I vaccini: il problema etico ed il fascismo scientista.

C’è una cosa della discussione sui vaccini che mi sconvolge: la pretesa che sia una discussione che parte e finisce nell’ambito della scienza. Ora, chi sostiene questo, o non è arguto o è in malafede. Il problema dei vaccini è un problema in primo luogo politico, che discende da un problema etico che si basa su dati scientifici. La scienza, come ogni scienziato onesto può confermare, è un metodo che fornisce delle teorie temporaneamente verificate. Chiunque dica che la scienza ci dice cosa dobbiamo fare a livello politico è un mentitore ed un bugiardo, in poche parole uno scientista.

Questa prima premessa è fondamentale per sgomberare il campo da tutte quelle persone che parlano come se fossero divinità e che sanno loro assolutamente che cosa di deve fare. Tutte queste persone sono bugiarde, arroganti e vanno semplicemente ignorate.

Detto questo posso specificare di cosa parlerò: vaglierò il problema etico. Esso è il vero nocciolo della questione dei vaccini. Nel farlo eviterò accuratamente di parlare di dati, non perché non siano facilmente reperibili, ma perché irrilevanti al fine della discussione. Una volta risolto il problema etico sarà facile reperire i dati e decidere come procedere (esatto “decidere” perché nessuna persona onesta ci dirà mai che c’è una sola cosa che si deve fare, le scelte legittime sono molte e la scelta fra esse è un problema politico).

Nel problema etico rientrano tre variabili:

  1. la probabilità di contrarre la malattia per cui abbiamo il vaccino e di avere danni permanenti dopo averla superata;
  2. la probabilità di avere danni dal farmaco (i vaccini come tutti i farmaci hanno effetti collaterali).
  3. la probabilità di passare la malattia ad altri soggetti.
  1. La probabilità di contrarre la malattia per cui esiste il vaccino e di avere danni permanenti dopo averla superata. (Definita in seguito P.malattia). Questa probabilità non è fissa, ma variabile e dipende da moltissimi fattori. Prendiamo il caso di una malattia che si trasmette fra uomo e uomo, se una persona vive completamente isolata la probabilità di contrarre una malattia di origine umana è pari a zero. Statisticamente possiamo dire che c’è una determinata probabilità, ma nei singoli casi questa probabilità può passare da valori molto alti a valori molto bassi e dipendere fortemente dalle scelte individuali. Anche la probabilità di avere danni permanenti cambia in base a moltissimi fattori, uno degli esempi più comuni è la malnutrizione, ma per ogni malattia ci sono vari fattori di rischio.
  2. La probabilità di avere danni dal farmaco. (Definita in seguito P.vaccino). Questa probabilità è fissa per quanto riguarda l’esposizione al farmaco: tutte le persone che fanno il vaccino si iniettano il farmaco. Quindi, nel caso in cui un vaccino sia obbligatorio il 100% delle persone è esposto al farmaco e quindi il 100% delle persone è a rischio effetti collaterali, non esiste alcuna pratica che può permettere di ridurre il rischio di fronte ad un atto obbligatorio. Detto questo la probabilità statistica ci dà un certo valore di casi correlati e, anche se correlazione non significa necessariamente rapporto di causa effetto, è proprio la correlazione su cui si basa la scienza per cercare di capire le probabilità di rischio dei vaccini, queste probabilità sono necessariamente imperfette perché da una parte la scienza non conosce alla perfezioni le interazioni del corpo umano (se fosse non sarebbero necessari nemmeno i trial clinici che invece sono alla base della medicina farmacologica moderna) e dall’altra è difficile studiare a fondo le correlazioni sia in un determinato momento (esiste un numero di fattori virtualmente infinito che influenza la correlazione e una capacità limitata di monitorarli, osservarli e valutarli) che nel medio e lungo periodo (correlazioni non immediate tendono ad essere difficilmente identificabili).
  3. La probabilità di passare la malattia ad altri soggetti. (Definita in seguito P.contagio). Questa è strettamente legata alla probabilità di contrarre una malattia, ma diventa particolarmente rilevante nel discorso quando esistono determinati soggetti le cui probabilità 1 e 2 già descritte sono diverse da quelle generali ciò significando che alcuni soggetti sono particolarmente vulnerabili o particolarmente resistenti alla malattia in questione o al farmaco che veicola il vaccino.

Il problema etico dello Stato

Per lo Stato quindi il problema si formula in questi termini: è giusto imporre a tutti un rischio (P.vaccino) a fronte di un rischio incerto (P.malattia)? Dico incerto poiché non tutti i soggetti contraggono la malattia, ma tutti i soggetti obbligati assumono il vaccino.

A questo quesito la risposta non è in primo luogo numerica, ma etica. “È giusto?” non è una domanda che possa essere quantificata dalla scienza, certo ci possono essere dei dati scientifici a supporto di una visione o dell’altra, ma non ci può essere una risposta scientifica.

Dal punto di vista individuale in ogni caso non si vede per quali ragioni lo Stato dovrebbe sostituirsi al singolo nella scelta. Tuttavia è comunemente accettato che a fronte di gravi rischi e di controindicazioni pressoché nulle lo Stato possa reprimere la volontà del singolo e sostituirsi ad esso. (Ad esempio l’uso obbligatorio delle cinture di sicurezza che però viene derogato in tutta una serie di casi in cui potrebbe produrre controindicazioni anche minime, ad esempio le donne in gravidanza su certificazione del ginecologo). Se questo sia lecito o meno si tratta ancora una volta di una scelta etica e politica che dipende dal valore che si dà ai vari fattori in gioco.

Nel discorso dei vaccini abbiamo quindi due elementi particolarmente rilevanti:

  1. imporre un rischio in maniera certa di fronte ad un rischio incerto.
  2. per la loro natura di farmaco non essere certi di conoscere a fondo tutte le controindicazioni reali dei vaccini (quindi non essere certi di saper quantificare correttamente P.vaccino). Su questo ultimo punto ci tengo a fare un esempio veramente significativo: una persona che conosco diversi anni fa ricevette una trasfusione (probabilmente non strettamente necessaria). All’epoca l’opinione diffusa nella comunità scientifica sulle trasfusioni era pari a quella sui vaccini oggi. Chiunque avesse rilevato la possibilità di rischi sconosciuti o poco conosciuti sarebbe stato trattato esattamente come oggi chiunque rimane dubbioso sulla questione vaccini. La conseguenza di quella trasfusione fu una grave epatite. Sono serviti decenni (e molti interventi) per salvare quella persona e soprattutto perché lo Stato ammettesse in tribunale i propri errori. Questi non sono complotti, ma inevitabili conseguenze della ricerca medica che si basa in primo luogo sull’osservazione empirica delle conseguenze. E badate bene, le conseguenze non sono necessariamente immediate, ad esempio è stata recentemente dimostrata una correlazione significativa fra il fumo della nonna materna in gravidanza e le maggiori probabilità di manifestare l’autismo per i nipoti. Un danno che salta un’intera generazione! Un motivo in più per andare con i piedi di piombo nell’obbligare un’intera popolazione a fare qualcosa. (Immaginate, per assurdo, se fosse stato obbligatorio per tutte le donne fumare in gravidanza, adesso avremmo un numero di casi d’autismo spaventosamente maggiore e considerate che il fumo è iniziato ad essere considerato dannoso appena negli anni ’50 del Novecento). Se si ha a cuore la popolazione è necessaria molta cautela.

Visto quanto detto sembrerebbe per ora che sia assolutamente immorale per lo stato imporre una linea obbligatoria e comune, è veramente così? No, perché esiste un elemento di svolta che finora non abbiamo considerato. E cioè la probabilità di passare la malattia ad altri soggetti (P.contagio). Ora questa probabilità si divide sostanzialmente in due probabilità:

  1. la probabilità di passare la malattia ad un individuo nella norma (P.contagio_norma);
  2. la probabilità di passare la malattia ad un individuo con particolari problemi di salute (P.contagio_soggettiarischio).

Queste due probabilità vengono di fatto trattate diversamente in tutto quello che facciamo nella vita di tutti i giorni. Vi faccio un esempio: se mi arriva un ospite in casa e gli offro dell’aranciata io verificherò che l’aranciata non sia scaduta, che non sia stata contaminata, che non sia in alcun modo nociva. Farò insomma tutta una serie di verifiche volte a valutare la sicurezza del prodotto in relazione ad individui nella norma. Tuttavia non verificherò se il mio ospite è allergico all’acqua, al succo di arancia, allo zucchero, all’anidride carbonica, all’acido citrico, agli aromi naturali comuni, alla gomma d’acacia, all’acido ascorbico… non lo verificherò perché è un caso molto particolare quello di essere allergico ad una di queste sostanze e dunque mi aspetto, secondo buon senso, che un adulto che ha uno di questi problemi mi avverta di sua iniziativa. Come vedete tutti naturalmente facciamo questa distinzione di probabilità e tutti i soggetti con caratteristiche anomale sono i primi a vigilare su sé stessi perché consci di questa distinzione.

