dalle tempeste, che i suoi flutti s’innalzeranno fino a quattro cubiti al di sopra delle più alte montagne, e discenderanno così in basso, che si vedranno gli orrori dell’inferno, tutte le creature, anche quelle inanimate, sembreranno volersi annichilire per evitare la presenza del loro Creatore, vedendo quanto i crimini degli uomini hanno insozzato e deformato la terra. Le acque dei mari e dei fiumi ribolliranno come degli olî nei braceri; gli alberi e le piante vomiteranno torrenti di sangue; i terremoti saranno così grandi che si vedrà la terra aprirsi da tutte le parti; la maggior parte degli alberi e delle bestie saranno guastati, gli uomini che resteranno saranno come dissennati; le rocce, le montagne crolleranno con una furia spaventosa. Dopo tutti questi orrori, il fuoco sarà appiccato ai quattro angoli del mondo, ma un fuoco così violento che brucerà le pietre, le rocce e la terra, come un fuscello di paglia che viene gettato in una fornace. Tutto l’universo sarà ridotto in cenere; è necessario che questa terra, che è stata insozzata da tanti crimini, sia purificata dal fuoco che sarà appiccato dalla collera del Signore, dalla collera di un Dio giustamente irato.
Dopo, F.M., che questa terra coperta di tanti crimini sarà stata purificata, Dio manderà i suoi angeli che suoneranno la tromba ai quattro angoli del mondo, e che diranno a tutti i morti: Alzatevi, morti, uscite dalle vostre tombe, venite e comparite davanti al giudizio. Allora tutti i morti, buoni e malvagi, giusti e peccatori, riprenderanno le stesse sembianze che avevano una volta, il mare vomiterà tutti i cadaveri che sono rinchiusi nel suo caos, la terra rimanderà tutti i corpi seppelliti da molti secoli nel suo seno. Dopo questa rivoluzione, tutte le anime dei santi scenderanno dal cielo, tutte raggianti di gloria; ogni anima s’accosterà al suo corpo donandogli mille e mille benedizioni: Venite, gli dirà, venite compagno delle mie sofferenze; se voi avete operato come piace a Dio, se voi avete fatto consistere la vostra felicità nelle sofferenze e nei combattimenti, oh! Quanti beni ci sono riservati! Sono più di mille anni che godo di questa felicità; oh! Che gioia per me il venire ad annunciarvi quanti beni ci sono preparati per l’eternità! Venite, occhi benedetti, che tante volte vi siete chiusi alla vista degli oggetti impuri, per la paura di perdere la grazia del vostro Dio, venite in cielo dove non vedrete che bellezze quali non ce ne sono a questo mondo. Venite, orecchi miei, che avete avuto orrore delle parole e dei discorsi impuri e calunniatori; venite, e sentirete nel cielo quella musica celeste che vi piomberà in un’estasi continua. Venite, piedi miei e mani mie, che, tante volte, vi siete impegnati a soccorrere gli infelici; andiamo a passare la nostra eternità dentro questo bel cielo dove vedremo il nostro affabile e caritatevole Salvatore che ci ha tanto amati. Ah! Là vedremo Colui che tante volte è venuto a riposare nel nostro cuore. Ah! La vedremo quella mano, ancora tinta del sangue del nostro divin Salvatore, con la quale ci ha meritato tanta gioia. Infine, il corpo e l’anima dei santi si doneranno mille e mille benedizioni, e questo per tutta l’eternità.
Dopo che tutti i santi avranno ripreso il loro corpo tutto raggiante di gloria, in quel luogo tutti, secondo le buone opere e le penitenze che avranno fatto, attenderanno con piacere il momento in cui Dio svelerà davanti a tutto l’universo tutte le lacrime, tutte le penitenze, tutto il bene che avranno compiuto durante la loro vita, senza non dimenticarne nemmeno una sola, né un solo, già tutti contenti della felicità di Dio stesso.
Aspettate, dirà loro Gesù Cristo stesso, aspettate, voglio che tutto l’universo veda quanto avete operato con gioia. I peccatori induriti, gli increduli dicevano che ero indifferente a tutto quello che voi facevate per me; ma sto per mostrargli oggi che ho visto e contato tutte le lacrime che versavate nelle profondità dei deserti; sto per mostrargli oggi che ero a fianco a voi sui patiboli. Venite tutti, e
comparite davanti a questi peccatori che mi hanno disprezzato ed oltraggiato, che hanno osato negare che esistevo, che li vedevo. Venite, bambini miei, venite, miei diletti, e vedrete quanto sono stato buono, quanto il mio amore è stato grande per voi.
Contempliamo, F.M., un istante, questo numero infinito d’anime giuste rientranti nei loro corpi che rendono simili a bei soli. Vedrete tutti questi martiri, la palma in mano. Vedete voi tutte queste vergini, la corona della verginità sulla testa? Vedete tutti questi apostoli, tutti questi preti? Quante anime hanno salvato, tanti i raggi di gloria di cui sono ornati. F.M., tutti diranno a Maria, questa Madre Vergine: andiamo a congiungerci con Colui ch’è nel cielo per donare un nuovo splendore alle vostre bellezze. Però no, un momento di pazienza, voi siete stata disprezzata, calunniata e perseguitata dai malvagi, è giusto, prima che entriate in quel reame eterno, che i peccatori vengano a fare onorevole ammenda.

