Un gesto vigliacco e una lettera piagnucolosa non saranno il manifesto della mia generazione

La recente lettera del suicida udinese mi tocca particolarmente perché a quanto pare siamo della stessa generazione. Non ho nessuna intenzione di giudicare il ragazzo o nessun altro, il giudizio spetta a Dio. Quello però su cui ho tutta l’intenzione di esprimermi è il contenuto di quella lettera poiché è lecito, e a volte perfino doveroso, giudicare i pensieri e i fatti che accadono intorno a noi.

Vorrei portare l’attenzione in particolare su l’inizio di una frase:

“Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato”

Questo è il risultato di anni di falsità che ci vengono propinate, di anni di “carte dei diritti”, carte odiose perché parlano di ipotetici diritti senza specificare chi deve garantire questi diritti, chi è responsabile se questi diritti non ci sono. Nella pratica le carte dei diritti sono servite solo per eliminare alcuni avversari scomodi in maniera barbara fregandosene delle leggi internazionali e della giustizia. Ma a noi cosa hanno dato? Se fossimo un decimo intelligenti non chiederemmo carte dei diritti, ma carte dei doveri. Un diritto infatti non indica nulla su chi deve fare cosa, ma un dovere invece è stringente: non hai rispettato un dovere? Eccotene il conto. Certo le carte dei doveri ci metterebbero all’angolo e forse è proprio per questo che non le desideriamo. Amiamo sentirci dire “hai il diritto di essere amato”, ma è troppo duro per noi sentirci dire “hai il dovere di amare gli altri”. Ma se uno ha il diritto di essere amato significa che tutti gli altri hanno il dovere di amare. Solo che nel primo caso ci nascondiamo dietro al dito, dietro all’accusa “non mi amano”, mentre nel secondo saremmo costretti a dire a noi stessi “sono cattivo perché non amo”.

Dici “non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato”, colpa degli altri insomma, ma dimmi è il mondo con un figlio morto ammazzato che invece doveva essere consegnato a coloro che ti hanno cresciuto? E non è forse la stessa colpa originale che ha creato questo mondo, questo mondo di persone che pensano prima a sé, prima ai loro “diritti” che ai loro doveri? Tu volevi una soluzione magica, una soluzione che venisse interamente dagli altri, che salvasse il tuo destino. Ma noi miserabili (come ci definisci, ma con un termine più volgare alla fine della tua lettera) dovremmo sapere che non c’è alcun mondo dovuto, che siamo tutti nel fango a lottare e a combattere e sai perché? Perché è un nostro dovere, perché siamo stufi di questi danni schifosi che i “diritti” hanno fatto, perché non sarò io a consegnare ai miei figli un mondo ancora peggiore. Poiché se è vero che a loro non è dovuto nulla da questo mondo indifferente, è anche vero che io ho il dovere di cercare di farli stare un po’ meglio, non perché qualcuno mi obblighi, ma perché è ciò che desidero.

Pensi di essere l’unico nel pantano? Pensi che gli altri non sappiano cosa si prova ad alzarsi ogni mattina e a chiedersi cosa si potrà dare oggi alla propria famiglia? Se ci sarà il pane per tutti e per sé stessi? Pensi di essere l’unico a non potersi permettere le ferie, o il riscaldamento o i vestiti? Pensi davvero di essere così speciale? Così diverso dagli altri? Io non ti giudico, non so nulla di te oltre a quello che scrivi, ma se la tua lettera vuole essere un manifesto o anche solo un grido io la rigetto. Non sei speciale, non più di tutti noi che abbiamo avuto la fortuna di avere una preparazione superiore alle nostre possibilità anche se ora dobbiamo abituarci ad una vita al di sotto del più basso dei limiti. Siamo noi trentenni che abbiamo potuto toccare vette culturali come solo pochi eletti in precedenza, ma che ora dobbiamo faticare per pochi spiccioli, per garantire a noi stessi quel poco che serve per vivere.

“Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.”

O povero, quest’epoca si permette di accantonarti! Come può mai? Una persona così speciale! Lo dico con un’amara ironia perché non posso sapere quanto eri speciale, ma posso sapere che per quanto uno sia speciale, fosse anche il più alto dei genî, non gli spetta nulla. La vita va conquistata, lo spazio non ci è dovuto, è una lotta di carne e sangue. Tu credi davvero che le persone che hanno uno spazio siano le migliori? Sono semplicemente le più tenaci, le più attaccate alla vita, quelle con il morso più saldo. Ho visto decine di persone mediocri arrivare al successo perché non hanno mai mollato e ho visto persone geniali castrare se stesse e piangersi addosso. La vita non ci deve nulla se non lo spazio che ci ritagliamo, e a volte, purtroppo, nemmeno quello.

Sei stufo dici, e probabilmente questa è l’unica verità profonda che leggo nella tua lettera. Sei stufo e ti sei arreso, non è disonorevole, lo capisco. Però la colpa non è del mondo, non è di nessuno, perché la vita è così: colpisce sempre più forte. La nostra generazione, non tutta ma in gran parte, ha sempre amato Rocky nonostante gli intellettuali lo schifassero, ora si possono vedere tanti significati in questo, ma probabilmente la realtà è che queste persone che vivevano senza sforzo non riuscivano a capire il dramma della nostra generazione. Noi però sentivamo che quella sofferenza, quella voglia di affermarsi erano reali.

Una cosa non perdono alla tua lettera: la sua impostazione, l’evidente voglia di essere un manifesto. No, suicida, non è il mio manifesto e non lo sarà mai come non lo sarà per tanti altri come me, tuoi coetanei, che vivono in un pantano esistenziale, ma che lottano e combattono per esserci ancora, perché il mondo non gli deve niente, ma loro devono tanto al futuro di coloro che amano.

Addio suicida, che questo tuo ultimo estremo gesto possa non aver ucciso la tua anima. Se ci fossi stato forse, prima o poi, avremmo potuto combattere assieme.

 

La via del cristiano

Una stella cometa che procede verso il futuro.

È inutile nascondersi dietro un dito. Oggi, salvo poche rarissime e fortunatissime eccezioni, il cristiano è solo. Parlo di una solitudine sociale non spirituale; come specificai in un articolo, la vera Chiesa dei Santi non ci abbandona mai.

Ammettiamolo: oggi quasi nessuno crede più. I sacerdoti spesso ignorano il catechismo, gli ecclesiastici rinnegano la fede, i fedeli sono sordi ai vangeli. Chi prova faticosamente ad essere servo di Cristo trova ostacoli straordinari, il più delle volte da parte di coloro che si professano credenti. È una situazione che probabilmente i Santi del passato non hanno mai visto, non almeno in questa maniera. Al giorno d’oggi il nemico dell’anima è più spesso il prete di quanto non lo sia l’ateo. Nessuno crede più a quei duemila anni straordinari che hanno forgiato la Chiesa, tutto viene distrutto e nulla più ricostruito. Fortunatamente ci sono ancora delle eccezioni sia fra i laici che fra i sacerdoti, ma proprio coloro che fanno parte di queste eccezioni capiranno al meglio il mio articolo e sono sicuro che non si rammaricheranno delle mie parole.

Per anni ho sofferto di questa situazione.

Chi prova a seguire il Vangelo deve prima di tutto bere alle fonti dell’acqua pura. Oggi cercare un libro causa sgomento: difficilmente troverete gli scritti dei Santi, o dei Papi, men che meno dei Dottori della Chiesa, troverete per lo più libruncoli che ci parlano di questo o quel santo, di questa o quella dottrina, ma sempre evitando accuratamente di darvi da bere la fonte originale. Troverete pseudo-teologi che vi insegneranno come vivere in Cristo al posto di coloro che la Chiesa ha riconosciuto come Santi. Raramente troverete qualche opera originale per cifre straordinarie, in rarissimi casi accessibili. L’Italia, il paese del Papato, non ha sacerdoti che traducano il tesoro inestimabile della Cristianità e, nei pochi casi in cui ciò succeda, pesanti diritti d’autore impediscono la diffusione di testi che dovrebbero essere discussi ogni giorno e dovrebbero essere guida ai nostri passi. Il Nemico vuole assetarci, ci offre il fango per farci morire nell’arsura.

Tuttavia in realtà non serve molto: oltre ai Vangeli e al Catechismo, i Dialoghi di San Gregorio Magno, Papa e Dottore della Chiesa, potrebbero già essere sufficienti (eccoli qui in un’edizione in due volumi: uno e due, consiglio ovviamente di concentrarsi sullo scritto di San Gregorio Magno e tralasciare prefazioni e note). Certo sarebbe bello accedere a molto altro, ma come detto spesso la conoscenza ci è preclusa. In ogni caso questo è solo l’inizio del problema poiché quando ci rivolgiamo ai Santi ci rendiamo conto che benché il loro insegnamento sia solidissimo e intramontabile, la realtà è che tutti loro hanno vissuto in un mondo profondamente diverso dal nostro. Difficile definire esattamente il punto della questione, tuttavia il nostro è un mondo che elogia in maniera assoluta l’egoismo individuale al punto tale da tentare di fare di ogni individuo il centro di un culto luciferino in cui il bene è solo ed esclusivamente il bene dell’io a discapito del bene di tutto e di tutti gli altri. Non si può negare che il Pagano sentisse a pelle la grandezza del Cristiano e che, seppur magari odiandolo, ne percepisse la bellezza ed il carisma. In seguito non si può negare che la Chiesa, anche nella sua manifestazione terrena, percepisse fortemente l’importanza della Rivelazione e che solo con timore reverenziale riuscisse ad avvicinarsi al Sacro. Per questo anche se ci furono errori ed incomprensioni alla fine, riconosciuta la Verità, chiunque si ritraeva e ossequiosamente La riveriva. Per questo l’eterno Nemico ha pianificato la rovina dell’Adunanza di Cristo agendo su due fronti.

Da una parte ha vaccinato gli uomini alla grandezza, li ha resi immuni al carisma, li ha svuotati di ogni ambizione al bello, di ogni stupore davanti al mondo, di ogni fede in qualcosa che ci supera (fosse fede materiale o spirituale poco importa). Quante volte oggi non solo aborriamo il bello, non solo dubitiamo del buono, ma proprio ci troviamo indifferenti di fronte alle scene che pure dovrebbero toccare il nostro cuore nel profondo? Eccoci così ad esclamare: La maternità? Un scocciatura. L’onore? Una becerata. L’amore? Un sentimento. Si può pensare che per il Nemico l’individualismo sia un fine, lo è, ma è anche molto di più. L’individualismo è ciò che ci rende incapaci di relazioni e di grandezza. Svuota l’uomo da una parte della sua capacità di ambire a qualcosa che lo superi, a qualcosa che sia più della semplice pagnotta, e dall’altra svuota l’uomo della capacità di amare e quindi non solo di essere propriamente umano, ma pure di amare Dio e di elevarsi.

