Bestiario clericale

Immagine di: Wellcome Library, London. Wellcome Images

In questo articolo elencherò alcuni comportamenti di sacerdoti, monaci o oblati che ho vissuto in prima persona e che mi sono sembrati scandalosi per la fede. Non farò nomi e manterrò il più assoluto anonimato dei protagonisti, tuttavia reputo importante scriverli, perché sono stati comportamenti che davanti ai miei occhi hanno svilito la fede e, la loro lettura, può forse aiutare chi ascolta ad essere di buon esempio. Ovviamente non giudico i singoli, non conoscendo tentazioni e intenzioni. Inoltre voglio fare una doverosa premessa: parlerò solo di persone che hanno comunque una vita nella Chiesa degna di attenzione, sarebbe troppo facile e veramente poco produttivo in questo contento citare le centinaia di eresie che purtroppo si possono sentire nelle prediche domenicali in giro per l’Italia o su Internet, questi fatti sono tanto più rilevanti perché parlano di persone che hanno dimostrato una propria coerenza e un proprio attaccamento a Dio e per questo sono fatti che toccano ancora di più la sensibilità umana.

I. Un volta un frate, parlando della propria vocazione, ha detto che poco dopo l’ordinazione lui ed un suo amico (anch’egli ordinato) si sono guardati e hanno detto “E se Dio non esiste?” “Non mi interessa, questa è comunque la vita che voglio vivere”.

Questo racconto presenta aspetti critici su più punti di vista. In primo luogo la vita di un frate se è svuotata di Cristo cos’è? Se Cristo è così marginale da poter non esistere senza che cambi nulla allora significa che in quel modo di vivere non è nulla. In secondo luogo allora la vocazione non è un servizio a Dio, è un servizio a sé, che amiamo quel tipo di vita indipendentemente da Dio. In terzo luogo la domanda sull’esistenza di Dio andrebbe affrontata nel germoglio della fede, perché come si può essere crocifissi per qualcuno che non si sa se c’è? Sarebbe alquanto strano.

II. Una volta un frate ha sostenuto che l’inferno è vuoto (“larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano” Mt 7,13) e che nemmeno Giuda è lì (“ma guai a quell’uomo, dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!” Mc 14,21) salvo poi sostenere ripetutamente che Berlusconi andrà all’inferno.

So che questa potrebbe essere vista come un’affermazione scherzosa, ma tutte le volte che veniva citato Berlusconi la citazione aveva un tale odio ed un tale livore che vi assicuro che non poteva essere presa come una battuta leggera. Vedere una condanna così alla leggera di un’anima all’inferno (sostituendosi al giudizio di Dio) unita ad una martellante teologia del “all’inferno non va nessuno (tranne Berlusconi)” creava un contrasto stridente e faceva dubitare dell’oggettività di quella persona in questo campo e del suo modo di prendere la fede e una cosa tanto grave come una condanna all’inferno. Da una parte sembrava voler essere più “buona” di Gesù, mentre dall’altra condannava con una leggerezza spaventosa. Non un bell’esempio di fede.

III. Una volta un frate ha rivelato ad un gruppo di persone, di cui facevo parte, un peccato imbarazzante che in confidenza uno dei frati di cui si occupava e che guidava gli aveva rivelato (senza specificare chi era il frate). È stata una cosa tremendamente indelicata, in quanto ha tradito una persona che in un momento di debolezza si è a lui rivolta, lo ha fatto in riferimento ad un gruppo molto ristretto e lo ha fatto per dare un insegnamento che poteva essere dato anche mantenendo un più rigido anonimato; fra l’altro nulla garantisce che questa voce non sia arrivata tramite noi al gruppo e che quindi abbia creato un clima inquisitorio.

Inutile sottolineare la tremenda indelicatezza di questo atteggiamento, fatto da un frate poi che a parole aveva una visione ampissima della misericordia, ma che poi nei fatti ha dimostrato una scarsa attenzione verso il suo prossimo (con l’aggravante che ne era la guida).