La legge morale universale

La nostra è una società interamente basata sulla parola scritta. Questo è un grande limite poiché la parola scritta non è il concetto. Le parole subiscono l’influenza del contesto, invecchiano, perdono di significato e acquistano significati nuovi. Solo che noi ci siamo incancreniti sul loro significato, per noi lo scritto dice tutto, precisamente. Per molti giuristi era la norma ad essere di per sé vincolante, unica fonte della giustizia, dopo il Nazismo questi giuristi hanno dovuto cambiare idea. Sarebbe stato meglio cambiarla prima.

Le parole non sono il concetto, ma è il concetto che ha significato, le parole tentano solo di trasmetterlo. E la legge morale universale, che è iscritta intimamente dentro di noi, è una legge concettuale, dunque i suoi modi di esprimersi sono molteplici, ma il concetto che vuole comunicare, al di là dei limiti e delle contingenze umane, è sempre lo stesso.

Per questo i codici sono pericolosi, perché cristallizzano una situazione incristallizzabile e ignorano tutte le sfumature della realtà umana, i codici sono per loro natura individuali, nel senso che non si rivolgono a persone, ma ad individui, e, dunque, sono per loro natura ingiusti non appena il codice supera il concetto. La mania di fissare tutto, di salvare tutto, di trasmettere tutto esattamente è un’ossessione impraticabile della nostra civiltà. Per quante parole scriveremo, per quanto ci sforzeremo, per quanto ci struggeremo non rinchiuderemo mai la verità, il reale, nelle nostre parole scritte.

E le nostre leggi che stanno sprofondando nell’ingiustizia, pagano lo scotto di uno smarrimento dei concetti e di una conseguente deriva verso la rigidità degli scritti; c’era più saggezza e giustizia una volta quando si sapeva che cos’era la giustizia che non oggi, in cui la giustizia, per molti, è una faccenda di codicilli, dove il senso della morale è ormai perduto.

È uscito il nuovo libro di BiancoFulmine!

Liberamente scaricabile partendo da questa pagina.

Vi ringrazio di avermi seguito fino a qui, spero di riuscire a mantenere sempre il blog interessante ed utile. Se lo leggete fatemi sapere i vostri pareri (contattami), per me sono davvero molto importanti.

Buona serata a tutti!

Contro i seguaci.

Un libero pensatore non può mai essere completamente d’accordo con il pensiero di un altro libero pensatore, questo è lo scotto della nostra imperfezione. Dunque non ha senso per un pensatore dirsi seguace di questo o quell’altro, come non ha senso dirsi seguaci di un’ideologia. Ciò non significa che è tutto da buttare ogni volta, significa solo che ogni cosa va vagliata criticamente. Significa solo che siamo liberi.