Sull’altro fronte l’Antico Avversario ha neutralizzato la Chiesa terrena in maniera tale che non potesse in alcun modo risvegliare l’uomo assopito nel sogno individuale. E come lo ha fatto? Distruggendo la Fede, certamente! Ma questa è una risposta troppo facile; la distruzione di una Fede così solida da oltre duemila anni è passata attraverso la sua neutralizzazione, il suo distacco dal sacro. I preti hanno piano piano iniziato a pensare, o se non altro a sentire, che non ci fosse un reale presenza di Dio. Che certo il Vangelo è un bel libro, scritto bene per carità, ispirato da Dio, non sia mai, però un po’ limitato, correggibile ecco. E per mostrare che non farnetico vi invito ad aprire una qualunque bibbia della prima metà del Novecento: troverete quattro volte il titolo “Il Santo Evangelio di Gesù Cristo, secondo San …” che sostituisce il nostro moderno “Vangelo secondo…”, una piccolezza che distingue però un libro ritenuto Santo scritto da un autore Santo, da un libro scritto. Gli esempi potrebbero essere molteplici, ma proseguiamo con il nostro discorso. Il prete perso il senso del Sacro, persa la presenza del Signore, ha iniziato a dubitare non solo di tutto quello che fa, ma soprattutto della sua missione. Salvare le anime pareva un discorso così insensato, così… vuoto. Meglio occuparsi dei problemi sociali, problemi concreti che toccano i popoli. Fu così che la fede si svuotò e scomparve. È per questo che oggi quasi nessun prete riesce più a capire gli insegnamenti di Cristo: convivere? E che sarà mai!?! Abortire? Scelta individuale! Trombare? Come si può pretendere il contrario? anzi proprio meglio non parlarne. Tuttavia il prete che smarrisce il sacro e che si ritrova a concepire il mondo come un posto dove chiaramente egli stesso è assolutamente inutile sviluppa una nuova rigidità tutta propria nei confronti di chi, quel Sacro, lo possiede ancora. Come osano costoro parlare ancora di Inferno e Paradiso? Come osano costoro parlare di Carità e Giustizia? Come osano costoro dimostrarmi, sbattendomelo in faccia, che si può essere migliori di come io sono? Che si può credere ancora in quel Cristo rivelato? Anatema! Così la Chiesa è diventata, parafrasando Dante, “non donna di province, ma bordello!”. Da una parte, questa nuova chiesa “sociale”, ha iniziato a spalancare le proprie porte a coloro che la volevano distrutta e che con essa volevano distrutto il Salvatore (come se questo proposito potesse mai avere un senso o una speranza di vittoria), dall’altra ha iniziato ad emarginare coloro che si affidavano a Gesù Cristo così come ci è stato rivelato.

Che fare dunque?

Etiamsi omnes, ego non. (Anche se tutti, io no)
Per prima cosa coerenza. Anche se tutti abbandonano la via, anche se perfino il sacerdote ci vuole spingere a compiere il male, noi non lo faremo. Chi conosce i Vangeli e l’insegnamento immortale della Chiesa ci si deve attenere. Nessuna autorità è superiore a quella di Dio e nessuno può mutarla.

Pauci, sed boni. (Pochi, ma buoni)
Per seconda cosa fortificare la nostra famiglia. Noi non siamo responsabili per tutti, ma siamo responsabili per le nostre famiglie. Quindi assieme ai nostri famigliari costruiamo una roccaforte cristiana. Divorzi, peccati contro natura, aborti sono una costante di questa società, ma noi non siamo responsabili per essa se non in maniera molto limitata. Per questo dobbiamo vigilare sulle nostre famiglie, perché il Male non trovi chi divorare. Quanta tristezza quando finti-cattolici fanno proclami pubblici vivendo privatamente in peccato mortale: tutti pecchiamo, ma chi crede in Dio non persevera e non ostenta la causa della propria rovina.

Age quod agis. (Fa ciò che fai)
Per terza cosa non smettere mai di migliorare. In un mondo che non ci dà quasi alcuna indicazione su come vivere la fede dobbiamo continuare a interrogare noi stessi e a studiare al fine di fare bene ciò che facciamo. Poi dobbiamo continuare a migliorare il nostro agire, a smussare ogni piccolo difetto. L’aiuto che non ci viene dall’esterno dobbiamo sopperirlo con l’impegno fiduciosi che, se nel nostro impegno ci sarà errore, Dio sopperirà con la propria Misericordia.

Motu proprio. (Di propria iniziativa)
In un mondo incerto, dove è difficile trovare consiglio e giudizio secondo la volontà del Signore, i primi giudici del nostro comportamento siamo noi stessi. Troppe volte sacerdoti o laici giustificano il male e troppe volte sacerdoti o laici condannano il bene. Basandoci su quanto abbiamo studiato noi siamo i nostri primi giudici e siamo noi i responsabili delle nostre mancanze. Anche se nessuno lo sa io non verrò meno alla mia parola, non trascurerò i miei doveri e non mancherò di fedeltà al Signore. Spesso cerchiamo negli altri una giustificazione per la nostra affezione al male, invece dobbiamo essere giudici intransigenti delle nostre azioni.

Desidero concludere ricordando che solo nella Chiesa Cattolica ci sono i Sacramenti con efficacia reale per la Salvezza. Tutto ciò che è stato detto va inteso senza mai dimenticarlo. Extra ecclesiam nulla salus. (Fuori dalla chiesa nessuna salute). Soprattutto per noi che abbiamo ricevuto la Rivelazione allontanarsi dalla Chiesa è pericolosissimo e gravissimo. Stolto chi spera di salvarsi in maniera straordinaria quando rifiuta esplicitamente la salvezza ordinaria che nostro Signore a messo sulla nostra strada. Anche se alcuni sacerdoti sbagliano non si può revocare la fedeltà, semplicemente rigettiamo l’errore prima di tutto nelle nostre vite private e poi, solo se opportuno e non controproducente, valutiamo attentamente come agire nella vita pubblica. I Santi sono prima di tutto testimoni nella vita e San Benedetto preferì andarsene dal monastero dove lo volevano uccidere piuttosto che dare a quei reprobi un’occasione in più per peccare.

Questo discorso è stato qui appena abbozzato. Il libro che ho scritto anni fa, e qui disponibile gratuitamente, è molto teorico. Personalmente lo reputo importante per gettare le basi della Fede, ma quello che vorrei fare da ora in poi è svilupparlo in senso pratico. Perché è vero che anni fa mi sono convertito, ma da allora la sfida è stata provare costantemente a vivere il tutto nella mia vita. Se vorrete stare ancora con me, cercherò di aggiornarvi sui progressi, provvisori e precari, che ho conquistato.

Buon Santo Natale,

BiancoFulmine

L’omosessualità non esiste

Gay

Questo titolo, volutamente provocatorio, vuole aprire una riflessione sull’amore e sul matrimonio. Quando durante la cerimonia dissi alla mia sposa in divenire queste parole: “con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita” la mia vita cambiò. Quello che mi sconvolse è che promettevo di amare un’altra persona tutti i giorni della mia vita. Promettevo di amare. Ora, se l’amore è qualcosa che si può promettere ciò significa solo una cosa: l’amore è scollegato da qualunque emozione, è un atto di volontà (potete forse promettere di emozionarvi quando vedrete una determinata cosa? O potete forse promettere di non essere più tristi? O di non avere mai più un brivido incontrollato?). Come dicevamo l’amore è qualcosa che si promette, è un puro atto di volontà. Amare una persona significa prendersi cura di lei, rispettarla, onorarla. L’amore non ha nulla a che fare con l’innamoramento e nemmeno con la piacevolezza o la simpatia (benché spesso da questi sorga quello). L’amore è una scelta.

Per questo io posso promettere che amerò sempre mia moglie. Significa forse che non proverò mai più attrazione per nessun’altra? Assolutamente no. Significa piuttosto che quell’attrazione andrà in secondo piano in ogni mia azione e che sempre onorerò la mia sposa. Anche se gli eventi dovessero allontanarci, anche se il destino dovesse essere crudele con noi.

È nella natura dell’uomo provare emozioni mutevoli. Se l’amore fosse collegato ad esse, non avrebbe fondamento, non avrebbe certezza. Ed, infatti, in una società come la nostra che avvalla disgustosamente l’equazione amore=emozione non esiste più stabilità né grandezza. Posso essere sicuro io che in futuro non proverò attrazione per altre donne o, perfino, per quanto ora questo mi sembri impossibile, per altri uomini? No. Gli esseri umani cambiano, la loro emotività è spesso in balia delle più oscure correnti. Posso essere sicuro io che in futuro amerò sempre mia moglie nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia per tutti i giorni della mia vita? Sì. Perché ciò dipende solo dalla mia volontà, dalla fedeltà ad una promessa.

Al giorno d’oggi si fa molta confusione sul significato del matrimonio proprio perché da una parte ci sono coloro che vedono nel matrimonio un patto “con cui l’uomo e la donna stabiliscono tra loro la comunità di tutta la vita, per sua natura ordinata al bene dei coniugi e alla procreazione e educazione della prole” (cfr. CCC 1601), mentre dall’altra ci sono coloro che vedono nel matrimonio esclusivamente la pubblicizzazione di un’emozione.

Ora, se il matrimonio è solamente il fatto giuridico che rende pubblica l’esistenza di un’emozione fra due persone allora per forza di cose il matrimonio può finire (nessuna emozione è immutabile), per forza di cose il matrimonio può essere fra chiunque provi per qualcun altro un’emozione (esiste forse un’emozione che vale più di un’altra? E se anche esiste come soppesarla?), per forza di cose il matrimonio può essere persino fra gruppi di soggetti o fra esseri umani e soggetti differenti. Poiché in tutti questi casi esiste una vera emozione, che veramente tocca il cuore degli uomini e che incide sulle loro vite. Tuttavia questo matrimonio non ha alcun senso, se non l’ostentazione pubblica di un’emozione privata. È un matrimonio privo di valore sostanziale e ripieno di valore formale.

Io amo molte persone nella mia vita e mi prendo cura di loro. Spesso questo amore è partito da, o ancora vive in, un’emozione. Tuttavia non ho bisogno di sposarle per dimostrare qualcosa. Io so che le amo. So cosa dono loro. Una di queste persone è mia moglie, con lei abbiamo affrontato un progetto di vita diverso: abbiamo deciso di aprirci alla vita, alla possibilità un giorno di avere figli. Questo non significa che lei sia l’unica persona che amo, non significa che non ami altre persone, maschi e femmine. In questo senso mi piace riportarvi il video del discorso di Terence Hill al funerale di Bud Spencer, come potete sentire dal video Terence Hill dice (al presente) “ci rispettiamo e ci amiamo”.

Forse che l’amore che i due provavano l’uno per l’altro deve valere meno di altri amori? Certamente no. Eppure loro non hanno sentito il bisogno di mettere in scena un “matrimonio” per pubblicizzare il loro amore.

Per questo dico provocatoriamente nel titolo che l’omosessualità non esiste, esistono tendenze omosessuali più o meno esclusive, più o meno radicate, più o meno forti, ma alla base esistono semplicemente esseri umani che decidono come vivere le proprie vite. C’è chi capisce che l’amore può essere donato a tanti e che l’esclusività del matrimonio non consiste in un’emozione, ma in un progetto di vita che guarda ai figli, e chi invece equipara l’amore ad un’emozione e, facendo questo, svuota il matrimonio di tutto il proprio senso.

È lecito per un Cattolico dare la priorità ai migranti cristiani?