Cosa significa questo in relazione ai vaccini e alle malattie? Significa che se il contagio può essere gravemente pericoloso per tutte le persone allora legittimamente la forza politica può imporre il vaccino a tutti (ovviamente anche in questo caso ci saranno valutazioni etiche su quale sia il livello di pericolosità necessario per violare la libertà di cura del singolo e questa è una scelta puramente etica e politica). Va considerato però che questo ragionamento viene applicato con molta cautela in tutti i settori, tranne quelli con interessi economici molto forti. Facciamo un esempio: gli incidenti stradali sono la PRINCIPALE causa di morte fra gli adolescenti, spesso si tratta di pedoni. Se fossimo veramente convinti di questo principio vieteremmo di fatto a tutti di circolare con mezzi a motore, sarebbe una decisione senza effetti collaterali sulla salute (anzi l’inquinamento atmosferico e le polveri sottili sono classificate fra i carcinogeni umani) ed eliminerebbe di colpo la maggior parte degli invalidi civili e dei morti ammazzati. Tuttavia in un caso così lampante di emergenza si impongono solo piccoli aggiustamenti qua e là senza avere il coraggio di imporre alcun divieto assoluto di circolazione, e allora perché per molti vaccini relativi a malattie a minimo rischio non ci si fa problemi ad obbligare tutti quando sono presenti perfino possibili effetti collaterali sulla salute (cosa che nello stop del traffico non avverrebbe)? Forse che le centinaia di milioni di Euro che lo stato spenderà di più ogni anno c’entrano qualcosa?

In ogni caso dall’altro lato, se il contagio presenta un’elevata pericolosità solo in situazioni particolari allora la valutazione etica dovrà essere ben diversa e dovrà avere gradi di pericolosità ed effettività ben diversi per essere legittimata. Badate bene, si tratta del normale andamento della società umana: il glutine causa il cancro ai celiaci, dove si cucina con il glutine è veramente molto difficile garantire l’assenza di contaminazioni, quindi se guardassimo il caso particolare sarebbe molto urgente eliminare per legge la possibilità per tutti di utilizzare glutine. Invece la società dà in capo ai soggetti celiaci la gestione della propria dieta, riconoscendo nello sforzo individuale la responsabilità di tutelare la propria salute. In particolare questi discorsi riguardano la cosiddetta immunità di gregge: se la malattia è statisticamente pericolosa solo per persone in situazioni molto particolari, sul serio è l’insieme delle persone che deve tenerle al sicuro piuttosto che la loro propria condotta? Crederò che i politici abbiano sposato questa versione quando saranno eliminati tutti gli allergeni principali, saranno distrutte tutte le barriere architettoniche e tutto il mondo sarà sicuro per ciechi che girino senza cane né bastone o sordi che si muovano in strada senza osservare attentamente la situazione. Quando sarà così, in quel momento, saprò che l’immunità di gregge non è un pretesto, ma è presa seriamente.

Che dire dunque? Sicuramente un discorso sui vaccini è molto delicato, ma passa necessariamente dal rispondere a tutte le domande poste in questo articolo, passa dal definire pericolosità soglia che non vanno superate divise per situazioni e categorie di persone, sicuramente NON passa da personaggetti che si riempiono la bocca di proclami “scientifici” che dicono cosa si “deve” fare secondo la scienza (ricordo che la scienza è formata di dati e interpretazioni, queste sono decisioni politiche) e, soprattutto, non passa da casi limite presi e schifosamente buttati in prima pagina e in televisione per marciare sul male accaduto ad alcune persone. Questo in particolare è un modo meschino di fare politica, un parlare alla pancia, che se ne frega dei dati scientifici e mira solo ad ottenere un risultato. Fateci caso, tutti questi istrioni quasi mai parlano di dati, riempiono i loro discorsi con proclami, parole vuote e, soprattutto, bambini abusati nella sofferenza. La cosa più grottesca però è che accusano gli altri di essere coloro che negano la scienza.

Il prossimo va rispettato nei suoi diritti ad essere tutelato, ma anche nei suoi doveri di auto-tutelarsi secondo la propria volontà, e la libertà della persona va derogata solo per motivi gravissimi che mai e poi mai possono essere economici.

Esiste un termine preciso per quelle persone la cui libertà può essere derogata senza motivi gravi: li chiamano schiavi.

Perché il Cattolicesimo ha perso la guerra, ovvero perché i Cattolici sperperano le proprie energie

Casa di PavlovIn questo periodo sembra che i Cattolici stiano prendendo un po’ più forza, che finalmente il grande popolo della Chiesa abbia alzato la testa. Non è così. Anzi si può dire che le ultime mobilitazioni, anche se esemplificative di un popolo che esiste ancora e che probabilmente è ancora maggioranza, siano il simbolo della fine della guerra. Con una sconfitta. Tante energie potrebbero forse essere parte di un nuovo inizio, ma ciò sarà impossibile senza capire fino in fondo l’essenza di questo conflitto.

1. La metafisica è tutto

Esiste un inganno fondamentale alla base di tutto. Si tratta anche di uno dei temi più complessi e quindi più difficili da comprendere, ma è necessario che chi vuole combattere coscientemente in prima linea capisca a fondo la questione. Il punto è il seguente: non si può ragionare con tutti. Per un semplice motivo: la ragione è un mezzo eccellente che parte da un punto A e ci porta ad un punto B in maniera coerente, rigorosa e giustissima. Tuttavia proprio perché è un mezzo per procedere coerentemente e per valutare la coerenza interna di un ragionamento, essa si fonda sempre su una metafisica. Per questo motivo se l’interlocutore non accetta le basi metafisiche del discorso con lui non è possibile ragionare. E, badate bene, quando parlo di metafisica non intendo necessariamente cose complesse, ma soprattutto cose semplicissime come il principio di non contraddizione che è da molti negato a parole (essendo impossibile negarlo nella pratica). Quindi non è possibile ragionare con tutti.

2. Focalizzare l’obbiettivo

Immaginate una torre d’acciaio in fase di costruzione ed immaginate al contempo che un gruppo di persone vogliano abbatterla. Immaginate ora che queste persone possano togliere alla torre 5 travi ogni giorno e che il costruttore possa porne 6 ogni notte. Infine immaginate che ogni piano di questa torre immensa poggi esattamente su 6 travi. Ora queste persone sarebbero sommamente stolte ad eliminare ogni giorno le travi dell’ultimo piano in fase di costruzione perché ogni 6 giorni il costruttore avrebbe ottenuto un nuovo piano (6 giorni equivalgono a 36 travi messe e a 30 travi tolte). Cosa dovrebbero fare allora? Semplicemente dovrebbero togliere 5 travi dalla base della torre, in maniera tale da far collassare la torre sotto il suo stesso peso. Così in un giorno cadrebbe la torre costruita in anni. Ora questa è un’analogia che non si discosta dal vero. Prendete i tempi contemporanei: i Cattolici lottano per evitare adozioni agli omosessuali e sono indifferenti ai bambini che muoiono nei grembi delle madri a causa dell’aborto. Così nel tempo i bambini muoiono e gli omosessuali trave per trave spostano la lotta. Così mentre non volete le adozioni ottenete le unioni civili, in futuro mentre non vorrete la pedofilia otterrete le adozioni. E si continuerà così per molto tempo. Non si può essere Cattolici ad interessi alterni! La dissoluzione del matrimonio è più grave dei “matrimoni” omosessuali e la morte degli innocenti è più grave della dissoluzione dei matrimoni. Quindi come mai la priorità dei Cattolici non è invertita? Prima l’aborto, poi il divorzio e infine le unioni degli omosessuali. Tuttavia nessuno oggi manifesta contro l’omicidio dei bambini, così come nessuno osa nemmeno lontanamente manifestare contro la dissoluzione della famiglia, tutti però a manifestare contro le unioni degli omosessuali. Così si attacca l’ultimo piano della torre e fra sei anni si dovrà attaccare il piano dopo senza mai fermare la costruzione. I Cattolici come buoi, dietro a discutibili capi popolo, si scagliano contro i mignoli e lasciano intatto il cuore.

Potrei anche azzardare una previsione: l’adozione dei bambini adesso non passerà, verrà bloccata e questo sarà presentato come una grande vittoria, però passeranno le unioni fra omosessuali come inevitabili; “tanto i bambini sono in salvo” ci diranno e intanto una nuova trave sarà posta. Basterà ancora aspettare qualche anno ed in futuro le adozioni passeranno in cambio di un male peggiore momentaneamente sventato. È così che si ammazzano i tori nelle corride.

3. Non tradire sé stessi

Ora immaginate che, continuando con l’esempio precedente, delle 5 travi che i Cattolici possono rimuovere ogni giorno dalla satanica torre una sia effettivamente rimossa, una venga lasciata perché una parte degli operai crede che il “progresso” sia positivo, un’altra venga lasciata perché i costruttori della torre sbagliano certamente, ma forniscono anche ad alcuni operai un lauto stipendio, un’altra venga messa di traverso in modo che sostenga l’attuale torre ma non sia d’appoggio al piano successivo, perché è tanto importante dialogare, l’ultima infine sia messa in maniera tale da non nuocere né favorire l’avanzamento della torre perché ciò che abbiamo conquistato fino ad adesso è un progresso, non si può sperperarlo! Così sarebbe impossibile danneggiare in qualche modo la torre, anzi la torre procederebbe alla velocità di più di un piano al giorno. Questa è la realtà dei Cattolici: interessi terreni e buonismo hanno disperso il gregge ed ora la Chiesa è dilaniata al suo interno ed in balia dei costruttori. Basta pensare:

  • Ai sacerdoti, anche di grado altissimo, che abbandonano il proprio gregge, chi per interesse, chi per paura di apparire avulso al mondo. Così abbiamo sacerdoti che esaltano eretici, pagani, infedeli ed apostati e attaccano e picchiano buoni credenti. Abbiamo coloro che esaltano cose malvagie e sminuiscono cose preziose, infangandole e cancellandole. Abbiamo coloro che aprono le porte alla falsità e rinnegano la verità. Guai a tutti costoro, perché, innalzati sopra gli altri, sentiranno più violentemente la caduta.
  • A coloro che pur dicendosi credenti non accettano la fede così come ci è stata tramandata. Costoro si reputano più intelligenti e migliori di tutte le menti che ci hanno preceduto negli ultimi duemila anni. In realtà propagano solo vecchie eresie e fanno marcire il corpo della Chiesa.
  • A coloro che pur dicendosi credenti non accettano obbedienti la sottomissione ai propri superiori e producono scismi. La Storia ci ha insegnato che un Papa, così come un vescovo od un sacerdote, non sono necessariamente Santi. Tuttavia solo da loro riceviamo la Santa Comunione e la Confessione per il perdono dei nostri peccati. Così abbiamo il dovere di difendere la sana dottrina, ma non abbiamo alcun diritto di creare scismi o di affrancarci dall’autorità della Chiesa.
  • A coloro che lasciano entrare nel sangue della Chiesa i suoi nemici. Costoro preferiscono Budda a Gesù, Osho a Sant’Agostino, il Talmud alla Summa, il Dalai Lama a San Gregorio. La verità è una sola.