IV. Una volta dei terziari sposati (o persone che stavano per diventarlo, non ricordo esattamente) ci hanno raccontato che stavano per abortire uno dei loro figli soprattutto su iniziativa di lei. Un sacerdote ha detto loro “sapete come la penso” (esprimendo così la sua contrarietà). Alla fine lei si è decisa a tenerlo. Nel raccontare tutto questo non sembrava assolutamente che si parlasse del rischio dell’omicidio di un innocente, ma che anzi fosse una scelta tutto sommato praticabile, ma che loro in quel contesto hanno deciso di non praticare.

Parlare con questa leggerezza di uno dei peccati più orribili, lasciando il dubbio nella platea, a cui stavano dando testimonianza, che non sarebbe stato nulla di grave, ma una scelta legittima, è quanto di più orribile e disturbante possa accadere, soprattutto considerando che loro erano lì come testimoni. (Alcune riflessioni sull’aborto qui e qui.)

V. Un frate dava la massima attenzione alle persone che pensava potessero diventare frati e le incentivava a seguire percorsi sottolineando come non fossero strettamente legati a chi doveva o meno prendere quella scelta, insisteva che fossero piuttosto percorsi vocazionali in generale. Salvo poi scomparire quasi totalmente dalla vita di coloro che facevano altre scelte.

Il problema di questa esperienza è che il frate sembrava agire come l’agente di una multinazionale: dove non c’erano i risultati da lui attesi si passava velocemente ad altro. Ciò non considerando due cose molto importanti: 1. che aveva a che fare con persone che si fidavano di lui e che riponevano in lui molte aspettative, persone che venivano cancellate da un momento all’altro solo perché seguivano quella che credevano essere la chiamata di Cristo per loro. 2. che se crediamo davvero in Dio sappiamo che i risultati non sono solo degli indicatori di risultato o di profitto, ma spesso sono più nascosti e, a volte, una chiamata può essere ad una vocazione piuttosto che un’altra e che un grande santo può uscire da un gruppo piuttosto che da un altro e che solo Dio decide dove e come seminare; certamente chiudersi nella contemplazione dei risultati invece che aprirsi alla relazione con le varie esperienze può dare buoni numeri umani ma forse ostacola il nostro essere strumento del vento di Dio.

VI. Una volta in un grande monastero abbiamo chiesto, io e mia moglie (non ricordo se eravamo già sposati), a dei monaci la possibilità di parlare con qualcuno. Cercavamo dei riferimenti per la nostra vita spirituale e speravamo che i monaci di un ordine tanto prestigioso (con anche una lunga tradizione di oblati) potessero essere di guida alle nostre vite, con sufficienza ci hanno fatto parlare con un sacerdote che era nel monastero per recuperare una malattia mentale e che presto sarebbe tornato a centinaia di chilometri di distanza.

È facoltà di chiunque decidere se aiutare o meno, se guidare o meno, tuttavia si parla così tanto dello smarrimento della fede, ma quando ci si trova concretamente due persone che chiedono aiuto ad un ordine le si ignora. Fa riflettere sull’impegno e l’attitudine che i fondatori degli ordini avevano e che adesso paiono non essere più credute.

VII. Una volta in un monastero estero non abbiamo trovato alcun monaco, ma tutta la visita era incentrata sul pregiato vino prodotto e sulla possibilità di acquistarlo.

VIII. Una volta in uno dei più importanti santuari storici della cristianità (con origini medievali) anche se in pellegrinaggio abbiamo pagato per accedere e abbiamo trovato un clima freddo e sbrigativo con praticamente nessun attenzione al Santo titolare del santuario che, probabilmente per vergogna umana, era a stento citato.

IX. Una volta un sacerdote che stava ammaestrando una platea sul matrimonio religioso constatata la presenza di numerose copie di conviventi / matrimoni civili se ne è uscito con un “alla fine basta che ci sia l’amore”.

Se veramente “basta che ci sia l’amore” allora significa che il Sacramento non vale niente e che siamo stupidi tutti noi che quel sacramento abbiamo voluto riceverlo e ci sforziamo, nelle difficoltà, di rispettarlo. Non si capisce poi come svilire il matrimonio dovrebbe aiutare qualcuno ad avvicinarsi alla fede. (Che poi cosa significa davvero amore? Una riflessione qui.)