Lasciatemi usare un po’ di ironia… quando leggo l’articolo “Accogliere solo cristiani? Non in nome nostro” del direttore di Avvenire Marco Tarquinio, mi scatta la satira. Perché me lo immagino che improvvisamente si sveglia in stato confusionale, ha appena sognato di essere il Papa, e allora ex cathedra fa una cosa che pochissimi papi hanno osato fare e lo hanno sempre fatto con grandissima umiltà e prudenza. Egli però è un Papa diverso e con tono imperioso, un po’ spocchioso, parla a nome di tutta la comunità cristiana. Perfino i gabbiani che volano sopra San Pietro ammutoliscono. Un uomo parla a nome di tutti i singoli Cristiani, conosce il cuore e la verità per tutti. E come Papa illustra anche il Vangelo, o meglio, dice che tutti quelli che non la pensano come lui non lo conoscono. È una prerogativa del Santo Padre in fondo! Ma non basta, improvvisamente anche i poteri di un Papa vanno stretti, egli è solo un uomo, non conosce tutto, non conosce i cuori, ed ecco la fantasia librarlo in aria: ora è Dio. Conosce le anime, conosce quello che il cardinal Biffi e il vescovo Maggiolini intendevano, perfettamente, conosce tutte le loro opere, le loro carità, i loro pensieri e solo può darne la giusta interpretazione. Conosce anche tutti i Cristiani del mondo e sente che tutti, senza eccezioni, permangono nella “volontà di restare nelle proprie patrie” nonostante “difficoltà, discriminazioni e violenze”. Ah, quanto migliori di quei Santi, come San Vicinio, che per fuggire dalle persecuzioni rinnovarono la fede. Ah, quanto migliori i Cristiani di oggi, tutti un blocco, lì, davanti agli occhi di un dio! Come osano invece gli stolti opporsi? Come osano non essere al passo con i tempi? Come fanno a non ammettere che gli uomini (ad esclusione degli Europei scrive nell’articolo) sono tutti uguali (e io, peccatore, che pensavo che tutti gli uomini fossero unici e non ce ne fosse uno uguale all’altro. Che cadano le mura di Gerico su di me!)? Come fanno a non riconoscere che “questa forza civile e spirituale” (non si capisce per struttura del testo se stia parlando dell’annuncio del Vangelo, del coraggio dell’incontro, di entrambi o di qualcos’altro – forse, con un po’ di fantasia si potrebbe dire che sta parlando del sentirsi tutti uguali – ) “non è ingenua” e “non fa selezioni preventive”? Come fanno a non capire che solo essa (questa sconosciuta forza, ma civile e spirituale) può consentirci di governare (a noi uomini) la “convivenza nella diversità” e la “stagione sconvolgente eppure promettente” (ma veramente la storia non insegna questo… ok mi auto-bacchetto) “delle forzate migrazioni” (sono tutte forzate, vergognatevi voi che pensavate che su milioni qualcuno magari non fosse forzato! Fate parte di quegli europei meno uguali degli altri di cui sopra) e “dell’intelligente accoglienza” (è chiaro che qui non si intende che esiste un’accoglienza intelligente ed una stupida, dal testo si desume che esistono delle persone intelligenti che vogliono l’accoglienza senza se e senza ma e degli stupidi – vi ho beccati, sì, parlo proprio con alcuni di voi – che invece vorrebbero ragionarci un po’ su)? Poi per un attimo il direttore d’Avvenire ritorna un piccolo e semplice uomo, ed una debolezza, insignificante per carità, il ricordo al lettore che anche Avvenire compie opere di carità, o insignificante vanagloria davanti alla grandezza dell’aiuto! O felix culpa!

Ma ora lasciamo da parte la stanca retorica supponente propria di un certo modo di approcciarsi alla verità e al mondo e interroghiamoci su un problema concreto: “È lecito per un Cattolico dare la priorità ai migranti cristiani?

Premetto che parlerò da un punto di vista Cattolico senza rivolgermi effettivamente agli Stati o a politiche che gli Stati (ormai tutti scristianizzati) devono o meno intrattenere. Come sempre vi ricordo che sono un semplice fedele, cerco di conoscere tutto quello che posso della Sacra Scrittura e della Sacra Tradizione come interpretate dal Magistero della Chiesa, a loro in tutto mi rimetto e se qualcosa dovesse contrastare realmente con il deposito della Fede è chiaro che ciò dovrebbe ritenersi come nullo ed errato. Fatta questa doverosa premessa iniziamo.

L’amore va dato a tutti. Ciò però non significa che dobbiamo comportarci con tutti nello stesso identico modo. Questo è vero principalmente per merito di due motivi: il primo è che se gli altri non vogliono accettare l’amore non possono essere forzati, il secondo è che verso alcuni abbiamo più responsabilità che verso altri, ed è una mancanza della carità non adempiere alle nostre responsabilità.

Un padre deve al figlio più di quanto deve allo straniero. Così compirebbe peccato il padre che facesse morire il figlio per dare tutto ad altre persone. Il Santo Curato D’Ars soleva dire a proposito “I vostri beni altro non sono che un deposito che il buon Dio ha messo nelle vostre mani: dopo il vostro necessario e quello della vostra famiglia, il resto è dovuto ai poveri”. Da questa responsabilità può conseguire perfino la legittimazione dell’uso della violenza, infatti il Catechismo al numero 2265 dice che la legittima difesa “può essere anche un grave dovere” poiché “la difesa del bene comune esige che si ponga l’ingiusto aggressore in stato di non nuocere”.

La domanda diviene quindi: verso un Cristiano abbiamo qualche obbligo di responsabilità maggiore rispetto a quello che abbiamo verso qualunque altro essere umano? La risposta non può che essere affermativa perché, in virtù dell’adozione per grazia, con gli altri Cristiani condividiamo lo stesso Padre e quindi siamo realmente e attualmente fratelli. Mentre con gli altri uomini condividiamo solamente il medesimo Creatore e quindi possiamo dirci fratelli esclusivamente in senso figurato. Ora è ovvio che abbiamo più responsabilità verso un fratello reale che verso un fratello figurato. Dunque quando moriremo da una parte ci verrà chiesto conto della nostra fratellanza, mentre dall’altra ci verrà chiesto conto del nostro status di creature umane. Ora non importa che si finisca all’inferno per aver mancato verso un fratello o per aver mancato verso una creatura, fatto che rende evidente che il differente status non ci legittima in nessun caso a mancare nella carità. Tuttavia è egualmente evidente che, con risorse limitate, risponderemo anche in virtù della nostra fratellanza perché fra di noi non c’è più né Giudeo, né Greco, ma siamo tutti uno in Gesù Cristo.

La domanda che potrebbe sorgere ora da un lettore è: ma davvero, se la carità è dovuta a tutti, possono esserci disparità di trattamento? A questa domanda possiamo trovare chiaramente risposta guardando al comportamento di Gesù. Gesù, che ama tutti in maniera perfetta, non solo alla fine dei tempi manderà alcuni alla beatitudine eterna e gli altri al supplizio eterno (cfr. Mt 25,31-46, quale altro esempio ci servirebbe se non fossimo induriti nel cuore?), ma anche nel Vangelo aveva un trattamento per i discepoli (“a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato” Mt 13,.11), uno per chi lo ascoltava semplicemente (“parlo loro in parabole: perché pur vedendo non vedono, e pur udendo non odono e non comprendono.” Mt 13,.13) e uno per la generazione perversa che non lo ascolta (“nessun segno le sarà dato, se non il segno di Giona profeta” Mt 12,.39). Perfino la morte in croce del Cristo può essere efficace solo verso chi accetta l’amore di Dio (“nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando.” Gv 15,13-14).

Essere di una fede o l’altra è una scelta personale ma, nel singolo caso della fede cristiana, essa è realmente efficace poiché crea un’unità in Gesù Cristo ed un legame di reale fratellanza. E non ingannatevi: nessuno che nega l’efficacia ha la fede e nessuno che ha la fede nega l’efficacia.

Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo. Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: “Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano”. Ma egli rispose loro: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre”. (Mc 3,31-35)

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Signore, sei lì?

C’è una cosa che ho capito in quest’epoca polifonica: il Signore è ovunque. Ho trovato Dio negli autori più blasfemi, nelle situazioni più paradossali.

Da una parte perché la fede non è qualcosa di rigido ed autoreferenziale, anzi la fede deve sempre mettere in gioco sé stessa. Se uno la critica o la provoca probabilmente quelle critiche e quelle provocazioni toccano qualcosa nella nostra fede che non è fede. Ad esempio chi dice che la fede è un rimedio alla paura, critica la nostra attitudine ad usare la fede come un amuleto tranquillizzante. La fede non è una risposta alla paura, se lo diventa stabilmente stiamo sbagliando qualcosa.

Dall’altra perché tutta la grandezza dell’uomo è uno sbiadito riflesso di una grandezza totale; e quando vediamo qualcuno che incarna la pace o la giustizia o la forza vediamo Dio e quando sentiamo raccontare agli uomini della giustizia, della verità e dell’amore allora, lì, sentiamo parlare di Dio. Ci sono molti autori che credono di attaccare la Chiesa o Dio, che non hanno davvero compresi, ma che lo fanno mantenendo in sé l’idea della grandezza e dello splendore della verità e dell’uomo. Io alcuni di questi autori li ringrazio, perché mi hanno aiutato a ritrovare la fede.

Declino

Il declino del nostro mondo, della nostra cultura, di noi stessi, è nell’aria. Non mi riferisco alla crisi economica, che del declino non è altro che una piccola marginale conseguenza. Essa era prevedibile e prevista da più parti (io stesso, nel mio piccolo, in un post del 21 Gennaio 2008, nel mio defunto blog, parlavo dell’imminente crisi). Questa crisi non è altro che la caduca manifestazione della crisi ben più grave che ha colpito il Mondo Occidentale. Si tratta di una crisi profonda, da cui non pare esserci via d’uscita, ciò che resta è solo la fiducia e la speranza nel Dio che salva e che più volte ha mostrato accondiscendenza per gli uomini.

L’origine di tutti i mali è una sola: nei secoli l’individualismo è diventato sempre più forte, ha spazzato via la carità fino al punto da essere esaltato come l’unico bene e qualcosa di cui vantarsi. Tutti i mali nascono da questo unico peccato originale: l’uomo che vuole farsi Dio e dunque da importanza solo al proprio io. L’individuo così diviene auto-distruttivo, tuttavia non solo soffre ma distrugge.

Prima di tutto la società, poiché nessuna legge può imporsi se non è accettata autonomamente dalla maggioranza dei singoli. Per intenderci non è possibile eliminare la corruzione fino a che nella mentalità dei singoli la corruzione viene tollerata od auspicata. I sistemi repressivi sono infatti insufficienti: un sistema legislativo non potrà mai controllare chiunque. Il singolo rispetta la legge solo se la assurge a propria norma. Dunque in un mondo in cui ogni uomo è ridotto ad individuo, non può esserci legge se non la legge del più forte. Ogni individuo infatti massimizza il proprio utile a discapito degli altri, che non sono altro che altri individui e dunque avversari.

L’individualismo distrugge poi ogni capacità dell’uomo di sapere e di conoscere. Infatti poiché ogni individuo è metro, modello e giudice di sé stesso, ciò significa che non esiste più la percezione della realtà, ma solo idee relative ad ogni individuo, dottrina che prende il nome di relativismo.

Questa visione oltre a rendere ciechi, distrugge ogni freno alle azioni individualiste, se la realtà è solo la mia realtà allora la giustizia è solo la mia giustizia e la felicità è solo la mia felicità. Non ci sono più freni. Per prima cosa l’altro ha valore solo in quanto può darmi qualcosa (anche Dio ha valore solo in quanto slot-machine della vita). Ogni rapporto, ogni scelta, ogni desiderio è assoggettato alla caducità di una felicità individuale. In secondo luogo l’uomo diviene schiavo delle proprie sozzure. Non riuscendo più a vedere la stella polare della realtà è costretto a navigare a spanne, schiavo della propria ignoranza, incapace di raggiungere alcuna rotta veramente desiderata. Infelice. Così l’uomo cerca un ben-essere che l’individuo non gli può dare, poiché senza realtà non c’è direzione.