Quando i Cristiani smetteranno di tradire se stessi? Quando smetteranno di distruggere la fede cattolica? Quando smetteranno di tradire l’alleanza che Dio ha voluto?

4. Non essere orgogliosi

Esiste una condizione drammatica nel Cattolico d’oggi ed è l’addestramento all’orgoglio che ci viene fatto da questa società. Il cristiano orgoglioso non accetta l’insegnamento dei sapienti, non accetta la parola dei vicari, rinnega le Scritture ed è immune al carisma. E, se non si accetta più il carisma dei Santi, non si accetta la testimonianza, e senza testimonianza non v’è fede. Fino a che uno pensa di essere il migliore non è aperto alla verità e per lui la verità è un’estranea.

5. Ricordare la natura della propria armata

Infine uno dei punti fondamentali che ha spinto l’esercito in rotta è questo. Ben pochi Cristiani paiono ricordare la natura della propria armata. Le nostre armi sono la preghiera ed il digiuno. I nostri soldati sono gli angeli e i testimoni. La nostra forza è Gesù Cristo. Se non torniamo all’essenza della nostra forza perderemo sempre: non se mai visto un esercito vincere senza armi.

Possa Dio salvare l’umanità.

…Per un discernimento più sottile

Nelle anime incamminate nella via di Dio, la dimensione sensibile è soddisfatta dalla consolazione dello Spirito Santo che suscita sempre maggiore avversione ai diletti disordinati dei sensi, mentre la dimensione razionale è impegnata dal pensiero abituale di Dio e del compimento del suo volere. Lo Spirito di Dio penetra nell’anima con soavità ineffabile, all’opposto del cattivo spirito che tenta di penetrare con strepito, ingrandendo gli ostacoli nella via della croce, fatiche sofferenze e rinunce, e al tempo stesso rimpicciolendo la ricompensa eterna e falsando la figura di Dio: “… è vero che Dio ha detto…?” (Gn 3,1). Nelle anime che si sono date a Dio e stimano come un grande dono il poterLo servire, non riuscendo il Nemico ad allettarle con la sensualità disordinata, prospetta pensieri buoni, santi, ma con l’intento di sganciarla dalla dipendenza filiale col Padre, proponendo in modo subdolo una vita autogestita, dove Dio che è il fine diventa mezzo per raggiungere i propri obiettivi, anche buoni. In altri termini, l’anima anziché muoversi verso Dio, verso la via che Egli ha tracciato per lei da sempre -che certamente sarà faticosa, ma fonte di gioia e amore-, cerca di muovere Dio verso di lei, verso fini intermedi, magari buoni, leciti, che però vengono assolutizzati come unica ragione di vita. Ad esempio, il matrimonio, oppure una carriera lavorativa, o anche un apostolato fruttuoso  divengono il fine della vita e, Dio, il mezzo per raggiungere tali fini.  Si tratta certo di obiettivi ottimi, leciti, desiderabili, ma occorre interrogarsi sinceramente per capire se in tutto ciò si cerca la gloria di Dio e la salvezza dell’anima propria e degli altri, oppure la propria gratificazione, autoaffermazione ecc. Un inganno molto sottile che il tentatore pone in essere è quello di screditare la via dell’amore, del sacrificio, del triduo pasquale che deve compiersi in ogni cristiano, spingendo a diffidare di Dio, considerando il sacrificio di sé come inutile, sciupato, fallito… Insomma, efficientismo in tutto, messianismo facile come quello prospettato a Gesù dopo i quaranta giorni. Anche nel bene che si fa nella Chiesa, nella missione, nello zelo apostolico, talvolta è facile ravvisare l’amore di sé: la persona è attenta al successo, all’appagamento, al protagonismo, all’essere benvoluta da tutti, non contrastata, perseguitata… dimenticando le parole del Maestro: “…sarete odiati da tutti a causa del mio nome.” (Lc 21,17). Talvolta, accade di perdere di vista l’umiltà, e il Nemico ci suggerisce pensieri di ostilità verso chi ci contraria e non vive la fede in modo coerente, spingendo ad ergerci come paladini della giustizia in un’atteggiamento di chiusura ed ostilità che non lascia permeare l’amore e il perdono, che sanano e attirano verso Dio. Certo non è facile conciliare fermezza, coraggio e dolcezza al tempo stesso; mentre è più facile cedere al compromesso etico per evitare lo scontro, o viceversa chiudersi orgogliosamente nello sdegno e ira. Occorre pregare Gesù che ci presti i suoi occhi per vedere tutti come li vede Lui, chiedendo la grazia di desiderare di essere trattati come Lui, che forse, chissà, lo meritiamo per i nostri peccati… (cf Lc 23,40-41). Del resto, cristiano non significa alter Christus?!

Per scongiurare il rischio di attaccamento a sé stessi, ostinazione di giudizio, volontà appassionata e quindi di inganno nelle scelte vocazionali o comunque rilevanti per la vita, è opportuno mettere alla prova le ispirazioni (e aspirazioni anche legittime) inclinando il desiderio verso altre opzioni, mantenendo quella disposizione di apertura a 360°, che sola può garantire vera libertà e totale apertura al progetto di Dio su di noi. Quanto asserito non vuol dire scegliere il contrario di ciò che riteniamo più confacente e ragionevole per noi stessi, ma indica totale disponibilità e atteggiamento disinteressato, al punto che se il divino beneplacito sarebbe diverso, magari opposto al nostro sentire e volere, lo si abbraccerebbe per amore di Cristo e convinti che se vogliamo il bene per noi stessi, Dio vuole il meglio, anche se talvolta questo “meglio” ripugna alla natura corrotta e ai sensi ribelli, ma è dolce al palato dello spirito, che viene inondato da pace e gaudio duraturi, se veramente determinato a compiere la volontà di Dio, la sola che assicura la salute eterna (cf. Mt 7,21). Per sventare gli inganni, è necessario tener in debito conto che la natura umana indebolita dal peccato, va soggetta a molte passioni, alla corrente del mondo che propone la porta larga e ai Nemici spirituali che sono più furbi di noi e ci conoscono meglio di noi stessi, spiando i punti deboli dell’anima… L’antidoto è indubbiamente la vita sacramentale, nella Chiesa nostra Madre e Nutrice; ma soprattutto è necessaria l’orazione mentale sempre unita al confronto col Cristo della Pasqua, quello Crocifisso e Risorto, non solo quello Glorioso, e non ultima in ordine di importanza, la direzione spirituale nella Chiesa, chiedendo a Dio con forza un santo padre spirituale, assieme alla grazia di obbedirgli sempre, anche quanto ci contraria, per provarci nell’umiltà e farci crescere nella vita di fede. Non è il caso di elencare tutti i Santi che hanno sempre insistito molto sulla virtù dell’obbedienza, a cominciare da S. Caterina da Siena a S. Pio da Pietrelcina, ma è d’uopo riportare qualche pensiero di S. Massimiliano M. Kolbe Sacerdote e Martire: “L’obbedienza, ed essa sola, è quella che ci manifesta con certezza la divina volontà. E’ vero che il superiore può errare, ma chi obbedisce non sbaglia. L’unica eccezione si verifica quando il superiore comanda qualcosa che chiaramente, anche in cose minime, va contro la legge divina. In questo caso egli non è più interprete della volontà di Dio. (…) Dio ci manifesta la sua volontà e ci attrae a Sé attraverso i suoi rappresentanti sulla terra, volendo servirsi di noi per attrarre a Sé altre anime e unirle nella perfetta carità. (…) Attraverso la via dell’obbedienza noi superiamo i limiti della nostra piccolezza, e ci conformiamo alla volontà divina che ci guida ad agire rettamente con la sua infinita sapienza e prudenza. Aderendo a questa divina volontà a cui nessuna creatura può resistere, diventiamo più forti di tutti. Questo è il sentiero della sapienza e della prudenza, l’unica via nella quale possiamo rendere a Dio la massima gloria. Se esistesse una via diversa e più adatta, il Cristo l’avrebbe certamente manifestata con la parola e con l’esempio. Il lungo periodo della vita nascosta di Nazareth è compendiato dalla Scrittura con queste parole: “e stava loro sottomesso” (Lc 2,51). Tutto il resto della sua vita è posto sotto il segno dell’obbedienza, mostrando frequentemente che il Figlio di Dio è disceso sulla terra per compiere la volontà del Padre”

Diventare più forti

Come i miei lettori di vecchia data sanno, quando scompaio per un po’ significa che sto attraversando una fase delicata e che preferisco chiudermi nel mio silenzio. Ora, fortunatamente, ho dei collaboratori fantastici che rendono questo blog vivo anche in mia assenza. Cosa porto via da questi quattro mesi di assenza?