Solo ciò che viene da Dio, una volta riconosciuta la realtà della Rivelazione, è certo nella sua totalità. Un uomo invece può dire tante cose corrette, ma nessuno può dare per scontato che le dirà sempre tutte. Come diceva Aristotele, bisogna che molti diano il loro contributo per individuare la verità. La libertà del pensiero, libertà dalle convenzioni sociali e dalle figure che ci vengono imposte come autorità indiscusse è qualcosa di vertiginoso, di immanemente bello, è il sapore dell’umanità. Solo da qui si passa per trovare la verità.

Una voce dentro al coro.

Siccome siamo tutti uguali, tutti indottrinati e massificati, uomini la cui originalità viene in parte repressa ed in parte incanalata sul taglio dei capelli ed il modo di vestirsi, abbiamo dei miti. Miti che servono per sopravvivere, per raccontarcela un po’ e sentirci meglio. Uno di questi è la pecora nera, un altro è la voce fuori dal coro. Nelle pubblicità questi miti sono super presenti, tutti vogliono sentirsi originali, diversi, ma non vogliono che ciò gli costi fatica ed allora: tutto risolto! una bevanda invece che un’altra, una maglietta invece che un’altra, una cosa contro (contro cosa decidete voi) ed è fatta, originalità a basso costo (per noi s’intende, non per il portafogli).

Una volta mi sono trovato a passare la notte con un po’ di alternativi; un gruppo di brave persone che avevano solo la particolarità di vestirsi un po’ strano. Devo dire che varie volte ho tentato di farmi spiegare in cosa consistesse il loro essere alternativi, morale: consisteva solo nell’esserlo. Non avevano nulla che lo giustificava, il loro gruppo era così e loro, uniformati al massimo, si adeguavano, l’unica cosa che continuavano a ripetermi era l’importanza di essere alternativi.

La nostra società è così, piena di individui che si massificano nei gruppi più strani, pretendendo di essere originali. Se lasciassero perdere il loro lato individuale ed invece esaltassero quello personale allora sì che sarebbero veramente originali, perché non c’è una persona uguale all’altra. Noi uomini siamo tutti unici, per natura. Ogni uomo è un inestimabile pezzo unico, ma per farlo emergere bisogna accettare il peso della propria unicità e scoprirsi splendidi. Sì, perché come ogni pezzo unico siamo splendidi, splendidi nella nostra irriproducibilità, splendidi nella nostra originalità.

Ed è proprio quando ci accettiamo come persone che sappiamo scegliere. Non siamo più dei servi di questa o quella ideologia, ma degli uomini. E solo gli uomini, poiché scelgono, possono decidersi intimamente per il bene, possono diventare pecorelle davanti alla verità. Bello no? Tutti vogliamo essere pecore nere e Gesù che figura ha scelto? I pecoroni che vanno dietro al pastore! Chissà se i suoi esperti di marketing hanno provato a dissuaderlo: “pecore?” “non verrà nessuno” “meglio le tigri” “o i leoni” “sarà un fallimento”. È già… un fallimento, perché piacere a milioni di individui è semplice, piacere ad una sola persona è molto più difficile. Ma in questo caso i numeri non contano, è come paragonare Amore e Psiche di Antonio Canova ad un cesto pieno di spilli, uno a molti, uno a nessuno.

Ma con Gesù tutto cambia, l’originalità è proprio nell’essere pecore bianche, l’indomabilità nell’essere sottomessi, la voce più libera quella all’interno del coro. Siate liberi, divenite voi stessi.

Conoscere significa vivere.