Questa spirale auto-distruttiva si è impossessata di tutto il nostro mondo, nessuno fa più niente bene poiché non esiste un Bene. Tutti pensano per sé ed in questo modo tutti condannano se stessi. Non si tratta di un discorso religioso nel senso moderno del termine, al contrario, si tratta di una fattualità della vita. Da una parte l’uomo che ha bisogno della socialità per stare bene è costretto a soffrire poiché non è più visto come persona ma come individuo che dunque vale in quanto può dare (che in genere visto il concetto di “potere d’acquisto” si riduce a: vale in quanto ha denaro); dall’altra parte la nostra struttura sociale che è destinata al collasso poiché se ognuno agisce solo per sé nulla può stare assieme. Come il tumore erode il corpo e la metastasi lo uccide, così è l’individualismo che prima colpisce la società nei suoi gangli vitali e poi si espande senza freno condannandola alla morte. Se ognuno di noi agisce come una scheggia impazzita il tessuto si disgrega e l’ordine viene meno, anarchia.

Se il lavoro è lo stipendio, il bambino viene trascurato dall’insegnante, il malato dal medico, il figlio dalla madre. Mi rendo conto di stare cantando il canto funebre della nostra società. Esistono uomini che sono ormai bestie e bestie che vengono considerate uomini, ma noi nel nostro piccolo possiamo essere quella luce ormai perduta, affinché al sopraggiungere del vento ci sia ancora qualche speranza di ravvivare il fuoco.

Figliolanza

Nella nostra società individualista il concetto di figlio ha subito una notevole variazione. Ovviamente non si parla più di figlio come dono di Dio, anzi nella mentalità comune il figlio è solo il prodotto dell’incontro del materiale genetico della coppia. In poche parole il figlio è una proprietà. Egli non deve essere tutelato ed amato per quello che è, ma sempre in funzione dell’utile che conferisce ai donatori del materiale genetico.

Ciò può apparire un po’ esagerato, ma se si guarda bene si vedrà che ciò si rispecchia in tante piccole cose. I figli, in primo luogo, vanno pianificati, il contrario è una follia si dice. Cosa significa pianificare un figlio? Significa che in quel momento il figlio è più comodo al genitore, perché il genitore ha già avuto la sua carriera, ha già accumulato abbastanza capitale, oppure è ormai annoiato dal lavoro ed ha bisogno di un piacevole diversivo. Pianificare un figlio significa in fin dei conti cercare il momento migliore per il genitore. Non di rado, ormai, capita che alcune donne abbiano per scelta il primo figlio a cinquant’anni, incuranti del fatto che quando loro figlio avrà vent’anni esse ne avranno settanta. Non ragionano sul fatto che quello è il momento di maggior bisogno per un giovane, un momento in cui bisognerebbe avere affianco un genitore od un fratello nel pieno delle energie, il loro ragionamento è piuttosto “così avrò qualcuno che nella vecchiaia si prenderà cura di me” oppure “adesso sono appagata dei miei beni, voglio diventare madre”.

In secondo luogo capita sempre più frequentemente che i figli vengano assecondati in tutto. Ciò potrebbe apparire come altruismo, ma a me pare di vedere piuttosto il contrario. Infatti per il bene del giovane è bene che egli sia educato secondo un giusto mezzo, assecondare i capricci invece serve a far star bene il genitore che così può sentirsi più buono e, magari, può acquietarsi la coscienza per il fatto di dedicare un po’ troppo tempo al lavoro ed un po’ poco tempo alla prole.

In terzo luogo il figlio è la palestra delle voglie represse. Genitori che non hanno potuto vivere la loro giovinezza in un certo modo, non si chiedono come vorrebbero viverla i figli, ma piuttosto spingono i figli a seguire gli ammuffiti sogni dei genitori. Certo alla lontana essi credono di fare il bene dei figli, ma se si sforzano solo un poco i genitori si accorgeranno di assecondare solo se stessi e di realizzare nel figlio l’ombra di se stessi.

In quarto luogo il figlio oggi è il figlio dell’ambizione. Non importano le naturali tendenze personali, ciò che conta sono i risultati. Il figlio è buono, non in quanto cresce come persona, ma in quanto fa. Fa cose che permettono ai genitori di crogiolarsi nel successo. I genitori giocano così a poker con la vita degli altri, forti del fatto che i figli, in fin dei conti, non sono altri che mendicanti d’affetto.

Tutte queste cose derivano dalla visione dell’altro come individuo che ci può far sentire qualcosa o che ci può donare qualcosa, un individuo che per giunta è di nostra proprietà: nato quando noi l’abbiamo deciso e sussistente in quanto noi l’abbiamo sostenuto. Che il figlio non sia più considerato come persona, ma piuttosto come individuo si sente spesso anche nel lessico. Oggi parlando dei genitori ai figli si dice generalmente “non ti hanno fatto mancare niente”, una volta invece si poteva dire “ti hanno dato tutto”.

Oggi al centro c’è l’io, la famiglia è in secondo piano: “perché non dovrei divorziare, se io posso stare meglio?” si dicono i genitori d’oggi. È no cari miei, i figli li abbiamo messi al mondo noi, è il nostro egoismo ad essere la nostra condanna.

Guadagnare la vetta.

Dopo tanto tempo in cui per vari motivi non ho scritto nulla, verrebbe da fare un articolo sui massimi sistemi, qualcosa che compensi l’attesa. Allora nasce spontanea una domanda: di cosa è importante parlare? Gli articoli sulla metafisica sono più importanti degli articoli su piccoli fatti quotidiani? Certo che sì e certo che no. Certo che sì perché, in fin dei conti, anche gli articoli sui fatti quotidiani, acquistano significato, nonché il diritto ad essere pubblicati sul mio blog, proprio perché rimandano a qualcosa di grande, di altro, qualcosa che va oltre la vuota fattualità a cui tanti mediocri romanzi moderni ci hanno abituato. Qualcosa che assorbe il nostro sguardo, qualcosa che riempie lo specchio delle nostre menti permettendoci di riflettere, qualcosa che ci appaga come uomini.

Certo che no perché in fin dei conti non conta quello che io posso dire, ma quello che voi potete vivere. Posso scrivere pagine o poche righe, ma il punto non è questo, il punto è cosa potete estrarre voi da un testo. San Tommaso diceva di non guardare a chi lo dice, ma a cosa dice. E questa è una grande verità. Ciò che conta è solo il piccolo aiuto che io posso dare al vostro intelletto (e, dialogando, voi al mio); come una piccola pietra in una parete di roccia: aiuta, ma la fatica è di chi scala. Nessun altro può guadagnargli la vetta.

Focalizzare la meta.

Ultimamente sono stato dolorante e spesso costretto a letto. Non si può dire che abbia avuto più tempo di pensare del solito: ormai i modi per distrarsi arrivano ovunque. Tuttavia mi sento di ribadire una cosa già detta: l’energia spesa per una causa è consumata per sempre, ogni cosa si dona una volta sola.

In primo luogo ciò riguarda ciò che scegliamo. Se ci occupiamo di cose che contano poco, ognuna di queste toglierà spazio a ciò che desideriamo.

In secondo luogo ogni distrazione ci piace perché ci dona qualcosa: un’emozione, una sfida intellettuale, del benessere; ma sicuramente queste cose possono essere trovate anche in ciò che vale davvero, aiutandoci a portare più frutto.

Unendo tutto ciò che desideriamo smetteremmo finalmente di distrarre (etimologicamente: tirare o spingere in parti diverse) noi stessi, pronti finalmente a dare un senso alle nostre energie, affinché non ci sfuggano le nostre vite.

Il fremito della giustizia

Come spiegare cos’è un eroe? Come trasmettere il fremito della verità e della giustizia? A chi parlo io? Può un uomo aprirsi ad una realtà più grande se non è il cuore a spingerlo? Ed il cuore deve essere speciale o tutti noi abbiamo un cuore che pulsa, che ammira la giustizia? Chi vuole essere un eroe? Chi vuole amare la giustizia? Soffrire per essa, vivere di essa e risorgere con essa? Incontro anime grandi e le riconosco, mi basta poco per godere della loro luce. Io le cerco per scaldarmi al loro fuoco, per permettere alle nostre luci di entrare in risonanza, di fortificare le nostre vite. Incontrare una persona il cui nòcciolo è d’oro fino, anche se non è espresso, anche se è solo all’inizio, è una benedizione; si vede un leone fiero che chiede solo di nascere. L’embrione di un eroe. E mentre ci occupiamo di manifestare quel po’ d’oro che forma le nostre anime; lo plasmiamo, lo accresciamo e lo puliamo dalle lordure del mondo; mentre facciamo questo i bagliori delle nostre spade, delle spade di noi fratelli sconosciuti, illuminano l’etere, è l’inizio della nostra era, protetti dagli eroi di ieri, protettori degli eroi di domani.

Battaglia

Per quanto scappiamo rimarremo sempre in un campo di battaglia; qualunque Signore serviamo egli ci chiederà la spada e il sangue. Per questo dobbiamo scegliere bene, non c’è vita che non abbia un prezzo, e questo prezzo è sempre molto alto. Per gli inconsapevoli, troppo alto. Possa Dio non enumerarci fra questi.

Sfiducia nella ragione

Esiste una cosa che accomuna più o meno consapevolmente tutti i razionalisti, si tratta della sfiducia nella ragione. Essi non si fidano di questo efficacissimo strumento, dunque devono farlo assurgere ad un ruolo divino, affinché nessuno possa rilevarne i limiti. Tuttavia uno strumento di cui non si conoscono i limiti o si usa male o si frantuma. Senza limiti non c’è progresso né nobiltà.

Per non parlare del relativismo, materializzazione della sfiducia più totale nella ragione e nella sua capacità di agire. Eppure l’esistenza di una realtà oggettiva fa parte delle salde conoscenze naturali dell’uomo; non ho mai conosciuto nessuno che veramente agisse in tutto come se non esistesse nulla.

Agli ultimi di cui voglio parlare risponde S.Agostino: «Lo stesso credere null’altro è che pensare assentendo […]. Chiunque crede pensa, e credendo pensa e pensando crede […]. La fede se non è pensata è nulla ». Ed ancora: « Se si toglie l’assenso, si toglie la fede, perché senza assenso non si crede affatto » (citato in Fides et Ratio, 79). In questo caso va riservata una particolare attenzione al “biblicismo, che tende a fare della lettura della Sacra Scrittura o della sua esegesi l’unico punto di riferimento veritativo. Accade così che si identifichi la parola di Dio con la sola Sacra Scrittura, vanificando in tal modo la dottrina della Chiesa” (Fides et Ratio, 55).

Cercare la verità servendosi dei propri strumenti, non è qualcosa che deriva dall’ostentata appartenenza ad un gruppo, è qualcosa che deriva dallo sforzo proprio della nostra umanità. Non si ama la verità in quanto si è cristiani; si è cristiani in quanto si ama la verità.

Perfezione.

Si pretende la perfezione. Quando un’anima inizia ad addentrarsi nella via spirituale si pretende che sia già perfetta (diceva a grandi linee, stante la memoria, S. Teresa D’Avila nel Castello Interiore). Noi uomini siamo deboli, quindi quando scorgiamo qualcuno che pare solido, subito lo pretendiamo perfetto, altrimenti è un impostore, deve essere un impostore perché il santo da cartolina è, nella nostra mentalità, unico, predestinato, immacolato, incapace di peccare, buono da appendere ad un muro, ma imitarlo, impossibile, come si potrebbe? Noi che siamo peccatori! Invece il santo vero è scomodo, perché è uno che lotta, uno che ci guarda e ci dice “ce la puoi fare anche tu, vieni” e ce lo dice sorridendo, uno che ci accusa per la nostra mollezza, uno le cui azioni pretenderebbero di farci lasciare tutto per il Tutto. Inaccettabile, troppo esigente, troppo umano.

