La maledizione del discepolo.

Quando si parla di filosofia, cioè di ricerca della verità (poiché è così che va intesa; nulla a che vedere con certe conoscenze particolari e soggettiviste che oggi vengono spesso spacciate per tali), si trovano esempi di grandi discepoli. Pressoché irripetibile è la triade Socrate, Platone, Aristotele. Tuttavia il nucleo di questa grandezza non dipende tanto dalle pur eccelse capacità dei singoli, ma dal loro atteggiamento. Non si può dire infatti che Platone sia socratico o che Aristotele sia platonico. Il punto è proprio questo. Nella ricerca della verità ognuno deve percorrere la propria strada. Aristotele e Platone avevano capito a fondo cosa intendevano i loro maestri, avevano capito il loro sguardo sul reale, e dunque sul reale posero il loro. Con i propri concetti descrivettero quello che anche i maestri descrissero, si distanziarono se necessario, ma fecero delle vere riflessioni. Il concetto che sottintendevano le idee platoniche è sicuramente presente anche in Aristotele, con altri nomi ed altre descrizioni. Questi sono rari casi di discepoli buoni. Un buon discepolo è colui che fa propria la teoria nei suoi aspetti concettuali e la vive, la plasma e la elabora per descrivere la realtà, che unica brilla davanti a discepolo e maestro.

Tuttavia quasi sempre coloro che si professano discepoli tradiscono il maestro. Lo tradiscono perché, mediocri, si soffermano sugli aspetti formali della teoria. Invece di viverla si concentrano sui termini e solo con essi elucubrano e speculano. In questo modo non maturano una vera visione del reale, ma si appiattiscono su questioni sterili, lontane dalla ricerca della verità. D’altronde è inevitabile un errore: i termini, per quanto precisi, hanno senso nell’insieme dei concetti, ma se presi singolarmente non sono che astrazioni per descrivere qualcosa di reale. Se si perde di vista il contesto della loro astrazione e si maneggiano i termini come se avessero un significato assoluto allora per forza di cose si creano teorie astratte e false, poiché si perde il necessario contatto con la realtà. Così, ad esempio, spiegando il movimento necessariamente lo divido in momenti statici, non perché il movimento li abbia in sé, ma perché mi sono necessari per spiegarlo. Tuttavia chi perde di vista il continuum del movimento e prende i momenti statici come fossero reali, può creare molte teorie, ma tutte false, perché concentrato sulla forma ha malauguratamente trascurato la sostanza.

La legge morale universale

La nostra è una società interamente basata sulla parola scritta. Questo è un grande limite poiché la parola scritta non è il concetto. Le parole subiscono l’influenza del contesto, invecchiano, perdono di significato e acquistano significati nuovi. Solo che noi ci siamo incancreniti sul loro significato, per noi lo scritto dice tutto, precisamente. Per molti giuristi era la norma ad essere di per sé vincolante, unica fonte della giustizia, dopo il Nazismo questi giuristi hanno dovuto cambiare idea. Sarebbe stato meglio cambiarla prima.

Le parole non sono il concetto, ma è il concetto che ha significato, le parole tentano solo di trasmetterlo. E la legge morale universale, che è iscritta intimamente dentro di noi, è una legge concettuale, dunque i suoi modi di esprimersi sono molteplici, ma il concetto che vuole comunicare, al di là dei limiti e delle contingenze umane, è sempre lo stesso.

Per questo i codici sono pericolosi, perché cristallizzano una situazione incristallizzabile e ignorano tutte le sfumature della realtà umana, i codici sono per loro natura individuali, nel senso che non si rivolgono a persone, ma ad individui, e, dunque, sono per loro natura ingiusti non appena il codice supera il concetto. La mania di fissare tutto, di salvare tutto, di trasmettere tutto esattamente è un’ossessione impraticabile della nostra civiltà. Per quante parole scriveremo, per quanto ci sforzeremo, per quanto ci struggeremo non rinchiuderemo mai la verità, il reale, nelle nostre parole scritte.

E le nostre leggi che stanno sprofondando nell’ingiustizia, pagano lo scotto di uno smarrimento dei concetti e di una conseguente deriva verso la rigidità degli scritti; c’era più saggezza e giustizia una volta quando si sapeva che cos’era la giustizia che non oggi, in cui la giustizia, per molti, è una faccenda di codicilli, dove il senso della morale è ormai perduto.