Porto via un proposito che è anche una considerazione. La via del Cristiano è diventare più forti. La strada per non far soffrire gli altri, per non peccare è questa. Il peccato infatti è debolezza. Ogni volta che feriamo qualcuno che abbiamo vicino lo facciamo perché siamo deboli. Spesso quello che ci impedisce di liberarci dal peccato è proprio la mancanza del proposito di divenire forti.

Certo senza Dio non siamo nulla, ma Dio ci ha dato i mezzi, ci ama e ci conosce nel più intimo delle nostre situazioni. Dobbiamo essere noi, con questi mezzi a prendere in mano la nostra vita. Dio non farà il lavoro al posto nostro, non sostituirà la nostra mollezza, non soccorrerà il flaccido. Siamo prima di tutto noi a dover desiderare Dio, a dover volere cambiare.

D’ora in poi davanti alle occasioni di peccato ricordatevi solo di questo: voi volete essere forti. Forti per amare, forti per aiutare.

Il silenzio di Dio

La fede non è cieca, il Signore entra nelle nostre vite con segni grandiosi. Chi non distoglie lo sguardo vede e capisce. Crede alle opere. Però arriva il momento in cui il Signore “sembra dormire”. Ciò è vero per la Chiesa universale, ma è vero anche per la nostra vocazione. Dove sei Dio? Cosa vuoi?

Alla fine, nella nostra storia personale, siamo noi a dover tracciare la strada, perché conosciamo la verità e la verità ci ha resi liberi. Schiavitù di libertà.

Uniamoci tutti in un pensiero d’affetto a Papa Benedetto il Grande. Che il Signore vegli su di lui e lo santifichi sempre.

croce di San Benedetto

Cattolicesimo ed Internet I – Le benedizioni: l’anticlericalismo

“Se la fede ch’essi posseggono è tale da essere abbattuta da qualsiasi ragionamento, allora è meglio che sia abbattuta e ch’essi abbandonino la verità… Come può essere buon cambiavalute, chi è incapace di sceverare le monete vere da quelle false?” (Clemente d’Alessandria)

Il 6 agosto 1991 il mondo è cambiato. Nasceva il Web. Questo mutamento non può essere ignorato dai testimoni della Fede. Per vivere il Web però serve un cambio di paradigma, non bastano proclamazioni ideali di chi non conosce. Questa realtà, per sfruttarla, bisogna padroneggiarla. Nell’ultimo decennio perfino le grandi aziende di marketing si sono trovate in difficoltà davanti ad un mercato che rifiutava sistematicamente le offerte pubblicitarie tradizionali, e si sono trovate a dover riscrivere i propri metodi. Cercherò di dare un mio piccolo contributo. In questo post inizierò ad analizzare una delle grandi benedizioni del web: l’ateismo anticlericale.

Ovviamente non sono diventato pazzo, so con certezza che esiste Dio e che ha istituito la Chiesa come madre e maestra. Tuttavia la violenza anticlericale è salutare, non solo perché in passato la Fede è nata sulle persecuzioni e perché è scritto che la via del Cristiano è la croce, ma anche perché:

a) Chi crede oggi ha per forza di cose una Fede più salda ed una maggior capacità di discernere il vero dal falso. San Francesco profetizzò un’età oscura, ma profetizzò anche che coloro che avessero mantenuto la Fede in quell’epoca avrebbero avuto molti più meriti di quanti non ne avessero allora.

b) La saldezza della Fede aiuta la testimonianza. Ora che essere Cristiano è una scelta contro il sentire comune, i Cristiani sono maggiormente testimoni. Rispondere con l’amore e con la fermezza della Verità è una grande testimonianza.

c) Nei pochi casi in cui le contestazioni sono vere e puntuali ciò è un grande vantaggio sia perché la Chiesa può migliorare e correggere se stessa sia perché la presenza del male e dell’imperfezione ci aiuta meglio a capire il piano di Dio per il mondo. Così ad un dio-fantoccio presente solo nella nostra testa sostituiamo il Dio vero, colui che fa piovere sul giusto e sull’ingiusto e colui che ha reso libero l’uomo perché decidesse della propria fortuna. La Chiesa istituzione è formata da uomini, peccatori, che faticosamente camminano verso la salvezza, alcuni prendendola altri perdendola.

I giovani che credono nonostante tutto sono potenti, nella loro fede c’è purezza, credono contro se stessi ed amano e praticano secondo Dio. Essi sono sovente più rigidi degli adulti, perché sanno che preziosa è la loro salvezza.

Battaglia

Per quanto scappiamo rimarremo sempre in un campo di battaglia; qualunque Signore serviamo egli ci chiederà la spada e il sangue. Per questo dobbiamo scegliere bene, non c’è vita che non abbia un prezzo, e questo prezzo è sempre molto alto. Per gli inconsapevoli, troppo alto. Possa Dio non enumerarci fra questi.

Sfiducia nella Fede

Il diavolo è entrato in mezzo a noi, ed è qui per disperdere le pecore. Lo fa disperdendo la nostra fede, così ci sono credenti che temono il confronto con qualunque altra visione del mondo, perché ritengono il proprio credo debole e senza fondamento. I Padri e i Dottori non ebbero paura di prendere quanto di buono c’era fra i pagani, di riconoscere la divina bellezza ovunque vibrava. Alcuni fra coloro che si definiscono uomini di fede hanno cercato, coi loro consigli, di bloccare la mia ricerca; tentando di trasmettermi una fede debole come quella negli dèi falsi e bugiardi, ma ben più sicuro legno dice “Oggi, via via che il Vangelo entra in contatto con aree culturali rimaste finora al di fuori dell’ambito di irradiazione del cristianesimo, nuovi compiti si aprono all’inculturazione. Problemi analoghi a quelli che la Chiesa dovette affrontare nei primi secoli si pongono alla nostra generazione. Il mio pensiero va spontaneamente alle terre d’Oriente, così ricche di tradizioni religiose e filosofiche molto antiche. Tra esse, l’India occupa un posto particolare. Un grande slancio spirituale porta il pensiero indiano alla ricerca di un’esperienza che, liberando lo spirito dai condizionamenti del tempo e dello spazio, abbia valore di assoluto. Nel dinamismo di questa ricerca di liberazione si situano grandi sistemi metafisici.Spetta ai cristiani di oggi, innanzitutto a quelli dell’India, il compito di estrarre da questo ricco patrimonio gli elementi compatibili con la loro fede così che ne derivi un arricchimento del pensiero cristiano. […] quando la Chiesa entra in contatto con grandi culture precedentemente non ancora raggiunte, non può lasciarsi alle spalle ciò che ha acquisito dall’inculturazione nel pensiero greco-latino.” (Fides et ratio, 72). La fede cattolica ha un legame così profondo con la verità che si può dire, senza timore, che ciò che è vero è cattolico. Non a caso “cattolico”, che oggi per decadenza viene usato solo per la fede, significa “universale”. Dunque non si deve temere nulla, poiché non dobbiamo difendere un insieme di credenze (come devono fare le altre fedi le quali sono deboli), dobbiamo parlare della verità, e la verità, si sa, si difende benissimo da sola.

I razionalisti invece non credono alla fede, peccato che tutto si conosce per fede. Non potendo, infatti, l’uomo trascendere se stesso, i presupposti della sua ragione non sono altro che atti di fede.

Per quanto riguarda ciò che non è reale la sfiducia è intelligenza; verità che si impone con potenza da se stessa. E su questo non occorre aggiungere altro.

Perfezione.

Si pretende la perfezione. Quando un’anima inizia ad addentrarsi nella via spirituale si pretende che sia già perfetta (diceva a grandi linee, stante la memoria, S. Teresa D’Avila nel Castello Interiore). Noi uomini siamo deboli, quindi quando scorgiamo qualcuno che pare solido, subito lo pretendiamo perfetto, altrimenti è un impostore, deve essere un impostore perché il santo da cartolina è, nella nostra mentalità, unico, predestinato, immacolato, incapace di peccare, buono da appendere ad un muro, ma imitarlo, impossibile, come si potrebbe? Noi che siamo peccatori! Invece il santo vero è scomodo, perché è uno che lotta, uno che ci guarda e ci dice “ce la puoi fare anche tu, vieni” e ce lo dice sorridendo, uno che ci accusa per la nostra mollezza, uno le cui azioni pretenderebbero di farci lasciare tutto per il Tutto. Inaccettabile, troppo esigente, troppo umano.

Simili paure attanagliano coloro che temono la verità e quando odono qualche fatto straordinario subito accusano di malattie psicologiche il testimone. Questi fanno torto da due parti. Da una parte perché giudicano a priori per difendere teorie che, evidentemente, percepiscono come deboli, ciò è dimostrato dal fatto che hanno paura di approfondire un semplice accadimento per valutarle. Dall’altra perché, dicendo che se uno ha avuto una qualche forma di debolezza allora va scartata interamente la sua opinione, dicono in realtà che nessuno è testimone, poiché nessun uomo è come loro lo vorrebbero, ogni uomo ha le sue debolezze; certo molti le nascondono e allora agli ingenui appaiono più credibili, ma nessuno ne è privo, non potendosi trovare la perfezione in una natura limitata.