Simili paure attanagliano coloro che temono la verità e quando odono qualche fatto straordinario subito accusano di malattie psicologiche il testimone. Questi fanno torto da due parti. Da una parte perché giudicano a priori per difendere teorie che, evidentemente, percepiscono come deboli, ciò è dimostrato dal fatto che hanno paura di approfondire un semplice accadimento per valutarle. Dall’altra perché, dicendo che se uno ha avuto una qualche forma di debolezza allora va scartata interamente la sua opinione, dicono in realtà che nessuno è testimone, poiché nessun uomo è come loro lo vorrebbero, ogni uomo ha le sue debolezze; certo molti le nascondono e allora agli ingenui appaiono più credibili, ma nessuno ne è privo, non potendosi trovare la perfezione in una natura limitata.

Dunque se Dio che è perfetto agisse solo tramite perfetti, la sua perfezione non sarebbe ben poca cosa? Trarre il perfetto dall’imperfetto, mantenendo la libertà, questo è indubbiamente più perfetto.

Essere agnostici, l’inconsistenza di una vita.

A volte quando parlo di ricerca della verità può apparire che il tema sia fumoso e, tutto sommato, poco rilevante per le nostre vite. Inganno diabolico. Se noi non ci interroghiamo su quale sia la verità, se cioè ci lasciamo trascinare dalla corrente, vivendo come gli altri ci hanno detto di vivere senza rifondare intellettualmente la nostra esistenza, moriremo senza avere mai vissuto. Poiché la nostra spada sarà sempre al servizio dello straniero e il nostro cuore non avrà trovato riposo. La nostra libertà consiste nel dare un significato alla nostra vita, non darlo significa abdicare alla nostra natura umana.

Oggi molti si professano agnostici, in poche parole si professano indifferenti al problema centrale delle loro vite. Poiché se Dio esiste il mondo nella sua interezza è diverso, se Dio non esiste la realtà stessa ne risente. Il quesito su come è la realtà è un quesito centrale per decidere come vivere. Tuttavia se questo quesito si rigetta nella sua interezza si sceglie di vivere una vita indifferente alla propria umanità.

Fra molti anni da adesso, sui nostri letti di morte, la nebbia verrà diradata e ciò che rimarrà sarà solo ciò che avremo fatto in base al significato che gli avremo dato. Vi salvi il Signore dal trovare nella vostra vita solo inconsistenza, poiché allora non potrete brandire una spada ormai rotta.

Scegliete.

Ci dicono che dobbiamo provare tutto nella vita, eppure ciò non ha senso. Non si può provare tutto, poiché ogni volta che si prova qualcosa si rinuncia a qualcos’altro. Prendiamo ad esempio il nostro corpo, le forze che dedichiamo ad una causa non verranno dedicate a nessun’altra, così nello spirito, i momenti che avremmo utilizzato servendo il Bene non diverranno mai del Male, né viceversa. I videogiochi e i film ci hanno abituati ad un mondo attutito, in cui tutto scompare; ma nella vita le risse lasciano lividi e le ferite cicatrici. Basta fare un piccolo segno in un mobile e quel segno rimane lì senza svanire. Ogni volta che agiamo modifichiamo la realtà, che è una sola ed in divenire. Tuttavia ciò non è motivo di paralisi, al contrario, sapendo che ogni cosa che facciamo è temporalmente incancellabile, ci troviamo liberi, poiché il non fare equivale al fare, aspettare può essere un errore quanto agire. Dunque, restituitoci il dolce peso delle nostre responsabilità, torniamo a vivere e a scegliere. Rimanere tutta la vita seduti su un divano è una scelta, così come combattere la buona battaglia. Scelte, costituzionalmente liberi non possiamo che farle; è la fortuna di essere uomini.

Solo chi ama converte

Sulla conversione l’idea ricorrente è qualcosa del tipo “non bisogna convertire le persone bisogna semplicemente amarle“, ora fintanto che questa frase significa che a convertire è Dio e che il miglior esempio è far vedere Dio in noi, cioè quel poco di bene di cui siamo capaci, ciò è vero. Tuttavia oggi molti vedono in questa frase un rifiuto del mandato di convertire, sostituito da una visione buonista del reale. Ciò che sfugge a queste persone è che la conversione è amore. Infatti l’atto massimo di amore per una persona è desiderare per lei il bene massimo; dunque, nel concreto, l’atto d’amore per eccellenza (nel senso proprio del termine) è indirizzare una persona al Paradiso. Quando amiamo un nostro fratello non possiamo trattenerci dal desiderare per lui la conversione del cuore e dunque la gloria eterna.

La religione non è un fatto personale, è un’aderenza più o meno accentuata alla verità. Chi ama spera che l’altro conosca la verità perché spera nel bene dell’altro. Chi possedendo una medicina per curare il proprio amico gli dona del veleno? E chi si preoccupa delle maldicenze pur di salvare la persona amata? Chi vuole convertire è chi ama. E se qualcuno vuole convertire non amando, serve solo il proprio egoismo; e prepara la propria condanna.

Il cavaliere impaurito, ovvero perché non nascono più eroi.

Vi assicuro che il cavaliere impaurito del titolo non è un modello da disprezzare, è un modello da imitare; ma procediamo con ordine.

Rinascimento, siamo nel pieno del Cinquecento, nasce un mito: quello del cavaliere senza macchia e senza paura, peccato che la cavalleria medievale sia scomparsa da circa due secoli. Cosa significa? Significa che quando si crea questo mito siamo in un’epoca in cui gli ideali cavallereschi veri e propri ormai sono scomparsi, in cui alla concretezza della cavalleria medievale viene sostituita una visione del mondo individualista e assolutamente irreale. Siamo nell’epoca in cui Erasmo da Rotterdam sfrutta le sue conoscenze romane per esaltare se stesso attraverso la pubblicazione dell’editio princeps della Bibbia, peccato che per farlo faccia bloccare ogni altra pubblicazione, fra cui edizioni di valore, per darci coscientemente una pessima versione della Bibbia. Siamo insomma in un’epoca dove l’individualismo si risveglia prepotentemente, l’epoca in cui tramontano gli eroi.

Nel Medioevo infatti, dove la cavalleria si praticava davvero, e fino al Duecento la si praticava per merito e non per nascita (il figlio di un cavaliere che non praticasse la cavalleria entro il trentesimo anno di età veniva considerato a tutti gli effetti come un rustico e chiunque fosse ritenuto degno poteva venir elevato al rango di cavaliere dalle autorità cittadine indipendentemente dalle sue origini), la questione del “senza macchia e senza paura” sarebbe sembrata un’assurdità. Si parla così di un padre che rimproverò duramente il figlio per il proprio proposito di non ritirarsi mai in battaglia, consigliandogli di non rispettarlo, e della successiva morte del figlio alla sua prima battaglia. Oppure di Galvano (ritenuto il migliore dei cavalieri) in cui traspare chiaramente la paura della morte. Si parla insomma di persone reali (per quanto leggendarie), che veramente hanno combattuto, non di finzioni letterarie prive di significato.

La loro grandezza, il loro eroismo, era nella loro umanità. L’eroe infatti non è colui che si crede invincibile, che è incosciente al punto da non temere nulla, che si auto-rappresenta come perfetto. L’eroe è colui che conosce i suoi lati oscuri, li accetta e combatte. Quando sapremo di essere persone imperfette, quando conosceremo i nostri limiti, quando ci saremo figurati la difficoltà delle nostre azioni, allora saremo uomini, quando poi sapremo anche dominare la maggior parte delle nostre azioni, allora, saremo eroi. L’ignoranza è per i folli. L’eroe medievale doveva ben guardarsi dall’essere un semplice ammazza-nemici forte e violento: in ciò non c’era onore. I cavalieri dovevano rispettarsi e ridurre al minimo lo scorrere del sangue. Guglielmo di Malmesbury racconta che il duca Guglielmo cacciò per sempre dalla cavalleria un uomo che aveva mutilato il cadavere del re Harold durante la battaglia di Hastings; mutilazione di cadavere nemico, per la nostra epoca, roba da medaglia.

Un vecchio argomento sciocco contro l’onnipotenza, Dio e il muro indistruttibile.

Esiste un argomento veramente banale contro l’onnipotenza, talmente banale che non pensavo ne avrei mai parlato, ma poiché viene spesso citato e, pure, non ho mai trovato spiegazioni, a mio gusto, soddisfacenti ho deciso di riproporlo a maggior utilità di chi sta iniziando la sua ricerca.

L’argomento è in genere basato su un botta e risposta, procedimento che si presta facilmente a mistificare i ragionamenti, poiché è sufficiente far intendere all’interlocutore che ciò che vogliamo dimostrare è già presente in quelle cose in cui l’interlocutore si è rivelato d’accordo, per far scattare un meccanismo per cui l’interlocutore, temendo di contraddire se stesso, dà l’assenso ad una proposizione che in realtà non aveva approvata. Ad esempio se dico “gli immigrati sono esseri umani come noi?” ovviamente si risponderà di sì, se però aggiungo: “allora sei d’accordo con me che devono poter applicare ogni loro tradizione?”, già qui molti continueranno a dire sì, e si potrà aggiungere “dunque e giusto, per rispetto della loro cultura, che essi possano delegare ai diritti occidentali della persona umana nelle loro famiglie, mantenendo i loro modelli culturali”. In tre frasi ho legittimato la segregazione della donna, l’infibulazione e la ritorsione verso i parenti (religiosamente) infedeli, e l’ho fatto procedendo in questo modo: prima di tutto ho preso un assunto generale in cui l’interlocutore occidentale non può che convenire. Poi ho sottinteso, falsamente, che l’approvare la dignità della persona umana significhi anche approvare qualunque pratica di un soggetto, quindi anche quelle che vanno contro la dignità della persona umana. Nella seconda domanda l’interlocutore disattento annuisce poiché se ha risposto sì alla prima si sente in dovere di rispondere sì ad ogni domanda introdotta da “allora” e simili. Nella seconda domanda uso la parola “tradizione” perché è una parola neutra che richiama all’immaginario gli aspetti più formali. Nella terza frase non pongo più una domanda, che potrebbe risollevare la coscienza del soggetto, ma traggo una conclusione (“quindi”), una conclusione a cui il soggetto si sentirà in dovere di aderire a causa delle risposte precedenti, poco conta che da “tradizione” si passi a “modelli culturali” e che si usi artificiosamente il richiamo al “rispetto” (altro valore forte, ma impiegato a sproposito nel senso che in questo caso si usa il rispetto per giustificare una mancanza di rispetto per la persona, dunque la parola è usata per legittimare il contrario). Inoltre notare l’uso di termini neutri come “delegare” per evitare di risvegliare nell’interlocutore il senso della realtà, si fa così anche con il politicamente corretto, la locuzione “interruzione volontaria di gravidanza” ha un altro impatto rispetto all’equivalente “omicidio volontario del proprio figlio”. Con un inganno semantico (cioè sul significato della parole) si porta un soggetto disattento a dire qualunque cosa, anche il contrario del punto di partenza, purché al concetto (che ha indotto il soggetto ad annuire) si sostituisca un’interpretazione della parola scollegata dal vero significato iniziale. Ho usato così tante parole per inquadrare il pericolo, per i disattenti, delle discussioni botta e risposta, perché questo è un problema veramente fondamentale per chiunque voglia cercare la verità.