X. Una volta confessandomi il sacerdote mi ha detto che il Santo Curato D’Ars, Patrono di tutti i parroci dell’Universo, aveva delle tare mentali perché vedeva il diavolo ovunque.

Certo uno dei santi più grandi del mondo contemporaneo non era normale perché parlava del Diavolo. Credere al Diavolo, e a Gesù che ne parla, è evidentemente troppo per esseri così intelligenti e superiori come noi. (Un approfondimento sul Curato e sull’episodio qui.)

Per intanto è tutto; e voi avete vissuto episodi degni del “bestiario clericale”? Se sì raccontatemeli nei commenti.

Buona Vita.

 

 

Figliolanza

Nella nostra società individualista il concetto di figlio ha subito una notevole variazione. Ovviamente non si parla più di figlio come dono di Dio, anzi nella mentalità comune il figlio è solo il prodotto dell’incontro del materiale genetico della coppia. In poche parole il figlio è una proprietà. Egli non deve essere tutelato ed amato per quello che è, ma sempre in funzione dell’utile che conferisce ai donatori del materiale genetico.

Ciò può apparire un po’ esagerato, ma se si guarda bene si vedrà che ciò si rispecchia in tante piccole cose. I figli, in primo luogo, vanno pianificati, il contrario è una follia si dice. Cosa significa pianificare un figlio? Significa che in quel momento il figlio è più comodo al genitore, perché il genitore ha già avuto la sua carriera, ha già accumulato abbastanza capitale, oppure è ormai annoiato dal lavoro ed ha bisogno di un piacevole diversivo. Pianificare un figlio significa in fin dei conti cercare il momento migliore per il genitore. Non di rado, ormai, capita che alcune donne abbiano per scelta il primo figlio a cinquant’anni, incuranti del fatto che quando loro figlio avrà vent’anni esse ne avranno settanta. Non ragionano sul fatto che quello è il momento di maggior bisogno per un giovane, un momento in cui bisognerebbe avere affianco un genitore od un fratello nel pieno delle energie, il loro ragionamento è piuttosto “così avrò qualcuno che nella vecchiaia si prenderà cura di me” oppure “adesso sono appagata dei miei beni, voglio diventare madre”.

In secondo luogo capita sempre più frequentemente che i figli vengano assecondati in tutto. Ciò potrebbe apparire come altruismo, ma a me pare di vedere piuttosto il contrario. Infatti per il bene del giovane è bene che egli sia educato secondo un giusto mezzo, assecondare i capricci invece serve a far star bene il genitore che così può sentirsi più buono e, magari, può acquietarsi la coscienza per il fatto di dedicare un po’ troppo tempo al lavoro ed un po’ poco tempo alla prole.

In terzo luogo il figlio è la palestra delle voglie represse. Genitori che non hanno potuto vivere la loro giovinezza in un certo modo, non si chiedono come vorrebbero viverla i figli, ma piuttosto spingono i figli a seguire gli ammuffiti sogni dei genitori. Certo alla lontana essi credono di fare il bene dei figli, ma se si sforzano solo un poco i genitori si accorgeranno di assecondare solo se stessi e di realizzare nel figlio l’ombra di se stessi.

In quarto luogo il figlio oggi è il figlio dell’ambizione. Non importano le naturali tendenze personali, ciò che conta sono i risultati. Il figlio è buono, non in quanto cresce come persona, ma in quanto fa. Fa cose che permettono ai genitori di crogiolarsi nel successo. I genitori giocano così a poker con la vita degli altri, forti del fatto che i figli, in fin dei conti, non sono altri che mendicanti d’affetto.

Tutte queste cose derivano dalla visione dell’altro come individuo che ci può far sentire qualcosa o che ci può donare qualcosa, un individuo che per giunta è di nostra proprietà: nato quando noi l’abbiamo deciso e sussistente in quanto noi l’abbiamo sostenuto. Che il figlio non sia più considerato come persona, ma piuttosto come individuo si sente spesso anche nel lessico. Oggi parlando dei genitori ai figli si dice generalmente “non ti hanno fatto mancare niente”, una volta invece si poteva dire “ti hanno dato tutto”.