Dunque se Dio che è perfetto agisse solo tramite perfetti, la sua perfezione non sarebbe ben poca cosa? Trarre il perfetto dall’imperfetto, mantenendo la libertà, questo è indubbiamente più perfetto.

La debolezza di Dio

“Credere in Dio non è poi così facile come sembra.”

Molte persone vivono di un Dio debole, lo privano dell’onnipotenza e si sentono in dovere di sopperire alla sua debolezza. Questo è un male trasversale alle varie professioni e si manifesta nei modi più bizzarri. Ad esempio se in una rivelazione privata, riconosciuta dalla Chiesa (fatto che, per inciso, non obbliga il fedele a credere, bastando la rivelazione pubblica), Dio ha promesso qualcosa, questi teorici della debolezza di Dio si affrettano a dire a tutti che la promessa esiste, è vero, ma che serve una determinata disposizione, che è limitata da determinate clausole, che non è possibile che sia efficace nella maniera più immediata. Questo nasce dalla paura e dal sentimento tutto umano; da una parte si teme che quanto predetto da Dio non si avveri e dall’altra non si sopporta che Dio possa essere così buono con persone che giudichiamo così inferiori a noi o così simili. Un altro esempio è colui che si affanna a dire che l’unico testo ispirato è quello autografo dell’agiografo, “bene” diciamo noi “dunque Dio ha fallito” poiché quel volume non esiste più. Dio, onnipotente, ha dato una rivelazione destinata a perdersi, pertanto il fatto che non abbiamo un libro dorato chiuso in una teca è un fallimento di Dio, invece che una profonda manifestazione della pedagogia divina che ha ispirato le Scritture con lo Spirito che dimora nella Chiesa.

Si vuole sempre correre a chiudere i buchi, a coprire le mancanze che Dio ha avuto; se una cosa va storta non è potenza di Dio, per noi è un fenomeno casuale, come se il caso fosse il bunker anti-Dio; se il mondo non ci piace, per forza non deve essere perfetto, come se il mondo fosse limite per Dio. Il limite dell’io, per noi, è sempre limite di Dio, leggero egocentrismo. Se Dio promette che chiunque recita per dodici anni delle orazioni non andrà in purgatorio, sarà accettato fra i martiri come se avesse versato il proprio sangue per la fede, conoscerà la propria morte un mese prima che avvenga, santificherà tre anime e salverà le quattro generazioni a lui successive come successo a S.Brigida (potete trovare la preghiera nel mio libro) questa è potenza di Dio e a nulla valgono i commenti. Tuttavia per noi che siamo deboli non è dannoso pensare che chi, per dodici anni, riesce fedelmente a dedicare uno spazio della giornata a Dio, necessariamente ha una disposizione interiore positiva e perseverante, fosse anche all’inizio il peggiore dei peccatori, e se Dio sostiene la perseveranza onererà anche la promessa. E con la sua grazia, guadagnata da quest’opera, disgregherà ogni inciampo alla salvezza. Credere in Dio non è poi così facile come sembra.

Cattolicesimo e politica, una gran confusione.

Oggigiorno c’è una gran confusione sui rapporti fra cattolicesimo e politica, il problema di fondo è che la cultura dominante etichetta come imposizione del Cattolicesimo qualsiasi cosa vada contro l’individualismo (cioè ogni cosa che si batta per la dignità della persona umana). Nasce così la leggenda che i Cattolici vogliano imporre la loro fede, intesa come fede nella Chiesa Cattolica, a tutti gli altri. La Chiesa Cattolica ha cinque precetti: a) Partecipa alla Messa la domenica e le altre feste comandate e rimani libero dalle occupazioni del lavoro; b) Confessa i tuoi peccati almeno una volta all’anno; c) Ricevi il sacramento dell’Eucaristia almeno a Pasqua; d) In giorni stabiliti dalla Chiesa astieniti dal mangiare carne e osserva il digiuno; e) Sovvieni alle necessità della Chiesa (per approfondire CCC 2041-2043). Ora non si è mai sentito che qualcuno proponga per legge l’obbligatorietà di andare a Messa o di confessarsi almeno una volta all’anno, per un Cattolico è contraddittorio imporre per legge la propria fede. Ciò violerebbe il diritto alla libertà religiosa del singolo, tutelato dalla fede. Ciò che propongono i Cattolici, uniti alle persone di buon senso, non riguarda la fede nella Chiesa, ma la verità e la giustizia. Non uccidere l’innocente è comandamento di verità e giustizia, dunque deve prevalere erga omnes nella legislazione civile. Qualora, come nell’aborto, si legittimi per legge la soppressione dell’innocente, non è come membri della Chiesa che ci opponiamo, ma come uomini, in virtù della giustizia e della verità.

Ne consegue che la critiche che si fanno alle opinioni cattoliche in quanto cattoliche (che etimologicamente significa universali, non dimentichiamolo mai), dimostrano la pochezza e la mancanza di fondamento dei ragionamenti avversari; se ci sono critiche invece sui presupposti o sulla verità dei ragionamenti quelle dimostrano accortezza, onestà ed attenzione. Quando la Chiesa parla alla società civile lo fa come araldo di verità e sulla verità si basano i suoi ragionamenti, se qualcuno vi trova qualcosa contro giustizia la deve manifestare come mancanza di verità. Ritenere invece che i membri della Chiesa non abbiano libertà d’espressione è semplicemente la più becera delle intolleranze ed una vile scappatoia dal punto delle questioni.

Mi rendo conto che il mio discorso si presta ad essere male interpretato sia da una parte che dall’altra, poiché il demonio è amico delle esagerazioni e dei fraintendimenti, ma ciò, da un certo punto di vista, è un bene, perché per conoscere la verità bisogna sempre camminare sul filo del rasoio, evitando di essere frettolosi e superficiali; se non s’impara questo la nostra ricerca non procederà e, ciò che conta sviluppare, non sono i grandi numeri, siamo noi come persone.

Scegliete.

Ci dicono che dobbiamo provare tutto nella vita, eppure ciò non ha senso. Non si può provare tutto, poiché ogni volta che si prova qualcosa si rinuncia a qualcos’altro. Prendiamo ad esempio il nostro corpo, le forze che dedichiamo ad una causa non verranno dedicate a nessun’altra, così nello spirito, i momenti che avremmo utilizzato servendo il Bene non diverranno mai del Male, né viceversa. I videogiochi e i film ci hanno abituati ad un mondo attutito, in cui tutto scompare; ma nella vita le risse lasciano lividi e le ferite cicatrici. Basta fare un piccolo segno in un mobile e quel segno rimane lì senza svanire. Ogni volta che agiamo modifichiamo la realtà, che è una sola ed in divenire. Tuttavia ciò non è motivo di paralisi, al contrario, sapendo che ogni cosa che facciamo è temporalmente incancellabile, ci troviamo liberi, poiché il non fare equivale al fare, aspettare può essere un errore quanto agire. Dunque, restituitoci il dolce peso delle nostre responsabilità, torniamo a vivere e a scegliere. Rimanere tutta la vita seduti su un divano è una scelta, così come combattere la buona battaglia. Scelte, costituzionalmente liberi non possiamo che farle; è la fortuna di essere uomini.

Il cavaliere impaurito, ovvero perché non nascono più eroi.

Vi assicuro che il cavaliere impaurito del titolo non è un modello da disprezzare, è un modello da imitare; ma procediamo con ordine.

Rinascimento, siamo nel pieno del Cinquecento, nasce un mito: quello del cavaliere senza macchia e senza paura, peccato che la cavalleria medievale sia scomparsa da circa due secoli. Cosa significa? Significa che quando si crea questo mito siamo in un’epoca in cui gli ideali cavallereschi veri e propri ormai sono scomparsi, in cui alla concretezza della cavalleria medievale viene sostituita una visione del mondo individualista e assolutamente irreale. Siamo nell’epoca in cui Erasmo da Rotterdam sfrutta le sue conoscenze romane per esaltare se stesso attraverso la pubblicazione dell’editio princeps della Bibbia, peccato che per farlo faccia bloccare ogni altra pubblicazione, fra cui edizioni di valore, per darci coscientemente una pessima versione della Bibbia. Siamo insomma in un’epoca dove l’individualismo si risveglia prepotentemente, l’epoca in cui tramontano gli eroi.

Nel Medioevo infatti, dove la cavalleria si praticava davvero, e fino al Duecento la si praticava per merito e non per nascita (il figlio di un cavaliere che non praticasse la cavalleria entro il trentesimo anno di età veniva considerato a tutti gli effetti come un rustico e chiunque fosse ritenuto degno poteva venir elevato al rango di cavaliere dalle autorità cittadine indipendentemente dalle sue origini), la questione del “senza macchia e senza paura” sarebbe sembrata un’assurdità. Si parla così di un padre che rimproverò duramente il figlio per il proprio proposito di non ritirarsi mai in battaglia, consigliandogli di non rispettarlo, e della successiva morte del figlio alla sua prima battaglia. Oppure di Galvano (ritenuto il migliore dei cavalieri) in cui traspare chiaramente la paura della morte. Si parla insomma di persone reali (per quanto leggendarie), che veramente hanno combattuto, non di finzioni letterarie prive di significato.