Ci hanno detto per anni che sapere significa conoscere. Se ciò ha una validità nelle ricerche collaterali alla nostra esistenza, presenta però un grave limite nelle ricerche ultime. Nelle cose che ci toccano davvero sapere non è sinonimo di conoscere, mai. L’unico modo di conoscere veramente qualcosa è di viverla; posso essere il più grande dotto sulla vita cristiana, ma se non la vivo non comprenderò mai il mistero. Studiare per anni la verità non ci porterà ad alcun vantaggio senza uno sforzo concreto, perché la verità non è qualcosa che possa essere scritto sui libri o ripetuto a macchinetta, è solo qualcosa che può essere vissuto. La verità si vive.

Anche in questo i filosofi greci erano un bel passo davanti a noi, per loro il filosofo non poteva limitarsi a proclamare delle teorie, doveva saperle anche incarnare. Questo è l’unico modo di conoscere. Tutti infatti citano Giovanni 8,32 (“conoscerete la verità e la verità vi farà liberi.»”), ma pochi si ricordano che è preceduto da Giovanni 8,31 (“Gesù allora disse a quei Giudei che gli avevano creduto: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli;”).

Dobbiamo stare attenti a non diventare altoparlanti e ripetitori, anche se quest’epoca d’esami facili e massificanti, d’insegnamento impersonale e inumano, di forma invece che di sostanza non desidera altro: un branco di pecore che diffonda il verbo, senza domande, senza conoscenza.

Cristo nella merda, colpo d'”artista”

L’altro giorno ho seguito un dibattito; parlavano di uno spettacolo teatrale (che non conosco) dove il volto di Cristo raffigurato sullo sfondo viene coperto di merda (scusate se uso questo termine latino di oraziana memoria, nel dibattito continuavano invece ad usare il termine “feci”, ma io non riesco a capire dove sia in questo caso l’aspetto fisiologico e medico della questione). Per essere precisi (ribadisco che non ho visto lo spettacolo, è ciò che ho desunto dal dibattito, e ogni tanto perdevo anche il segnale radio) il liquido marrone che finisce sul Volto Santo non viene mai chiamato in quel modo, anche se il senso è facilmente desumibile dal contesto, dal vecchio incontinente che ne è il protagonista. Inoltre simbolicamente la merda dovrebbe raffigurare l’impotenza di Nostro Signore Gesù Cristo che in realtà sarebbe, secondo l’autore, null’altro che un “povero cristo” uomo perseguitato senza nessuna potenza e nessuna capacità di intervenire o cambiare le cose.

La cosa che voglio sottolineare qui è che, in questo dibattito fra Cattolici emergeva, fra le altre, un’idea che voglio ribattere brevemente: si diceva che di queste cose è meglio non parlare perché si finisce per fare pubblicità ad artisti che non cercano altro (ovviamente specificando ben bene che non si giudica il singolo caso..). Quindi il concetto che passa è che è meglio tacere che affermare la verità. Io invece credo che sia meglio essere chiari. Se lo spettacolo è offensivo che si dica e se la Chiesa vuole vietare ai credenti di andare che lo faccia. Fa parte della libertà di espressione della Chiesa dire cosa possono o no fare i credenti e fa parte della libertà dei singoli decidere se si è o no credenti. Il non dire equivale al non credere nella libertà, perché, primo, non ci si esprime liberamente e, secondo, non si danno alle persone tutti gli elementi per liberamente decidere. Se uno non crede ed è indifferente cosa conta una scomunica ad un autore? Se uno crede ed è Cattolico allora non è forse una sua libertà il seguire la Chiesa? E se uno crede ed è più o meno indirettamente satanista non è forse una sua libertà andare allo spettacolo proprio perché condannato? Se uno brama l’inferno forse che si può imporre il paradiso? è giusto? A chi giova il non parlarne? Giova solo all’errore. Mentre il parlarne giova all’autore, perché egli stesso ha liberamente scelto la sua rovina, ha scelto di preferire il successo e la vanità alla giustizia; giova alla Chiesa perché è più difficile che si faccia ingannare, poiché è più chiara; giova al singolo perché può liberamente decidere se vivere o morire. Parlare della verità giova. Se molti credenti oggi rischiano grosso è proprio perché alcuni hanno rinunciato alla chiarezza, alla forza della verità. Consapevolezza.