Torniamo ora all’argomento iniziale. In genere la discussione è questa:

Accademio: Dio è onnipotente?
Ripetemio: Sì.
Accademio: Allora Dio può creare un muro indistruttibile?
Ripetemio: Sì.
Accademio: E poi lo può distruggere?
Ripetemio: Sì.
Accademio: Allora, mio caro Ripetemio, abbiamo dimostrato che l’onnipotenza non può esistere perché se Dio può distruggere il muro non è onnipotente poiché non può creare un muro indistruttibile, invece se Dio può creare un muro indistruttibile non è onnipotente poiché c’è qualcosa che non può fare e cioè distruggere il muro che ha creato.
Ripetemio: Vedo ora, esimio Accademio, che l’onnipotenza è un’assurdità e che sono stolti gli uomini che l’hanno professata.
Umilio: In questa dottrina v’è menzogna, poiché proprio perché Dio è onnipotente può fare tutto ciò che vuole. Dunque quando crea un muro indistruttibile, esso è indistruttibile in virtù della volontà di Dio che lo desidera tale, la sede dell’onnipotenza è in Dio. (infatti non può esserci potenza, nel senso in cui la stiamo intendendo, senza volontà, poiché la potenza di fare presuppone la volontà di fare). Se Dio distrugge quel muro non è per una mancanza della sua potenza, ma per l’onnipotenza della sua volontà. L’indistruttibilità derivava dalla volontà onnipotente che fosse indistruttibile, quando questa volontà cambia e desidera che il muro sia distrutto, il muro viene distrutto con potenza. Infatti in un essere onnipotente è la volontà che plasma la realtà, non è la realtà che plasma la volontà.
Accademio: Ma quando la volontà dice “indistruttibile”, non deve poter essere più distrutto.
Umilio: Qui ti inganni perché sovrapponi due concetti. Sappiamo già che la sede dell’onnipotenza è in Dio e che essa non viene da fuori di Dio. Quindi quando tu dici: Dio vuole un oggetto indistruttibile tu presupponi che la volontà sia quella che quell’oggetto sia imperituro. Quando però chiedi se Dio può distruggerlo, sottintendi che la volontà sia cambiata. Ora o la volontà è che sia imperituro o la volontà è che non sia imperituro, il tuo quesito è internamente incoerente, poiché vorrebbe professare contemporaneamente una volontà senza fine ed una volontà con una fine, cosa che contemporaneamente, in questo esempio, non può esistere. Dio può fare ciò che vuole, se vuole che sia indistruttibile sarà indistruttibile, secondo la sua volontà.
Accademio: Tu contrapponi i tuoi vuoti ragionamenti alla mia scienza, ed ora io dimostrerò a tutti che parli senza sapere e ingannandoci, tu dici infatti “sappiamo già che la sede dell’onnipotenza è in Dio e che essa non viene da fuori di Dio”, usi il verbo “sappiamo” perché non sai e non puoi argomentare, così ci prendi per citrulli e dai per scontata una cosa che non è scontata.
Ripetemio: Stolto l’uomo che parla senza la scienza!
Umilio: Ripetemio, la tua bocca dice il vero.
Ripetemio: Grazie!
Umilio: Accademio, l’onnipotente non è che uno, necessariamente. Poiché non possono esserci due onnipotenti, la potenza della volontà di uno si scontrerebbe infatti con la potenza della volontà dell’altro e se entrambi desiderassero contemporaneamente due cose esattamente e precisamente contrarie, necessariamente esse non potrebbero realizzarsi contemporaneamente. Dunque stabilito che l’onnipotente può essere al massimo uno, il tuo quesito verteva sul fatto che non potesse esistere un onnipotente, poiché egli non avrebbe avuto la potenza per costruire e distruggere assieme un muro indistruttibile (fra parentesi vedrai come posta in maniera piana questa domanda è assurda). Dunque io sono qui a dirti che un onnipotente può esistere, deve essere uno solo e deve avere una propria volontà. Ora che tu voglia chiamare questo onnipotente Dio o in qualsiasi altro modo poco conta, l’onnipotenza, se è, è in un solo soggetto e non può essercene un’altra a lui esterna.
Accademio: Le tue parole sono oltraggiose per me che ho studiato, ragionamenti ingarbugliati senza costrutto, dimmi: che titolo accademico hai per dire questo?
Umilio: Non ho titoli.
Accademio: E chi ti legittima a parlare?
Umilio: Il mio intelletto e i genî che mi custodiscono.
Accademio: Io che sono dottore dovrei ascoltare un senza-titolo? Studia e impara, io ho il gallone dell’universatica del sapere scientifico e filosofico moderno, come parli tu davanti a me?
Ripetemio: Infatti, screanzato. Cosa ne sai del mondo, chi hai studiato? Chi ti ha legittimato? Non vorrai che l’intelletto, di cui ti schermi, e i favoleschi genî che tu citi ti legittimino a parlare? Che presunzione usare la ragione come scudo, davanti ad Accademio poi, il campione del razionalismo! Dovresti solo vergognarti!
Accademio: Basta così Ripetemio, lascia stare questo miserabile, non serve insultare chi ci è inferiore.
Umilio: Sono d’accordo esimio, non serve insultare chi ci è inferiore. Anche se sarebbe bello portarlo sul nostro stesso piano o anche più in su, se tutto ciò fosse possibile con le nostre deboli forze.
Accademio: Reputi le mie forze deboli?
Umilio: O no, non stavo parlando di lei signore.
Accademio: Comunque se vuoi imparare la verità iscriviti alla mia scuola, davanti alla mia cattedra ti si apriranno le porte della sapienza.
Umilio: E potrò domandare?
Accademio: Ma quale domandare, prima bisogna studiare, avere i titoli ed anche dopo solo raramente osare.
Umilio: Prenda questo sasso, questa è la mia scuola.
Accademio: Riconosci di essere intellettualmente figlio di queste pietre?
Umilio: Riconosco di essere figlio del reale.

Vincere il drago.

Generalmente i politici, ammantati di individualismo, sognano di entrare nella Storia. Sognano di essere studiati ed additati, non in quanto realizzatori di una parte del Bene, ma in quanto individui, Napoleone non è ricordato in quanto modello dell’imperatore o dell’uomo buono, ma in quanto Napoleone Bonaparte nato il 15 agosto 1769 ad Ajaccio. Egli stesso amava a tal punto i particolari più piccoli della propria esistenza individuale da modificare il nome di S.Neopolo in S.Napoleone e da spostare il ricordo del santo dal 2 maggio al 15 agosto. Ecco un fenomeno tipicamente moderno, il culto della personalità, cosa inconcepibile nel Medioevo, ma incentivata per ogni individuo dalla nostra cultura decadente.

L’individualismo è la fonte del desiderio di essere personaggi storici. Tuttavia il ricordo non è preservato solo dalla storia. Anzi, in qualche modo la storia si ferma all’aspetto più superficiale di un individuo, perché si fissa con i particolari della sua esistenza. Cerca di capire se il tale è nato il 2 oppure il 3 luglio, o se ha marciato verso la tale città, come raccontano le fonti, o se, invece, non è più probabile che abbia cavalcato vista la distanza. La storia si fissa con un tale e ne parla senza sosta, incurante di cosa quel tale possa insegnare ancora oggi, incurante di quello che, in profondità, lo ha reso degno di menzione presso i contemporanei. Spesso anzi la storia non parla più ai contemporanei ed infatti viene dimenticata e rilegata in ambienti ristretti, poco significativi e poco duraturi. La storia più rigida è la storia dei fatti individuali, quella che si attiene strettamente a ciò che non significa nulla, poiché non è il giorno esatto di una tale battaglia, che la rende importante, né il conteggio esatto dei feriti, o la descrizione minuziosa delle strategie; ciò che rende importante una battaglia è ciò che ha causato e ciò che ha cambiato. Le famiglie che ha lasciato nel pianto e gli equilibri che ha modificato, per i prossimi, e ciò che ci insegna, per i posteri. Esiste un ricordo diverso, la leggenda.

La leggenda non è individualista, trascende gli aspetti piccoli e insignificanti del singolo per rendere il singolo un paladino del bene. La leggenda è fatta non per esaltare un individuo, ma per aiutare una persona, per riempire cioè il lettore di ciò che è positivo e salutare. Desiderare la leggenda significa essere indifferenti a ciò che deriva dal nostro piccolo essere, ambendo invece al bene. Perché il vero protagonista della leggenda non è l’eroe, è il bene che anima l’eroe. È la grandezza della sua anima, che è grandezza che riempie la sua anima, non è l’animale di per sé. L’eroe della leggenda non è preoccupato di essere ricordato come il tale, è preoccupato di continuare a fare del bene, di divenire maestro del bene, per poter servire il bene al di là della propria limitata esistenza.

Poi, per uno di quegli scherzi a cui l’intelligenza ci ha abituati, proprio l’eroe che si disinteressa di se stesso invece che perdersi si ritrova, e mentre la polvere divora, egli vive e combatte, ancora.

Pensieri antichi e nuovi, ma incompresi.

Quello che ci impedisce di capire il pensiero degli antichi è la stessa cosa che ci impedisce di capire quello dei moderni. Ho ascoltato tante lezioni di filosofia antica nella mia vita, ho letto vari libri, ma spesso il problema è quello: noi diamo per scontato che il pensiero dell’altro, tutto sommato, sia banale, soprattutto se non è supportato dai paroloni, soprattutto se non è osannato da coloro che si ammantano di sapienza. Poco conta che qualcuno abbia speso un’intera vita per definirlo, poco contano le prove storiche, poco contano le considerazioni sulle differenze nei linguaggi, si pensa che per capire un pensatore bastino pochi minuti, per afferrare un ragionamento pochi secondi (anche se spesso le spiegazioni che si danno dopo pochi secondi, quelle sì che sono un insieme di insensatezze).

Talete nella sua epoca con i mezzi che aveva predisse un’eclissi. Ora io sfido qualunque contemporaneo a fare lo stesso con i suoi mezzi oppure, anche, a riuscire a farlo con i nostri mezzi, partendo da zero, e dedicandoci 40 minuti che è più o meno il tempo medio in cui viene liquidato Talete. E certamente i computer aiutano più nella previsione di un’eclissi che non nella comprensione del pensiero. Eppure Talete è rilegato in poche righe, come il citrullo dell’acqua. Nel regime degli altoparlanti e dei ripetitori basta ripetere l’opinione comune, servire una bella sviolinata politicamente corretta sul fatto che sì, è un po’ ingenuo, però bisogna capire… il filosofo in fasce… la nascita di una disciplina, sottointendendo un po’ la faciloneria dell’uomo antico, che non era certo lo scafato uomo contemporaneo, quello che sa, guida, dirige, questo mondo creato da lui, fantastico, perfetto e destinato al progresso infinito.

Sic transit gloria mundi, perché mano a mano che ci si chiude, che si danno le cose per scontate, che ci si ritiene superiori, che si liquidano vite in minuti, si perde la capacità di imparare e ci si irrigidisce nella routine, come dei treni in folle corsa, incuranti dello stato dei binari. Forse è il motivo per cui non capiamo più i miti o i simboli, perché essi ci vogliono comunicare qualcosa, eppure lo fanno in maniera refrattaria a chi non vuole impegnarsi a capire, non si fa la figura del sapientone ripetendo un brano della vita di Gilgamesh a memoria, motteggiando Talete invece uno stuolo di scimmie applaude.

Verso la meta.

