L’inganno della ragione

Dove si tratta di come la ragione non possa nulla se unita alla superbia e di come l’uomo, essere limitato, conosca quando riconosce i suoi limiti e limiti le sue capacità quando non li riconosce.

 È naturale che la ragione sfoci nell’intelletto, a meno che essa non incontri il suo mortale nemico, la superbia. Infatti è per ragione che si sono commessi i più grandi crimini della storia moderna, perché essa avvinghiata dalla superbia ha finito per perdere la sua natura. Quando l’uomo non riconosce i propri limiti, il proprio sguardo parziale, finisce per credersi onnisciente e sistematicamente fa il male. Così chi sterminava le altre razze perché inferiori, chi massacrava i piccoli proprietari perché nemici e chi stravolgeva l’ordine sociale per avere vantaggi economici a scapito degli altri. Errori di ottica. Errori che spesso hanno portato a guardare con sospetto chi dice di parlare per la verità, non tanto perché sia logico che esistono solo verità soggettive (cosa falsa ma sistematicamente propagandata dalla nostra società), ma perché chi lo ha detto con superbia ha generato mostri: il sogno della ragione genera mostri.

Quanto sia importante usare bene la ragione per capire la realtà ce lo insegnano gli eretici (Concilio di Trento – Sessione IV) che escludono i libri deuterocanonici veterotestamentari dalla Bibbia; il ragionamento di fondo era molto semplice: gli Ebrei non riconoscono come ispirati questi libri, dunque vanno esclusi. A dirla così sembrerebbe razionale infatti anche S.Gerolamo, colui che guidò la realizzazione della Vulgata, la Bibbia in latino che divenne di riferimento per la Chiesa, aveva la stessa opinione. Tuttavia cosa distinse S.Gerolamo dagli altri? Il fatto che conoscendo i propri limiti umani mise anche i libri deuterocanonici nella Bibbia che stava preparando, affidandosi al giudizio della Chiesa e consapevole che la sua valutazione, se pur poteva apparire razionale, doveva mancare d’intelligenza da qualche parte. In quest’uomo la ragione guidata dall’umiltà non si discosta dall’intelletto.

Inutile dire che oggi la ragione ha qualche elemento in più e può procedere più ferma nel discorso. All’epoca di Gesù Cristo la religione ebraica era una religione cultuale, incentrata cioè sul Tempio di Gerusalemme. Dunque non esisteva un canone determinato poiché l’Ebraismo non era ancora una religione del libro. Il canone venne così chiuso nel II o III secolo dopo Cristo, molto dopo la scrittura dei libri del Nuovo Testamento e a grande distanza dalla vita pubblica di Cristo. E chi chiudeva questo canone? L’unica setta ebrea che riuscì a prevalere e ad imporsi cioè il fariseismo (origine dell’ebraismo moderno), che era solo una parte del vasto panorama dottrinale del I secolo d.C. Cosa possiamo aggiungere? Che la comunità ebraica di Alessandria nella propria traduzione della Bibbia in Greco (Bibbia dei LXX) riteneva i deuterocanonici uguali ai protocanonici avendoli inclusi nello stesso testo senza distinzioni (e stiamo parlando del periodo precedente alla nascita di Cristo, un periodo in cui, fra l’altro, esistevano un sacco di libri apocrifi che non vennero inclusi nella LXX). E non dobbiamo pensare ad una comunità scismatica, gli ebrei d’Alessandria erano in ottimi rapporti con gli ebrei di Gerusalemme e non risulta che ci fossero state dispute sull’inserimento dei libri nel canone. Ma non è finita, a Gerusalemme il primo libro dei Maccabei, quello di Baruc, di Tobia e di Giuditta erano letti pubblicamente nelle sinagoghe, inoltre l’ispirazione della Sapienza fu in discussione fino al sec. VI e il Siracide fu considerato Sacra Scrittura fino al sec. X. Che poi i libri ispirati andassero presi dalla tradizione ebraica riconosciuta da Gesù e dagli Apostoli, e non da coloro che non avevano riconosciuto il Messia promesso e che, anzi, si stavano impegnando per escluderlo dalla loro vita, non vale nemmeno la pena di sottolinearlo. Così strana sei, o Ragione, sommi a chi non è nulla e sottrai a chi, invece, è tutto.