La loro grandezza, il loro eroismo, era nella loro umanità. L’eroe infatti non è colui che si crede invincibile, che è incosciente al punto da non temere nulla, che si auto-rappresenta come perfetto. L’eroe è colui che conosce i suoi lati oscuri, li accetta e combatte. Quando sapremo di essere persone imperfette, quando conosceremo i nostri limiti, quando ci saremo figurati la difficoltà delle nostre azioni, allora saremo uomini, quando poi sapremo anche dominare la maggior parte delle nostre azioni, allora, saremo eroi. L’ignoranza è per i folli. L’eroe medievale doveva ben guardarsi dall’essere un semplice ammazza-nemici forte e violento: in ciò non c’era onore. I cavalieri dovevano rispettarsi e ridurre al minimo lo scorrere del sangue. Guglielmo di Malmesbury racconta che il duca Guglielmo cacciò per sempre dalla cavalleria un uomo che aveva mutilato il cadavere del re Harold durante la battaglia di Hastings; mutilazione di cadavere nemico, per la nostra epoca, roba da medaglia.

Verso la meta.

Se noi confidiamo negli uomini e quindi ci lasciamo prendere da rancori, gelosie ed opinioni taciute o troppo manifestate, non arriveremo mai là dove il nostro cuore ci sospinge. Questo è uno dei sensi della carità, quando l’amore si erge sopra le contingenze, allora gonfia le nostre vele, altrimenti viene fermato da foreste troppo zelanti. Amare gli uomini senza chiedere in cambio, donare senza voler ricevere, ciò ci libera dalla contingenza, ciò ci spinge verso la meta. Noi e Dio, da qui sorge il vero amore per l’uomo, che siamo noi e che sono gli altri.

Come avere successo

Le persone che hanno successo sono quelle che riescono ad impegnarsi, a dare tutto per un progetto, a concentrare le loro energie. Una cosa di cui siamo capaci tutti; quando non ci riusciamo è segno che quel progetto non rispecchia davvero ciò che vogliamo. Ma cosa vogliamo esattamente? Vogliamo ciò che reputiamo buono. Questo è universalmente vero, noi desideriamo ciò che reputiamo buono. Così chi segue la carriera lo fa perché reputa buono il successo economico, oppure l’approvazione sociale, o ancora l’indipendenza e l’apparente autosufficienza. Chi vuole il potere reputa buono il poter decidere senza essere sottomesso, oppure reputa buono ciò che può fare con il potere, o ancora reputa buone le conseguenze delle sue azioni o, peggio, il poter dominare gli altri. Chi studia reputa buona la conoscenza, oppure il riconoscimento sociale, oppure il soddisfare alle aspettative dei genitori, o, anche, il lavoro che potrà ottenere con il proprio studio. Questi sono solo alcuni esempi nemmeno esaustivi, tuttavia ciò che importa è che a muoverci è la nostra idea di bene. O meglio ciò che intimamente reputiamo bene, non ciò che a parole riteniamo bene. Una conseguenza di ciò è che le persone, che non riescono veramente a sposare un progetto nella propria vita, sono divise. Evidentemente dentro di loro ci sono più idee di bene che rivaleggiano e, non prevalendone nessuna, la conseguenza è una stasi perpetua.

Non avere una visione del bene significa dissipare le proprie forze, in questa situazione si trova, ad esempio, chi vorrebbe cambiare università e non ha il coraggio di farlo, da una parte è buono non sprecare ciò che si è fatto fino ad ora, dall’altra è buono seguire ciò che ci realizza veramente. Egualmente da una parte è buono soddisfare le aspettative di chi ci circonda, dall’altra è buono coltivare le nostre. Così per il lavoro, da una parte le sicurezze, dall’altra le ambizioni; da una parte la carriera, dall’altra la famiglia. Quando siamo divisi dai dubbi non possiamo dare il massimo, e siamo divisi perché non scegliamo fino in fondo. In questo stato si può vivere per anni, vite intere, però questo non è lo stato di chi ha successo. Chiunque abbia successo si distingue per la capacità di credere fino in fondo alla propria idea di bene, per la capacità di dare tutto per essa, per la capacità di essere forte in essa.

La risposta che determinerà il nostro successo è la risposta, vissuta, ad una semplice domanda: “Per chi? Per chi combatte la mia spada?”.

Come ti guarda Dio

“Dio non può esistere! Guarda quanto male!” “Se Dio esiste dovrà chiedermi scusa.” “Ho pregato così tanto per mia nonna ed è morta lo stesso, Dio non esiste.” “Quei quattro poveri ragazzi, bruciati vivi, Dio non esiste e se esiste è cattivo.” “Guarda non riesco nemmeno a comprarmi un’auto decente, ed una volta ho pregato anche Dio, se esiste perché non mi dona un’auto?” “Ti dimostro che Dio non esiste, gli do 5 minuti per fulminarmi, al termine dei 5 minuti avrai la prova che Dio non esiste” “Mi sono fatto da solo, la mia vita è merito mio” “Certo che esiste Dio; e no, non do mai nulla ai barboni, cosa c’entra?” “Se Dio esiste perché sono brutto? Se da Dio viene il brutto allora anche Dio, se esiste, deve avere dentro di sé il brutto!”.

Queste obbiezioni hanno tutte qualcosa in comune; presentano errori di ottica. Quando interpretiamo le azioni di Dio, dobbiamo capire ciò che è veramente importante, Dio agisce per il meglio. Il meglio è la vita eterna, se in questa vita diveniamo re del mondo, ma poi perdiamo la nostra anima nulla vale. Se per la materia che otteniamo danniamo lo spirito, ci chiameremo sventurati per l’eternità. Eppure la nostra ottica, qui, è così limitata che non capiamo come siamo guardati, con che infinito amore il Signore accudisce i nostri desideri, in che modo ci dona ciò che vale davvero. Nel processo di beatificazione del Santo Curato D’Ars ci fu una testimonianza riguardo ad una ragazza cieca, ella era andata dal Santo per guarire, il Santo, per ispirazione soprannaturale, le disse che poteva certamente guarire, ma che da cieca si sarebbe salvata sicuramente, mentre, vedendo, la sua salvezza sarebbe stata incerta. La ragazza andò a casa gioiosa della propria cecità. Arriverà un giorno in cui capiremo tutto, in cui vedremo quante volte Dio, con dei mali apparenti, ha suscitato grandi beni per la nostra anima; benediremo quei “mali” e gioiremo dei loro frutti.

 Tuttavia l’azione di Dio non è mai invasiva, ci dona tutto ciò che ci serve, ma la scelta è solo nostra. Noi siamo liberi; profondamente, costituzionalmente liberi. Nel nostro cuore sappiamo qual è la verità anche se l’abbiamo annegata, anche se sono anni che non l’ascoltiamo, anche se ci infastidisce al punto da farci diventare testimoni della menzogna, ansiosi di trascinare gli altri nell’errore. La verità è lì, per noi, la conoscevamo e ora non la conosciamo più. Alla fine della nostra vita non ci verrà chiesto conto di quante cose abbiamo avuto, ma di cosa siamo diventati. Una sola domanda spalancherà le porte del Paradiso davanti alla nostra strada, una domanda semplice e allo stesso tempo complessa, il Signore della Gloria, in uno slancio d’amore, ci chiederà semplicemente: “hai amato?”. E quale sarà la nostra risposta?

Complotto segreto per uccidere Benedetto XVI!!!!

Il Papa morirà entro novembre 2012, a causa di un complotto, questo è il succo di un articolo del Fatto Quotidiano di cui potete trovare un sunto sul sito del Giornale. Ci risiamo, sempre la solita storia, perché questi articoli funzionano? Semplice, perché vorremo sapere il futuro. Così oroscopi, cartomanti ed ogni forma di divinazione. Il punto è proprio quello, i giornali non sono interessati davvero a dare questa notizia, quanto piuttosto a provocare il prurito del pubblico. Possono essere previsioni Maya, oppure previsioni di studiosi d’altri tempi, come Bendandi, oppure improbabili teorie scientifiche, l’importante è grattare lì dove l’uomo si sente incerto, cioè il suo avvenire. Sì, perché l’uomo senza fede è proprio così, un tronco in balia dei flutti. Se nulla veglia su di noi, se esiste solo il caos, l’uomo è un fuscello circondato da fiamme. Alla fine la nostra vita è fragile ed appesa ad un filo, sia a livello fisico che psicologico, un filo che può essere in ogni momento spezzato dagli eventi. Così vorremmo squarciare il velo di un futuro insensato e, quindi, probabilmente ostile.

Poi c’è il complotto, anche il complotto ci solletica, perché soddisfa la nostra voglia di dare la colpa agli altri, di attribuire gli eventi a minoranze organizzate (con cui spesso è facile prendersela), il complotto ci toglie le responsabilità dalle spalle, perché ha l’aura dell’ineluttabile. Noi non abbiamo sbagliato, se l’economia va male è colpa degli ebrei organizzati, se il mondo va verso l’immoralità è colpa di quattro massoni che hanno saputo diffondere le riviste porno, se la Chiesa scompare è colpa della tale corrente (un po’ come dire che il male è più forte del bene e che una corrente malvagia sa soffocare tutte le correnti giuste). È più facile perché non ci costringe a porci davanti alle nostre responsabilità di singoli; permette di mantenere il mito di un popolo di giusti schiacciato da un’orribile minoranza di malefici. È più semplice dare la colpa a cento ebrei che si trovano una volta l’anno che non riconoscere la nostra responsabilità e la responsabilità delle idee che abbiamo diffuse e che continuiamo a diffondere.