Ovviamente qualcuno ha anche contestato la legittimità di un tale spettacolo, e ovviamente qualche trombone si è stracciato le vesti a queste parole. Tuttavia qui si tratta solo di una questione di dignità della persona umana: è lecito in uno spettacolo prendere un uomo e smerdarne il volto? Se lo facessero con vostra madre, vostra sorella, vostro padre, vostro fratello, vostro zio, vostro figlio, vostro nipote o magari con voi, non avreste nulla da ridire? Vi sembrerebbe una cosa bella, legittima e collegata con la libertà di parola e di espressione? E se lo facessero con un bambino ebreo dei campi di concentramento? Vi sembrerebbe bello e legittimo? È una questione di dignità. Una parola troppo dimenticata.

Una percezione più acuta delle cose.

L’ideologia avvelena la nostra capacità di percepire la realtà. Poiché si pone un obbiettivo, ricerca un utile. Non essendo interessata alla verità in quanto tale, è menzognera. Chi è accecato dall’ideologia non conosce la verità e i suoi sogni generano mostri. Essa ci toglie la capacità di vedere le cose per quello che sono; l’uomo diventa un numero iscritto nella lista dei buoni o dei cattivi, i fatti hanno un’unica univoca ed inequivocabile interpretazione che precede lo studio e le evidenze perdono di significato.

Io sono e sarò sempre anti-ideologico, bisogna tornare ad indagare la realtà in quanto tale. Bisogna smettere soprattutto di giudicare ed interpretare tutto per categorie, in natura non esistono due orecchie uguali, figuriamoci blocchi interi costituiti da migliaia di individui graniticamente uguali, superstizioni venenifere. Quando si fa di tutta l’erba un fascio, quando si passa, cioè, dal concetto di persona a quello di individuo, finisce l’umanità per iniziare l’aberrazione dell’idea.

Inoltre affermo che il Cattolicesimo è intrinsecamente anti-ideologico, poiché non è al servizio di un’idea, ma di una persona concreta, reale e viva. Nostro Signore Gesù Cristo. Non un concetto, non un’idea, ma bensì una persona. Quando un Cattolico abbraccia un’ideologia fa il più grande torto alla sua fede, perché dove c’era il prossimo inizia a vedere l’oggetto (nemico o amico poco importa) e dove c’era Dio vede l’idea, che per essere realizzata genera mostri. Basta Cristiani socialisti o fascisti o comunisti, dobbiamo essere solo uomini che lottano, l’uno per l’altro, al servizio dell’unico Re.

Venerdì 13.

Ieri era venerdì 13 e me ne sono successe di tutti i colori, così ne approfitto per ricordare come la superstizione sia quanto di più anticristiano e diabolico si possa trovare nella vita quotidiana. Oroscopi, numeri magici, pratiche portafortuna servono solo ad allontanarci dalla verità e a disperdere le nostre energie. Il diavolo se la ride a favorirne la credenza e se la ride quando un uomo, intelligente per natura, sottomette la sua azione a fatti che con l’umanità non hanno nulla a che fare. Non si può essere assieme Cristiani e superstiziosi, né tantomeno cultori della magia. E, tanto per la cronaca, sapete come è finita la giornata di ieri? In un modo così fantastico che non potevo immaginare.

Battesimo

Un genitore riguardo al figlioletto in fasce: “non gli darò alcun cibo fino a quando non sarà maggiorenne, allora potrà scegliere autonomamente se mangiare o lasciarsi morire di fame”. Così è chi non battezza i propri figli.