Oggi al centro c’è l’io, la famiglia è in secondo piano: “perché non dovrei divorziare, se io posso stare meglio?” si dicono i genitori d’oggi. È no cari miei, i figli li abbiamo messi al mondo noi, è il nostro egoismo ad essere la nostra condanna.

Vi dimostro che siamo creduloni

Prendete carta e penna ed annotatevi le brevi risposte alle seguenti domande, una volta fatto vedremo assieme le risposte.

1) La magia era diffusa nel Medioevo?

2) Il Diavolo è più presente nell’Antico o nel Nuovo Testamento?

3) La sofferenza eterna è un concetto più presente nel Nuovo o nell’Antico Testamento?

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Avete risposto?

Allora vediamo le risposte giuste: 1) la magia nel medioevo era pressoché scomparsa, la prova è che i trattati di magia tornano a circolare e ad essere copiati in numero considerevole solo nel rinascimento. Anche se probabilmente l’epoca di maggior diffusione della magia è la nostra: dall’Ottocento in poi tantissime correnti magiche sono nate. Per citarne solo alcune: il rito di Swedenborg, il Sat B’Hai, la grande fraternità universale, la società biogenica internazionale, l’ordine ermetista tetramegisto e mistico, l’associazione pitagorica, la societas rosicruciana in Anglia, l’ordre du lys et de l’aigle, l’hermetic brotherhood of luxor o chiesa della luce, l’AMORC, la golden dawn, l’order of the cubic stone, l’ordo templis orientis, il collegio Pansophicum, il tempio della gioventù psichica, il gruppo prometeo, il Babaji, l’ordine del Santo Graal, la Cristianità Adamitica, la Wicca, la società discordiana, la feraferia… Nel 1989 in Italia sono stati contati 11.700 maghi in una ricerca dell’ISPES per un giro d’affari di 877 miliardi di Lire. La magia non è mai stata così in salute, il calo dei Cattolici praticanti e quindi l’aumento della società cosiddetta laica ha portato ad una rinascita della superstizione e della magia. Inutile dire che tutte le forme di magia, compresi gli oroscopi, sono severamente vietati dalla Chiesa Cattolica e sono peccati in materia grave. Ogni superstizione viene dal diavolo.

2) Il Diavolo è presente in maniera pressoché esclusiva nel Nuovo Testamento, Gesù ne parla spesso, lo incontra, lo esorcizza. Nell’Antico Testamento in maniera diretta lo troviamo principalmente in Giobbe, è presente in pochi altri passi, fra cui, alcuni molto famosi (come Isaia dove si parla di Lucifero), si esprimono in maniera allegorica e non diretta.

3) Anche in questo caso, contro il luogo comune, la sofferenza eterna è presente soprattutto nel Nuovo Testamento e spesso è Gesù a parlarne, nell’Antico la troviamo principalmente nella Sapienza:
[gli empi] infine diventeranno come un cadavere disonorato, oggetto di scherno fra i morti, per sempre.
Dio infatti li precipiterà muti, a capofitto,
e li scuoterà dalle fondamenta;
saranno del tutto rovinati,
si troveranno tra dolori
e il loro ricordo perirà.
Si presenteranno tremanti al rendiconto dei loro peccati; le loro iniquità si ergeranno contro di loro per accusarli.”
ed in Daniele:
Molti di quelli che dormono nella polvere si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna.”
Anche in Isaia troviamo un riferimento al fuoco inestinguibile:
Uscendo, vedranno i cadaveri degli uomini
che si sono ribellati contro di me;
poiché il loro verme non morirà;
il loro fuoco non si spegnerà
e saranno un abominio per tutti“.

Ovviamente se qualche studioso cattolico di sacra scrittura o di movimenti magici vuole correggere qualche punto che ritiene impreciso è ben venuto.

Con quanto scritto voglio solo sottolineare che spesso crediamo ai luoghi comuni senza farci domande, luoghi comuni che tante volte sono stati creati da uomini di cultura coscientemente in malafede. Dunque quando diamo qualcosa per scontato, facciamoci qualche domanda in più, non guasta mai.