Esiste poi un altro aspetto dei complotti: i complotti ci fanno sentire intelligenti. Nel momento in cui riteniamo di aver scoperto qualcosa di più vero rispetto a quello in cui credono gli altri, che per definizione, essendo altri da noi, sono più beoti, ci sentiamo meglio. Noi si che sappiamo leggere i segni dei tempi, poco conta che non si faccia nulla per migliorare le cose, l’importante è essere illuminati, non mischiarsi con il popolino, crogiolarsi assolutamente inattivi (sia dal punto di vista fisico che mentale) nella nostra presunta conoscenza. I complotti addormentano; non si è mai sentito, infatti, di un condottiero seduto sugli allori, quello è tipico dei tiranni.

Invece noi come uomini dobbiamo avere fiducia nel futuro perché nulla accade per caso e, soprattutto, dobbiamo agire per cambiare le cose. A chi crede ai complotti dico: se cinque persone consapevoli possono guidare il mondo verso il caos, altre cinque non possono forse riportarlo alla luce? E a chi non ci crede dico: il seme della decadenza è dentro di noi, dentro il nostro modo di comportarci tutti i giorni, dentro la nostra noncuranza, dentro il nostro adeguarci all’andare del mondo. Così, divenuti consapevoli, alziamoci e costruiamo un mondo migliore.

È uscito il nuovo libro di BiancoFulmine!

Liberamente scaricabile partendo da questa pagina.

Vi ringrazio di avermi seguito fino a qui, spero di riuscire a mantenere sempre il blog interessante ed utile. Se lo leggete fatemi sapere i vostri pareri (contattami), per me sono davvero molto importanti.

Buona serata a tutti!

Contro i seguaci.

Un libero pensatore non può mai essere completamente d’accordo con il pensiero di un altro libero pensatore, questo è lo scotto della nostra imperfezione. Dunque non ha senso per un pensatore dirsi seguace di questo o quell’altro, come non ha senso dirsi seguaci di un’ideologia. Ciò non significa che è tutto da buttare ogni volta, significa solo che ogni cosa va vagliata criticamente. Significa solo che siamo liberi.

Solo ciò che viene da Dio, una volta riconosciuta la realtà della Rivelazione, è certo nella sua totalità. Un uomo invece può dire tante cose corrette, ma nessuno può dare per scontato che le dirà sempre tutte. Come diceva Aristotele, bisogna che molti diano il loro contributo per individuare la verità. La libertà del pensiero, libertà dalle convenzioni sociali e dalle figure che ci vengono imposte come autorità indiscusse è qualcosa di vertiginoso, di immanemente bello, è il sapore dell’umanità. Solo da qui si passa per trovare la verità.

Una voce dentro al coro.

Siccome siamo tutti uguali, tutti indottrinati e massificati, uomini la cui originalità viene in parte repressa ed in parte incanalata sul taglio dei capelli ed il modo di vestirsi, abbiamo dei miti. Miti che servono per sopravvivere, per raccontarcela un po’ e sentirci meglio. Uno di questi è la pecora nera, un altro è la voce fuori dal coro. Nelle pubblicità questi miti sono super presenti, tutti vogliono sentirsi originali, diversi, ma non vogliono che ciò gli costi fatica ed allora: tutto risolto! una bevanda invece che un’altra, una maglietta invece che un’altra, una cosa contro (contro cosa decidete voi) ed è fatta, originalità a basso costo (per noi s’intende, non per il portafogli).

Una volta mi sono trovato a passare la notte con un po’ di alternativi; un gruppo di brave persone che avevano solo la particolarità di vestirsi un po’ strano. Devo dire che varie volte ho tentato di farmi spiegare in cosa consistesse il loro essere alternativi, morale: consisteva solo nell’esserlo. Non avevano nulla che lo giustificava, il loro gruppo era così e loro, uniformati al massimo, si adeguavano, l’unica cosa che continuavano a ripetermi era l’importanza di essere alternativi.

La nostra società è così, piena di individui che si massificano nei gruppi più strani, pretendendo di essere originali. Se lasciassero perdere il loro lato individuale ed invece esaltassero quello personale allora sì che sarebbero veramente originali, perché non c’è una persona uguale all’altra. Noi uomini siamo tutti unici, per natura. Ogni uomo è un inestimabile pezzo unico, ma per farlo emergere bisogna accettare il peso della propria unicità e scoprirsi splendidi. Sì, perché come ogni pezzo unico siamo splendidi, splendidi nella nostra irriproducibilità, splendidi nella nostra originalità.

Ed è proprio quando ci accettiamo come persone che sappiamo scegliere. Non siamo più dei servi di questa o quella ideologia, ma degli uomini. E solo gli uomini, poiché scelgono, possono decidersi intimamente per il bene, possono diventare pecorelle davanti alla verità. Bello no? Tutti vogliamo essere pecore nere e Gesù che figura ha scelto? I pecoroni che vanno dietro al pastore! Chissà se i suoi esperti di marketing hanno provato a dissuaderlo: “pecore?” “non verrà nessuno” “meglio le tigri” “o i leoni” “sarà un fallimento”. È già… un fallimento, perché piacere a milioni di individui è semplice, piacere ad una sola persona è molto più difficile. Ma in questo caso i numeri non contano, è come paragonare Amore e Psiche di Antonio Canova ad un cesto pieno di spilli, uno a molti, uno a nessuno.

Ma con Gesù tutto cambia, l’originalità è proprio nell’essere pecore bianche, l’indomabilità nell’essere sottomessi, la voce più libera quella all’interno del coro. Siate liberi, divenite voi stessi.

Ripartiamo da qui.

“Per costruire il futuro voglio cambiare me stesso, nel presente.”

Si fa un gran parlare di riforme, di leggi, di come deve essere lo Stato del futuro; tutto inutile. Per quante leggi ci siano, per quanto perfette esse siano, per quanto siano ben pianificate, se esse non entrano nei cuori dei singoli saranno vane. La giustizia funziona solo con chi ci crede; si vede anche ad un livello molto empirico: chi spende parecchie migliaia di Euro di avvocato per una cosa da poco? e chi ci obbliga a rispettare una legge penale nel segreto? La giustizia funziona solo fra gentiluomini. Per quanti esattori ci siano non saranno mai controllati tutti gli scontrini, per quanti poliziotti mai tutti i vicoli, per quanti vigili mai tutti i parcheggi.

La politica, lo Stato, deve ripartire da qui, dall’educazione morale dell’uomo. Per troppo tempo il potere, nel suo senso più positivo, ha abdicato all’educazione umana. Per anni c’è stato ripetuto che nelle scuole non si devono insegnare i valori: sciocchezze, ogni insegnamento, di qualunque tipo, comunica un valore. Per anni ci è stato detto che i bambini vanno cresciuti in autonomia: sciocchezze non esiste un’autonomia del bambino, esso assorbe sempre e comunque i valori che lo circondano. Abbiamo abdicato al bello e al buono per lasciare che ogni valore prepotente emergesse. È ora di finirla, siamo uomini.

Il futuro riparte da qui, da un’umanità con una morale, da una umanità di probi, di uomini insomma. Per costruire il futuro voglio cambiare me stesso, nel presente.

“so tutto io”, il razionalismo incontinente

Un brandello di pelle di capodoglio con le cicatrici provocate dalle ventose di un calamaro gigante.
Un brandello di pelle di capodoglio con le cicatrici provocate dalle ventose di un calamaro gigante.

1861 la corvetta francese Alecton avvista e arpiona un calamaro gigante al largo delle Tenerife, il corpo dell’animale si spezza in due tronconi nel tentativo di issarlo sul ponte, se ne recupera solo una parte. È una conferma di anni di avvistamenti e testimonianze, fra cui si ricorda anche una descrizione di Plinio il vecchio nella sua Naturalis Historia. Il corpo era lungo otto metri e l’orifizio orale misurava ben mezzo metro. Il 30 dicembre 1861 un rapporto scientifico venne presentato all’Accademia francese delle scienze; si direbbe l’inevitabile fine della credenza per cui i calamari giganti erano ritenuti esseri mitologici ed inesistenti nella realtà. Ma come sappiamo abbandonare il ciuccio delle idee razionaliste che ci presentano una visione delle cose sicura e pacifica, una visione tranquillizzante per cui tutto è normale e razionalmente prevedibile, è molto duro per una buona fetta degli individui. Così la maggioranza degli scienziati ritenne il caso fasullo ed il rapporto non credibile. Successivamente numerosissimi (mai più ripetuti con questa intensità) spiaggiamenti a Terranova ed in Nuova Zelanda resero impossibile il non riconoscere l’esistenza di questi calamari. Tuttavia cosa sarebbe successo se fortuite coincidenze non avessero causato questo fenomeno naturale? Le persone coinvolte sarebbero state trattate come mistificatori ed il calamaro gigante sarebbe stato definito ancora un essere mitologico e fantastico. Non è così che si indaga la verità.