La forza della fede, il Santo Curato D’Ars

Per capodanno sono stato ad Ars-sur-Formans, l’Ars del Santo Curato D’Ars. Ma chi era S.Giovanni Maria Battista Vianney? Era un uomo di fede, nato all’incirca durante le decapitazioni di tutti i preti che non abiuravano la fede Cattolica ad opera dei rivoluzionari francesi (vi ricordate tutte quelle sciocchezze sul fatto che la libertà di parola c’è grazie alla rivoluzione francese e tante stupidate del genere? la realtà è che, primo, quando un regime è veramente repressivo non ci possono essere rivoluzioni e che, secondo, la rivoluzione francese fu la più repressiva e intollerante rivoluzione che si fosse mai vista in Europa da molti secoli a questa parte -forse da sempre-). Di povera famiglia, iniziò gli studi per il sacerdozio dopo anni passati nei campi e con le pecore. Ciò gli rese difficile terminare il seminario, ma alla fine, tenacemente, lo portò a termine. Tuttavia ciò gli costò il parcheggio in un piccolo paesino, talmente piccolo da avere un parroco esclusivamente per le pressioni della nobiltà locale. In quel paese, a lungo senza guida spirituale, la morale Cattolica era ormai perduta e fu di Don Vianney il compito di ripristinarla; e qui c’è la sua forza. Cosa fece? Programmi pastorali? Polpettoni illeggibili e tristi sulla gioia cristiana? Si rinchiuse in parrocchia lamentandosi del fatto che non credeva nessuno? No, niente di tutto ciò, fece una cosa sola: penitenza.

Questa è vera fede, non si affidò alle proprie capacità, alla sua voglia di protagonismo, o alla sua capacità di intrattenimento, si affidò a Dio. Non si occupò di temi sociali (eppure diede tutto il superfluo ai poveri ed iniziò opere di vera misericordia), non si preoccupò della stima umana (eppure divenne famoso in tutta la Francia), non si preoccupò del perbenismo (eppure riportò la morale in un luogo dimenticato da Dio), si preoccupò solo di Dio e della sua Chiesa.

In lui traspariva solo la forza della fede, un prete ignorante di origini povere, che sconvolse la Francia e divenne “patrono di tutti i parroci dell’universo” (Pio XI, 1929); senza complessi programmi pastorali, senza fumose discussioni con i satanassi della ragione, solo con la vita cristiana senza se e senza ma. E dove la sapienza umana aveva fallito, la fede di un solo uomo, ignorante per gli uomini ma sapiente di Dio, si stagliò netta e trionfante sulle macerie di una rivoluzione più iniqua delle iniquità che combatteva e più violenta delle violenze che contrastava. Si stagliò indicando agli uomini una cosa sola: la propria anima, il gioiello immortale che possediamo, l’unica cosa per cui valga la pena combattere; l’unica cosa per cui se si combatte si giova tanto agli altri quanto a sé, l’unica cosa veramente non egoista.

Ovviamente nel clima razionalista (e dunque irrazionale) dell’epoca molti non fecero altro che deridere il curato (anche se in genere i pochi fra questi detrattori che si spingevano fino ad incontrarlo rimanevano basiti dalla realtà). Perfino fra i sacerdoti molti, ciechi,  deridevano le sue lotte contro il diavolo, e questa mentalità a tratti è presente ancora oggi, sono scorsi pochi giorni da quando in confessione un prete, pur esaltando il Santo Curato, mi diceva che probabilmente aveva delle tare mentali per il suo vedere il diavolo ovunque. Si sa; le talpe vedono le zolle, e non credono che esista la pianura.

Torniamo pure a perderci in fumosità pastorali, deridiamo il diavolo, non crediamo a Cristo e ai suoi Vangeli e, poi, piangiamo per le chiese vuote.

Schiavi della pancia.

Oggi il mondo ragiona di pancia, siamo diventati refrattari ai ragionamenti. Poco conta che qualcuno possa dimostrare o dire qualcosa di concreto, meglio un bambino, magari un po’ sofferente che sostiene la nostra causa, allora si che i voti piovono dal cielo. Poco contano i pensieri, sono gli uomini sofferenti (anche se magari rappresentano una categoria ben pasciuta) a fare notizia.