Se noi confidiamo negli uomini e quindi ci lasciamo prendere da rancori, gelosie ed opinioni taciute o troppo manifestate, non arriveremo mai là dove il nostro cuore ci sospinge. Questo è uno dei sensi della carità, quando l’amore si erge sopra le contingenze, allora gonfia le nostre vele, altrimenti viene fermato da foreste troppo zelanti. Amare gli uomini senza chiedere in cambio, donare senza voler ricevere, ciò ci libera dalla contingenza, ciò ci spinge verso la meta. Noi e Dio, da qui sorge il vero amore per l’uomo, che siamo noi e che sono gli altri.

Come ti guarda Dio

“Dio non può esistere! Guarda quanto male!” “Se Dio esiste dovrà chiedermi scusa.” “Ho pregato così tanto per mia nonna ed è morta lo stesso, Dio non esiste.” “Quei quattro poveri ragazzi, bruciati vivi, Dio non esiste e se esiste è cattivo.” “Guarda non riesco nemmeno a comprarmi un’auto decente, ed una volta ho pregato anche Dio, se esiste perché non mi dona un’auto?” “Ti dimostro che Dio non esiste, gli do 5 minuti per fulminarmi, al termine dei 5 minuti avrai la prova che Dio non esiste” “Mi sono fatto da solo, la mia vita è merito mio” “Certo che esiste Dio; e no, non do mai nulla ai barboni, cosa c’entra?” “Se Dio esiste perché sono brutto? Se da Dio viene il brutto allora anche Dio, se esiste, deve avere dentro di sé il brutto!”.

Queste obbiezioni hanno tutte qualcosa in comune; presentano errori di ottica. Quando interpretiamo le azioni di Dio, dobbiamo capire ciò che è veramente importante, Dio agisce per il meglio. Il meglio è la vita eterna, se in questa vita diveniamo re del mondo, ma poi perdiamo la nostra anima nulla vale. Se per la materia che otteniamo danniamo lo spirito, ci chiameremo sventurati per l’eternità. Eppure la nostra ottica, qui, è così limitata che non capiamo come siamo guardati, con che infinito amore il Signore accudisce i nostri desideri, in che modo ci dona ciò che vale davvero. Nel processo di beatificazione del Santo Curato D’Ars ci fu una testimonianza riguardo ad una ragazza cieca, ella era andata dal Santo per guarire, il Santo, per ispirazione soprannaturale, le disse che poteva certamente guarire, ma che da cieca si sarebbe salvata sicuramente, mentre, vedendo, la sua salvezza sarebbe stata incerta. La ragazza andò a casa gioiosa della propria cecità. Arriverà un giorno in cui capiremo tutto, in cui vedremo quante volte Dio, con dei mali apparenti, ha suscitato grandi beni per la nostra anima; benediremo quei “mali” e gioiremo dei loro frutti.

 Tuttavia l’azione di Dio non è mai invasiva, ci dona tutto ciò che ci serve, ma la scelta è solo nostra. Noi siamo liberi; profondamente, costituzionalmente liberi. Nel nostro cuore sappiamo qual è la verità anche se l’abbiamo annegata, anche se sono anni che non l’ascoltiamo, anche se ci infastidisce al punto da farci diventare testimoni della menzogna, ansiosi di trascinare gli altri nell’errore. La verità è lì, per noi, la conoscevamo e ora non la conosciamo più. Alla fine della nostra vita non ci verrà chiesto conto di quante cose abbiamo avuto, ma di cosa siamo diventati. Una sola domanda spalancherà le porte del Paradiso davanti alla nostra strada, una domanda semplice e allo stesso tempo complessa, il Signore della Gloria, in uno slancio d’amore, ci chiederà semplicemente: “hai amato?”. E quale sarà la nostra risposta?

Complotto segreto per uccidere Benedetto XVI!!!!

Il Papa morirà entro novembre 2012, a causa di un complotto, questo è il succo di un articolo del Fatto Quotidiano di cui potete trovare un sunto sul sito del Giornale. Ci risiamo, sempre la solita storia, perché questi articoli funzionano? Semplice, perché vorremo sapere il futuro. Così oroscopi, cartomanti ed ogni forma di divinazione. Il punto è proprio quello, i giornali non sono interessati davvero a dare questa notizia, quanto piuttosto a provocare il prurito del pubblico. Possono essere previsioni Maya, oppure previsioni di studiosi d’altri tempi, come Bendandi, oppure improbabili teorie scientifiche, l’importante è grattare lì dove l’uomo si sente incerto, cioè il suo avvenire. Sì, perché l’uomo senza fede è proprio così, un tronco in balia dei flutti. Se nulla veglia su di noi, se esiste solo il caos, l’uomo è un fuscello circondato da fiamme. Alla fine la nostra vita è fragile ed appesa ad un filo, sia a livello fisico che psicologico, un filo che può essere in ogni momento spezzato dagli eventi. Così vorremmo squarciare il velo di un futuro insensato e, quindi, probabilmente ostile.

Poi c’è il complotto, anche il complotto ci solletica, perché soddisfa la nostra voglia di dare la colpa agli altri, di attribuire gli eventi a minoranze organizzate (con cui spesso è facile prendersela), il complotto ci toglie le responsabilità dalle spalle, perché ha l’aura dell’ineluttabile. Noi non abbiamo sbagliato, se l’economia va male è colpa degli ebrei organizzati, se il mondo va verso l’immoralità è colpa di quattro massoni che hanno saputo diffondere le riviste porno, se la Chiesa scompare è colpa della tale corrente (un po’ come dire che il male è più forte del bene e che una corrente malvagia sa soffocare tutte le correnti giuste). È più facile perché non ci costringe a porci davanti alle nostre responsabilità di singoli; permette di mantenere il mito di un popolo di giusti schiacciato da un’orribile minoranza di malefici. È più semplice dare la colpa a cento ebrei che si trovano una volta l’anno che non riconoscere la nostra responsabilità e la responsabilità delle idee che abbiamo diffuse e che continuiamo a diffondere.

Esiste poi un altro aspetto dei complotti: i complotti ci fanno sentire intelligenti. Nel momento in cui riteniamo di aver scoperto qualcosa di più vero rispetto a quello in cui credono gli altri, che per definizione, essendo altri da noi, sono più beoti, ci sentiamo meglio. Noi si che sappiamo leggere i segni dei tempi, poco conta che non si faccia nulla per migliorare le cose, l’importante è essere illuminati, non mischiarsi con il popolino, crogiolarsi assolutamente inattivi (sia dal punto di vista fisico che mentale) nella nostra presunta conoscenza. I complotti addormentano; non si è mai sentito, infatti, di un condottiero seduto sugli allori, quello è tipico dei tiranni.

Invece noi come uomini dobbiamo avere fiducia nel futuro perché nulla accade per caso e, soprattutto, dobbiamo agire per cambiare le cose. A chi crede ai complotti dico: se cinque persone consapevoli possono guidare il mondo verso il caos, altre cinque non possono forse riportarlo alla luce? E a chi non ci crede dico: il seme della decadenza è dentro di noi, dentro il nostro modo di comportarci tutti i giorni, dentro la nostra noncuranza, dentro il nostro adeguarci all’andare del mondo. Così, divenuti consapevoli, alziamoci e costruiamo un mondo migliore.

La soave maestà del simbolo.

Non abbiamo più il gusto per i simboli, non sappiamo come prenderli, ci fanno smarrire. Eppure i simboli sono una miniera inesauribile, non tanto per presunte conoscenze archetipe, quanto piuttosto perché i simboli ci costringono a pensare. Proprio perché scarni ed echeggianti di concetti essi ci interrogano. Un simbolo è immune all’effetto altoparlante e ripetitore di certa cultura moderna. Il simbolo è lì che si staglia per il singolo, al singolo si rivolge e dal singolo chiede di essere interpretato. I simboli creano movimento nella nostra mente. Essi prima insegnano a pensare, poi aiutano a pensare e, infine, sostentano il pensiero.

Forse abbiamo perso il gusto del simbolo quando abbiamo preso il gusto di ripetere. Posso citare a memoria le opere di tutte le più grandi menti, posso sapere ogni libro alla perfezione, posso citare la Bibbia al salto, ma ciò non significa nulla, stupisce solo gli inconsapevoli, ciò che conta, ciò che resta di una vita, è ciò che io conosco, ciò che ho penetrato con il pensiero, ciò che mi rende uomo. Ma la strada che porta lì nessuno ve la può descrivere, non vi resta che camminare.

La legge morale universale

La nostra è una società interamente basata sulla parola scritta. Questo è un grande limite poiché la parola scritta non è il concetto. Le parole subiscono l’influenza del contesto, invecchiano, perdono di significato e acquistano significati nuovi. Solo che noi ci siamo incancreniti sul loro significato, per noi lo scritto dice tutto, precisamente. Per molti giuristi era la norma ad essere di per sé vincolante, unica fonte della giustizia, dopo il Nazismo questi giuristi hanno dovuto cambiare idea. Sarebbe stato meglio cambiarla prima.

Le parole non sono il concetto, ma è il concetto che ha significato, le parole tentano solo di trasmetterlo. E la legge morale universale, che è iscritta intimamente dentro di noi, è una legge concettuale, dunque i suoi modi di esprimersi sono molteplici, ma il concetto che vuole comunicare, al di là dei limiti e delle contingenze umane, è sempre lo stesso.

Per questo i codici sono pericolosi, perché cristallizzano una situazione incristallizzabile e ignorano tutte le sfumature della realtà umana, i codici sono per loro natura individuali, nel senso che non si rivolgono a persone, ma ad individui, e, dunque, sono per loro natura ingiusti non appena il codice supera il concetto. La mania di fissare tutto, di salvare tutto, di trasmettere tutto esattamente è un’ossessione impraticabile della nostra civiltà. Per quante parole scriveremo, per quanto ci sforzeremo, per quanto ci struggeremo non rinchiuderemo mai la verità, il reale, nelle nostre parole scritte.

E le nostre leggi che stanno sprofondando nell’ingiustizia, pagano lo scotto di uno smarrimento dei concetti e di una conseguente deriva verso la rigidità degli scritti; c’era più saggezza e giustizia una volta quando si sapeva che cos’era la giustizia che non oggi, in cui la giustizia, per molti, è una faccenda di codicilli, dove il senso della morale è ormai perduto.

Una voce dentro al coro.

Siccome siamo tutti uguali, tutti indottrinati e massificati, uomini la cui originalità viene in parte repressa ed in parte incanalata sul taglio dei capelli ed il modo di vestirsi, abbiamo dei miti. Miti che servono per sopravvivere, per raccontarcela un po’ e sentirci meglio. Uno di questi è la pecora nera, un altro è la voce fuori dal coro. Nelle pubblicità questi miti sono super presenti, tutti vogliono sentirsi originali, diversi, ma non vogliono che ciò gli costi fatica ed allora: tutto risolto! una bevanda invece che un’altra, una maglietta invece che un’altra, una cosa contro (contro cosa decidete voi) ed è fatta, originalità a basso costo (per noi s’intende, non per il portafogli).

Una volta mi sono trovato a passare la notte con un po’ di alternativi; un gruppo di brave persone che avevano solo la particolarità di vestirsi un po’ strano. Devo dire che varie volte ho tentato di farmi spiegare in cosa consistesse il loro essere alternativi, morale: consisteva solo nell’esserlo. Non avevano nulla che lo giustificava, il loro gruppo era così e loro, uniformati al massimo, si adeguavano, l’unica cosa che continuavano a ripetermi era l’importanza di essere alternativi.

