Diventare più forti

Come i miei lettori di vecchia data sanno, quando scompaio per un po’ significa che sto attraversando una fase delicata e che preferisco chiudermi nel mio silenzio. Ora, fortunatamente, ho dei collaboratori fantastici che rendono questo blog vivo anche in mia assenza. Cosa porto via da questi quattro mesi di assenza?

Porto via un proposito che è anche una considerazione. La via del Cristiano è diventare più forti. La strada per non far soffrire gli altri, per non peccare è questa. Il peccato infatti è debolezza. Ogni volta che feriamo qualcuno che abbiamo vicino lo facciamo perché siamo deboli. Spesso quello che ci impedisce di liberarci dal peccato è proprio la mancanza del proposito di divenire forti.

Certo senza Dio non siamo nulla, ma Dio ci ha dato i mezzi, ci ama e ci conosce nel più intimo delle nostre situazioni. Dobbiamo essere noi, con questi mezzi a prendere in mano la nostra vita. Dio non farà il lavoro al posto nostro, non sostituirà la nostra mollezza, non soccorrerà il flaccido. Siamo prima di tutto noi a dover desiderare Dio, a dover volere cambiare.

D’ora in poi davanti alle occasioni di peccato ricordatevi solo di questo: voi volete essere forti. Forti per amare, forti per aiutare.

Guerra

Si sedette stanco. L’armatura era di un peso insopportabile, opprimente. La polvere, così densa da sembrare sabbia, si mosse su tutte le lamine della lorica e cadde copiosa da quel metallo azzurro ricco di riflessi e avaro d’ombre. Ammaccature più o meno grandi coprivano tutto il suo corpo, l’elmo stesso presentava tre profondi tagli sul paracollo che discendevano dall’alto in basso, il centrale più lungo degli altri di qualche centimetro si protendeva minaccioso oltre la metà del casco e lambiva le preziose decorazioni imperiali. Il luccichio del cromo stanco che ricopriva l’armatura era pesantemente minato dalla spessa polvere e al suo interno un uomo silenzioso respirava pesantemente con gli occhi stanchi che rimiravano l’immensità del deserto. Il gusto del sangue impastava la poca saliva che sfiorava le labbra secche e crepate, il vento penetrava nell’elmo che bruciava sotto quel sole cocente. Le ultime forze si radunavano nel suo cuore triste. Era solo, aveva combattuto e aveva perso. Un’altra volta. Era da anni e anni che si batteva sempre con lo stesso nemico, sempre nello stesso posto, sempre per gli stessi obbiettivi. Vittorie e sconfitte, vittorie e sconfitte, vittorie e sconfitte. Quelle parole gli martellavano nella testa continuamente come su una incudine, rimbombavano e rimbombavano e colpivano e laceravano e stridevano. Egli era lì in mezzo alla tempesta e non mollava. Ogni volta che pensava di avere vinto cadeva, perdeva, combatteva ancora. Se lo chiedeva ogni giorno se davvero poteva esistere una fine, una fine diversa da quella situazione dolce e pacata ma mostruosa che è, era e sarà sempre la resa. Certo, ormai erano in pochi. La resa dilagava ovunque, tutti si arrendevano, tutti cedevano, tutti morivano. Morivano fingendo di essere vivi. Che strazio, che dolore per quel cuore errante. Tutti si lasciavano andare in quelle calde spire, la morte dell’anima è una mamma che dice sempre sì, una mamma dolce, affettuosa, che ti coccola, ti sostiene sempre fino a quando non sei più in grado di camminare e poi ti lascia solo nell’abisso, è la via d’oro e latte che sgorga nel fiume di lava, è il riposo della morfina. Combattere invece era la porta stretta della vita. Era la forza dell’eroe solo che si alza contro il mondo. Era tutto, ma un tutto pieno, reale; un tutto che a molti sembrava niente.
Il vero problema era che non si poteva vincere. L’armata del Nemico era illimitata, infinita, quasi divina. Si poteva sconfiggerla, ma poi ritornava ancora e ancora, nessuna vittoria era definitiva, mai. Tutti prima o poi cadevano solo Uno non era mai caduto. Ed egli, più forte che mai, si ergeva sul mondo e indicava la strada, indicava il dolore salvifico della lotta, egli aveva portato la spada. E tutti i puri di cuore gliene erano profondamente grati. Per noi non sembrava esserci vittoria definitiva, per noi sembra esserci solo l’onere della lotta con la gola secca, ma il cuore leggero. Ogni sconfitta è umiliazione, ogni ripresa di spada è pace. Nulla più. Null’altro da sapere, null’altro da ammirare. Gioia e certezza. Non può esserci ancora vittoria definitiva, ma può non esservi sconfitta e ancora di più può esservi sconfitta che precede una nuova e forte vittoria. Sincerità nelle parole, fermezza nei fatti. Si avanza per vincere certi di non morire.
Poi l’annuncio: altri compagni si sono arresi. Lame incandescenti attraversano le nostre anime, la carne fuma e brucia e stride nei nostri cuori, sappiamo che sempre si può tornare ad alzare la spada, ma così pochi di quelli che si arrendono ritornano, così pochi sollevano, anche solo per un secondo, le lame in aiuto dei compagni che tanto hanno amato, così pochi. Lo sappiamo tutti, ce lo vediamo negli occhi appena si incrociano gli sguardi, lo sentiamo nei muscoli quando ci sfioriamo e nelle menti quando discutiamo: se il tempo non verrà accorciato nessuno si salverà, ma sarà accorciato, ne siamo sicuri, ce l’ha detto. Così pensava quel guerriero stanco nella sua gioventù, e, mentre questi pensieri si libravano nell’aria come ragnatele di luce bramose di avvolgere il cosmo, la sua armatura tornava a splendere, le ammaccature si appianavano, l’elmo si rimarginava, le ferite stesse scomparivano e la forza lo riempiva. Riflessi intensi e purissimi, cristalli di luce, erano ora sprigionati dall’armatura su cui neanche un grammo di polvere osava più giacere. Persino l’elsa della spada era tornata di smeraldo brillante e allegro che accarezzava l’aria rendendola leggiadra e aggraziata. Calda luce di un guerriero è come melodia di lira e giglio festoso. Egli si alzò. Che cosa era rischiato di diventare poco prima? Riprese a camminare verso dov’era venuto. Il momento che succede alla sconfitta è sempre disperazione, è un momento nichilista, si diventa mostri. Disperazione: non si sa più se ne vale la pena, meglio piangere su se stessi, meglio ritirarsi. È qui che si riconosce l’eroe. Perché egli si rialza, si scuote la polvere di dosso e torna sui suoi passi per combattere ancora. Sempre. È una goccia che scava una pietra. Il deserto sembrava accorciarsi sotto il passo veloce di quell’uomo dagli occhi castani, non ci volle molto ad arrivare alla rupe. Un’altra volta.

Ho deciso di pubblicare questo racconto sul tema del peccato che ho scritto molti anni fa. Potrebbero seguire altre narrazioni a tema con il blog.