Se vogliamo ripartire come civiltà invece dobbiamo bandire il sensazionalismo dei titoli, gli esempi sbudellanti, gli accostamenti pindarici, per tornare alla concretezza dei ragionamenti, non facciamo i “buoni”, facciamo i giusti, così tornerà la bontà.

Siamo in crisi da tutti i punti di vista come società e come uomini, aprendoci all’intelletto ci apriremo a Dio che è vero. Per una nuova politica si passa da qui; dalla giustizia che è verità.

Progetto Curato D’Ars. Sul giudizio finale. Parte 1/4.

Progetto Curato D’Ars – Sul giudizio finale – I Domenica D’Avvento – Primo Sermone – Sul giudizio finale – Parte 1/4

In Italia non esiste una traduzione completa delle omelie del Santo Curato D’Ars Giovanni Maria Vianney. Ho deciso così di iniziare una mia traduzione basandomi sul testo disponibile in questo sito. La pubblicazione non sarà regolare anche se cercherò di pubblicare almeno un’omelia ogni due mesi (penso che dividerò le omelie in più parti). Per chi volesse usare le mie traduzioni valgono le seguenti regole:

  1. La stampa è libera per uso personale; se invece volete stampare per altri motivi contattatemi;
  2. Se copiate il testo sul vostro sito citate la fonte e il link del mio sito, per copie integrali delle traduzioni (ad esempio un’omelia intera) contattatemi prima (pulsante contattami nel menù), tranquilli non mordo ;-) ;
  3. È vietata la produzione di e-book (o libri in qualunque altra forma) dalle mie traduzioni senza il mio consenso ed un accordo scritto.
  4. Mi preservo il diritto di modificare questo regolamento in ogni momento e senza preavviso, questo regolamento non implica nessuna cessione della proprietà intellettuale delle traduzioni.

Ovviamente sono ben accetti consigli, suggerimenti ed aiuti di qualunque tipo; se qualcuno volesse collaborare con me si faccia avanti.

Progetto Curato D’Ars

I Domenica D’Avvento

(Primo Sermone)

Sul giudizio finale

PARTE 1/4

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Tunc videbunt Filium hominis venientem cum potestate magna et majestate.

Allora vedranno venire il Figlio dell’uomo con grande potenza e terribile maestà circondato dagli angeli e dai santi. (Lc 21,27.)

Non è più, fratelli miei, un Dio ricoperto delle nostre infermità; celato nell’oscurità di una povera stalla, disteso in una mangiatoia, ricoperto d’ignominia, prostrato sotto il pesante fardello della sua croce; ma un Dio ricoperto da tutto lo splendore della sua potenza e della sua maestà; che fa annunciare la sua venuta dai prodigi più terribili, vale a dire, dall’eclissi del sole e della luna, dalla caduta delle stelle, e da un radicale sconvolgimento della natura. Non è più un Salvatore che viene con la dolcezza d’un agnello, per essere giudicato dagli uomini e per riscattarli; è un Giudice giustamente irritato, che giudica gli uomini in tutto il rigore della sua giustizia. Non è più un Pastore caritatevole che viene a cercare le sue pecore smarrite, e a perdonarle; è un Dio vendicativo che viene a separare per sempre i peccatori dai giusti, a prostrare i malvagi con la sua più terribile vendetta, e a seppellire i giusti in un torrente di dolcezze. Momento terribile, momento spaventoso, momento infelice, quando arriverai? Ohimè! Può essere che, una di queste mattine, noi sentiremo i precursori di questo Giudice così temibile per il peccatore. O voi, peccatori, uscite dalla tomba dei vostri peccati, venite al tribunale di Dio, venite ad istruirvi sulla maniera in cui il peccatore sarà trattato. L’empio, in questo mondo, sembra voler disconoscere la potenza di Dio, vedendo i peccatori senza punizione; arriva anche fino a dire: No, no, non c’è né Dio né l’inferno; o bene: Dio non fa attenzione a quello che si passa sulla terra. Ma, attendiamo il giudizio, e, in quel grande giorno, Dio manifesterà la sua potenza e mostrerà a tutte le nazioni che ha visto ogni cosa e tenuto conto di ogni cosa.