La nostra società è così, piena di individui che si massificano nei gruppi più strani, pretendendo di essere originali. Se lasciassero perdere il loro lato individuale ed invece esaltassero quello personale allora sì che sarebbero veramente originali, perché non c’è una persona uguale all’altra. Noi uomini siamo tutti unici, per natura. Ogni uomo è un inestimabile pezzo unico, ma per farlo emergere bisogna accettare il peso della propria unicità e scoprirsi splendidi. Sì, perché come ogni pezzo unico siamo splendidi, splendidi nella nostra irriproducibilità, splendidi nella nostra originalità.

Ed è proprio quando ci accettiamo come persone che sappiamo scegliere. Non siamo più dei servi di questa o quella ideologia, ma degli uomini. E solo gli uomini, poiché scelgono, possono decidersi intimamente per il bene, possono diventare pecorelle davanti alla verità. Bello no? Tutti vogliamo essere pecore nere e Gesù che figura ha scelto? I pecoroni che vanno dietro al pastore! Chissà se i suoi esperti di marketing hanno provato a dissuaderlo: “pecore?” “non verrà nessuno” “meglio le tigri” “o i leoni” “sarà un fallimento”. È già… un fallimento, perché piacere a milioni di individui è semplice, piacere ad una sola persona è molto più difficile. Ma in questo caso i numeri non contano, è come paragonare Amore e Psiche di Antonio Canova ad un cesto pieno di spilli, uno a molti, uno a nessuno.

Ma con Gesù tutto cambia, l’originalità è proprio nell’essere pecore bianche, l’indomabilità nell’essere sottomessi, la voce più libera quella all’interno del coro. Siate liberi, divenite voi stessi.

Conoscere significa vivere.

Ci hanno detto per anni che sapere significa conoscere. Se ciò ha una validità nelle ricerche collaterali alla nostra esistenza, presenta però un grave limite nelle ricerche ultime. Nelle cose che ci toccano davvero sapere non è sinonimo di conoscere, mai. L’unico modo di conoscere veramente qualcosa è di viverla; posso essere il più grande dotto sulla vita cristiana, ma se non la vivo non comprenderò mai il mistero. Studiare per anni la verità non ci porterà ad alcun vantaggio senza uno sforzo concreto, perché la verità non è qualcosa che possa essere scritto sui libri o ripetuto a macchinetta, è solo qualcosa che può essere vissuto. La verità si vive.

Anche in questo i filosofi greci erano un bel passo davanti a noi, per loro il filosofo non poteva limitarsi a proclamare delle teorie, doveva saperle anche incarnare. Questo è l’unico modo di conoscere. Tutti infatti citano Giovanni 8,32 (“conoscerete la verità e la verità vi farà liberi.»”), ma pochi si ricordano che è preceduto da Giovanni 8,31 (“Gesù allora disse a quei Giudei che gli avevano creduto: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli;”).

Dobbiamo stare attenti a non diventare altoparlanti e ripetitori, anche se quest’epoca d’esami facili e massificanti, d’insegnamento impersonale e inumano, di forma invece che di sostanza non desidera altro: un branco di pecore che diffonda il verbo, senza domande, senza conoscenza.

Cristo nella merda, colpo d'”artista”

L’altro giorno ho seguito un dibattito; parlavano di uno spettacolo teatrale (che non conosco) dove il volto di Cristo raffigurato sullo sfondo viene coperto di merda (scusate se uso questo termine latino di oraziana memoria, nel dibattito continuavano invece ad usare il termine “feci”, ma io non riesco a capire dove sia in questo caso l’aspetto fisiologico e medico della questione). Per essere precisi (ribadisco che non ho visto lo spettacolo, è ciò che ho desunto dal dibattito, e ogni tanto perdevo anche il segnale radio) il liquido marrone che finisce sul Volto Santo non viene mai chiamato in quel modo, anche se il senso è facilmente desumibile dal contesto, dal vecchio incontinente che ne è il protagonista. Inoltre simbolicamente la merda dovrebbe raffigurare l’impotenza di Nostro Signore Gesù Cristo che in realtà sarebbe, secondo l’autore, null’altro che un “povero cristo” uomo perseguitato senza nessuna potenza e nessuna capacità di intervenire o cambiare le cose.

La cosa che voglio sottolineare qui è che, in questo dibattito fra Cattolici emergeva, fra le altre, un’idea che voglio ribattere brevemente: si diceva che di queste cose è meglio non parlare perché si finisce per fare pubblicità ad artisti che non cercano altro (ovviamente specificando ben bene che non si giudica il singolo caso..). Quindi il concetto che passa è che è meglio tacere che affermare la verità. Io invece credo che sia meglio essere chiari. Se lo spettacolo è offensivo che si dica e se la Chiesa vuole vietare ai credenti di andare che lo faccia. Fa parte della libertà di espressione della Chiesa dire cosa possono o no fare i credenti e fa parte della libertà dei singoli decidere se si è o no credenti. Il non dire equivale al non credere nella libertà, perché, primo, non ci si esprime liberamente e, secondo, non si danno alle persone tutti gli elementi per liberamente decidere. Se uno non crede ed è indifferente cosa conta una scomunica ad un autore? Se uno crede ed è Cattolico allora non è forse una sua libertà il seguire la Chiesa? E se uno crede ed è più o meno indirettamente satanista non è forse una sua libertà andare allo spettacolo proprio perché condannato? Se uno brama l’inferno forse che si può imporre il paradiso? è giusto? A chi giova il non parlarne? Giova solo all’errore. Mentre il parlarne giova all’autore, perché egli stesso ha liberamente scelto la sua rovina, ha scelto di preferire il successo e la vanità alla giustizia; giova alla Chiesa perché è più difficile che si faccia ingannare, poiché è più chiara; giova al singolo perché può liberamente decidere se vivere o morire. Parlare della verità giova. Se molti credenti oggi rischiano grosso è proprio perché alcuni hanno rinunciato alla chiarezza, alla forza della verità. Consapevolezza.

Ovviamente qualcuno ha anche contestato la legittimità di un tale spettacolo, e ovviamente qualche trombone si è stracciato le vesti a queste parole. Tuttavia qui si tratta solo di una questione di dignità della persona umana: è lecito in uno spettacolo prendere un uomo e smerdarne il volto? Se lo facessero con vostra madre, vostra sorella, vostro padre, vostro fratello, vostro zio, vostro figlio, vostro nipote o magari con voi, non avreste nulla da ridire? Vi sembrerebbe una cosa bella, legittima e collegata con la libertà di parola e di espressione? E se lo facessero con un bambino ebreo dei campi di concentramento? Vi sembrerebbe bello e legittimo? È una questione di dignità. Una parola troppo dimenticata.

Una percezione più acuta delle cose.

L’ideologia avvelena la nostra capacità di percepire la realtà. Poiché si pone un obbiettivo, ricerca un utile. Non essendo interessata alla verità in quanto tale, è menzognera. Chi è accecato dall’ideologia non conosce la verità e i suoi sogni generano mostri. Essa ci toglie la capacità di vedere le cose per quello che sono; l’uomo diventa un numero iscritto nella lista dei buoni o dei cattivi, i fatti hanno un’unica univoca ed inequivocabile interpretazione che precede lo studio e le evidenze perdono di significato.

Io sono e sarò sempre anti-ideologico, bisogna tornare ad indagare la realtà in quanto tale. Bisogna smettere soprattutto di giudicare ed interpretare tutto per categorie, in natura non esistono due orecchie uguali, figuriamoci blocchi interi costituiti da migliaia di individui graniticamente uguali, superstizioni venenifere. Quando si fa di tutta l’erba un fascio, quando si passa, cioè, dal concetto di persona a quello di individuo, finisce l’umanità per iniziare l’aberrazione dell’idea.

Inoltre affermo che il Cattolicesimo è intrinsecamente anti-ideologico, poiché non è al servizio di un’idea, ma di una persona concreta, reale e viva. Nostro Signore Gesù Cristo. Non un concetto, non un’idea, ma bensì una persona. Quando un Cattolico abbraccia un’ideologia fa il più grande torto alla sua fede, perché dove c’era il prossimo inizia a vedere l’oggetto (nemico o amico poco importa) e dove c’era Dio vede l’idea, che per essere realizzata genera mostri. Basta Cristiani socialisti o fascisti o comunisti, dobbiamo essere solo uomini che lottano, l’uno per l’altro, al servizio dell’unico Re.

Battesimo

Un genitore riguardo al figlioletto in fasce: “non gli darò alcun cibo fino a quando non sarà maggiorenne, allora potrà scegliere autonomamente se mangiare o lasciarsi morire di fame”. Così è chi non battezza i propri figli.

Obama legalizza la tortura, yes, we can!

Ancora una volta la più grande democrazia del mondo ci dà una democratica lezione su come vanno intesi i democraticissimi diritti umani; i diritti umani funzionano in un modo molto semplice, servono per accusare i nemici. Quando hai un nemico (chessò il tuo datore di lavoro) tu non devi dire “quello stronzo” o raccoglierai il biasimo della democraticissima opinione pubblica, tu devi dire “sta violando i miei diritti umani”, poi chiami un po’ di associazioni ad hoc et voilà hai creato un mostro, uno che sta sulle palle a tutti e che in fondo in fondo si merita le tue bombe.

Però ovviamente tu sai che stai mentendo e che in fondo non te ne frega nulla della dignità della persona umana altrimenti non faresti tante norme sui diritti dell’individuo. Infatti a cosa serve legiferare se non vuoi rispettare il concetto che sta dietro ad una legge? A nulla; perché fatta la legge si trova l’inganno, oppure non ci si sforza nemmeno di trovarlo.

Questo democraticissimo presidente ha così deciso che democratiche torture e democratica detenzione a tempo indeterminato per chiunque (anche cittadino) sono la giusta democratica soluzione al terrorismo, ma ovviamente solo se il democratico presidente, nella veste di democratico padre-eterno americano stabilisce che il soggetto (non chiamiamolo uomo che poi la democratica opinione pubblica magari inizia a riflettere) se lo merita. Benvenuti in America cari pulcini, ascoltate la democratica mamma chioccia e aborrite l’orribile e sconvolgente medioevo estero, solo la luce della democrazia è giusta e confortevole e rispettosa anche se tortura, anche se ingabbia, il resto è propaganda reazionaria. Venite pulcini dalla chioccia.

Per saperne di più:

obama ndaa

obama ndaa fy2012

obama defense bill

Enhanced interrogation techniques (sulle torture usate dagli USA e autorizzate anche da questo nuovo atto del presidente Obama)

Tu, da che parte stai?

Quante volte il solito superficiale è esordito con frasi del tipo “ma durante il Nazismo i Tedeschi sapevano, come hanno fatto a non fare nulla?” oppure “come facevano ad esserci tanti Nazisti?”, “oggi non potrebbe più succedere con tutti i diritti dell’uomo”, “noi siamo la civiltà”; eppure abbiamo davanti il peggior massacro della storia, ormai non servono più singoli campi di sterminio poiché sotto il cielo è tutto un campo di sterminio. Ogni nazione beve il sangue dei propri figli e noi siamo peggiori dei tedeschi che osannavano il Nazismo poiché allora la massa non odiava coloro che aveva generato. Lo stolto che può dire le frasi di prima è lo stesso che può osannare lo sterminio dei propri figli, non ne ho dubbi. E se per una volta uscissimo dalla massa per riscoprirci persone, per pensare con la nostra testa, per smettere di ragionare a slogan? E se per una volta salvassimo i nostri figli? E se per una volta fossimo persone, il mondo non sarebbe migliore?