Fortunatamente questa storia ha un lieto fine: oggi su Wikipedia possiamo leggere “I calamari giganti, ritenuti un tempo creature mitiche, sono calamari della famiglia Architeuthidae, composta da circa otto specie del genere Architeuthis. Sono abitanti delle profondità oceaniche…” (voce Architeuthis). Il punto più profondo dell’oceano conosciuto è a 10.994 metri sotto il livello del mare nella fossa delle Marianne, il fondo è stato raggiunto una sola volta da un equipaggio di due persone sul batiscafo Trieste (precisamente a 10.902 m), l’impresa non è più stata ripetuta. Tuttavia a quell’enorme profondità, sotto quella pressione spaventosa (più di una tonnellata per centimetro quadrato) c’era la vita. E noi uomini pretendiamo di sapere tutto a priori, nell’Ottocento quando le immersioni a grandi profondità ancora non esistevano ed oggi quando sono ancora in quantità trascurabile.

Così in tutti gli altri campi: noi pensiamo di sapere, diamo per scontato e, soprattutto, non crediamo a fatti e testimonianze. Siamo arrivati al punto paradossale, nel campo della (mis)conoscenza aprioristica, che se vediamo in maniera lucida e certa qualcosa di straordinario preferiamo dubitare di noi stessi piuttosto che dei nostri pregiudizi. Senza un cuore libero non si conosce la verità, ci si procurano solo tanti ciucci, volgari surrogati del bene bramato; ma è solo abbandonando l’inconsistente sicurezza di ciò che è falso, che si può ottenere l’indistruttibile sicurezza di ciò che è vero.

Cristo nella merda, colpo d'”artista”

L’altro giorno ho seguito un dibattito; parlavano di uno spettacolo teatrale (che non conosco) dove il volto di Cristo raffigurato sullo sfondo viene coperto di merda (scusate se uso questo termine latino di oraziana memoria, nel dibattito continuavano invece ad usare il termine “feci”, ma io non riesco a capire dove sia in questo caso l’aspetto fisiologico e medico della questione). Per essere precisi (ribadisco che non ho visto lo spettacolo, è ciò che ho desunto dal dibattito, e ogni tanto perdevo anche il segnale radio) il liquido marrone che finisce sul Volto Santo non viene mai chiamato in quel modo, anche se il senso è facilmente desumibile dal contesto, dal vecchio incontinente che ne è il protagonista. Inoltre simbolicamente la merda dovrebbe raffigurare l’impotenza di Nostro Signore Gesù Cristo che in realtà sarebbe, secondo l’autore, null’altro che un “povero cristo” uomo perseguitato senza nessuna potenza e nessuna capacità di intervenire o cambiare le cose.

La cosa che voglio sottolineare qui è che, in questo dibattito fra Cattolici emergeva, fra le altre, un’idea che voglio ribattere brevemente: si diceva che di queste cose è meglio non parlare perché si finisce per fare pubblicità ad artisti che non cercano altro (ovviamente specificando ben bene che non si giudica il singolo caso..). Quindi il concetto che passa è che è meglio tacere che affermare la verità. Io invece credo che sia meglio essere chiari. Se lo spettacolo è offensivo che si dica e se la Chiesa vuole vietare ai credenti di andare che lo faccia. Fa parte della libertà di espressione della Chiesa dire cosa possono o no fare i credenti e fa parte della libertà dei singoli decidere se si è o no credenti. Il non dire equivale al non credere nella libertà, perché, primo, non ci si esprime liberamente e, secondo, non si danno alle persone tutti gli elementi per liberamente decidere. Se uno non crede ed è indifferente cosa conta una scomunica ad un autore? Se uno crede ed è Cattolico allora non è forse una sua libertà il seguire la Chiesa? E se uno crede ed è più o meno indirettamente satanista non è forse una sua libertà andare allo spettacolo proprio perché condannato? Se uno brama l’inferno forse che si può imporre il paradiso? è giusto? A chi giova il non parlarne? Giova solo all’errore. Mentre il parlarne giova all’autore, perché egli stesso ha liberamente scelto la sua rovina, ha scelto di preferire il successo e la vanità alla giustizia; giova alla Chiesa perché è più difficile che si faccia ingannare, poiché è più chiara; giova al singolo perché può liberamente decidere se vivere o morire. Parlare della verità giova. Se molti credenti oggi rischiano grosso è proprio perché alcuni hanno rinunciato alla chiarezza, alla forza della verità. Consapevolezza.

Ovviamente qualcuno ha anche contestato la legittimità di un tale spettacolo, e ovviamente qualche trombone si è stracciato le vesti a queste parole. Tuttavia qui si tratta solo di una questione di dignità della persona umana: è lecito in uno spettacolo prendere un uomo e smerdarne il volto? Se lo facessero con vostra madre, vostra sorella, vostro padre, vostro fratello, vostro zio, vostro figlio, vostro nipote o magari con voi, non avreste nulla da ridire? Vi sembrerebbe una cosa bella, legittima e collegata con la libertà di parola e di espressione? E se lo facessero con un bambino ebreo dei campi di concentramento? Vi sembrerebbe bello e legittimo? È una questione di dignità. Una parola troppo dimenticata.

La forza della fede, il Santo Curato D’Ars

Per capodanno sono stato ad Ars-sur-Formans, l’Ars del Santo Curato D’Ars. Ma chi era S.Giovanni Maria Battista Vianney? Era un uomo di fede, nato all’incirca durante le decapitazioni di tutti i preti che non abiuravano la fede Cattolica ad opera dei rivoluzionari francesi (vi ricordate tutte quelle sciocchezze sul fatto che la libertà di parola c’è grazie alla rivoluzione francese e tante stupidate del genere? la realtà è che, primo, quando un regime è veramente repressivo non ci possono essere rivoluzioni e che, secondo, la rivoluzione francese fu la più repressiva e intollerante rivoluzione che si fosse mai vista in Europa da molti secoli a questa parte -forse da sempre-). Di povera famiglia, iniziò gli studi per il sacerdozio dopo anni passati nei campi e con le pecore. Ciò gli rese difficile terminare il seminario, ma alla fine, tenacemente, lo portò a termine. Tuttavia ciò gli costò il parcheggio in un piccolo paesino, talmente piccolo da avere un parroco esclusivamente per le pressioni della nobiltà locale. In quel paese, a lungo senza guida spirituale, la morale Cattolica era ormai perduta e fu di Don Vianney il compito di ripristinarla; e qui c’è la sua forza. Cosa fece? Programmi pastorali? Polpettoni illeggibili e tristi sulla gioia cristiana? Si rinchiuse in parrocchia lamentandosi del fatto che non credeva nessuno? No, niente di tutto ciò, fece una cosa sola: penitenza.

Questa è vera fede, non si affidò alle proprie capacità, alla sua voglia di protagonismo, o alla sua capacità di intrattenimento, si affidò a Dio. Non si occupò di temi sociali (eppure diede tutto il superfluo ai poveri ed iniziò opere di vera misericordia), non si preoccupò della stima umana (eppure divenne famoso in tutta la Francia), non si preoccupò del perbenismo (eppure riportò la morale in un luogo dimenticato da Dio), si preoccupò solo di Dio e della sua Chiesa.

In lui traspariva solo la forza della fede, un prete ignorante di origini povere, che sconvolse la Francia e divenne “patrono di tutti i parroci dell’universo” (Pio XI, 1929); senza complessi programmi pastorali, senza fumose discussioni con i satanassi della ragione, solo con la vita cristiana senza se e senza ma. E dove la sapienza umana aveva fallito, la fede di un solo uomo, ignorante per gli uomini ma sapiente di Dio, si stagliò netta e trionfante sulle macerie di una rivoluzione più iniqua delle iniquità che combatteva e più violenta delle violenze che contrastava. Si stagliò indicando agli uomini una cosa sola: la propria anima, il gioiello immortale che possediamo, l’unica cosa per cui valga la pena combattere; l’unica cosa per cui se si combatte si giova tanto agli altri quanto a sé, l’unica cosa veramente non egoista.

Ovviamente nel clima razionalista (e dunque irrazionale) dell’epoca molti non fecero altro che deridere il curato (anche se in genere i pochi fra questi detrattori che si spingevano fino ad incontrarlo rimanevano basiti dalla realtà). Perfino fra i sacerdoti molti, ciechi,  deridevano le sue lotte contro il diavolo, e questa mentalità a tratti è presente ancora oggi, sono scorsi pochi giorni da quando in confessione un prete, pur esaltando il Santo Curato, mi diceva che probabilmente aveva delle tare mentali per il suo vedere il diavolo ovunque. Si sa; le talpe vedono le zolle, e non credono che esista la pianura.

Torniamo pure a perderci in fumosità pastorali, deridiamo il diavolo, non crediamo a Cristo e ai suoi Vangeli e, poi, piangiamo per le chiese vuote.

Tu, da che parte stai?

Quante volte il solito superficiale è esordito con frasi del tipo “ma durante il Nazismo i Tedeschi sapevano, come hanno fatto a non fare nulla?” oppure “come facevano ad esserci tanti Nazisti?”, “oggi non potrebbe più succedere con tutti i diritti dell’uomo”, “noi siamo la civiltà”; eppure abbiamo davanti il peggior massacro della storia, ormai non servono più singoli campi di sterminio poiché sotto il cielo è tutto un campo di sterminio. Ogni nazione beve il sangue dei propri figli e noi siamo peggiori dei tedeschi che osannavano il Nazismo poiché allora la massa non odiava coloro che aveva generato. Lo stolto che può dire le frasi di prima è lo stesso che può osannare lo sterminio dei propri figli, non ne ho dubbi. E se per una volta uscissimo dalla massa per riscoprirci persone, per pensare con la nostra testa, per smettere di ragionare a slogan? E se per una volta salvassimo i nostri figli? E se per una volta fossimo persone, il mondo non sarebbe migliore?