Quale differenza, fratelli miei, fra queste meraviglie e quelle che operò creando il mondo!

Che le acque, disse il Signore, irrighino, fertilizzino la terra e, fin dall’istante medesimo, le acque coprirono la terra e le donarono fertilità. Ma, quando verrà a distruggere il mondo, comanderà al mare di sormontare le sue sponde con un’impetuosità spaventosa, e inghiottirà tutto l’universo nel suo furore. Quando Dio creò il cielo, ordinò alle stelle d’attaccarsi al firmamento; alla sua parola, il sole illuminò il giorno, e la luna presiedé la notte; ma in quel ultimo giorno, il sole s’oscurerà, e la luna e le stelle non daranno più luce, tutti questi astri meravigliosi cadranno con un casino spaventoso.

Che differenza, F.M.! Dio per creare il mondo impiegò sei giorni; ma per distruggerlo, un colpo d’occhio sarà sufficiente. Per creare l’universo e tutto ciò che contiene, Dio non chiamò alcun spettatore di tante meraviglie, ma per distruggerlo, tutti i popoli saranno presenti, tutte le nazioni confesseranno che c’è un Dio e che è potente.

Venite, ridenti empi, venite, increduli raffinati, venite ad apprendere o a riconoscere se c’è un Dio, se ha visto tutte le vostre azioni, e se è onnipotente! O mio Dio! Quanto il peccatore cambierà lingua in quel momento! Quanti lamenti! Oh! Che pentimento d’aver lasciato passare un tempo così prezioso! Ma non c’è più tempo, tutto è finito per il peccatore, non c’è più speranza! Oh! Quanto sarà terribile quel momento! San Luca ci dice che gli uomini appassiranno di paura, pietrificati sulle piante dei loro piedi, pensando alle sciagure che sono loro preparate. Ahimè! F.M., si può ben appassire di paura e morire di spavento, nell’attesa di una sofferenza infinitamente più piccola di quella di cui il peccatore è minacciato, e che in maniera assolutamente certa lo colpirà, se continua a vivere nel peccato.

In questo momento, F. M., in cui io mi metto a parlare a voi del giudizio, a cui noi tutti compariremo, per rendere conto di ogni cosa, del bene e del male che noi avremo fatto, per ricevere la nostra sentenza definitiva per il cielo o per l’inferno: se ora venisse un angelo ad annunciarvi da parte di Dio che, in ventiquattro ore, tutto l’universo sarà ridotto in fiamme da una pioggia di fuoco e di zolfo, che comincerete a sentire i tuoni rimbombare, i furori delle tempeste abbattere le vostre case, i lampi così numerosi da rendere l’universo nulla più che una palla di fuoco, e che l’inferno vomiterà ora tutti i suoi dannati, le cui grida e urla si faranno udire ai quattro angoli della terra, che il solo mezzo per evitare tutte queste disgrazie è di abbandonare il peccato e di fare penitenza; potreste voi, F. M., ascoltare tutti questi uomini senza versare torrenti di lacrime e gemere misericordia? Non verreste forse a gettarvi ai piedi degli altari per domandare misericordia? O cecità, o sciagura incomprensibile dell’uomo peccatore! I mali che vi annuncia il vostro pastore sono ancora infinitamente più spaventosi e degni di strappare le vostre lacrime, di squarciare il vostro cuore. Ahimè! Queste verità così terribili stanno per diventare altrettante sentenze che sanciranno la vostra condanna eterna. Ma la più grande di tutte le disgrazie è che voi siate insensibili, e che continuiate a vivere nel peccato; e che voi non riconosciate la vostra follia che nel momento in cui non avete più rimedi. Un momento, e quel peccatore, che vive tranquillo nel peccato sarà giudicato e condannato; un istante, e, porterà i suoi rimpianti nell’eternità. Sì, F.M., saremo giudicati, nulla è più certo, sì, noi rimpiangeremo eternamente d’aver peccato.